Impressioni d’inizio autunno: dalla liberazione di Deir Ez-zor a quella di Al Mayadin

Di quest’ultimo mese si ricorderà l’accelerazione impressa agli eventi da parte della cosiddetta “Coalizione”, capitanata dagli USA e, come ormai alla luce del sole e oltre ogni minimo accenno di pudore, composta di un esercito di manodopera di riserva estremamente variegato, tipico della guerra ibrida in corso, e che va dalle milizie curde ai terroristi dell’ISIS.
Il tentativo era abbastanza evidente e, come vedremo, prevedibile: colpire il nemico – che, a scanso di equivoci, era ed è Assad e alleati – su più fronti, simultaneamente, efficacemente, per frantumarne le linee di difesa, affondare i colpi e seminare il panico fra le retroguardie di colpo proiettate in prima linea, tagliare i canali di comunicazione e approvvigionamento, obbligare le forze di élite dell’esercito siriano a ripiegare per ripristinare confini e mettere in sicurezza situazioni altrimenti compromesse. Ripiegare da dove? Ma da Deir Ez-zor, dove simultaneamente i Curdi avanzavano senza sparare un colpo, pappandosi fette di territorio sempre maggiori, allungando linee di fronte di decine di chilometri lungo sottili lingue di terra che sfidavano ogni logica di tattica e strategia militare (prima fra tutte, il consolidamento della linea di fronte per evitare contrattacchi fatali sulle retrovie lasciate scoperte e la conseguente formazione di sacche in cui circondare e chiudere le avanguardie), lasciando soltanto come unica ipotesi quella infima, meschina, della combine. Ebbene, la strategia americana verteva su queste due leve: da una parte bloccare (o fatalmente rallentare) l’avanzata siriana nella provincia dei pozzi, dall’altra occupare per prima il ricco Eldorado.
Ci eravamo lasciati con prodromi di questa strategia, ma mai ci saremmo aspettati che si sviluppasse fino a questi livelli. Quanto accaduto in questi trenta giorni circa ha dell’incredibile, e quanto è riuscita a fare l’alleanza Russia-Siria-Iran ha ancora più dell’incredibile, fino al risultato di oggi: la liberazione di Al Mayadin. Ma andiamo con ordine e, per farlo, ci serviamo di un’ottima sintesi a opera del buon Colonel Cassad.
1. Fra il 19 e il 20 settembre, mentre le punte avanzate della fanteria siriana, appoggiate dal fuoco aereo russo e siriano, assicuravano i dintorni di Deir Ez-zor aldiqua e aldilà dell’Eufrate, Fatah Al Sham (ex Jabhat Al-Nusra) procede a una massiccia offensiva nel nord della provincia di Hama.

Per evitare lo sfondamento, le forze armate siriane sono costrette ad ammassare riservisti e truppe che sarebbero state destinate a Deir Ez-zor, così come a deviare il supporto aereo inizialmente previsto per l’altra campagna: l’offensiva è respinta e, per gli attaccanti, culmina in un vero e proprio massacro, con 11 blindati e 40 pick-up con obici e mitragliatori annientati, oltre alle perdite in vite umane, quantificate fra le 400 e le 500 unità; la scusa ufficiale sarà poi quella di una “protesta” contro i colloqui di Astana che avrebbero previsto una spartizione di Idlib sfavorevole a USA e Sauditi, ma in realtà appare chiara la manipolazione delle milizie terroristiche locali in un attacco suicida col solo fine di distrarre le forze siriane dalla loro campagna principale con ogni mezzo.
2. La Russia incolpa Curdi e USA di fare il doppio gioco con l’ISIS, con le accuse già riportate nel mio pezzo precedente, e su cui non mi dilungo. Curdi e USA ancora oggi non hanno saputo trovare una replica plausibile alle accuse mossegli.
3. Muore il 24/09 il generale russo Asapov, vittima di un attacco missilistico che sorvola la prima linea siriana fino a centrare, con “sorprendente” precisione, un punto che era e doveva restare segreto: il quartier generale a Deir Ez-zor. I Russi accusano apertamente gli USA di aver fornito all’ISIS coordinate e tecnologia per l’attacco, gli USA negano.
4. Nel frattempo, l’avanzata curda si ferma. Appare, ancora una volta, evidente come i tempi della loro offensiva non siano i loro tempi, ma siano al contrario comandati dall’alto, dalla stessa cabina di regia che ora intravede una mossa che ritiene non solo migliore, ma in grado di riportare le lancette del conflitto indietro di almeno sei mesi. Corpi d’élite e la migliore potenza d’attacco dell’ISIS si raggruppa, passa a ovest da Al Maydanin e, all’improvviso, attacca all’unisono lungo tutto l’asse che da Sukhna porta a Deir Ez-zor.

