La Divisione elettronica dell’Olivetti

programma 101

A seguire uno stralcio significativo dell’Introduzione a “Informatica: un’occasione perduta”, opera dell’allora redattore economico de “l’Espresso” Lorenzo Soria, pubblicata da Einaudi.
Provate a leggerlo e giudicate voi se vi sembra scritto nel 1979…

“Nell’ottobre del ’62 a Bascapé, un paesino distante pochi chilometri da Milano, l’aereo su cui viaggia Enrico Mattei, l’uomo che si era permesso di mettere in discussione il monopolio delle sette sorelle del petrolio, si schianta misteriosamente al suolo. Un anno dopo a saltare è Felice Ippolito, anche lui reo di aver ricercato una politica energetica alternativa per l’Italia. Passano ancora alcuni mesi, siamo nell’estate del ’64, e l’Olivetti cede, anzi regala, alla General Electric la sua Divisione elettronica.
Tre episodi slegati, senza alcuna relazione diretta tra loro. Un filo sottile ma neanche tanto che li unisce, che li accomuna, però c’è. E’ la risposta brutale e secca che hanno avuto quegli uomini e quelle forze che avevano tentato in quegli anni di dare un assetto diverso alle fragili strutture su cui poggiava l’economia italiana. E di farla finita con la formula su cui il paese aveva costruito il cosiddetto «boom»: costo del lavoro bassissimo più produzione di beni a tecnologia matura. Una formula che aveva fatto credere agli italiani che tassi di crescita annui nell’ordine del 5-7% fossero non solo normali, ma anche destinati a durare all’infinito; che aveva aperto, con la nascita del centrosinistra, un periodo di relativa stabilità politica; che aveva infine creato un clima di fideismo ottimistico sui destini del paese. Che dentro di sé, però, racchiudeva già tutti i germi di quella malattia che, alla metà degli anni ’70, ha portato l’economia italiana all’incapacità di inventare vie nuove per andare avanti, alla paralisi.
Perché a partire dal ’69 i lavoratori dicono «basta». E nel giro di pochi anni recuperano il terreno perduto e i loro salari si allineano a quelli degli altri paesi industrializzati. E il primo scossone, cioé, alle fondamenta del pericolante edificio. E perché proprio allora molti paesi in via di sviluppo, liberatisi anche psicologicamente dai vincoli che secoli di colonizzazione avevano imposto, scoprono che molte materie prime sono in grado di trasformarle da soli. E si mettono a produrre calzature, capi d’abbigliamento, automobili. Proprio quei beni su cui era prosperata l’Italia, venduti però, piccolo particolare, a prezzi piu competitivi. Salta insomma anche la seconda base della formula, un apparato produttivo in grado di mettere sul mercato solo beni a tecnologia matura. Ed ecco che, siamo ai giorni nostri, ci ritroviamo con imprenditori i quali, come si avvicina il Natale, pretendono anch’essi il loro bravo regalo: dallo Stato, per fare le tredicesime e per pagare i debiti; con ministri europeisti e liberisti dichiarati che importano il motto «buy national», il quale, tradotto, diventa il meno asettico «comprate roba italiana»; con sindacalisti che, compiuta una virata di 180 gradi, dimostrano il proprio senso di responsabilità (e provano l’amarezza dei fischi) predicando tagli alle richieste salariali, con porti e nodi ferroviari intasati di automobili e motori provenienti dalla Polonia, dal Brasile e della Spagna e con in mostra lo stemma di una vecchia fabbrica torinese a tutti molto familiare: la Fiat.
