La Difesa in crisi di identità

10177532_862656523762149_3331050011974390149_nSul risultato non ci sarà poi molto da discutere. Che l’ambiente alla fine risulti pulito, che i migranti trovino interpreti al loro approdo e si sentano bene accolti in terra straniera, che la Difesa finisca per corrispondere maggiormente ai desideri della popolazione, piuttosto che a un fine superiore basato su una visione strategica, insomma, tutto questo alla fine ci farà sentire felici cittadini di un paese democratico.
Tuttavia qualche pulcetta viene da farla. Soprattutto quando la perplessità di fronte a certe scelte davvero non si può nascondere.
È il caso dell’ennesimo esempio di utilizzo dell’Esercito per fare le pulizie, della individuazione di mediatori culturali militari da mettere sulle spiagge di Lampedusa, dell’invito a esprimere il proprio parere online in merito alle direttive che la Difesa dovrà intraprendere, e che pubblicherà poi sul suo Libro Bianco.
Giusto per fare riferimento agli ultimi casi di cronaca, intendiamoci. E non si tratta di interventi di pubblica calamità, tutt’al più di una certa pubblica e limitata utilità, se proprio vogliamo essere speculativi.
Il risultato dell’impegno dei militari della brigata Pinerolo nel Parco nazionale dell’Alta Murgia è certo esemplare. Non si discute. Ma stupisce il ricorso al personale dell’Esercito per svolgere lavori di pulizia che forse, visto che si tratta di un parco nazionale, avrebbero potuto coinvolgere altri attori, dalle guardie ecologiche alla Forestale, dai gruppi di volontariato dei paesi limitrofi alla Protezione Civile locale, con il contributo dei vigili urbani e dei corsi di educazione civica che le associazioni locali avrebbero potuto proporre nell’ottica che prevenire è meglio che curare.
Si è ormai consolidata questa tendenza a utilizzare il personale della Difesa per operazioni come Strade Pulite o pattugliamenti nella Terra dei Fuochi, dove il ritrovamento di un cimitero di auto rubate porta il lettore comune a elogiare l’abilità e la perspicacia dei militari.
È riduttivo. Credo che alla fine risulti anche controproducente.
Se si cerca di vendere questa immagine del militare mastro lindo, non nel senso muscolare del noto personaggio calvo della pubblicità, ma nel più banale senso di colf, alla fine oltre a snaturare il senso delle Forze Armate si finirà anche per indebolire la stessa motivazione che in qualche militare ancora esiste.
Saranno contenti i cittadini, ma è davvero questo il consenso che si vuole creare? Non sarebbe più semplice incentivare corpi di polizia, volontari, gruppi e associazioni preposte già a questi incarichi? Tutto sommato costerebbe molto meno e legittimerebbe l’immagine dei più logici e spesso sconosciuti enti responsabili.
Ma questa è l’Italia che presentiamo a chi approda stremato sulle nostre coste più meridionali. Anzi, a chi viene recuperato a 250 miglia nautiche dalle coste meridionali italiane, ovvero a circa 70 da quelle libiche. D’accordo, è stata fatta una scelta. Mare Nostrum è una operazione nata da un’idea della Marina Militare e dell’allora ministro della Difesa Mario Mauro, era l’ottobre 2013 quando prese il via l’onerosa operazione di recupero e soccorso di migranti al limite delle acque territoriali nordafricane.
Una scelta che ha finito per coinvolgere anche Forze Armate che non avevano neppure in animo di questo progetto della Marina. Un’operazione che poi sta andando avanti con i soldi degli italiani senza l’intervento dell’Europa, che – interpellata a cose fatte – ha risposto di essersi già lavata la coscienza sociale istituendo a suo tempo l’operazione Frontex.
La Difesa, allora, nella sua crisi di identità, con un Presidente della Camera che da bordo di una nave anfibia della Marina sorride all’imponente flusso migratorio verso l’Italia, arricchisce la presenza militare sull’isola di Lampedusa di una manciata di mediatori culturali dell’Esercito: interpreti che accolgono i migranti nella loro lingua madre.
Da un punto di vista umano queste scelte sono perfette. Accontentano anche il più altruista dei francescani, il più generoso dei san martini, il più umanitario dei gini strada. E il risultato in campo opinione pubblica è eccezionale fino a quando il nonno non viene a batter cassa perché vuole un contributo giornaliero pari a quello di un immigrato del CIE, di gran lunga superiore alla pensione minima dei nostri vecchietti.
Domanda: è ancora questa l’immagine che la Difesa vuole dare?
Ni. Ni perché a quanto pare i relatori del Libro Bianco della Difesa per quest’anno dovranno fare i conti con i pareri dei cittadini. Il ministro Pinotti invita infatti a un contributo online tutta la popolazione: “scrivete per aiutarci a costruire il futuro delle Forze Armate”.
Online, come se fosse un sondaggio di Grillo ai suoi grillini. Mh, non era certo questo che si intendeva quando si caldeggiava un maggiore utilizzo del web e dei social da parte della Difesa.
La Difesa deve trovare un’identità. Come se dovesse rifarsi il trucco dopo i pasticci del fa e disfa degli ultimi anni. Come se l’uniforme si fosse sgualcita a furia di attaccarci patacche che non le appartengono ma fanno tendenza: il nastrino di Strade Pulite, tanto per dire.
Una propensione che si può leggere anche nel piccolo, una incertezza del proprio ruolo che diventa davvero una tuta da combattimento sbottonata al baretto delle Grazie, nello spezzino, dove meno di un anno fa un comsubin scafato si faceva bello con la barista locale anticipando “il casino di una imminente esercitazione”. Senza immaginare che tra gli avventori coinvolti nel pavoneggiamento potessero esserci anche giornalisti e militari. In divisa da turista, d’accordo, ma pur sempre giornalisti e militari.
Sarà anche troppo facile sparare sugli incursori adesso che sono al centro della cronaca per il trasferimento forzoso di alcuni di loro dopo il gavettone del 1° giugno scorso al Capo di stato maggiore della Marina, come ci ha riferito Il secolo XIX. Ma è evidente che il momento dell’analisi è arrivato: nosci te ispum, Difesa, cerca la strada dentro di te e risolvi degnamente la questione dei due marò. Questo è infatti lo snodo essenziale per poter poi procedere in una vera e propria ristrutturazione.
Paola Casoli

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