Pullman carichi di civili, di militari in trasferimento lungo quella che si vorrebbe la linea di fronte, restano intrappolati lungo questa arteria vitale divenuta strada della morte. La stessa Sukhna risulta circondata da tre lati e quasi completamente accerchiata, dopo la conquista di una collina strategica da cui diverrebbe facile bersaglio qualsiasi cosa dentro e fuori le mura. Anche in questo caso, il più potente contrattacco dell’ISIS dopo la presa di Deir Ez-zor richiede una risposta altrettanto forte, attacchi aerei diurni e notturni che martellano incessantemente le posizioni attaccanti in attesa della ridislocazione di truppe regolari e riserve. Ma le perdite siriane si fanno sentire, e alimentano la propaganda ISIS con illustrazioni come la seguente, dove il numero rappresenta i morti fatti.

5. Voci registrate attribuite al redivivo Al Baghdadi si uniscono all’ennesima apertura di fronte. Il 2 ottobre truppe di terroristi passano, da quello che poi i Russi chiameranno il “buco nero” di At-Tanf, attraverso le posizioni dell’esercito siriano evitando “miracolosamente” di incrociarle (anche di queste cartine fornitegli dall’unico soggetto in grado di eseguire una tale e capillare ricognizione i Russi poi non mancheranno di chiedere conto), fino alla cittadina di Al-Qaryatayn, al momento sguarnita, ovvero presidiata da milizie locali, in quanto collocata molto internamente rispetto alle retrovie. E ne prendono possesso. La seguente cartina mostra sia le dimensioni esigue di questo centro, sia la sua importanza strategica.

Una mossa che, collegata all’offensiva di Hama che continua sotto forma di guerra di posizione (ovvero che miete vittime da entrambe le parti senza che nessuna delle due riesca ad avanzare) e a quella sull’asse Sukhna-Deir Ez-zor, avrebbe potuto mettere in ginocchio l’intera infrastruttura messa faticosamente in piedi nella Siria centrale e orientale liberate.
6. Alle enormi perdite subite dalle forze siriane e dai loro alleati, si consideri inoltre il sempre minore coinvolgimento di iracheni (le PMU) e iraniani in appoggio: dopo il referendum curdo, il loro centro di attenzione è stato decisamente deviato lungo linee di confine con la regione controllata dai Curdi (nel caso iraniano) e verso tale stessa regione (nel caso delle PMU irachene).

Nulla avviene per caso, verrebbe da dire, ma ancora una volta l’azione “ibrida” voluta e concertata da Washington non va a buon fine. Già il 6 di ottobre i Siriani e i loro alleati possono dire di aver sotto controllo la situazione e di stare, molto lentamente, ripristinandola. Qui avviene qualcosa di sconvolgente, un misto fra dilettantismo allo stato puro e bluff portato alle estreme conseguenze e scoperto: il cedimento dell’asse comandato dagli USA, attraverso i propri burattini in terra di Siria, diviene nel giro di una settimana uno schianto che non si è ancora arrestato. Anche qui, andiamo con ordine nella cronaca dei fatti salienti.
L’8 ottobre, con un’avanzata fulminea, e sotto la copertura delle forze aeree che scatenano l’inferno su tutte le infrastrutture che si frappongono, le truppe di élite siriane escono da Deir Ez-zor e macinano i chilometri che li separano da Al Mayadin. Inizia l’assedio di una delle ultime roccaforti dell’ISIS.
Il 9 ottobre, tra la totale sordità e cecità dei media occidentali, il generale siriano Ali Al-Ali pubblica un dossier, ripreso dalla TV di Stato siriana (una sintesi qui), dove dimostra, prove alla mano, che dal 5 giugno al 15 settembre gli USA hanno trasportato 1.421 camion in Siria contenenti armi e munizioni, finiti non contro l’ISIS, ma all’ISIS ed ex Al-Nusra (dossier dettagliato qui). Armamenti di marca Chemring e Orbital ATK, insieme a produzioni bulgare e israeliane, sequestrate nelle operazioni belliche di questi mesi, hanno consentito di tracciare l’origine di quelle merci e confermano le accuse già mosse da giornalisti d’inchiesta come Dilyana Gaytandzhieva.
Sempre lo stesso giorno, accadono tre fatti di estrema importanza.
I. I Turchi entrano nella provincia di Idlib, prendendo possesso delle città settentrionali.

