La criminalizzazione della democrazia in uno Stato vassallo saudita

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Catherine Shakdam per rt.com

Il 16 giugno, lo sceicco Ali Salman, un esponente di primo piano dell’opposizione alla monarchia del Bahrein dominata dai Sauditi, è stato condannato a quattro anni di carcere. La sua condanna rischia di trasformare la rivoluzione “silenziosa” del Bahrein in un’ondata torrentizia, rimodellando la regione per sempre.
Fidel Castro ha detto una volta, “Una rivoluzione è una lotta all’ultimo sangue tra il futuro e il passato.” Queste parole non potevano suonare più vere in Bahrein, dove dal 2011 un intero popolo sta lottando contro il bisecolare dominio della monarchia degli Al Khalifa, deciso a reclamare ciò che percepisce come i suoi più elementari diritti, inalienabili e caratteristici – l’autodeterminazione politica.
Messi nel tritacarne mediatico dalle potenze occidentali per il bene della correttezza politica e degli interessi geopolitici, gli eventi in Bahrein sono raramente stati tra i titoli dei media mainstream. Questo ha permesso al regime di reprimere l’opposizione a suo piacimento. Ha tenuto ferma la convinzione che le sue azioni, per quanto riprovevoli ed illegali, sarebbero rimaste velate, protetto il suo sistema e la sua eredità conservata.
E mentre è apparso, per un momento almeno, che il “piccolo uomo” non avesse speranza davanti alla forza dei poteri che siano, l’arresto e la successiva condanna di un uomo, lo sceicco Ali Salman, il capo della Società Islamica Nazionale Al Wefaq, potrebbe presto rivelarsi una offesa di troppo.
Un aperto critico della monarchia del Bahrein, Salman è arrivato a rappresentare più che le semplici ambizioni democratiche dei Bahreiniti; questa carismatica e determinata figura religiosa e politica è giunta ad incarnare lo spirito genuino della rivoluzione.
Se i Bahreiniti avessero mai avuto bisogno di un catalizzatore per portarli oltre quella ultima barriera di paura e fondere insieme tutti i segmenti della popolazione – al di là di classe, affiliazioni religiose e affinità politiche – in una gigantesca ondata rivoluzionaria, la condanna di Salman a quattro anni di carcere per la sua campagna contro il regime potrebbe essere tale.
Come spesso sotto il dominio tirannico, i despoti sono troppo accecati dalle loro ambizioni rapaci e dalla paranoia per rendersi conto che è proprio la loro violenza che sta alimentando la fiamma del dissenso e che in ultima analisi li porterà alla rovina. Per ogni impero e ogni sistema dominante guasto ci sarà sempre quel punto di svolta dove il “futuro” verrà ad annientare il “passato” e la manifesta volontà popolare a prevalere su quella dell’élite. Per il Bahrein, l’ora è già suonata.
Poche ore dopo la condanna di Salman, l’Al Wefaq così come importanti organizzazioni per i diritti si sono mobilitati per la condanna, denunciando la decisione del Bahrein come un abominio della giustizia.
In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web, è scritto, “la Società Islamica Nazionale Al Wefaq ritiene che la sentenza contro lo sceicco Ali Salman sia nulla e priva di basi legali e giuridiche come definite dal pannello per la difesa di Salman che si compone di un gruppo di noti avvocati.”
Amnesty International ha etichettato la mossa degli Al Khalifa come “scioccante”.
“La detenzione e la persecuzione dello sceicco Salman violano l’obbligo del Bahrein di rispettare il diritto alla libertà di espressione di cui all’articolo 19 del Trattato internazionale sui diritti civili e politici, del quale il Bahrein è uno Stato membro,” il gruppo per i diritti ha scritto.
È interessante notare che Salman, il quale permane in carcere dal suo arresto lo scorso dicembre, è stato assolto delle accuse per cui era stato arrestato: incitamento contro il sistema dominante. In un chiaro tentativo di coprire le loro basi giuridiche e perpetuare l’illusione di un sistema equo e imparziale, le autorità giudiziarie del Bahrein hanno scelto invece di mutare le loro accuse contro Salman in “collusione con governi stranieri e istigazione di disordini”.
Maryam Moosa Ali, un’attivista per i diritti residente a Manama, ha avvertito che la detenzione di Salman spingerà le tendenze rivoluzionarie ancora oltre e fortificherà la volontà della gioventù di abbattere la monarchia. “Mentre rimaniamo ancorati ai nostri principi di non-violenza, la sentenza del regime contro la nostra figura rivoluzionaria principale ha sigillato il destino della monarchia. Non c’è più spazio per il dibattito. Se prima i Bahreiniti erano disposti a negoziati e compromessi, ora non è più il caso”, ha detto.
Con la rabbia crescente nel regno dell’isola, si già stanno organizzando manifestazioni di massa.
“I Bahreiniti non tollereranno ulteriori restrizioni alla loro libertà di espressione e diritti umani”, ha detto Maryam Ali.
Ma al di là della rabbia di un popolo contro il suo despota, si trova un’altra dimensione di questa rivoluzione: i Bahreiniti non solo chiedono il cambiamento democratico, essi vogliono la fine della segregazione religiosa di Stato. La lotta del Bahrein non è puramente politica.
Mentre il ceto dirigente sunnita del Bahrein insiste nel negare ogni iniquità “settaria”, sostenendo che tutti i cittadini del Bahrein, indipendentemente dalla loro religione ed etnia, siano uguali davanti al trono, la realtà si pregia di essere differente.
Negli ultimi 200 anni, salva una tregua di pochi anni nei ’90 sotto l’ultimo emiro Hamad Al Khalifa, politiche discriminatorie contro la popolazione sciita del Bahrein sono state in gran parte i tratti distintivi della monarchia.
Con la scusa di ristabilire l’ordine, il re Hamad ha autorizzato e diretto la distruzione e il saccheggio di moschee sciite, scuole sciite, residenze sciite e imprese sciite. Dal momento che non è stato sufficiente a frenare la determinazione dei rivoluzionari, le autorità incominciarono allora a diluire la popolazione sciita sia “importando” cittadini stranieri sunniti in Bahrein che privando i Bahreiniti sciiti della loro cittadinanza.
Nel mese di settembre 2014, a Maryam Al Khawaja, un difensore per i diritti di primo piano e bahreinita sciita, fu comunicato al suo arrivo all’aeroporto di Manama che la cittadinanza le era stata revocata dal re. Mentre il suo caso ha riempito le pagine dei giornali, innumerevoli altri non sono stati così fortunati.
Mentre naturalmente tali pratiche sono profondamente illegali e moralmente perverse, esse servono come specchio della vera natura della collera degli Al Khalifa contro il proprio popolo.
Vassallo della ricca Arabia Saudita, la monarchia del Bahrein non è che un’estensione della volontà degli Al Saud nella penisola arabica, e come tale la sua campagna anti-sciita, anti-democrazia è stata se non l’espressione dell’eredità wahabita di Riyadh.
Ma mentre la monarchia del Bahrein continua a stringere la presa sulla sua gente, si farebbe bene a capire una semplice regola di fisica: ad ogni azione, corrisponde una reazione uguale e contraria.

Traduzione di F. Roberti

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