Elogio sì, ma di quale democrazia? Intervista a Giancarlo Paciello

Dopo la pubblicazione del monumentale No alla globalizzazione dell’indifferenza, l’amico Giancarlo Paciello pone alla nostra attenzione un volumetto Elogio sì, ma di quale democrazia?
La rivolta o forse la rivincita del demos
, ugualmente edito dalla meritevole Petite Plaisance, che ci racconta essergli stato sollecitato dall’esito “liberatorio” delle scorse elezioni parlamentari del 4 marzo, i cui risultati elettorali lo hanno spinto a recuperare quanto di meglio fosse stato scritto negli ultimi 2500 anni sulla democrazia.
Non si tratta certo della fine del sistema di potere oligarchico attualmente dominante in Occidente, ma l’esito delle ultime votazioni viene letto sicuramente come un segnale di possibile riscatto per la dignità della vita delle masse popolari e del Parlamento da queste eletto, nella prospettiva di non limitarsi ad una critica della società capitalistica in cui viviamo ma di abbozzare coraggiosamente la ricostruzione di una comunità bistrattata e vilipesa alla quale è stata tolta, per decenni, anche la possibilità di attribuire un senso alle consultazioni elettorali.
E proprio a partire dalle risultanze numeriche di tali consultazioni prende avvio il ragionamento di Giancarlo, il quale evidenzia come dato essenziale il crollo delle due coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra. Comparando i dati relativi al 2018 con quelli delle elezioni svoltesi nel 2008, infatti, ci si può accorgere che i voti persi da queste coalizioni sono stati raccolti in modo quasi esattamente aritmetico dal Movimento5Stelle ma, fatte salve alcune rare eccezioni, nessun commentatore ha voluto partire da questa constatazione per analizzare il quadro politico odierno.

La prima domanda che poniamo quindi all’autore è: si tratta di sola inadeguatezza degli analisti o magari siamo al cospetto di una buona dose di malafede? In questo secondo caso, da cosa sarebbe motivata tale malafede?

G. P.: Non credo affatto all’inadeguatezza degli analisti. Credo piuttosto che anche per loro sia predominante una tendenza ad analizzare i dati prevalentemente in base a considerazioni ideologiche, avvezzi come sono, da tempo, a valutare due entità (centro-destra e centro-sinistra) che poco hanno a che fare con la struttura sociale del Paese e quindi poco in grado di esprimere reali cambiamenti. Sono più di 25 anni che a costoro viene proposto uno schema sul quale misurare i risultati elettorali: la governabilità, introdotta con il maggioritario e presentata come il toccasana del nuovo sistema. Un concetto sconosciuto a tutti i costituzionalisti. E a questo schema riducono la democrazia, intesa come scelta del governo e non come formazione di quella entità, il Parlamento, unica espressione del popolo, in una democrazia rappresentativa. Dunque analisti incapaci di misurarsi con il nuovo, dotati, come avrebbe detto Marx, di falsa coscienza necessaria. Questo però soltanto nel “migliore” dei casi.
Altrimenti si tratta di persone aduse ad un sistema elettorale fondato sull’incostituzionalità, ad un Parlamento nominato da quattro o cinque boss, ad una contrapposizione di due gruppi che fingono di combattersi, per poi riproporsi al giudizio di un elettorato impossibilitato a scegliere, vista la legge elettorale, ecc., ecc. A questo punto è evidente che la stampa, naturale supporto degli opinion’s maker, non può configurarsi come quell’elemento contraddistinto da “è la stampa, bellezza!”, quanto piuttosto come una componente corruttrice prima ancora che corrotta del sistema, lo strumento più adatto a costituirsi soltanto nominalmente come quarto potere, dal momento che i padroni dei giornali e degli altri mezzi di comunicazione di massa, sono in chiaro conflitto d’interesse, se agiscono in altri settori dell’economia e della finanza.
Tutti quei giornalisti che hanno gridato allo scandalo perché Di Maio e Di Battista li hanno apostrofati da infami e da puttane (con i giusti distinguo di ruoli tra un ministro della Repubblica e un semplice cittadino) in seguito alla assoluzione della Raggi, presentando la cosa come un attacco alla libertà di stampa, avrebbero dovuto almeno riconoscere che gli attacchi, in atto da più di due anni, rivolti contro la Raggi non avevano nulla a che fare con il giornalismo, rassomigliando assai più al più sgangherato dei gossip e dunque indegni di essere definiti comunicazione o informazione che dir si voglia!
