Vladimir Putin e l’eccezionalismo americano

vladimir“E’ estremamente pericoloso incoraggiare le persone a vedersi come eccezionali, qualsiasi la motivazione. Ci sono Paesi grandi e piccoli, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli ancora alla ricerca della loro strada verso la democrazia. Anche le loro politiche differiscono.
Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali”.

Dall’editoriale di Vladimir Putin per il New York Times.
Riecheggia il discorso fatto a Monaco nel 2007…

2 thoughts on “Vladimir Putin e l’eccezionalismo americano

  1. “Ieri – 11 settembre – esce sul New York Times un appello di Vladimir Putin diretto al popolo americano. Un testo indubbiamente particolare, sia per la pacatezza dei toni sia per i contenuti assolutamente fuori dell’ordinario.
    Confesso di non avere mai avuto molta simpatia per Vladimir Putin. Il suo essere stato uomo del KGB e i suoi comportamenti intolleranti e violenti verso gli oppositori non me lo rendono particolarmente gradevole.
    Comunque sia, in quest’appello il presidente russo, dopo aver fatto una breve storia dei rapporti intercorsi nel passato tra USA e Russia e aver sottolineato il ruolo fondamentale che deve avere una istituzione sovranazionale per garantire la pace, dice alcune cose a mio avviso davvero sconvolgenti per un orecchio americano.
    (…)
    Il quinto punto merita di essere riportato per intero. Si tratta della chiusa della lettera, con un argomento che tocca proprio il nucleo del problema: il senso dell’“eccezionalità americana” cui può essere fatta risalire, senza ombra di dubbio, la politica aggressiva e messianica ad un tempo degli USA negli ultimi decenni.
    “La collaborazione e il mio rapporto personale con il presidente Obama – scrive Putin – sono caratterizzati da una crescente fiducia. Sono contento di questo. Ho esaminato con attenzione il suo discorso alla nazione di martedì. Ma devo dissentire sul suo riferimento all'”eccezionalità americana”, quando ha affermato che la politica degli Stati Uniti “è “ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali”.
    È estremamente pericoloso incoraggiare le persone a vedere se stesse eccezionali, qualunque sia la motivazione.
    Ci sono grandi Paesi e piccoli Paesi, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli che stanno ancora cercando la loro strada verso la democrazia.
    Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo le benedizioni del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali”.
    Chi conosce veramente questo Paese sa perfettamente come questo senso di “eccezionalità” sia profondamente insito in ogni cittadino – che si definisce immancabilmente patriot – come venga instillato da ogni libro di testo scolastico, da ogni articolo di giornale, da ogni film hollywoodiano.
    Mi sono occupato di quest’argomento in un precedente articolo dove, parlando del Nuovo Ordine Mondiale, ho avuto occasione di scrivere: “Il NWO nasce dalla convinzione anglo-americana di aver dato vita, con la nascita degli USA, ad un Paese con un destino unico e provvidenziale. Una luce tra le Nazioni, un modello di civiltà, libertà e democrazia, una speranza per tutti i popoli in difficoltà, come efficacemente simboleggiato dalla statua della libertà. Dopo la II guerra mondiale questa convinzione, nutrita all’interno dei circoli anglosassoni – occulti e non – è stata di fatto ‘esportata’ in tutto il mondo, diventando in qualche modo una verità assodata per tutti. (…) L’american dream, la musica, l’abbigliamento, la politica, la cultura, tutto è espressione dell’eccezionalità nordamericana. Gli Stati Uniti d’America rappresentano per i circoli che coltivano il NWO – e il New American Century – la civiltà che ha raccolto l’eredità dell’Impero Romano”.
    Ora, naturalmente questa eccezionalità, se non riferita a determinate peculiarità – in alcuni casi sicuramente a ragione – di questo Paese, diventando assoluta e non più relativa, conduce evidentemente a un totale disprezzo delle caratteristiche delle altre nazioni, che, nella migliore delle ipotesi, vengono considerate subalterne.
    E qui arriviamo al secondo articolo – ricordate? – quello uscito oggi, 12 Settembre, su The New Yorker.
    Bene, questo pezzo – se uno non conoscesse questo Paese con tutte le sue contraddizioni – sarebbe davvero un articolo surreale, o umoristico, come preferite.
    Già dal titolo: McCain accusa Obama di pensare prima di usare la forza.
    Ho capito bene? Di pensare?
    Già, di pensare.
    Il nostro bravo senatore repubblicano, infatti, che si è ripetutamente fatto fotografare negli scorsi mesi con quei tagliagole dei ribelli siriani, accusa espressamente il presidente di essersi fermato a pensare prima di lanciare l’attacco alla Siria.
    Cosa avrebbe dovuto fare Obama? Ma è chiaro: prima attaccare e poi discutere; i morti non protestano, e degli altri a quel punto nessuno avrebbe più fiatato. Un po’ di malcontento generale poi tutti di nuovo al lavoro a stilare comunicati e programmi.
    Giusto, John Wayne prima sparava e poi, magari, chiedeva: chi va là?
    Ma non finisce qui perché il nostro rincara – se possibile – la dose, raggiungendo un vertice credo inarrivabile anche nella storia della conquista del West.
    “Da quando sono nati gli Stati Uniti d’America – dice il nostro senatore – questa grande nazione è stata coinvolta in innumerevoli conflitti armati, molti dei quali non avrebbero mai avuto luogo se ci fossimo fermati prima a pensare. Purtroppo pare che il presidente non abbia imparato questa lezione dalla storia. (…) Sarebbe il caso che eliminasse il pensare dal’agenda”.
    Insomma McCain ci vuole dire: come avremmo fatto ad annientare intere nazioni, a fare milioni di morti in Vietnam, Corea, Afghanistan, Iraq, Libia – per citare solo le più significative – se ci fossimo fermati a pensare prima di agire?
    Ha ragione il nostro senatore, non c’è dubbio, non avrebbero potuto.
    È proprio vero: chi si ferma è perduto.”

    Da Pensare o non pensare, questo è il dilemma…,
    di Piero Cammerinesi
    http://www.liberopensare.com/articoli/item/614

  2. le mosse diplomatiche russe, patrocinate da un Presidente che è anche un abile scacchista (come racconta Michael Metzger), stanno facendo venire la bava alla bocca ai bombardatori umanitari e ai loro zelanti servitori.

    si legga, ad esempio, il seguente articolo a firma di Anna Neistat, importante esponente della “ong” Human Rights Watch, già alle dipendenze di George Soros all’Open Society Institute:
    http://www.huffingtonpost.it/anna-neistat/cio-che-putin-non-ha-detto-agli-americani_b_3918593.html?utm_hp_ref=italy

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