Trump, Syriza & Brexit provano che il voto è solo una piccola parte della battaglia


Di Neil Clark per rt.com

Se il voto cambiasse qualcosa, l’avrebbero abolito. Potrebbe sembrare un po’ scontato ma considerate questi eventi recenti.
Nel gennaio del 2015, il popolo greco, malato e stanco di austerità e di un modello di vita frenetico, ha votato per Syriza, un partito radicale anti-austerità. La coalizione della sinistra, che era stata costituita solo undici anni prima, ha conseguito il 36,3% del voto e 149 dei 300 posti del Parlamento ellenico. Il popolo greco aveva ragionevoli speranze che il suo incubo di austerità finisse. La vittoria di Syriza è stata salutata dai progressisti in tutta Europa.
Ma cosa è successo?
E’ stata applicata dalla “Troika” pressione sulla Grecia per accettare condizioni onerose per un nuovo salvataggio. Syriza si è rivolto alla gente nel giugno 2015 per chiederle direttamente in un referendum nazionale se dovessero accettare i termini.
“Domenica non stiamo semplicemente decidendo di rimanere in Europa, stiamo decidendo di vivere con dignità in Europa”, dichiarò Alexis Tsipras, leader di Syriza. Il popolo greco ebbe doverosamente a concedere a Tsipras il mandato che aveva chiesto e respinse i termini del salvataggio con il 61,3% di ‘No.’
Tuttavia, poco più di due settimane dopo il referendum, Syriza accettò un pacchetto di salvataggio che conteneva tagli più alti delle pensioni e maggiori aumenti di imposta rispetto a quello offerto in precedenza.
Il popolo greco avrebbe potuto starsene comodamente a casa dato che il voto non ha fatto grande differenza.
Molti sostenitori di Donald Trump negli Stati Uniti la pensano senza dubbio allo stesso modo.
Trump ha vinto le elezioni attirando gli elettori “Rust Belt” della classe operaia lontana dai Democratici e offrendo la prospettiva di porre fine a una politica estera “liberale interventista”. Tuttavia, dopo solo nove mesi della sua presidenza, la convinzione che Trump avrebbe segnato una “taglio netto” con quello che era successo prima è andata in pezzi. Membri conservatori nazionali della sua squadra sono stati epurati, mentre Trump si è dimostrato una macchina da guerra come i suoi predecessori. Invece di “bonificare la palude”, il Donald ci è finito dentro.
Gli eventi del 2017 dimostrano chiaramente come ho sostenuto qui che gli Stati Uniti sono un regime e non una vera democrazia e che chi arriva alla Casa Bianca – prima o poi – sarà costretto a perseguire la linea del Partito della Guerra/Wall Street/Stato Profondo, indipendentemente da ciò che promette durante la campagna elettorale.
Anche i Britannici hanno ricevuto una lezione sul modo in cui funziona la “democrazia” quando le persone non votano come vuole l’establishment. Il 23 giugno 2016, giustamente o erroneamente, il 52% ha votato per lasciare l’Unione Europea. Ma 15 mesi dopo, la prospettiva che la Gran Bretagna non lascerà mai l’UE o non rimarrà in essa del tutto sta crescendo. Il governo ha inviato l’articolo 50 solo a marzo, dopo che i tribunali hanno dichiarato che la Brexit doveva essere avviata dal Parlamento.
La scorsa settimana, il primo ministro Theresa May ha chiesto all’Unione Europea un periodo di due anni di transizione in vista del “leave” della Gran Bretagna previsto per il 2019. Non è difficile immaginare che il periodo di transizione sarà esteso indefinitamente. “Ho parlato di questa paura da molto tempo prima del discorso sommesso del primo ministro a Firenze e non vedo niente che possa rassicurarmi che il risultato del referendum verrà onorato”, dice Peter Hill, ex direttore del Daily Express.
Le probabilità che la Gran Bretagna sia ancora nell’UE nel 2022 sono ora circa 3-1. E si stanno accorciando sempre di più.
Ancora una volta, è questo che le persone che hanno votato per Brexit nel 2016 volevano accadesse? Il problema qui non è se pensiamo che lasciare l’UE sia una buona idea, ma come il voto del referendum non abbia portato ai risultati che le persone si aspettavano.
Questi non sono gli unici esempi di persone che vedono stravolto il proprio voto. Nel 2008, i cittadini irlandesi votarono per respingere il trattato di Lisbona dell’UE. Fine dei giochi? Affatto. Furono invitati a votare di nuovo – un anno dopo – e questa volta l’UE ottenne il risultato desiderato.
Nel maggio 2012, il candidato del Partito socialista François Hollande conseguì una vittoria decisiva nelle elezioni presidenziali in Francia. Come Syriza, si impegnò a porre fine all’austerità.
“Sono sicuro che in molti Paesi europei c’è sollievo, spero che finalmente l’austerità non sia più inevitabile”. Dichiarò. Ma indovina un po’ Hollande non ha messo fine affatto all’austerità. Solo un anno dopo stava mettendo in atto una nuova tornata di tagli.
