Giornalisti sotto attacco, gli ipocriti media dell’Occidente restano in silenzio

Eric Draitser per rt.com

La morte sospetta della giornalista nata negli Stati Uniti Serena Shim, e il silenzio assordante sulla storia negli Stati Uniti, è solo l’ultimo plateale esempio di doppio standard utilizzato dai media occidentali.
Shim, una 29enne giornalista americana di origine libanese, si stava occupando della guerra in essere in Siria, in particolare della battaglia in corso tra militanti ISIS e le forze curde nei pressi della città siriana di Kobani, dal confine turco-siriano. Shim stava viaggiando in un’auto a noleggio di ritorno al suo hotel dopo aver riferito dalla città turca di Suruc, vicino al confine con la Siria, quando l’auto sarebbe stata colpita da un veicolo pesante, uccidendo Shim.
Mentre le autorità turche hanno subito sostenuto che la sua morte è stata un incidente, molti in tutto il mondo, tra cui dirigenti e collaboratori anziani di Press TV – l’agenzia di stampa iraniana per la quale Shim stava lavorando – hanno espresso dubbi sulle circostanze della sua morte, descrivendole come “sospette”. Tali sospetti sono chiaramente fondati sul fatto che il presunto incidente è avvenuto solo un giorno dopo che Shim aveva espresso timori per la propria sicurezza, dopo aver ricevuto minacce di morte dai servizi segreti turchi (MIT). In una intervista con Press TV subito dopo essere stata accusata di essere una spia e aver ricevuto le minacce, Shim aveva dichiarato:
“Sono molto sorpresa da questa accusa – ho anche pensato di parlare con l’intelligence turca perché non ho nulla da nascondere … io sono un po’ preoccupata, perché … la Turchia è stata etichettata da Reporters sans frontières come la più grande prigione per giornalisti … così ho paura di quello che potrebbero usare contro di me … Siamo stati tra i primi sul terreno -se non i primi- a ottenere quella storia di … militanti che entrano al confine turco … Ho immagini di loro in camion della World Food Organization. Era molto evidente che si trattava di militanti per le loro barbe, per gli abiti che indossavano, e stavano andando in là con i camion della ong”.
Questa intervista rivelatrice evidenzia il fatto che Shim, a differenza di molti giornalisti occidentali che si occupano del conflitto siriano, è stata effettivamente coinvolta in una seria indagine, che include la documentazione della collusione tra intelligence turca e militanti estremisti per far filtrare combattenti e armi in Siria. Anche se questo aspetto del conflitto siriano è stato documentato da Reuters, New York Times, e altri, Shim era sul terreno a riferire la storia, ottenendo prove documentali tra cui foto e il video dei militanti nei camion della ong, una palese violazione del diritto internazionale. E’ proprio questa la prova schiacciante del coinvolgimento della Turchia nella guerra siriana che probabilmente ha scatenato le minacce di morte contro di lei e, molto probabilmente, ha portato al suo possibile assassinio.
La tragica morte di Shim ha suscitato indignazione, per non parlare del tremendo dolore, da parte della sua famiglia e colleghi che hanno chiesto un’indagine approfondita e imparziale sulle circostanze della sua morte. Le condoglianze e le espressioni di dolore da tutto il mondo sono venuti a inondare sia Press TV che la famiglia di Shim. Tuttavia, molto ben visibile, vi è stato un blackout quasi totale dei media in Occidente, soprattutto negli Stati Uniti, il Paese di cui Shim era una cittadina.

Quando le morti dei giornalisti sono degne di menzione?
A seguito della morte di Shim e della vergognosa mancanza di copertura che ha ricevuto in Occidente, interrogativi inquietanti emergono circa l’atteggiamento dei media occidentali verso le aggressioni, rapimenti e omicidi e/o morti sospette di giornalisti. In particolare, i principali mezzi di comunicazione e i loro rispettivi governi e proprietari aziendali devono spiegare perché le morti di alcuni giornalisti sono notizie internazionali che scatenano indignazione globale e che servono come pretesto per un coinvolgimento militare, mentre altre sono facilmente spazzate sotto il tappeto, ricevendo nel migliore dei casi una menzione di passaggio .
10450530_10152523470801678_986835566447526021_nLa protesta internazionale circa il sequestro e la decapitazione di James Foley ha dominato i titoli dei giornali per settimane, ed è stata la giustificazione immediata per gli attacchi aerei USA contro ISIS in Siria. A parte gli enfatici omaggi a Foley da quasi tutte le organizzazioni mediatiche principali, e una pagina alla memoria dedicata a lui e ai suoi ammiratori su iniziativa di Reporters sans frontières, anche il presidente Obama ha parlato di Foley, descrivendolo come “un uomo che ha vissuto la sua opera, che coraggiosamente ha raccontato le storie di altri esseri umani, che è stato apprezzato e amato da amici e parenti … faremo tutto il possibile per proteggere la nostra gente e i valori immortali per cui ci battiamo.” Un tale elogio proveniente dalla stesso Presidente dimostra il significato politico e sociale della morte di Foley per gli Stati Uniti.
Eppure, Serena Shim che, come Foley, era una cittadina statunitense non riceve tale copertura. Non ci sono tributi enfatici da organi di informazione, la maggior parte dei quali non ha nemmeno preso la briga di riferire sulla sua morte sospetta. Ci sono alcune storie che citano anche l’incidente e, le poche che ci sono, faticosamente tentano di inquadrare l’accaduto come un incidente, convalidando le affermazioni dei funzionari turchi, nonostante non vi sia stata alcuna indagine, e le più-che-casuali minacce di morte che lei aveva ricevuto poche ore prima. Non c’è stato alcun comunicato pubblico ancora di Reporters sans frontières o di qualsiasi altra organizzazione incaricata di proteggere e promuovere la libertà di stampa e la tutela universale dei giornalisti. Perché? Qual è la differenza tra Serena Shim e James Foley che spiega la disparità evidente nella copertura mediatica e indignazione pubblica?