Per quanto mi riguarda, la libertà di stampa resta sacra, ma mi fanno ridere coloro che hanno cercato di giustificare i giornalisti di cui si parlava, aggiungendo che, nel caso in cui la stampa invade terreni diversi dall’informazione, il politico (e secondo loro anche il semplice cittadino, ah, ah, ah) può rivalersi rivolgendosi alla giustizia, come se non si conoscesse il ruolo distruttore di fake news e delle vere e proprie macchine del fango, tipici strumenti soprattutto della stampa.
Per concludere.
La situazione attuale è estranea alla solita immagine di sempre. La stampa, per descriverla, fa ricorso a definizioni di contenuto assai vago (antipolitica, populismo), per legittimare come politica tutta la complice complementarità della vecchia classe politica nel demolire la nostra società, in favore di una infima minoranza di ricchi (vedere l’appendice IV per credere) e dell’Europa delle banche e della finanza. E non ci fa una bella figura!

Nel terzo paragrafo del testo, riporti una lunga citazione tratta dalla presentazione del primo numero, risalente al 1998, della nuova serie della rivista “Koiné”, di cui ti definisci quale uno dei più modesti redattori. A parere della redazione, “la cultura della sinistra è oggi (1998) un ostacolo alla rinascita di un’autentica iniziativa storica anticapitalistica. Prima riusciremo a liberarcene e meglio sarà”.
A distanza di ormai venti anni, ritieni che la cultura di sinistra sia ancora tale o bisogna considerarla alla stregua di un nemico da combattere e sconfiggere?

G. P.: Questa domanda richiede una grossa premessa perché allude ad una frase estratta da un editoriale della rivista “Koinè” del 1998, citato per intero nel libro.
Ebbene bisognerà pur dire cosa fosse per la redazione di “Koinè” la cultura della sinistra e perché detta redazione fosse arrivata alle conclusioni della frase riportata.
La presentazione del primo numero della rivista, Il tempo dell’ulivo, gennaio-giugno 1998, così recitava:
“[…] Possiamo provare a riassumere queste nostre posizioni con uno slogan un po’ provocatorio: siamo contro il capitalismo, quindi siamo contro la sinistra (tutta la sinistra). A scanso di equivoci, precisiamo subito che ciò non si traduce in una vicinanza politica con il centro o con la destra.
“Cerchiamo di spiegarci meglio. La nuova serie di “Koiné” è espressione di un gruppo di ricerca formato da persone che negli ultimi anni sono venute elaborando alcune posizioni politiche e culturali comuni. Ad unirci è in sostanza una doppia operazione di distacco critico:
da una parte nei confronti dell’attuale società capitalistica cosiddetta ‘globale’, dall’altra nei confronti delle principali correnti culturali e politiche che lungo il Novecento si sono opposte al capitalismo stesso.
Per quanto riguarda il primo aspetto, l’attuale società capitalistica sembra muoversi lungo direzioni che accentuano i caratteri di ingiustizia e di insensatezza che essa ha sempre posseduto, e che erano stati mitigati da un secolo di lotte anticapitalistiche (‘riformiste’ o ‘rivoluzionarie’). Tale modello sociale sta spazzando via ogni ostacolo al pieno dispiegamento dei suoi aspetti più negativi. Dall’azzeramento dello Stato Sociale e dei diritti dei lavoratori, al disprezzo verso le conseguenze ecologiche di questo modello di sviluppo, al sostanziale svuotamento della democrazia: la dominanza dell’impresa e del mercato mostra, in modo secondo noi evidente, il proprio ‘volto barbarico’. Allo stesso modo siamo critici nei confronti dell’intero mondo delle forme di coscienza che questa realtà genera, da quelle più sofisticate ed elaborate (le varie forme di teorizzazione liberal-qualcosa) a quelle tipiche del senso comune (l’accettazione implicita, ormai ben radicata, della sfera dell’economia come ‘mondo della necessità’ i cui vincoli non si possono mai discutere). Queste forme di coscienza creano un mondo chiuso, all’interno del quale è impossibile ogni autentica discussione critica, perché le scelte fondamentali sono sottratte al confronto: non sono mai vere scelte, sono sempre ‘necessità economiche oggettive’.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, riteniamo non più proponibili le forme di pensiero e di azione con le quali si è tentato, lungo il Novecento, di opporsi al capitalismo. E’ necessario un esplicito distacco dalle grandi ‘unità di senso’ sulle quali tali forme si erano costruite. Marxismo e comunismo, pur facendo parte del nostro patrimonio culturale, non costituiscono più per noi punti di riferimento complessivi per la costruzione di un nuovo orizzonte anticapitalistico. Nell’attuale temperie culturale e ideologica, il distacco da marxismo e comunismo può apparire quasi banale, ed è allora forse bene ribadire che per noi Marx resta un irrinunciabile classico del pensiero, e che non siamo d’accordo con chi giudica l’esperienza del comunismo storico del Novecento una insensata e sanguinaria follia (si veda, tanto per fare un esempio, Il libro nero del comunismo). Ci appare però necessario prendere atto del fallimento davvero ‘epocale’ di questo grande progetto di liberazione, e non riteniamo possibile sottrarsi all’evidenza del fatto che un simile fallimento indica decisivi errori nello stesso progetto iniziale.