Da allora Idlib non è più la stessa. L’azione turca potrebbe svolgersi come nella cartina seguente.

I Siriani formalmente e vigorosamente protestano contro l’intrusione turca, che sicuramente ha obbiettivi espansivi facilmente riconoscibili oltre che di contenimento e accerchiamento dell’enclave curda di Afrin, ma confidano nell’opera di mediazione russa e nella boccata di fiato che questa mossa fornisce loro, consentendo di dirottare parte delle esigue forze rimaste per l’offensiva finale a Deir Ez-zor.
II. I Siriani “ricambiano il favore” alla “Coalizione” e lasciano passare soldati ISIS, condannati all’annientamento nella ormai frantumata e quasi estinta sacca di Akerbat, attraverso il loro territorio per occupare un posto al sole nella regione a nord di Hama sotto il dominio di Fatah al Sham (a 50 km da dove si stava consumando da settimane l’offensiva contro i Siriani).

Anche questa mossa consente di prendere fiato, diminuendo la pressione a nord di Hama causa costrizione dei terroristi di Fatah al Sham non solo sul fronte settentrionale contro i Turchi, ma anche orientale contro i nemici-rivali dell’ISIS.
III. Deir Ez-zor continua la propria messa in sicurezza e ora giunge ad accerchiare completamente gli ex-assedianti dell’ISIS.

Per avere un’idea dello sforzo russo in questo capovolgimento di fronte, che ha davvero dell’incredibile, basti citare il dato fornito il giorno dopo nella consueta informativa del Ministero della difesa. In quegli ultimi giorni le missioni aeree sono state 182. Sempre in tale occasione, si fornisce un dato importante: i Russi hanno nel corso di questi due anni completamente annientato l’intera infrastruttura economica dell’ISIS in Siria, colpendo a morte la loro catena di mercato nero del greggio. Nei confronti degli USA, il rappresentante del Ministero della difesa Igor Konanšekov rincara la dose: la “Coalizione” deve dire chiaramente cosa ci sta in Siria a fare, a parte minacciare il processo di pacificazione in corso. E cita due esempi: 600 terroristi passati da At-Tanf sotto il controllo USA, attraverso il confine giordano, alla zona di diminuzione di Dera’a, dove “per caso” si imbattono in due colonne (90 tonnellate in tutto) di cibo e medicamenti per la popolazione di civile e se ne impossessano; 300 terroristi passati sempre da lì per bloccare l’arteria Damasco-Deir Ez-zor. E gli USA, in entrambi i casi come per il resto nei precedenti, tacciono.

E veniamo a oggi. Le 383 missioni aeree della scorsa settimana nella sola Deir Ez-zor hanno consentito di colpire 993 obbiettivi ISIS, nonché favorire l’avanzata delle truppe di terra che hanno consentito la liberazione di Al Mayadin. Ciò è avvenuto nonostante dall’Iraq siano giunti, attraverso un territorio che solitamente è bombardato dalla “Coalizione”, oltre un migliaio di terroristi per difenderla. Come mostra chiaramente l’immagine, questa città non solo era la chiave di volta per i terroristi per passare da est a ovest dell’Eufrate e mettere a soqquadro i fronti siriani lungo la provincia di Deir Ez-zor, ma è anche la porta alla via più veloce dei campi petroliferi di Omar (10 km soltanto).