Conta quello che dici e per chi lavori
La morte di Serena Shim illustra chiaramente il doppio standard applicato dai media e politici occidentali; la morte di Foley è stata una tragedia nazionale, la morte di Shim al meglio una semplice nota di fondo pagina. Il fatto inevitabile è che questa disparità è dovuta non a chi fossero, ma per chi hanno lavorato. Foley è stato un volenteroso partecipante alla guerra USA-NATO in Libia, “arruolando” se stesso con i cosiddetti “ribelli” che, grazie ad una massiccia campagna di bombardamenti della NATO che di fatto distrusse le capacità militari libiche, hanno partecipato al rovesciamento di Muammar Gheddafi e del governo della Jamahiriya araba libica.
Foley ha presentato un quadro di eroismo e sacrificio da parte dei ribelli, molti dei quali avevano collegamenti diretti con al-Qaeda e le reti terroristiche globali che si estendono dall’Afghanistan all’Arabia Saudita, ritraendoli come veri patrioti che liberavano il loro Paese da un brutale dittatore. In effetti, Foley è stato uno dei principali propagandisti per l’operazione della NATO in Libia, scattando fotografie che divennero fondamentali per l’immagine che Washington e la NATO volevano rappresentare.
In netto contrasto, Shim stava lavorando per l’iraniana Press TV, un’agenzia di stampa finanziata dal governo iraniano che fornisce una contro-narrativa a quella presentata nei media occidentali. Il reportage di Press TV ha criticato l’operazione internazionale contro la Siria, presentando innumerevoli relazioni, dibattiti e analisi del ruolo della Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Washington, Tel Aviv, e altri nel fomentare la guerra fino ad ora.
Press TV è stata profondamente critica della politica degli Stati Uniti nei confronti di Siria e Irak, e ha presentato numerose relazioni che mettono in discussione il ruolo degli attori internazionali in tali conflitti. La stessa Shim è stata uccisa poche ore dopo aver riferito la notizia degli estremisti militanti che attraversavano il confine con la Siria, con l’assistenza dell’intelligence turca, utilizzando camion del Programma Alimentare Mondiale. Questa storia bomba dava sostanza agli innumerevoli altri rapporti risalenti al 2012 circa il coinvolgimento dell’intelligence turca proprio in questo tipo di operazione.
Così, è chiaro che la risposta dei media e del governo alla morte di giornalisti è direttamente correlata al tipo di giornalismo fatta da questi. Se sei un giornalista che lavora per un mezzo di informazione occidentale, e sostanzi e diffondi la narrativa occidentale, allora sei un eroe e la tua morte è una tragedia nazionale che suscita una risposta rapida. Se, invece, sei un giornalista che lavora per una testata giornalistica non-occidentale, critica dell’Occidente e delle sue politiche e azioni, allora la tua morte non è semplicemente interessante e verrà presto dimenticata. Tali doppi stanard, ipocrisia e lampante immoralità caratterizzano gli atteggiamenti occidentali verso i giornalisti e il ruolo dei media.

