Patria e Libertà

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“L’insurrezione è il diritto dei popoli, è stato detto; ma oggi tale sentenza può apparire una celia od una amara ironia quando si sa che il potere contro cui si potrebbe insorgere ha a sua disposizione decine di migliaia di pretoriani, in veste di poliziotti e di carabinieri, ed un esercito brutalizzato dalla disciplina della caserma e ridotto a prestare qualsiasi servizio senza batter ciglio.
Tale diritto invece non era una cosa da burla presso gli Aragonesi i quali, allorché si scelsero un sovrano, gli dettarono i patti di governo, riservandosi il diritto di insorgere nel caso che tali patti fossero violati; ma in quei beati tempi, ogni uomo era un soldato ed aveva in casa il suo fucile e la sua spada e la libertà era nel cuore e nei costumi e non nella bocca della gente. Così in Isvizzera ogni cittadino è un soldato al quale si affida un fucile per combattere l’eventuale nemico esterno ma anche e soprattutto “per difendere la costituzione”. E come un popolo possa amare la patria, quando essa significa libertà, lo sa Carlo il Temerario, il quale vide sbaragliati i suoi più fiorenti eserciti da un pugno di montanari dei Cantoni d’Uri e di Unterwalden, che difesero come leoni le balze natie.
Onde noi propugniamo la dissoluzione degli eserciti permanenti e la costituzione della nazione armata. Solo con essa il popolo è garantito dalle aggressioni dei suoi governanti; solo con essa si sentirà cittadino nella sua patria. E’ ovvio che tale nostra richiesta non verrà mai pacificamente accolta né dalla monarchia né dalla borghesia, specialmente se poi trattasi della tremarellona borghesia locale. E a quale ufficio sia destinato l’esercito in Italia, è detto assai chiaramente da Gaetano Mosca, (…).
Ebbene, noi non saremo men chiari e precisi. E diciamo subito che vogliamo la nazione armata, soprattutto per togliere alla borghesia questo strumento di dominio. La vita è lotta acerba per tutti e noi non possiamo tollerare che vi sia una classe, a noi avversa, che si risparmia tale lotta servendosi proprio dei proletari, “delle masse brute”, come strumento.
(…)
Si dirà: ma soldati improvvisati in pochi mesi mancheranno di spirito, di educazione, di disciplina militare. Così fosse! E’ appunto quello che noi cerchiamo. Il soldato non deve mai uccidere l’uomo e il cittadino, altrimenti esso diventa uno strumento in mano di chiunque voglia adoperarlo, e per qualsiasi fine. E non è detto, e nessuno mai dirà d’altronde, che il soldato che si sente ancora cittadino, non si batte. Anzi, noi, sosteniamo che soltanto questi soldati sanno battersi, perché lo fanno per un principio, per una idea, per una fede e non per capricci di un tiranno.
(…)
Date al popolo la libertà ed esso la difenderà vittoriosamente contro il mondo intero coalizzato ai suoi danni. Perché per il popolo il problema di patria è essenzialmente un problema di libertà. Toglietela e gli toglierete la patria: non sentirà più, si disinteresserà delle sue sorti.
Quando si è incatenati non si bada a chi ci ribadisce le catene. Quando si è schiavi, non interessa il cambiamento del padrone. Pretendere dal popolo che esso difenda la patria per motivi ideologici, trascendentali, è assurdo.
La tradizione, le glorie patrie, l’antica Roma, le repubbliche marinare, il Rinascimento, son tutte cose che’ei non conosce e che non lo commuovono affatto. “La terra dove riposano i nostri padri!” è un’altra frase ad effetto che non scuote chi non va più in là del nonno nei propri ricordi e pensa che ai vecchi morti poco dia fastidio se i lor figli vengano mandati in galera in nome dei Savoia o degli Asburgo, o se il bastone che cala sulla testa agli inermi sia maneggiato da un crociato o da un calabrese. L’herveismo nelle persone colte è quasi sempre una finzione, una maschera; ma nel popolo è sincero, sentito e diremmo quasi innato. Per esso la patria è un fantasma, la libertà invece è una cosa reale che vede e sente; se si vuole che si interessi delle sorti della patria non vi è che un mezzo: affezionarla ad essa mediante la libertà.”

Da Sindacalismo e Repubblica, di Filippo Corridoni, Idrovolante Edizioni, 2015, pp. 79-86.
Il testo fu scritto durante uno dei numerosi soggiorni dell’autore presso gli istituti penitenziari, nell’aprile 1915.

La rivoluzione non deve essere fatta da cani arrabbiati. La rivoluzione non deve essere opera di un ventre vuoto o di uno stomaco stiracchiato, ma bensì di un cervello sano e fresco, che medita una vita di giustizia e di equità e che vi vuol giungere a tutti i costi, anche attraverso alla violenza, ma organizzata e intelligente.

Trincea delle Frasche, San Martino del Carso (GO)

Trincea delle Frasche, San Martino del Carso (GO)

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