Perché e quando votare, perché e quando astenersi

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La retorica di questa “democrazia” – accettata acriticamente dal comune senso politico – dice che quello del voto è il momento in cui ognuno di noi può decidere e, perfino, scegliere chi deve rappresentare le nostre idee e i nostri interessi nelle istituzioni. Il risultato di queste libere elezioni darà alla maggioranza il potere di decidere e di governare.
Questa “democrazia”, dunque, si compendia 1) nella libertà di scegliere, 2) nel principio che è la maggioranza a decidere.
La realtà è stata sempre molto diversa, e oggi questa diversità è assolutamente evidente.
In questo momento abbiamo di fronte due scadenze in cui siamo chiamati ad esprimere il nostro voto: tra qualche mese, a ottobre, per il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e sulla nuova legge-truffa elettorale e, a breve, tra qualche giorno, per le elezioni amministrative.
Si tratta, però, di due cose molto diverse tra loro.
Vediamole una per volta.
A ottobre si tratterà di dire NO all’ulteriore, più grave e definitivo cambiamento delle regole della politica e delle stesse istituzioni attraverso il completo ribaltamento della Costituzione con lo spostamento di ogni potere decisionale dalle assemblee legislative (teoricamente, cioè, dai “rappresentanti” dei cittadini) al governo. Altro NO dovremo esprimere al secondo referendum, funzionale al primo, che è la riedizione del famigerato “Porcellum”, già dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, e pudicamente ribattezzato “Italicum”: il sistema elettorale che impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti e abolisce il principio che è la maggioranza dei cittadini a governare. Questi due referendum, dunque, decidono definitivamente se in Italia deve restare una parvenza di democrazia.
A suo tempo sarà opportuno evidenziare dettagliatamente a chi è meno attento i rischi mortali di queste “riforme” svergognando ad una ad una le mistificazioni demagogiche e populiste che cercano di ingannare i cittadini sui loro contenuti e scopi, e chiamando tutti ad una opposizione – oggi ancora possibile – partecipando e votando NO. Le residue “regole del gioco”, che ancora non sono state cambiate, per il momento lo consentono.
Ora, invece, bisogna parlare dell’imminente voto alle elezioni amministrative.
La questione è notevolmente diversa perché in questo caso – come nelle elezioni regionali e in quelle politiche – sono state già cambiate da tempo alcune delle fondamentali “regole del gioco” che hanno già svuotato o eliminato i contenuti della democrazia limitando moltissimo la scelta della rappresentanza e abolendo il principio che a decidere sia la maggioranza dei cittadini: la forte limitazione del sistema proporzionale in favore di meccanismi orientati sul maggioritario, la personalizzazione del confronto anche attraverso i “ballottaggi” e i premi di maggioranza hanno di fatto cancellato tutti e due i fondamenti di questa democrazia rappresentativa. L’affossamento dei partiti – quali espressioni e declinazioni di istanze e proposizioni collettive – e il ben orchestrato spostamento dell’interesse e dell’oggetto della politica dai diritti sociali a quelli individuali hanno appannato o fatto sparire del tutto le identità e le ragioni delle differenze e del confronto, hanno svincolato gli eletti dai rispettivi percorsi programmatici e organizzativi favorendo ulteriormente la personalizzazione della politica e immettendo nelle istituzioni elettive schiere di “professionisti” della “rappresentanza”.
Questo personale politico – di norma privo di spessore culturale e morale –, preoccupato soltanto di mantenere (o accrescere) il proprio “status” privilegiato di strumento del potere scandisce progettualità e attività sui termini del proprio mandato da rinnovare e, in questo asfittico orizzonte individuale, non disdegna di attingere a piene mani a ogni contenuto demagogico e a ogni forma di populismo pur di raccogliere non il consenso ma la suggestione dell’elettore.
A questa deriva degenerativa non c’è rimedio perché la democrazia rappresentativa non consente di esercitare alcun controllo sugli eletti e, ancor meno, di revocarne il mandato. I partiti – unico parziale argine all’arbitrio dei “rappresentanti” e all’autonomia dai “rappresentati” – sono ormai o un ricordo, o apparati elettorali di quegli stessi signori e di vogliosi aspiranti alle carriere “politiche”, o scialbe involuzioni di se stessi, del tutto privi di autorevolezza.
Ma il progressivo e inarrestabile deterioramento di tutto l’articolato sistema della democrazia rappresentativa non è casuale né la sua degenerazione è frutto di un qualche diabolico disegno. È fenomeno generale ed epocale ed è andato man mano corrispondendo nella sua involuzione alla sempre più grave e irreversibile crisi del sistema economico, politico sociale e culturale a cui era funzionale.
