Una storia che Amazon non può raccontarti

Jeff Bezos, l’uomo più ricco della storia (ved. collegamento alla foto), fondatore di “Amazon” nonché proprietario del “Washington Post”, capofila della russofobia a stelle e strisce

“”Milioni di prodotti. Milioni di storie”. La voce suadente della pubblicità accarezza lo spettatore, mentre Amazon rivendica la propria imponente capacità di movimentare una enorme massa di merci. Le teste d’uovo dell’area marketing devono aver trascorso notti agitate davanti al loro MacBook, tracannando caffè americano e spremendosi le meningi, alla ricerca di una buona trovata. Il prodotto ti arriva presto, a casa o nel vicino Amazon locker, è vero. Ma per un’azienda la cui missione è lo stockaggio e la distribuzione delle merci non è certo facile vestirsi da principessa e dimostrare in modo credibile che c’è qualcosa di più oltre al grigiore degli scaffali e dei nastri trasportatori.
E allora le storie! Un prodotto non è solo un prodotto, ma è un pezzo della vita di chi lo acquista. E il suo racconto può sollecitare un’ampia gamma di sentimenti e passioni umane. Il desiderio di prevalere, di essere stimato, che passa attraverso l’acquisto di una macchina sportiva. Il bisogno di piacere e di sedurre, che passa per l’acquisto di un buon profumo. Per non parlare delle evidenti simbologie sessuali, chiamate in causa ogniqualvolta si promuove un prodotto alimentare da bere, addentare, succhiare.
Ma Amazon non è certo così gretta. Le “storie” che la sua pubblicità racconta al pubblico assumono risvolti etici, sono appelli al cuore: “mio figlio si sentiva diverso dagli altri bambini, ma con Amazon ho finalmente comprato delle forbici per mancini”. Rispettiamo le differenze, e diamo loro pari dignità. Siamo una ditta che innalza la bandiera dell’uguaglianza! Nessuno discrimini barbaramente i bambini mancini, o se la vedrà con il CEO di Amazon… In Amazon c’è la tua vita, c’è la storia della tua maternità o del tuo essere padre, c’è il sorriso di tuo figlio e il suo odore inconfondibile. Ripetuto per milioni di utenti, fa milioni di storie.
C’è un primo, banalissimo inganno in questa pagliacciata. Amazon ti fa arrivare il prodotto, mica lo fabbrica. Quindi in che diamine di modo la tua storia, legata a quel prodotto, dovrebbe essere legata ad Amazon? Al massimo è legata all’azienda produttrice di quel prodotto, che Amazon ha contribuito a portarti.
L’altro inganno, più grave, è che la pubblicità occulta la storia del prodotto, proprio mentre pretende di raccontartela. Tutta la storia che hai diritto ad ascoltare è la storia del consumo. Sei un utente e un consumatore, del resto, e come tale ti riconosciamo, e devi tu stesso riconoscerti. Nella favola del capitale, non sei altro che un portafoglio, e tutto funziona. Ma è davvero tutta qui la storia? O c’è una storia che Amazon non può raccontarti?
La pubblicità non ci racconta certo le cronache delle aspre lotte sindacali e dei grandiosi scioperi dei lavoratori della logistica. Non ci racconta delle loro pessime condizioni di lavoro, non ci racconta in che modo Amazon può farti arrivare il prodotto: sfruttando il lavoro degli operai, costretti a ore di intensità folle, in cui percorrono a perdifiato chilometri all’interno del magazzino, o debbono restare a lungo fermi, ripetendo gli stessi pochi gesti, sottoposti al ritmo incessante del nastro trasportatore. Nella storia confezionata da Amazon, tutto questo non compare. Né compare la fatica della schiena del facchino, che a casa non può più prendere in braccio i figli per i dolori, ma i pacchi di Amazon è costretto a sollevarli!
E bisognerebbe risalire ancora più indietro, nella “storia” di quei “prodotti”. Agli operai che hanno estratto le materie prime, che le hanno lavorate. Ai lavoratori della conoscenza, che hanno progettato quel prodotto e le tecniche per produrlo. Agli altri operai, che lo hanno fabbricato. Ma tutto questo, nelle “storie” del capitale, è tenuto ben nascosto.”

Da Amazon, i prodotti hanno una storia? Oltre la menzogna pubblicitaria, di Senza Tregua.

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