La nazionalità russa

“Fin da quando entrarono nella storia i Russi furono portati a guardare ed a calcolare in termini di grandi dimensioni – si sono dati, dalla Vistola al Kiahta, quel territorio gigantesco e compatto necessario al loro sguardo, che ama spaziare lontano, e lo percorrono con la gioia del nomade, con l’ardire dell’uomo di affari e con la sicurezza di chi sa che, in quanto membro della sua comunità, ha anche, su tutta la Russia, gli stessi diritti di ognuno dei suoi fratelli russi.
Lo stesso contrasto, la stessa combinazione di molteplici elementi, che si nota nello spirito di iniziativa del Russo, che tende verso i luoghi più lontani ed eccentrici pur mantenendo un contatto col centro, costituisce anche la sua natura, dolce e paziente, nella quale c’è però anche un fondo di orgoglio ed una forza senza limiti, che non conosce la parola “impossibile”.
Il Russo non conosce quella crudeltà raffinata ed elegante che è tipica dei signori feudali dell’Occidente e che aveva dimora nelle segrete dei castelli nobiliari – il Russo abbatte e distrugge, ma non tormenta, e, dopo la lotta, può facilmente trovare un accordo col suo nemico.
E non si lascia disturbare, nel lieto godimento del momento fuggevole, da preoccupazioni o da sofisticherie, non diventa inquieto per crucci e malinconie spirituali. A guidarlo nei suoi affari e nelle sue iniziative è un rapido colpo d’occhio; è elegante nella realizzazione; non lo interessa il lavoro in sé, vuol vederlo concluso il più rapidamente possibile, ma non indietreggia di fronte ai pericoli ed alle fatiche.
Non si sente legato alla sua opera; quando non riesce, egli non se ne domanda, angosciato, il perché, e passa ad un’altra, o integra i difetti e le deficienze con quella fiducia in sé stesso con cui sa cavarsi d’impaccio; ma è pronto a rimettere in giuoco tutto, ed anche sé stesso, quando si tratta del fine e della missione storica del suo popolo; e quando il padre della grande famiglia, lo zar, ha deciso e comanda, egli eseguisce, senza condizioni né riserve, e non gli viene in mente di mettere in causa o di paralizzare con i suoi personali ragionamenti quel corpo di prerogative per le quali è lo zar che decide, e che rappresentano un suo esclusivo privilegio. L’opera collettiva della sua nazione è l’unica alla quale si sente incrollabilmente attaccato, è l’unica sulla cui realizzazione egli non può nutrire dubbi.”

Da La Russia e il germanesimo (1853), di Bruno Bauer, in La sinistra hegeliana, a cura di Karl Löwith, Laterza, pp. 214-215.
Bruno Bauer nacque ad Eisenberg (Germania) nel 1809. Dopo gli studi universitari a Berlino, tenne a partire dal 1834 dei corsi presso la facoltà teologica di quella università. Le proteste contro i contenuti delle sue opere causarono, dapprima, un suo trasferimento all’ateneo di Bonn e, nel 1842, la sua destituzione da professore di teologia.
Tornato a Berlino, Bauer intraprese l’opera di pubblicista che -fra le difficoltà economiche e una serie di rovesci familiari- affiancò quella di saggista fino al momento della morte, avvenuta nel 1882.

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