Pertanto il passo successivo, dopo l’odierna messa in sicurezza di questo lembo di terra con la sistematica liberazione di tutta la riva ovest dell’Eufrate fino a Deir Ez-zor (esposizione da un solo fianco, essendo dall’altra parte protetti dal fiume), conduce necessariamente al grosso dei pozzi, in una posizione di vantaggio rispetto ai Curdi, e all’ultima roccaforte ISIS in terra di Siria, Abu Kemal.
Due dati, infine, per non parlare solamente di guerra ma, come direbbe il buon Lev Nikolaevič Tol’stoj, anche di pace. Fra Mosca e Damasco già si parla di ripristino dell’intera infrastruttura dei trasporti (mare, aereo, terra, ferrovia) nella Repubblica Araba di Siria. Quattrocento fabbriche sono già state ricostruite e il numero dei container in esportazione è raddoppiato. I Cinesi, come al solito, non si sono fatti attendere. In rispettosa e subordinata posizione rispetto ai Russi, faranno anche loro la parte del leone: hanno un inviato speciale sul posto per la “ricostruzione in Siria” e, ad agosto, una loro delegazione ha partecipato alla prima fiera internazionale a Damasco dal 2011. La carta cinese in Medio Oriente potrebbe rappresentare l’ennesima, forse fatale, polpetta avvelenata per la presenza USA sul territorio. Come ricordava il buon Vladimir Ilič Ul’janov, detto Lenin, le contraddizioni interimperialistiche sono parte della nostra epoca. Un’epoca che non finisce con la fine della storia, nonostante le illusioni di qualcuno. E ora i Sauditi stringono la mano ai Cinesi, come ci ricorda Katasonov, sedotti dai loro petroyuan in alternativa agli ormai stantii petrodollari, e al caro, vecchio Putin con una commessa da oltre 3 miliardi di dollari per la fornitura di armi, essenzialmente batterie antimissile S-400. Visti i precedenti di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi di cambiare il petrolio in euro e non più in dollari, e la fine che poi han fatto, forse forse avran pensato che sia meglio premunirsi…
Ma torniamo alla Siria. I Cinesi hanno un detto: “Opporsi alla sconfitta e trasformarla in vittoria” (fǎnbàiwéishèng 反败为胜). Devo dire che, in questo caso, i Siriani e i loro alleati lo hanno fatto proprio.
Paolo Selmi

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3 thoughts on “Impressioni d’inizio autunno: dalla liberazione di Deir Ez-zor a quella di Al Mayadin

  1. riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente scambio di opinioni in merito all’articolo di Paolo Selmi:

    L’articolo è fondato (anche perché fa leva sulle analisi del ben informato Colonel Cassad – se non mi ricordo male aveva anche un blog in Inglese, che fine ha fatto?). Gli USA hanno il fiato sempre più corto, in economia (ma la nostra presstitute ancora nei giorni scorsi ha uggiolato come un cane commosso al solito miracolo borsistico, ovvero prettamente finanziario-speculativo statunitense, cioè hanno nuovamente ballato sul Titanic che affonda), monetario e persino militare, coi Russi sempre più assertivi (e incazzati perché faranno pagare cara agli USA la morte del loro generale e dei loro soldati – e magari con azioni che nessuna delle due parti comunicherà al pubblico, come è già successo). Sono talmente rintronati che la presstitute USA spera addirittura in un’invasione cinese della Corea del Nord. Ma i generali stanno già mettendo a punto la nuova “posture strategica”, che prevede decenni di guerre ibride, dalle “rivoluzioni colorate” ad atti di sabotaggio, da disordini prolungati basati su ogni pretesto a guerre vere (cioè microguerre in confronto con quella nucleare) condotte da forze etniche e tribali con l’aiuto dell’alta tecnologia militare USA, come quelle in Afghanistan, Libia e oggi in Siria (domani nel Myanmar?).
    Ad ogni modo in Siria, con tutti i limiti che si vogliono, le cose non sono adatte affatto come volevano gli USA e Israele. Adesso il cosiddetto “asse sciita” (termine che dice molto poco, in verità) è per certi versi più forte di prima e infatti Netanhyau sta supplicando quasi tutti i giorni Putin di frapporsi tra Israele e l’aumentata influenza di Teheran.
    Dopo il “referendum” nel Kurdistan, tutti hanno preso le misure e le contromisure, col risultato che i Curdi dei mafiosi Barzani e Talabani sono stati costretti a fare retromarcia. Pare che ci sia ora un accordo con Baghdad basato sul rispetto dei vecchi confini della regione autonoma, quindi niente Kirkuk e niente Mosul per la mafia curda.
    Dal canto loro i Curdi siriani (che in effetti sono quattro gatti) hanno secondo me fatto il passo molto più lungo della gamba. In realtà lo ha fatto la sua dirigenza neo-mafiosa per compiacere gli USA. Ma non hanno né l’appoggio della maggioranza dei Curdi né, tanto meno, quello degli Assiri e delle altre popolazioni non curde che l’YPG/PYD/SDF sta etnicamente ripulendo, col plauso implicito e a volte esplicito di tutta la sinistra italiana, dal PD ai trotzkisti, ai buonisti e diritto-umanisti, una delle più fetenti e ipocrite accolite dai tempi di Riccardo Cuor di Leone, difensore della fede e dei diritti dei cristiani in Terra Santa e criminale di guerra di prima grandezza.
    Se l’anima del nobile Saladino, o il suo spirito, vive da qualche parte, sicuramente è a Damasco, a difendere veramente i cristiani del Medio Oriente (la Storia, come diceva Vico, si ripete. Anche allora le monache in Terra Santa si facevano difendere dai soldati del Saladino contro la marmaglia stupratrice crociata).
    Insomma, la Storia si ripete, ma con inversioni. Oggi se si è per la pace e la giustizia occorre guardarsi alle spalle, dalle pugnalate degli “ex compagni”. In questa epoca di inversioni radicali, più belli e nobili sono i loro ideali e i loro valori, più sudicie e marce e materialmente criminali sono le loro prese di posizione in politica internazionale. Sembra un paradossale incubo, ma è così.
    Piero Pagliani