[…] le ragioni del nostro distacco dalla sinistra.
Noi riteniamo che il ceto politico che si definisce ‘sinistra’ sia oggi la componente più moderna e spregiudicata del mondo del capitale. Si tratta di un ceto politico-intellettuale che ha totalmente interiorizzato il proprio ruolo di mediatore del consenso popolare alle politiche delle oligarchie finanziarie transnazionali, e che media questa interiorizzazione con un totale e sprezzante nichilismo. A tale ceto politico si aggiunge un ‘popolo di sinistra’ che non intende prendere coscienza della situazione testé descritta (dell’essere cioè i gruppi dirigenti della sinistra una semplice articolazione del capitale, nella sostanza indistinguibile dalla destra), e reagisce quindi con negazioni nevrotiche a tutte le situazioni che potrebbero porre domande imbarazzanti del tipo: perché i tentativi della destra di tagliare le pensioni sono stati contrastati, mentre quelli, sostanzialmente identici della sinistra vengono esaltati?.
A questo proposito, per evitare equivoci, ci sembra utile ricorrere all’antica distinzione fra ‘nemico’ e ‘avversario’. Per noi, il nemico sono gli attuali gruppi dominanti del capitalismo mondiale, le oligarchie finanziarie che dirigono i grandi flussi di capitali. Nemici sono altresì i ceti politici che fanno da mediatori fra il complesso imprenditorial-finanziario e le classi popolari. In Italia questo compito è stato assunto dal governo dell’Ulivo, che è quindi in questo momento, il principale nemico.
Il ceto politico dell’Ulivo appare oggi, da un punto di vista funzionale, il diretto erede di quello della Democrazia Cristiana. Quest’ultima ha rappresentato la cerniera fra dominanti e dominati nell’epoca del capitalismo cosiddetto ‘fordista’ e ‘keynesiano’. L’Ulivo si è assunto lo stesso compito nell’epoca del capitalismo cosiddetto ‘globale’. Con un corollario: poiché l’attuale capitalismo ha la necessità di distruggere le conquiste che i ceti popolari avevano ottenuto nella fase precedente, e poiché questo non si può fare se non riducendo gli spazi di democrazia, l’apparato politico dell’Ulivo, che di queste istanze si fa portatore, ci appare, da molti punti di vista anche se non da tutti, più antipopolare e più antidemocratico di quanto la Democrazia Cristiana sia mai stata.
Quanto alla ‘sinistra di base’, intesa come variegata realtà sociale e culturale (movimenti e associazioni, giornali e centri sociali), essa non è un nemico. La sua cultura e la sua ideologia sono però tra i principali ostacoli ad una visione delle cose adeguata alla realtà sociale emersa dalla fine epocale del comunismo storico novecentesco. E’ per questo che noi la consideriamo un avversario. Per fare solo qualche rapido cenno, l’insistenza sulla coppia destra/sinistra impedisce di vedere come oggi destra e sinistra siano solo vuote etichette che coprono gli scontri di cordata di specialisti della mediazione e del consenso, in lotta fra loro per ottenere il ben remunerato privilegio di divenire gli esecutori delle direttive delle oligarchie finanziarie internazionali. L’insistenza sulla coppia fascismo/antifascismo impedisce di vedere come oggi orrori e stermini non siano la minaccia di una ‘barbarie fascista’ che non si scorge all’orizzonte, ma derivino dal normale e quotidiano funzionamento del capitale.