mattei bertuzziDopo gli anni del miracolo economico, insomma, arrivano quelli dello sfascio. E della disgregazione, del tracollo, della decomposizione e di altri sostantivi un tempo usati con maggiore cautela e che evocano immagini di paura e di impotenza. Sì, è vero, l’Italia i suoi elettrodomestici continua a produrli. Ma i prodotti «made in Italy» costano molto, in alcuni casi gia troppo. Per quanto ancora avranno un mercato? Le nostre imprese poi non sono in grado di concepire tecnologie piu avanzate, con le quali, magari, produrre ancora frigoriferi, ma con processi automatizzati e quindi a prezzi più competitivi. E il classico vicolo cieco. E’ un mondo, quello dei cavalieri Borghi e dei Valletta che se ne va.
Di rimpianti questo mondo non ne suscita. Lascia però in eredità un interrogativo pesante: come evitare un restringimento della base produttiva e la disoccupazione selvaggia, con tutte le conseguenze, politiche e non, che questa prospettiva comporta? Una risposta ci sarebbe: la diversificazione produttiva, quella cosa strana che per un po’ è stata definita nuovo modello di sviluppo. Ma è una risposta che sa di dejà vu, di tentativo di lasciare le cose come stanno. Certo l’obiezione di chi sostiene che questi progetti andavano realizzati negli anni ’60, quelli dell’accumulo, è giusta, non fa una grinza. Allora, però, gli imprenditori italiani ben si guardarono dal farlo. Se in questo modo riusciamo a guadagnare, e tanto, era iI loro ragionamento, perché dovremmo arrischiare cambiando? Un po’ come si fa con le squadre di calcio, dove vige la regola che la formazione vincente non si tocca e viene riconfermata la domenica successiva. Riuscirono anzi, gli imprenditori e con loro i responsabili della politica economica del paese, a neutralizzare (o a distruggere) i Mattei, gli Ippolito, le Divisioni elettroniche: quelle forze che avevano avanzato alcune perplessità di fronte alla sacra formula su cui il paese aveva prodotto il proprio reddito in quegli anni.
Mentre in questo momento storico l’interrogativo si fa sempre più angoscioso, è appunto quella della Divisione elettronica, la meno conosciuta, la vicenda che mi sembra più interessante rievocare e approfondire. Nessuno infatti può mettere in dubbio il fatto che se l’economia italiana si trova nello stato in cui si trova lo si spiega anche con l’assenza dal suo tessuto industriale di attivita manifatturiere a tecnologie avanzate. E l’elettronica tra questo tipo di attivita, tra quelle cioé che potrebbero permettere all’Italia di ritrovare una sua collocazione nel club dei paesi industrializzati, è la più tipica.
Dell’informatica, un suo sottosettore, quello in cui l’Olivetti aveva tentato di competere, è stato detto:

E’ contemporaneamente il cervello, il sistema nervoso e il sistema sanguigno della civiltà di domani. Il cervello perché la capacità di calcolo di cui un paese dispone condiziona ormai il suo livello tecnico e scientifico. Il sistema nervoso perché l’informatica — essa sola — consente di immagazzinare una quantità illimitata di dati, di trattarli e di ricavarne quindi impulsi di comando. Il sistema sanguigno, perché alimenta l’insieme del corpo sociale, sia che si tratti dei servizi (sicurezza sociale, assicurazioni, banche, statistiche mediche, studi genetici, eccetera), sia della produzione (gestione dei magazzini, programmazione, paghe, fatturazione, e sempre più produzione automatizzata).

corseraCon linguaggio meno retorico, aggiungerei che l’uso dell’informatica tende a generalizzarsi nell’economia e ad avere sociologicamente un ruolo pari a quello dell’automobile, del telefono, della televisione. Le sue applicazioni, cioé, non si limiteranno soltanto ai ripetitivi compiti di calcolo che ha oggi nelle industrie e nei servizi amministrativi, ma andranno oltre: dalla conduzione automatica dei processi industriali, che potranno portare a una maggiore efficienza complessiva del sistema, alla ristrutturazione della pubblica amministrazione e dei servizi sociali. Ed é in questo senso, e non solo per il fatto che dal suo sviluppo consegue la crescita parallela di altre attività industriali di cui essa utilizza i prodotti, che si può dire che l’informatica é un’industria traente. Non solo, ma si tratta anche di un settore che richiede manodopera istruita e qualificata.
(…)
Certo, nell’elettronica, e nell’informatica in particolare, occorre investire soprattutto in attività di ricerca e sviluppo, cioé negli uomini prima che nelle macchine. E questo agli imprenditori italiani, distintisi sempre per scelte puramente speculative, non piace. Eppure la strada da percorrere è proprio questa. Così indicano anche le esperienze di altri paesi industrializzati. Se si prendono gli Stati Uniti, per esempio, uno studio su questa problematica indica che ogni dollaro speso in attività di ricerca e sviluppo ha avuto sulla crescita economica un impatto almeno quattro volte superiore a quello di un dollaro speso in investimenti fissi.
Il mio, comunque, non vuole essere un trattato di politica economica. Né una difesa d’ufficio del calcolatore elettronico, come se quest’ultimo, di per sé, potesse risolvere la crisi italiana e portare a un’amministrazione efficiente, a un’economia in sviluppo e alla piena occupazione. Basta pensare, a questo proposito, alla fine che ha fatto il famoso progetto «Atena», che avrebbe dovuto introdurre in Italia l’astruso concetto di giustizia fiscale. O a quegli uffici della pubblica amministrazione pieni di elaboratori la cui unica funzione è quella di far aumentare il prestigio di ministri e sottosegretari e di pagare un canone di locazione alle case costruttrici (americane). Non ho inteso neanche scrivere un libro sull’elettronica: non è un caso, insomma, se ho completamente trascurato settori importanti come la telefonia o come la componentistica. Ho voluto invece attenermi a una vicenda concreta, a un caso di politica economica che, visto con gli occhi di oggi, ritengo estremamente istruttivo e significativo: quello della Divisione elettronica dell’Olivetti. La sua breve esistenza resta infatti a testimoniare che in Italia c’era anche chi aveva compreso che il boom era effimero, e che, alla lunga, non avrebbe retto. E che era non solo necessario, ma anche possibile fare qualcosa di diverso, raggiungendo, tra l’altro, risultati tecnici molto alti. Poi però, alle prime difficolta, la Divisione venne scorporata, senza rumore, senza clamore e senza che alcun responsabile della politica economica del paese desse il minimo segno di interessamento. Anzi.
Ma perché è avvenuto tutto questo? Chi lo ha voluto? Sarebbe stato possibile evitarlo? Dare una risposta a queste domande significa anche ripercorrere l’Italia di quegli anni. Ed è un’occasione per fare uno spaccato sulle miopi scelte dei grossi gruppi economici nazionali, privati e non; sui partiti e sui loro uomini di governo, i quali, sorpresa, li ritroviamo ancora tutti (o quasi) al loro posto; sulle speranze (e sulle illusioni) del centrosinistra, allora alle origini; sulle contraddizioni del movimento sindacale. Un’occasione insomma per verificare attraverso fatti, testimonianze e documenti come eravamo e come siamo.”

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5 thoughts on “La Divisione elettronica dell’Olivetti

  1. un’altra torbida storia che affonda le sue radici negli anni Settanta:

    ROMA, 5 NOV – Da Cossiga a Andreotti, passando per Maletti e Musumeci: sono tanti i nomi citati dall’ex militare della Gdf Giovanni Ladu, alias Puddu, ora indagato per calunnia in relazione al caso Moro. Agli atti dell’inchiesta del Ros e’ finito un fitto scambio di mail con l’ex giudice Ferdinando Imposimato, il quale ha travasato parte delle informazioni nel suo libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”. E’ stato poi lo stesso Imposimato a consegnare agli inquirenti le 84 mail ricevute da ‘Puddu’.
    Nelle mail, il sedicente Puddu fa riferimento ad una asserita volonta’ di non intervenire per la liberazione di Moro. Non dice in concreto da parte di chi, ma chiama in causa – a volte ripetutamente – personaggi come Cossiga, Andreotti, Donat-Cattin, Zaccagnini, Musumeci, Maletti, Santovito, solo per citarne alcuni. Nelle mail lo stesso Ladu/Puddu parla anche della struttura segreta Gladio, di cui dice di far parte, aggiungendo di aver saputo da fonti certe che un ingente quantitativo di esplosivo proveniente da un deposito dismesso dell’organizzazione era stato utilizzato per gli attentati del ’92 a Falcone e Borsellino, mentre altra parte dell’esplosivo era stata mandata “a Gaza e in Cecenia” ed era servita anche “sulla vicenda di Abu Omar”. Rivelazioni anche su Ustica: il Dc9 sarebbe stato abbattuto da un “missile francese”, secondo notizie apprese “dal Mossad”.
    (ANSA)

