Gli sceriffi della domenica

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Le riflessioni di un Italiano che vive negli Stati Uniti

Quando mi trovo al volante della mia Toyota Camry non riesco a staccare gli occhi dal cruscotto, in particolare da quelle lucette o spie che quando si accendono avvertono che qualcosa non va nell’impianto elettrico della vettura. Non solo, ma non fidandomi troppo di queste spie mi capita spesso di fare il giro della vettura, chiedendo al passeggero di turno di premere il pedale del freno, azionare gli indicatori di direzione e così via, al fine di rassicurarmi che tutto sia in ordine.
A qualcuno sorgerà il sospetto che io sia afflitto da paranoia. E invece no. Secondo le statistiche, infatti, risulta che il cattivo funzionamento delle luci posteriori delle auto sia la ragione principale per cui la polizia americana ferma un automobilista. In effetti, la polizia non ha la facoltà d’intimare a un automobilista di arrestarsi a meno che non ci sia un motivo per farlo, come appunto un problema con le luci di posizione. Strano a dirsi, ma questa è la maniera con cui la polizia riesce a catturare molte persone ricercate. Anche se una lampadina fulminata, in genere, non da adito all’elevazione di una multa, non è mai piacevole essere fermati dalla polizia. Il fatto è che le forze dell’ordine americane sono tristemente note per le loro maniere non troppo ortodosse e per l’eccessivo, e talvolta ingiustificato, uso delle armi da fuoco. Due recenti episodi, verificatisi rispettivamente in South Carolina e Oklahoma, nei quali sono rimasti vittime due neri, hanno contribuito a metter ancor più in evidenza il problema. Nel primo caso, Walter Scott era stato fermato a un semaforo da un agente della polizia di North Charleston a causa del mancato funzionamento di una delle luci posteriori di stop. Come di consueto, dopo aver chiesto i documenti all’automobilista, l’agente, un certo Michael Slager, era tornato alla sua auto per controllare il nominativo sul computer di bordo. Improvvisamente lo Scott aveva aperto la portiera della sua vettura ed era fuggito. Lo Slager non ci aveva pensato due volte. Aveva estratto la pistola e aveva esploso ben otto colpi in direzione del fuggitivo, l’ultimo dei quali lo doveva uccidere. Ai suoi superiori doveva poi dichiarare di essere stato assalito dallo Scott e di aver dovuto difendere la propria vita.
E’ da notare che l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine è regolato da una decisione del 1985 della Corte Suprema, nella quale si stabilisce che quando un agente insegue un sospetto non può usare armi da fuoco per fermarlo, a meno che che lo stesso non rappresenti un pericolo per l’agente e per gli altri. Per sfortuna dell’agente, al momento della sparatoria un passante aveva ripreso l’intera scena con il suo telefono cellulare. Dopo due giorni di riflessione, l’uomo, anche lui nero, si era deciso a rendere pubblico il film, dove chiaramente appariva che lo Scott, oltre a essere disarmato, non aveva minacciato per niente l’agente. Riguardo alle ragioni per cui il malcapitato Scott si era dato alla fuga, si presume che abbia temuto di essere arrestato per il mancato pagamento degli assegni di mantenimento alla sua ex moglie. Ma era questo un motivo per ucciderlo? Ora lo Slager è in prigione sotto l’accusa di omicidio.
Il caso verificatosi in Tulsa, Oklahoma, è ancor più preoccupante. Anche qui la polizia aveva fermato un automobilista per il malfunzionamento delle luci posteriori della vettura. Soltanto che in quell’occasione Eric Harris, un altro nero, non era sembrato gradire troppo l’intervento delle forze dell’ordine e aveva reagito. Ne era scaturita una colluttazione, durante la quale improvvisamente si era udito uno sparo e l’Harris era caduto al suolo colpito a morte. Era successo che uno degli agenti, un certo Robert Bates aveva estratto la sua pistola, scambiandola per il suo taser, e aveva fatto fuoco. Il taser, per chi non lo sapesse, è un dispositivo che spara due elettrodi collegati con due fili con l’unità principale, che produce una scarica elettrica capace di immobilizzare il soggetto, senza dover far ricorso alle armi da fuoco.
A rendere ancor più confusa la situazione era apparso che il Bates fosse un funzionario delle assicurazioni che, a 73 anni suonati, si divertiva ancora a giocare a guardie e ladri. Ma non era il solo. Da una rapida indagine era saltato fuori che a tanti altri ricchi cittadini di Tulsa veniva permesso di prestare servizio come regolari agenti nel loro tempo libero, in cambio di generose donazioni al locale dipartimento di polizia. Stando alle regole, questi volontari dovevano seguire un lungo periodo di addestramento prima di poter indossare la divisa e usare le armi. Nel caso di Bates, tuttavia, non esisteva alcun documento che attestasse che egli avesse preso parte ad alcun corso di addestramento. Appariva però che fosse un intimo amico dello sceriffo di Tulsa e che avesse partecipato attivamente alla campagna per la sua rielezione. Perché negli Stati Uniti – un’altra strana caratteristica di questo Paese – anche i capi della polizia vengono eletti dai cittadini. Incolpato di omicidio colposo, il Bates è stato rilasciato dietro una cauzione di 25mila dollari in attesa di un processo di cui, data la sua posizione sociale, si può già prevedere il verdetto.
A ragion di logica questi episodi non dovrebbero impensierirmi troppo. Non sono nero, non ho alcun conto in sospeso con la legge, rispetto le regole stradali e controllo sistematicamente il funzionamento delle luci della mia Toyota. Ma non è così. Tutte le volte che mi capita di imbattermi nella polizia, infatti, vengo pervaso da un senso di nervosismo che difficilmente riesco a spiegarmi.
Gian Carlo Treggi

(Fonte: Gazzetta di Parma del 6/5/2015, p. 46)

3 thoughts on “Gli sceriffi della domenica

  1. Nemmeno io andrei a vivere negli USA,manco se mi pagano,speriamo l’Europa non segua la stessa strada ma purtroppo i segnali non sono incoraggianti in tal senso.
    Paradossalmente meglio la Russia,chiedete a chi ci vive….

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