    A me, con tutto il rispetto, la stima e l’amicizia, mi pare di sognare a leggere queste righe di Piero. Invidio l’ottimismo e la fiducia nei russi che improntano la sua visione e che cozzano duramente con il mio crescente sconcerto e la dolorosa convinzione che il quadrumvirato Putin, Erdogan, Netaniahu, Trump abbia concordato una tranquilla spartizione in zone d’influenza ai danni dell’integrità della Siria per la quale tanto sangue civile e militare, siriano, libanese, iraniano e russo è stato versato. A me la pulizia etnica
    sembra che la successione e il concorso di elementi recenti dipingano un quadro del tutto diverso: Israele crea di suo una zona Isis-Al Qaida sul Golan, torna a bombardare la Siria, distrugge una postazione anti-aerea e nessuno, tranne Damasco dice niente; fatta pulizia etnica, con il contributo decisivo degli Usa che ha sterminato la popolazione civile di Raqqa prelevandone i jihadisti, poi distribuiti tra curdi all’assalto di Raqqa e jihadisti ancora attivi in Iraq. I mercenari YPG (la sigla SDF è un verminaio pieno di vermi curdi e basta) si installano nel centro della regione petrolifera, in una grande città tutta arabo-siriana che diverrà la capitale del protettorato Usa garantito da almeno tre grandi basi con aeroporti. Se si pensa che i curdi abbiano fatto il passo più lungo della gamba, si deve scommettere che i pochi arabi, assiri e turcomanni sopravvissuti alla pulizia etnica possano insorgere e sconvolgere questo assetto; i turchi, proseguendo il loro padrinaggio dei terroristi Al Qaida e coprendosi le terga con gli ectoplasmi del cosiddetto Esercito Arabo Libero, portano avanti il progetto che era manifesto fin dal primo giorno dell’aggressione alla Siria: in primis assicurarsi una fetta vasta e importante di territorio siriano per esercitare una pressione condizionante su ogni futuro governo a Damasco. Non contenti di essersi impadroniti della zona strategica che incombe su Latakia e le basi russe, stanno procedendo verso Aleppo. E, secondo comunicazioni d’agenzia e di fonti varie, l’invasione militare e jihadista turca avviene sotto copertura aerea russa. O, quanto meno, con la garanzia di impunità di Mosca, o quanto, ancora meno, nella piena tolleranza russa. Incredibile. Solo per un po’ di captatio benevolentiae di Ankara? Cosa si pensa, che anche qui un’insurrezione araba possa rovesciare questa situazione? O che bastino le disperate proteste di Damasco contro l’occupazione della propria terra da parte di turchi, curdi, Usa e Israele?
    Voglio proprio vedere se questa quadripartizione, ormai in atto, non andrà consolidandosi, con l’aggiunta sciagurata delle macchie di leopardo delle zone di de-escalation in cui vanno incistandosi terroristi di varia denominazione, e potrà essere destabilizzata da rivolte interne o rimedi esterni. Forse questa frantumazione della Siria paga la permanenza per qualche po’ di Assad, il cerchiobottismo di Erdogan, il rallentamento dell’assalto USraeliano all’Iran e il rinvio della resa dei conti con la Corea del Nord. Poi quell’immagine da film strappacore di un Netaniahu che va supplicando ai piedi di Putin (che non alza ciglio vero sulle scorrerie del delinquente in Siria) di opporsi alla crescente influenza (imperialismo?) iraniana! Davvero pensi che un Israele che fa quello che gli pare e tiene al guinzaglio gli Usa, d’accordo con lo Stato Profondo che ha il potere in Occidente, vada strisciando da Putin perchè lo salvi dall’asse scita? Quando un giorno sì e l’altro pure sbeffeggia Putin bombardando i siriani che Putin protegge.
    Piero vorrei essere smentito e se lo sarà stapperemo insieme qualcosa di frizzante.
    Per il resto, per quanto riguarda la metempsicosi kafkiana dei “compagni”, perfettamente d’accordo. Ma questi sanno benissimo, all’orecchio di gente come Soros, da che parte la loro fetta di pane sia imburrata, come si dice in Germania, o da che parte tiri il vento, come si dice qui, per cui solitamente corrono in soccorso del vincitore. Curdo, israeliano e statunitense. Dove l’unica nota lieta è la presa di Kirkuk, dopo quella di Mosul. E sono balle che i peshmerga si siano ritirati spontaneamente. Sono scappati come conigli, come si conviene a bande di mercenari agli ordini di capibastone e motivati unicamente dal soldo.
    Fulvio Grimaldi

    Caro Fulvio, ci sarà poco da brindare, perché gli Usa continueranno per anni e anni in questa strategia. La speranza è che venga contenuta senza che questi criminali decidano di far finire la vita sulla Terra. Hanno ancora l’esercito più potente del mondo e lo vogliono usare. Io non sono un ottimista, ma constato che Assad è ancora a Damasco, che Aleppo è stata liberata e che tra poco lo sarà anche Deir Ezzor. Constato che i mafiosi Barzani e Talabani sono stati costretti a ripiegare in quattro e quatr’otto (e quindi che i loro appoggi internazionali sono in difficoltà) e constato che già ora l’Ypg/Pyd inizia ad avere difficoltà nei territori che ha occupato – e devastato – con cipiglio israeliano.
    Per i Turchi a Idlib occorre stare a vedere. Damasco ha protestato, è vero, ma poi ne ha approfittato per spostare uomini da quel fronte a Deir Ezzor dove sta ottenendo continui successi contro Isis (e SDF). Nel gioco degli scacchi spesso si possono sacrificare pezzi per poi vincere la partita. Putin ha dichiarato e continua a dichiarare che l’integrità territoriale della Siria e un suo obiettivo irrinunciabile. E non è uomo che dichiara una cosa se non sa che può mantenerla. La partita è complicatissima e noi sappiamo veramente molto poco di quanto avviene dietro le sue quinte. I Russi in Siria sono circondati, come è circondata Damasco, da forze che congiunte sarebbero soverchianti. Gli scacchi qui sono addirittura un gioco da ragazzi in confronto. E poi la partita si gioca su più scacchiere, militari, diplomatiche, economiche, monetarie. E, ripeto, il tempo non è dalla parte degli Usa. E quindi occorre guadagnare tempo contro un nemico che sa benissimo di averne poco.
    Piero Pagliani

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