La nostra tesi è dunque la seguente: la cultura della sinistra è oggi un ostacolo alla rinascita di un’autentica iniziativa storica anticapitalistica. Prima riusciremo a liberarcene e meglio sarà.”
Attribuito così un senso alla cultura di sinistra, nella formulazione di “Koinè” nel 1998, mi sembra che sia mal posta la domanda: “A distanza di ormai venti anni, ritieni che la cultura di sinistra sia ancora tale o bisogna considerarla alla stregua di un nemico da combattere e sconfiggere?”
Anche oggi la cultura di sinistra costituisce un ostacolo, pur essendosi ridotta, soprattutto tra i giovani la sua influenza, ma è il ceto politico che si propone come “di sinistra” (erede degno di quello del 1998, e che dunque ha cambiato totalmente segno), e che continua a servirsi del solito schema destra-sinistra, a continuare ad essere un nemico. Se allora davamo quel giudizio su Prodi, figuriamoci oggi quale giudizio si può dare verso quell’accozzaglia residuale del PD! Basti pensare a quanto ha fatto il PD nei cinque anni (2013-2018), a quanto aveva già fatto nel permettere che nascesse il governo Monti e al consenso nei confronti di detto governo in tutto e per tutto bulgaro! La discriminante è sempre e soltanto l’anticapitalismo, di cui si sono perse le tracce nella politica italiana.
Ma sentite cosa dice il politologo Giorgio Galli a proposito dell’attuale “sinistra”, in una recentissima intervista (anch’essa riportata nel libro). Il Fatto Quotidiano, nel mese di giugno, ha creato una rubrica “C’E’ VITA A SINISTRA” pubblicando una serie di interviste a intellettuali. L’intervista n° 6 del primo luglio, al professore Giorgio Galli vale la pena di essere letta e analizzata e già nel titolo si presenta assai diversa dalle chiacchiere correnti.
“La sinistra torni sé stessa, deve criticare il capitalismo”
L’intervistatore Luca De Carolis avvia l’articolo con un virgolettato.
“La crisi della sinistra italiana è iniziata oltre un paio di decenni fa, quando ha rinunciato alla critica del capitalismo, ossia a esercitare quello che era il suo ruolo naturale, la funzione per cui era nata. E così negli ultimi anni ne hanno approfittato i populisti, esprimendo un anticapitalismo di destra”.
Segue la presentazione del politologo, che ne vede ancora possibile la resurrezione (sic), “a patto che si ridia un pensiero politico, per organizzare gli sconfitti dalla globalizzazione”. E parte l’intervista.
Domanda: “Professore, perché il PD è stato travolto alle politiche del 4 marzo e poi nelle Amministrative?”
Risposta: “In generale ha pagato l’incapacità di dire qualcosa contro questo capitalismo e quindi sul problema del lavoro, lasciando spazio ai populisti, che invece hanno detto e dicono qualcosa, da destra. Penso anche al Luigi Di Maio che in questi giorni parla dei diritti dei riders. Ha visto un argomento abbandonato dalla sinistra, e sta sfruttando quel vuoto”.
Domanda: “L’ex segretario dem Matteo Renzi al lavoro ha dedicato la più rilevante delle sue riforme, il Jobs Act.”
Risposta: “Già l’uso del termine job, che nello slang americano e inglese indica i mestieri meno pregiati, diceva tutto. Il Jobs Act ha reso ancora più precario il lavoro, e ha completato l’involuzione liberaloide del PD”.
Domanda: “I dem hanno perso nelle roccaforti rosse, in Toscana. Pare un’apocalisse.”
Risposta: “C’erano stati segnali molto chiari anche prima del referendum costituzionale del dicembre 2016, ed erano state le manifestazioni dei tanti truffati dalle banche. Queste sconfitte vengono anche da lì. Però il problema è più profondo”.
Domanda: “Cioè è l’abiura della critica del capitalismo?”