Provando ancora una volta la verità del vecchio adagio: più le scelte cambiano, più esse restano le stesse.
Questo non avrebbe sorpreso gli studenti francesi di politica ungherese perché la stessa cosa avvenne in Ungheria alla metà degli anni ’90. Nelle elezioni del 1994, il Partito Socialista di Gyula Horn spazzò dal potere il (di destra) Forum Democratico Ungherese, promettendo di preservare i migliori elementi del vecchio sistema ‘goulash comunista’. Horn attaccò la privatizzazione dell’energia e si impegnò a mettere in primo piano gli interessi dei lavoratori ordinari dell’Ungheria. Ma le forze del capitale occidentale non avevano alcuna intenzione di permettere a qualsiasi vestigia del socialismo di sopravvivere nel Paese dell’ex blocco orientale.
Sotto pressione delle istituzioni finanziarie occidentali, Horn fece una spettacolare inversione a U, cacciando i ministri veramente progressisti – e nominando un professore di economia neoliberale chiamato Lajos Bokros per imporre un brutale programma di austerità, che era molto peggio di qualsiasi cosa avesse introdotto il precedente governo. Egli inoltre accellerò la privatizzazione.
Chiaro l’esempio?
Ciò che dimostrano gli esempi precedenti è che, a prescindere dal modo in cui voteremo, le persone dietro le quinte – gli affaristi, i burocrati, coloro che non vogliono vedere la fine della globalizzazione neoliberale perché ne traggono beneficio – non sono disposte ad accettare supinamente il verdetto del popolo. Se le masse votassero “in modo sbagliato”, cioè per Trump, per Syriza, per Brexit o per Hollande o Horn, allora i burocrati troverebbero il modo per assicurarsi che tutto proceda normalmente.
Ritengo che qui ci siano importanti lezioni anche per il Partito laburista britannico, che potrebbe trovarsi presto al potere. Come molti in questa settimana, sono stato estremamente impressionato dal discorso fatto alla conferenza dal leader laburista Jeremy Corbyn.
Corbyn si è impegnato a sviluppare “un nuovo modello di gestione economica per sostituire i dogmi falliti del neoliberismo” e ha collegato l’aumento del terrorismo a politiche straniere di interventisti neocon/liberali.
Si tratta di eresia per le élites neoliberiste guerrafondaie.
Sondaggi di opinione mostrano che il Partito laburista, che ha registrato il suo maggior aumento della quota di voto in qualsiasi elezione dal 1945 all’inizio di quest’anno, ha un ruolo consistente. I mastini dell’establishment si sono sentiti colpiti dagli attacchi di Corbyn fin dal primo giorno e sarebbe ingenuo pensare che tutto finirebbe qualora ricevesse le chiavi del numero 10 di Downing Street. Infatti, la guerra contro Jez [nomignolo di Jeremy Corbyn – n.d.t.] e i suoi alleati più stretti sarà solo intensificata. La buona notizia è che il Partito laburista sta già pianificando come fronteggiare la fuga di capitali e l’attacco alla sterlina in caso di elezione. Paul Mason, un commentatore filo-laburista, ha affermato che i primi sei mesi di un governo Corbyn sarebbero come una nuova “Stalingrado”.
Naturalmente, potreste sostenere che Trump, Hollande, Horn e Tsipras non si sono mai veramente impegnati sul programma che hanno messo in piedi, e hanno detto “le cose giuste” alle persone solo per essere eletti. Ma anche se i politici sono al 100% autentici come il veterano attivista contro la guerra Jeremy Corbyn sembra essere, le pressioni schiaccianti su di loro da parte delle potenti forze che agiscono dietro le quinte saranno enormi, soprattutto se stanno portando avanti politiche che non incontrano il favore delle élites.
Come si evince dalla storia recente, nelle moderne democrazie occidentali il voto in se stesso non determina i risultati. La parte più importante è ciò che viene dopo.

Traduzione di Cinzia Palmacci

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2 thoughts on “Trump, Syriza & Brexit provano che il voto è solo una piccola parte della battaglia

  1. l’unica cosa che ci rimane allora, è terrorizzarli finché NON andiamo a votare, con lo spauracchio di salvini e di grillo…sghgnazzare prima della fine…bel titolo per un film. Siamo Consumatori, però…ateiamoli, veganiamoli, umiliamoli con la Nostra Fantasia Organizzativa. Noi non copiamo, ci facciamo i cartamodelli, tutti diversi uno dall’altro.

  2. Questa frase” Se il voto cambiasse qualcosa, l’avrebbero abolito.”
    e questa altra” tutti i fascismi nascono a sinistra”, sono da scolpire
    nella mente.

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