Don Rodrigo

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“Un Leone d’Oro lungo quattro ore. Venezia: vince a sorpresa, ma meritatamente, il dramma in bianco e nero del filippino Lav Diaz.”
Premesso che non sono propriamente quel che si suol dire un cinefilo, frequento le sale forse tre volte all’anno e leggo distrattamente le recensioni che mi passano sotto gli occhi, devo confessare che un titolo di tal fatta mi ha colpito.
Tanto più che arrivo al punto in cui il critico di turno specifica che il film è stato girato completamente con la cinepresa fissa, e nella competizione in laguna ha superato tutti i colossi di Hollywood… nonché il mio adorato Emir, ma uno che si è messo a dire certe cose potrà mai più vincere un qualche premio importante?
Apprendo quindi che il regista di The woman who left ha voluto dedicare la conquista del prestigioso cimelio “al popolo filippino, per la sua lotta e per la lotta di tutta l’umanità”.
Sempre memore della massima di Pierre-Joseph Proudhon – “Chi dice umanità cerca di ingannarti” – decido di indagare e cosa scopro?
Scopro che Lav Diaz mette al centro della vicenda una donna, Hortencia, che ha già scontato trent’anni per omicidio. Trent’anni durissimi, in cui però è diventata un punto di riferimento per le altre detenute e per i loro figli. Maestra elementare, insegna a leggere, dà lezioni di grammatica e scienze, organizza gruppi di lettura, è lei stessa autrice di racconti. Ha raggiunto un suo equilibrio, insomma. Finché una delle sue compagne, Petra, devastata dal rimorso, non confessa una verità terribile. È stata lei a commettere il delitto e l’ingiusta condanna di Hortencia è stata orchestrata dal suo amante di quegli anni, Rodrigo Trinidad, un personaggio “demoniaco” che ha sempre esercitato il suo potere e la sua influenza senza alcuno scrupolo.
Un momento… Rodrigo… ma il neo presidente delle Filippine, Paese di origine del regista, quello che ha mandato all’inferno Obama e chiede il ritiro dei soldati USA dalla regione meridionale di Mindanao, circa 500 militari dispiegati a partire dal 2002 “per fornire addestramento e intelligence alle truppe filippine impegnate a combattere le milizie islamiste della rete di Al Qaeda” ca va sans dire… non si chiama proprio Rodrigo (Duterte)?
“E in controluce, ovviamente, sembra di vedere il presente (a parte i rapimenti di Mindanao, il nome del “cattivo” può far pensare all’attuale presidente delle Filippine, il controverso Rodrigo Duterte?). La lucidità politica è intatta”, chiosa infatti il critico.
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Federico Roberti

4 thoughts on “Don Rodrigo

  1. temo che quel premio sia funzionale ad accreditare a livello mondiale un artista le cui notorietà e influenza potrebbero tornare utili se si decidesse di avviare una campagna di pressione nei confronti di questo scomodo presidente filippino.

    per confortare il mio timore, riporto una dichiarazione rilasciata da Lav Diaz al giornalista Pierre Hombrebueno (da Gazzetta di Parma di martedì 13 settembre): “Io sono libero. Il cinema dev’essere libero. L’arte dev’essere libera. Abbiamo una vita molto breve, e io voglio far parte della lotta per l’emancipazione umana. Nel mio piccolo, posso solo offrire il mio cinema. Il mio cinema libero”.
    Insomma, come paladino della “libertà” si presenta bene…

    e si aggiunga infine questa notizia in merito alle intenzioni di Duterte:
    http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_filippine_potrebbero_acquistare_armi_da_russia_e_cina_cosa_accade_al_pivot_to_asia/6123_17057/

  2. Il ‘Leonaccio dorato’ la dice lunga di per sè…

    Solita strafottenza della cabala apolide che proietta un semi-ignoto cineasta venduto e traditore agli onori della cronaca sub-hollivudiana italiota, per i propri, lordi interessi.

    c.v.d.

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