Risposta: “Dopo il crollo del muro di Berlino, la sinistra ha dato per assunto che il capitalismo avesse ormai vinto. E non ha capito e non ha contrastato il nuovo capitalismo, imperniato su 500 multinazionali che decidono tutto, a partire dal prezzo del petrolio e quindi della luce e del gas. Il lavoro ormai si basa su algoritmi che al sindacato neppure comprende e che, invece, andrebbero studiati.”
Domanda: “Non c’è questo lavoro di comprensione?”
Risposta: “No, la sinistra non parla più di questi argomenti. Si è arresa, ha abbandonato la sua funzione storica. E questo vale anche per il PD della ‘Ditta’, quello di Bersani e D’Alema. Renzi ha completato solo la trasformazione dei democratici in un partito liberal-progressista.”
Domanda: “E adesso cosa si dovrebbe fare?”
Risposta: “Bisogna ripartire da questioni concrete, come le condizioni dei lavoratori. E nel dettaglio dall’orario di lavoro. All’inizio dell’anno in Germania, il sindacato più importante, quello dei metalmeccanici, aveva avviato una lunga trattativa sul tema a fronte dell’immobilismo dei socialdemocratici, in pieno disfacimento. Certo, alla fine ha accettato un compromesso al ribasso. Ma sono quelle le battaglie da cui ripartire.”
Domanda: “Battaglia di retroguardia, vecchio stile, potrebbero obiettarle.”
Risposta: “Bisogna recuperare quelle lotte e la critica al capitalismo. Si ricorda quel vecchio canto, ‘Se otto ore le sembran poche’? [un canto popolare delle mondine, che risale ai primi anni del ‘900, n.d.r.]. E’ attuale.”
Domanda: “Ora però il tema dei migranti sembra predominante. Matteo Salvini ci ha costruito la sua ascesa, non crede?”
Risposta: “Ma anche su quello è decisivo il nodo del lavoro. Spesso si dice: ‘Aiutiamoli a casa loro’. Ma per aiutarli bisogna occuparsi di come vivono nei loro Paesi in Africa e di come le multinazionali stanno condizionando le economie locali, in molti casi di pura sussistenza”.
Domanda: “Si può ancora adoperare la parola solidarietà in Italia e in Europa?”
Risposta: “Sì, a patto di saperla legare al contesto sociale, di spiegarla con discorsi più convincenti di quelli della destra”.
Domanda: “E chi può farlo? Per rinascere servono anche leader nuovi: lei ne vede qualcuno all’orizzonte?”
Risposta: “Al momento no”.
Domanda: “Si parla molto della possibile candidatura a segretario del PD di Nicola Zingaretti, l’attuale governatore del Lazio.”
Risposta: “Non so come stia amministrando, però non mi pare che il partito vada granché neanche nella sua Regione, nonostante i risultati mediocri della sindaca Virginia Raggi a Roma”.
Domanda: “Nel Lazio Zingaretti ha rivinto, sia pure a fatica.”
Risposta: “E’ un uomo che proviene dalla vecchia nomenclatura del PCI e onestamente non ho capito cosa intenda fare per tornare a far vivere una nuova sinistra. Mentre si comprende perfettamente cosa voglia fare del PD l’ex ministro Calenda, un partito liberale a tutti gli effetti [sorride – n.d.r.].”
Domanda: “Lei è alquanto pessimista, in definitiva.”
Risposta: “Il tema è anche che tutto il Paese sconta la sua fragilità. Come ha scritto Romano Prodi, noi abbiamo multinazionali tascabili. Le uniche due di dimensione continentale sono l’ENI e l’ENEL. E i problemi delle nostre banche sono sotto gli occhi di tutti.”
Domanda: “Sono tascabili anche loro?”
Risposta: “Di fatto, sì”
Domanda: “Insomma come se ne esce?”
Risposta: “Glielo ripeto, ridandosi un pensiero politico e una rotta. Le condizioni oggettive ci sono. C’è tanta gente che ha pagato il prezzo della globalizzazione e della precarizzazione a cui va data tutela.”
Domanda: “Ma la gente ha ancora tempo e voglia di pensare di politica?”
Risposta: “[Sorride – n.d.r.] Questa domanda richiederebbe una riflessione molto lunga. Ma io credo proprio di sì”.