    Roma, 5 nov. – La procura di Roma ha iscritto sul registro degli indagati per l’ipotesi di calunnia l’ex brigadiere della Gdf Giovanni Ladu, che avrebbe accusato i vertici istituzionali dell’epoca, pur sapendoli innocenti, di non aver voluto liberare Aldo Moro nonostante i servizi segreti conoscessero da tempo l’esistenza del covo Br di via Montalcini. I carabinieri del Ros, su ordine del pm Luca Palamara, hanno disposto una perquisizione nell’abitazione di Ladu che, spacciandosi per Oscar Puddu, avrebbe fornito elementi e notizie poi utilizzate dall’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato per scrivere il libro “Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro”, uscito poco tempo fa.
    Esaminando la pen-drive contenente lo scambio di mail e di corrispondenze tra Imposimato e il sedicente Oscar Puddu, il pm Palamara e’ risalito all’identita’ di Giovanni Ladu che nei prossimi giorni sara’ interrogato perche’ chiarisca il senso delle sue dichiarazioni legate al sequestro dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. Ladu aveva raccontato di aver fatto parte nel ’78 di un contingente speciale impiegato in via Montalcini in servizi di controllo e di vigilanza dello stabile. In quella occasione avrebbe saputo che esponenti dei servizi segreti stavano intercettando le conversazioni che Aldo Moro aveva con i suoi carcerieri. Lo Stato, a suo dire, sapeva dove fosse tenuto ostaggio l’ex statista della Dc ma non fece niente per impedire che venisse poi assassinato.
    (AGI)

  2. a proposito di “classe dirigente”, oggi esattamente come ieri:

    “Piergiorgio Peluso è figlio di mammà. La genitrice è Annamaria Cancellieri, l’amica di famiglia dei Ligresti e attualmente ministro della Giustizia che non si vuole scollare dalla poltrona per motivi, lei dice, di umanità. Il vero scandalo però non è la mamma, ma il pargolo, anche se non è accusato di nulla e nessuno gli ha chiesto le dimissioni. Peluso infatti è la perfetta manifestazione di quel familismo trasversale, di amicizie incrociate, di favori dati e ricevuti che in Italia crea la cosidetta “classe dirigente”, i figli di mammà. I predestinati a cariche di amministratori delegati, direttori finanziari, direttori generali. La mamma è sempre la mamma e loro sono pezzi ‘e core e del Sistema. Peluso, classe 1968, ha avuto diverse cariche nel Gruppo Unicredit. Carriera brillante: responsabile Investment Banking in Italia, amministratore delegato Corporate, responsabile per l’Italia della Divisione Corporate & Investment Banking. In Unicredit fa sottoscrivere un aumento di capitale della Fonsai. Un investimento di 170 milioni di euro per titoli che oggi valgono 20 milioni. Lungimirante. Nel 2011 diventa direttore generale di Fondiaria – SAI. Ci resta per 14 mesi con uno stipendio annuo di 1,2 milioni di euro, il bilancio del 2011 di Fondiaria – Sai è di un miliardo di perdita. Peluso esce dalla società, sostanzialmente fallita, con una buonuscita di 3,6 milioni di euro. Nessuno fa un fiato. Quanto guadagna un ricercatore, un chirurgo, un insegnante in un anno? Che meriti ha Peluso, uno dei diecimila figli di mammà di questo Paese per ottenere una favolosa liquidazione? A fronte di che? Peluso lascia Fondiaria – Sai in macerie, ma non ha alcun problema nella ricerca di un altro posto di lavoro. E’ accolto subito in Telecom Italia con il prestigioso incarico di direttore finanziario. In un’intercettazione Giulia Ligresti commenta: ”Sto Peluso è il figlio del ministro Cancellieri… Siccome lui è talmente protetto, figurati cosa gli daranno in Telecom”. Quanti sono i Peluso d’Italia? I figli di mammà? E’ un mondo di liane e trapezi dove i rampolli di Stato sfarfallano e volano sopra le teste dei cittadini, di coloro che non nascono da lombi di Stato. Si librano da una società all’altra grazie ai loro meriti, alle loro relazioni, a mammà.
    “Mamma Annamaria, solo per te la mia canzone vola,
    mamma, sarai con me, tu non sarai più sola!””

    http://www.beppegrillo.it/2013/11/i_figli_di_mamma.html

  3. Pingback: Imposimato, giudice bendato - Signoraggio.it

  4. Pingback: Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana - Stato & Potenza

  5. Pingback: Mario Tchou e Adriano Olivetti: l’informatica italiana che non fu mai

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