La democrazia rappresentativa è stata la forma concreta di quel potere politico che dalle rivoluzioni americana e francese era stato proclamato appartenere astrattamente a tutto il popolo e che doveva essere esercitato da cittadini liberi e tra loro uguali. Era la sovrastruttura politica della struttura economica basata sul modo di produzione capitalistico.
Per circa due secoli – seppure con modalità e limitazioni diverse – ha assolto il suo compito. Ma, via via che la sua base materiale compiva la sua parabola, il sistema politico si compiva per poi rifletterne le involuzioni e corrispondere alle mutate esigenze di governabilità. La fine della “libera concorrenza” – presupposto cardine di una società di liberi e uguali da governare –, la concentrazione crescente della ricchezza e del potere, infine la stagione transnazionale del capitalismo hanno determinato la impossibile corrispondenza del sistema politico sovrastrutturale alle esigenze e ai rapporti di forza nella società: alla disuguaglianza economica e alla sua centralizzazione non poteva e non può essere funzionale un sistema di governo concepito e basato sulla uguaglianza. Era ed è sempre più necessario adeguare gli strumenti di governo della società alle necessità della disuguaglianza crescente. La libera volontà di tutti doveva essere progressivamente limitata a favore dell’arbitrio dei pochi e il potere decisionale espropriato alla maggioranza. Quindi una destrutturazione crescente del complesso sistema attraverso l’eliminazione dei suoi equilibri interni, lo svuotamento sostanziale delle assemblee elettive e la concentrazione del potere nelle istituzioni di governo, originariamente soltanto esecutive.
Questa articolata mutazione è stata ed è via via percepita dai cittadini – non più “uguali”, se non tra loro, nella comune condizione di sudditi – come non più corrispondente alle proprie esigenze e aspirazioni. Questa percezione è fattore – non unico, ma determinante – di fenomeni tra loro collegati che stanno sancendo la irreversibile obsolescenza del sistema di democrazia rappresentativa. La sfiducia nelle istituzioni e, spesso, il disgusto per la “politica”, il crescente allontanamento da ogni sua forma ed espressione, l’aumento inarrestabile dell’astensionismo o, in temporanea alternativa, il voto “di protesta” o qualunquista come ultima spiaggia: sono tutte chiare dimostrazioni che la democrazia rappresentativa è esausta e prossima alla sua fine anche formale. Grottesca e, ad un tempo, patetica è l’unica alternativa praticabile: scegliere ogni volta il “meno peggio”. Con il trascorrere degli anni e delle elezioni, a chi non vuole vedere e si ostina a pensare di poter “contrastare” l’arroganza e lo strapotere dell’avversario rinnovando testardamente il rito del voto, non si offre una opportunità soddisfacente ma soltanto quella di dare il proprio “consenso” a chi è “meno distante”. E questa deriva parallela del voto “possibile”, con il “naso otturato”, ad ogni elezione, tutta interna al degrado del sistema, irrobustisce la crisi aggravando ogni volta la situazione.
Che la democrazia rappresentativa sia ormai al termine della sua funzione nella storia non è soltanto percepito da un elettorato che sempre più se ne allontana, ma anche dai buoni sentimenti di una intellettualità più attenta o vogliosa. Si fa strada – anche sulla spinta delle numerosissime esperienze di lotta decise a non delegare più la propria rappresentanza – l’idea di una democrazia “partecipativa” che viene immaginata in modo confuso, astratto e contraddittorio, e talvolta sperimentata in maniera pragmatica, priva di conseguenzialità e orizzonte.
Una democrazia “partecipativa” presuppone il ripristino di libertà e uguaglianza tra i “partecipanti”. Tramontata storicamente la finzione che nel corpo sociale tutti siano liberi e uguali, occorre accettare la verità che libertà e uguaglianza possono appartenere ed essere praticate da una parte soltanto della società, da quelle “classi” che ne costituiscono la maggioranza, che producono in comune la ricchezza, che vivono la stessa condizione e hanno gli stessi interessi e aspirazioni.
I comunisti sono gli unici ad aver provato ad aprire la strada a forme di democrazia diretta o partecipativa nel corso di circa un secolo, sono i soli ad avere gli strumenti per riflettere sulla propria esperienza contraddittoria e ad avere gli strumenti concettuali e metodologici per individuare soluzioni possibili e percorsi praticabili.
Non sarebbe utile e urgente che abbandonassero ogni illusione su una rivitalizzazione o un uso ancora possibile della democrazia rappresentativa borghese e, invece di ritardare il rinnovamento provando a riaccreditare un sistema e istituzioni ormai lontani dalla fiducia popolare, piuttosto che lasciare campo libero a teorizzazioni cervellotiche e, spesso, aristocratiche, si cimentassero essi in una ricerca teorica e di lotta sul campo, necessaria per il salto dialettico ad una società di transizione?!?
Sergio Manes

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