Io ho giudicato ottima l’intervista e grande è stato il merito dell’intervistatore a tenere al centro dell’intervista il tema dell’anticapitalismo abbandonato. Nella sostanza, seppellisce il PD, inteso come espressione della sinistra, per aver rinunciato alla critica del capitalismo. Ma non mi ha convinto Galli che fa risalire questa rinuncia a più di venti anni fa e dunque sostiene che da questa rottura si debba partire per capire le cose. Io penso che, invece di parlare di una “fantomatica sinistra” capace di andare dall’anticapitalismo (del PCI) al liberal-progressismo (del PD) e forse capace di risorgere per tornare all’anticapitalismo, sia più ragionevole parlare di una mutata natura del PCI all’atto della sua trasformazione in PDS, retrodatando dunque la crisi a circa un trentennio da oggi. Perciò, nessuna continuità PCI-PDS-DS-PD ma una rottura di cui Galli conosce bene la natura se dice: “Dopo il crollo del muro di Berlino, la sinistra ha dato per assunto che il capitalismo avesse ormai vinto. E non ha capito e non ha contrastato il nuovo capitalismo, imperniato su 500 multinazionali che decidono tutto […]”.
Dunque la catena è più corta (PDS-DS-PD) e la “sinistra” si è da tempo divisa in un elettorato identitario “di sinistra” e una classe dirigente intenzionata a servirsene (e se n’è più volte servita) per arrivare al governo, ma che tutto è, salvo che classe dirigente per un progetto di trasformazione della società, realizzabile in via d’ipotesi anche attraverso la socialdemocrazia e il welfare state!
Io, che anticapitalista lo sono da una vita (almeno da cinquant’anni), mi rendo conto di quanto la fetida legge elettorale (il Rosatellum, frutto avvelenato dell’inciucio PD-Lega Nord-Berlusconi), abbia “incartato” il nostro Paese. Bene hanno fatto però i 5 Stelle a non vanificare lo sforzo del proprio elettorato e a dar vita ad un governo (legittimato da una maggioranza parlamentare effettiva) in cui le loro energie devono fronteggiare l’opposizione, in veste decisamente reazionaria, e avendo un “alleato” per realizzare il contratto come Salvini!

Consapevole di quanto la legge elettorale vigente, il cosiddetto Rosatellum, abbia bloccato le prospettive di cambiamento dell’Italia, giudichi favorevolmente la decisione del M5S di dar vita ad un governo con un alleato decisamente anomalo quale la Lega.
Le speranze dell’elettorato genericamente chiamato populista sono a tuo giudizio a rischio di essere vanificate dall’associazione di due realtà politiche apparentemente così distanti o piuttosto ci troviamo di fronte ad un esperimento di governo che supera la dicotomia destra/sinistra dimostrandone finalmente l’obsolescenza?

G. P.: La nascita di questo governo è stata estremamente contrastata. Non lo voleva il Presidente della Repubblica, non lo voleva il PD, non lo voleva Berlusconi e non lo voleva Bruxelles (dire l’Europa sarebbe dare troppa importanza a quei funzionari del capitale che compongono il consiglio d’Europa).
E allora, mi chiederete, come ha fatto a nascere? Tornare alle urne era troppo pericoloso per i battuti del 4 marzo, rischiavano un plebiscito. Mi spiego. La nostra non è più, da tempo, una democrazia. Vi sembra che gli imperativi contenuti nella nostra Costituzione, indigesti al capitale (e qui, con un virgolettato potrei inserire tutta la Costituzione, a parte l’infame articolo 81, votato all’unanimità o quasi, da politici consumati non improvvisati, ma mi limiterò a molto meno. Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Art. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Art. 34. La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso), abbiano ispirato i politici consumati che hanno governato l’Italia negli ultimi 25 anni, e che questi figuri possano aver lavorato nel rispetto e nello spirito della nostra Costituzione?
Le categorie politiche sono naturalmente di origine storica e non conservano lo stesso significato con il mutare della società. Un esempio clamoroso? Berlusconi, furbescamente, pur conoscendo il mutato sentire della “sinistra” ha continuato ad attaccarla come “comunisti” e Veltroni a sbracciarsi, lui che era stato segretario della gioventù comunista, a dire di non essere mai stato comunista!
