Balle megagalattiche e tentazioni militari

La pace per il nostro tempo?
Obama non è Chamberlain e Assad non è Hitler, ma la balla dei gas è megagalattica e permane forte la tentazione di seppellirla sotto nuove macerie.

“Peace for our time… Go home and get a nice sleep”. Così Neville Chamberlain di ritorno da Monaco entrò nella storia come pavido sostenitore dello “appeasement” nei confronti di Hitler, la pace fu di brevissima durata e il sonno degli inglesi venne interrotto dalle bombe della Luftwaffe.
L’analogia tra l’allora primo ministro britannico e il presente presidente degli Stati uniti, tracciata dai soliti falchi di Washington, non è solo insultante, ma insensata: fin troppo ovvio che Obama non è Chamberlain e Assad non è il Fuhrer. Certo è che il discorso del Capo dell’Esecutivo nel giardino delle rose è stato a dir poco ambiguo e contraddittorio: ha ribadito la sua determinazione di attaccare la Siria ma a differenza di quanto fatto per la Libia ha chiesto l’autorizzazione del Congresso; se non ha cambiato idea e la Camera dei rappresentanti, se non il Senato, voterà contro l’intervento che doveva essere posto in atto tra il 31 agosto e il 1° settembre e verrà rinviato di qualche settimana (“Peace for the next few weeks”) Barack rischierà un “impeachment”? E se ha rinunziato a lanciare qualche centinaio di missili “Tomahawk-Cruise” contro i comandi delle forze armate siriane perché continua a scatenare il Segretario di Stato Kerry, certo il coltello meno affilato nella cucina della Casa Bianca, in proclami bellicisti ad oltranza? E’ stato Kerry a paragonare Assad a Hitler. E lo ha paragonato anche a Saddam Hussein, un passo falso perché ha richiamato alla memoria le menzogne sulle armi di distruzione di massa che motivarono la prima e la seconda guerra all’Iraq.
A tradire l’ambiguità, le contraddizioni e l’imbarazzo nel discorso del giardino delle rose di un presidente noto per la sua eloquenza ciceroniana se non tacitiana è stata la sua lunghezza, più di quarantacinque minuti. Nella nuova voce del dizionario Oxford 2013 un discorso del genere viene definito “T.L.-D.R.”: “too long – didn’t read”, “troppo lungo, non decifrabile”.
Più indicativa invece l’asprezza con cui Obama ha criticato l’inutilità delle Nazioni Unite e l’irrilevanza del verdetto dei suoi osservatori sull’uso dei gas in Siria: ha così tenuto presente non solo l’inevitabile veto russo e cinese nel Consiglio di Sicurezza, ma anche il mandato dello “United for peace”, la risoluzione secondo cui con la maggioranza di due terzi l’Assemblea Generale potrebbe confermare quel veto. Due terzi e rotti del pianeta, da 130 a 150 su 191 nazioni che proclamerebbero la violazione della Carta e l’illegittimità di un attacco USA al paese mediorientale.
Barack Obama non può ignorare che il presunto impiego di gas nervino o di altro tipo da parte del Governo di Damasco è una balla megagalattica suggerita dall’Arabia Saudita, dagli Emirati, dalla Francia di Hollande e dalla Gran Bretagna di Cameron prima e dopo il voto contrario della Camera dei Comuni e tradotta in realtà dai ribelli siriani per provocare l’intervento armato statunitense.
Ne sono convinti non solo Putin, ma molti servizi segreti occidentali, gran parte dei generali del Pentagono e del Ministero della Difesa britannico.
Sorvoliamo sul terreno tecnico delle prove troppo labili o inesistenti: non si tratta solo di constatare la presenza di sostanze tossiche sul terreno ed il loro effetto letale su centinaia di civili, ma anche e soprattutto di identificare in loco i frammenti dei vettori impiegati e cioè dei “proiettili binari” di artiglieria contenenti i gas (il rapporto preliminare degli osservatori al segretario generale dell’ONU, secondo le indiscrezioni che circolano al Palazzo di Vetro, confermerebbe l’assenza di tracce di questi vettori).
Soffermiamoci invece sugli aspetti razionali, cioè irrazionali, delle responsabilità attribuite al regime siriano.
Adunque: Bashaar al-Assad, seguendo l’esempio del padre, può essersi dimostrato un dittatore sanguinario nel reprimere la ribellione senza curarsi di decine di migliaia di vittime civili, ma non è un pazzo incline al suicidio: tra marzo e luglio riconquista il controllo su quattro quinti del territorio nazionale ed è certo che la vittoria sui ribelli sia imminente. E’ anche consapevole del monito sulla linea rossa da non superare con l’impiego di armi chimiche rivoltogli un anno fa dal Presidente USA. E cosa fa? Con una superiorità in mezzi corazzati, aerei, artiglieria e truppe ben addestrate, decide di sparare proiettili di gas nervino contro un sobborgo di Damasco ancora in mano ad un gruppo di ribelli a quattordici chilometri dall’albergo che ospita gli osservatori dell’ONU. In altri termini provoca deliberatamente l’intervento militare della superpotenza: mondiale. E cioè, nel vernacolo napoletano, “se n’è gghiuto e’capa”. Ipotesi questa altamente improbabile.
Resta da vedere cosa accadrà tra due o tre settimane. Non disponiamo di una sfera di cristallo, ma per aver seguito come giornalista gran parte delle guerre degli Stati Uniti nel mondo degli ultimi decenni possiamo contenere, ma non eliminare del tutto il nostro pessimismo: Obama “painted himself in a corner”, si è messo da solo con le spalle al muro, ne va del suo prestigio e di quello del Grande Impero d’Occidente soprattutto per quanto riguarda i futuri interventi militari in Medio Oriente o altrove. Quindi darà il via – un incidente si trova sempre – ad un’ammazzatina in Siria, limitata nei mezzi, nella durata e senza truppe di terra. Forse più limitata di quanto originariamente programmato, cento invece di duecento missili Cruise in una sola salve di poche ore.
Da premio Nobel per la pace seguirà un suo nuovo manuale di più moderate regole di ingaggio in materia di bagni di sangue.
Lucio Manisco

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