Purtroppo, non è la prima né l’ultima volta
Forse l’aspetto più sconvolgente di questa storia è il fatto che la morte di Shim è solo l’ultima di una lunga serie di decessi di giornalisti in questi ultimi mesi e anni che sono stati quasi del tutto ignorati dai media occidentali. Dall’Ucraina alla Siria e Gaza, i giornalisti sono stati uccisi in numero allarmante, mentre le loro storie vengono censurate in Occidente.
In Ucraina orientale, un certo numero di giornalisti russi sono stati aggrediti, rapiti, torturati e/o uccisi dalle forze militari e paramilitari del regime appoggiato dagli Stati Uniti. Nel mese di giugno 2014, Igor Kornelyuk e Anton Voloshin, entrambe alle dipendenze del canale televisivo russo Rossiya, sono stati uccisi nei pressi di Lugansk. Nonostante le ripetute smentite da parte del regime di Kiev per quanto riguarda i deliberati attacchi contro i giornalisti, testimonianze oculari sul luogo sostengono che i giornalisti russi sono stati specificamente presi di mira dalle forze ucraine. Viktor Denisov, il membro superstite del gruppo, ha spiegato, “Al cento per cento non è stato un colpo accidentale, era un’azione mirata da parte della Guardia Nazionale.” Nonostante questa testimonianza oculare, in aggiunta al scioccante filmato che Denisov aveva realizzato sull’attacco, non c’era quasi nessuna copertura dell’incidente sulla stampa internazionale.
rapid trident 2014Sempre nel mese di giugno 2014, Anatoly Klyan , un videoperatore della tv russa Channel One, è stato ucciso dalle forze fedeli al regime sostenuto dagli Stati Uniti a Kiev. Colpito nello stomaco mentre era a bordo di un autobus pieno di madri di soldati di leva dell’esercito che fu bombardato dalle forze militari di Kiev, Klyan è morto prima di arrivare in un ospedale. Mentre ci sono stati racconti iniziali riguardanti l’incidente nei media occidentali (per lo più da organi di informazione britannici), non vi era alcuna protesta internazionale per proteggere i giornalisti in Ucraina, nessun controllo accresciuto dei crimini dei militari di Kiev e delle forze paramilitari, nessuna pressione esercitata sul presidente Poroshenko dai suoi sostenitori occidentali. Si potrebbe maliziosamente pensare che l’incidente è stato tranquillamente spazzato sotto il tappeto nella speranza che sarebbe stato dimenticato.
Nel mese di agosto 2014, il fotoreporter Andrey Stenin di Rossiya Segodnya (ex RIA Novosti)  è stato ucciso quando l’auto sulla quale stava viaggiando è stata attaccata dalle forze ucraine, insieme a una serie di altre vetture che trasportavano i civili fuori dalla zona del conflitto. Stenin venne ritenuto disperso per più di un mese fino a quando fu finalmente confermato che era stato ucciso. Durante il periodo in cui si credeva fosse stato rapito, ci furono alcune espressioni di sostegno e richieste per il suo rilascio, in particolare dal Committee to Protect Journalists , che ha documentato una serie di reati commessi nei confronti di giornalisti, in particolare giornalisti russi, da parte delle autorità ucraine. Tuttavia, al di là della comunità professionale, c’era decisamente poco clamore, soprattutto in Occidente, dove la notizia della sua scomparsa e della morte è passata quasi sotto silenzio.
Le morti di questi e di altri giornalisti russi in Ucraina non sono, purtroppo, gli unici attacchi ai giornalisti non occidentali. L’iraniana Press TV, che ora è in lutto per la perdita di Serena Shim, è fin troppo familiare con questa storia. Nel mese di settembre 2012, la corrispondente di Press TV a Damasco Maya Nasser è stata uccisa da un cecchino mentre riferiva in diretta circa l’attacco alla sede dello Stato Maggiore dell’Esercito siriano. Il fatto che sia stata uccisa da un cecchino, una evidente deliberata operazione contro un giornalista, avrebbe dovuto rappresentare una causa celebre per le organizzazioni dei media in tutto il mondo. Eppure, sono rimasti per lo più in silenzio, perché Nasser non faceva parte dei media occidentali, e stava invece riportando fatti scomodi che mettevano in dubbio la narrativa occidentale sui “ribelli moderati” in lotta contro “il brutale dittatore Assad.” La lezione ovvia è che i giornalisti sono obiettivi legittimi se il loro reportage è in contrasto con l’agenda di Washington e dei suoi alleati.
Infine vi è il tragico caso di Gaza, un vero e proprio campo di sterminio per giornalisti, dove almeno otto giornalisti sono stati uccisi dalle forze israeliane durante la guerra di Gaza nell’estate del 2014. Mentre la Federazione Internazionale dei Giornalisti ha presentato la sua protesta formale alle Nazioni Unite contro la messa nel mirino dei suoi colleghi, e altre organizzazioni come Al Haq hanno condotto indagini approfondite degli incidenti, il problema è stato quasi del tutto ignorato dai media occidentali, in particolare i media statunitensi che piuttosto prevedibilmente hanno fornito un ritratto unilaterale degli eventi sul terreno a Gaza. Mentre gran parte dei media americani hanno riportato acriticamente, al comodo e al sicuro, da Gerusalemme, Tel Aviv, Amman, e a altre città, i giornalisti palestinesi stavano perdendo la loro vita per raccontare  l’orrore dal vero a Gaza. Il silenzio dei media occidentali era assordante.
E’ fondamentale ribadire il fatto che i media occidentali, che sono sempre così desiderosi di sbandierare il proprio impegno per la libertà di stampa, tra molti altri, restano vistosamente in silenzio sulla morte di colleghi cui capita di lavorare per fonti non occidentali. Sembrerebbe che l’indignazione sia più in funzione di un’ideologia che di reale sostegno per i colleghi giornalisti. In questo modo, i media occidentali si rendono complici dei crimini. Venendo meno alla responsabilità di riferire oggettivamente i fatti, per non parlare della solidarietà da rendere ai colleghi caduti in tutto il mondo, i media occidentali si mostrano quale un’appendice del sistema imperialista USA/NATO.

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