Quello che è avvenuto con la nascita di questo governo è un fatto clamoroso per chi, negli ultimi 7 anni, non aveva visto nascere i vari governi se non per investitura presidenziale (Monti prima e Letta, Renzi e Gentiloni poi) disponendo PD e Berlusconi praticamente dell’intero Parlamento di nominati, sempre pronti all’inciucio! Mattarella si è visto costretto invece, dopo la farsa Cottarelli, a designare un primo ministro 5Stelle, il solo che potesse ottenere una maggioranza in Parlamento. E Conte, sulla falsariga tedesca, ha accettato l’incarico, ben sapendo quanto differenti fossero gli intenti di fondo delle due compagini. Un’accettazione necessitata per non sprecare il risultato elettorale. E poi, anche per loro nuove elezioni sarebbero state un rischio!
E la stampa a gridare della innaturalità del governo (a simbolo di tutto questo è assurto un murale con Di Maio e Salvini che si baciano in bocca, va a sapere chi lo ha ordinato ai creativi!) e ad argomentare che non rappresenta il popolo perché i due elettorati di governo hanno votato per obiettivi diversi, e che le promesse elettorali sono contrastanti e non potranno essere mantenute! La mia lunga vita mi permette di ricordare a giovani e meno giovani che, per decenni, la stampa ha sempre sostenuto che le promesse elettorali erano fatte per essere dimenticate il giorno dopo delle elezioni e quindi era eventualmente prima del voto che occorreva valutare la serietà dei partiti. Ora, un governo che si caratterizza per voler mantenere le promesse elettorali, diventa tout court parolaio e poco credibile e pericoloso per le sorti del nostro Paese.
E tutti diventano difensori d’ufficio dell’Europa e dell’Euro senza mai spiegare se non in termini catastrofistici (guai ad uscire dall’Europa, sarebbe la fine dell’Italia) cosa significhi realmente la permanenza nell’UE. Con una caduta di stile clamorosa, lo stesso Presidente della Repubblica aveva collegato la nascita di un governo con Savona come ministro dell’Economia con il rischio di mettere in pericolo i risparmi degli Italiani e che avrebbe portato – “inesorabilmente” disse – all’uscita dell’Italia dall’Europa!
Per concludere e per rispondere puntualmente.
Il risultato elettorale del 4 marzo ha costituito un terremoto per la classe politica di questo Paese. Che non si rassegnerà facilmente ad essere stata sbalzata di sella. E possiede ancora qualche freccia al suo arco. Innanzitutto una situazione economico-sociale disastrosa, il portato di decenni di collusione e di corruzione. Il saggio eccezionale di Scarpinato sulla giustizia materiale, che riporto in appendice, chiarisce oltre ogni dubbio quanto la malavita organizzata abbia penetrato il nostro tessuto economico e dunque come si sia diffusa in Italia una totale sfiducia nelle istituzioni. Immaginate se dell’oltre 30% di Italiani che non votano almeno un 15% tornasse al voto: davvero la vecchia classe dirigente troverebbe un consenso elettorale da prefisso telefonico.
Sarà però necessario che l’attuale governo metta a segno alcuni punti a suo favore. E non sono in molti a volerlo, compresa Bruxelles. E speriamo che questo avvenga prima che Salvini, garantitasi la leadership della destra, non trovi ingombrante un’alleanza con i 5Stelle.
Chiedo scusa, ma temo di dover dire che anche questa domanda è mal posta. Nel senso che ormai soltanto nella liturgia oligarchica si continuava a recitare intorno alla contrapposizione destra-sinistra, mentre lo scontro reale si era già trasformato in dominanti e dominati per usare una formulazione cara al mio amico Gianfranco La Grassa. Se proprio dovessi fare un’analogia, mi verrebbe di dire un passaggio dallo scontro Est-Ovest allo scontro Sud-Nord nel mondo, o del basso contro l’alto come dice Diego Fusaro. E’ la mutata struttura del capitalismo, un capitalismo assoluto a dettare l’esigenza del “governo del cambiamento”. Per rispondere in modo più secco alla domanda: “Le speranze dell’elettorato genericamente chiamato populista sono a tuo giudizio a rischio di essere vanificate dall’associazione di due realtà politiche apparentemente così distanti o piuttosto ci troviamo di fronte ad un esperimento di governo che supera la dicotomia destra/sinistra dimostrandone finalmente l’obsolescenza?” Né l’una, né l’altra cosa.

Il paragrafo quinto, che rappresenta forse il “cuore” del tuo breve saggio, si apre con il tentativo di far chiarezza circa un luogo comune diffuso e difficilmente confutabile, cioè il fatto che liberalismo e democrazia siano concetti ritenuti dai più equivalenti, se non veri e propri sinonimi. Facendo tua la definizione data alla democrazia di Léon Gambetta, si potrebbe perciò dire che la vera democrazia non consiste nel riconoscere degli eguali, ma nel crearli a partire da una situazione di (sempre più lampante, oggigiorno) diseguaglianza economico-sociale. O, come affermava Costanzo Preve, “l’enigma della democrazia non è istituzionale, formale, ma sostanziale. Senza una maggioranza di tipi umani e psicologici ‘democratici’, la democrazia resta un gioco politologico interminabile di simulazioni istituzionali, funzionali alle tecnocrazie economiche”.
Riappropriarsi del corretto significato di democrazia pare un compito quasi titanico, anche perché mentre “il partito unico della globalizzazione” parla una sola lingua, l’inglese operazionale dei mercati finanziari, i suoi avversari ne parlano diverse…

G. P.: Si è vero, riappropriarsi del corretto significato di democrazia pare (ed è) un compito titanico, senza il quasi. Ma non può, a mio parere, essere inteso soltanto come elaborazione teorica adatta al nostro tempo. Questo compito va caratterizzato con il misurarsi proprio con la Babele delle lingue dei dominati, creando ovunque occasioni di partecipazione. Chi vuole essere democratico oggi (molto più di ieri) deve socializzare, socializzare, socializzare! Il territorio in cui vive, a partire dal bar che frequenta, dal proprio condominio, dal proprio quartiere, dal proprio Comune.
Chiudo con le conclusioni della presentazione di “Koinè”, non certo per dire che avevamo ragione ma per mettere a confronto i due momenti storici e il mutato da farsi per gli uomini e le donne di buona volontà.
“Un ultimo punto che accomuna il gruppo di ricerca responsabile di questa nuova serie è una valutazione del ruolo della politica. Pensiamo che, negli ultimi anni, la sfera che coinvolge le scelte più importanti della vita di un individuo si sia progressivamente separata dal mondo della politica propriamente detta. A chi si pone il problema di come ‘sopravvivere’ (ottenere un reddito dignitoso, un lavoro, una serie di servizi sociali), di come ‘vivere’ (senza appiattirsi sul qui ed ora delle esigenze economiche) o addirittura di come ‘vivere bene’ (un diritto fondamentale al quale non si fa quasi più riferimento), la politica odierna non può e non vuole rispondere. E allora perché ‘fare politica’ (militare in un partito, votare, etc.)? Vorremmo che ognuno si facesse questa domanda.”
E la presentazione si concludeva così: “La nostra risposta a questa domanda è stata quella dell’impegno teorico-culturale: il tentativo di rigenerare una coscienza anticapitalistica a partire dalle impostazioni culturali di fondo (quelle che, di fatto, condizionano ogni prospettiva di azione politica). Per evitare equivoci facciamo una precisazione: se la congiuntura politica attuale fosse favorevole ad un intervento realmente trasformativo, tirarsi indietro e chiudersi nella ‘torre d’avorio’ della purezza teorica sarebbe solo un palese esempio di settarismo. Il problema è che, all’oggi, la situazione politica è del tutto bloccata (ciò non esclude, sia chiaro, che in futuro si sblocchi, dischiudendo scenari interessanti).”
Ebbene, io penso che la drammatica situazione che vivono milioni e milioni di Italiani e la perdita di senso di una vita dignitosa per tutti debba vederci all’opera, tutti coinvolti generosamente in una “pratica” democratica. Il miglioramento della vita quotidiana deve essere posto “al primo posto”. Mai come oggi deve valere il detto di Orazio: “Primum vivere, deinde philosophari” perché la misura è colma. E il recupero della politica, che da decenni ci è stata tolta, deve mirare proprio a restituire una misura ai rapporti sociali, oltremodo squilibrati.
Penso che possa bastare.

QUALE DEMOCRAZIA?

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