Dall’assassinio di “Afrika” alle atrocità di Attica

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Il razzismo dei poliziotti copre la repressione sistemica di 38 milioni di Afroamericani.
Regime del terrore nelle Guantanamo nazionali. Su 7 milioni di detenuti e in libertà condizionata più della metà sono neri, mentre costituiscono il 12,5% della popolazione.

Continua a correre sangue afroamericano sulle strade degli Stati Uniti: cinque assassinii ad opera delle “forze dell’ordine” in poco più di due mesi. Dopo Ferguson nel Missouri, Staten Island nello Stato di New York ed altrove è stato il turno di Los Angeles dove sei poliziotti, dopo averlo immobilizzato, hanno ucciso con cinque colpi di pistola un giovane nero affetto da disturbi mentali noto con il nomignolo di “Afrika”. Se l’omicidio non fosse stato filmato da un passante, il caso sarebbe stato archiviato con la formula tradizionale della legittima difesa degli agenti minacciati dall’ucciso. Lo stesso giorno, lunedì 2 marzo, il Presidente Barack Obama ha chiesto che indagini indipendenti vengano condotte sugli omicidi di Ferguson e di Staten Island per “ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nelle forze dell’ordine”. Nell’assassinio di Los Angeles, come in quelli che lo hanno preceduto, è stato denunciato dai benpensanti il razzismo degli assassini: una denunzia motivata dal fatto che le vittime sono quasi sempre nere e le Beretta 9 sono sempre impugnate da agenti bianchi. Un più vasto giro di orizzonti sulla storia degli Stati Uniti degli ultimi quarant’anni, pur non ignorando la causale razzista, evidenzia in questi assassinii e nel trattamento spietato dei detenuti neri nei penitenziari USA una persecuzione sistemica ed una repressione violenta e generalizzata dei 38 milioni di afroamericani – il 12,5% della popolazione – nella land of the free and the home of the brave.
Le motivazioni sottaciute ma palesi in una lettura sia pur benevola della storia della “terra dei liberi e della casa dei coraggiosi” sono chiare e si riassumono nel potenziale eversivo, ribellistico se non rivoluzionario della gente di colore – il bianco apparentemente non è un colore. Tralasciamo gli antefatti di Nat Turner o di Abrahm Lincoln, il grande emancipatore che nella sua preveggenza aveva consigliato agli ex-schiavi di emigrare nell’isola di Barbados e torniamo ai nostri tempi. Tutti coloro che ricordano solo “I have a dream” di Martin Luther King preferiscono ignorare la radicalizzazione dell’Apostolo della Pace che aveva visto quel sogno infranto e sepolto dagli eventi seguiti alla marcia di Washington: malgrado i progressi sulla carta dell’integrazione razziale, le ulteriori perdite di diritti civili da parte della sua gente, la disgregazione e la non osservanza delle “quote” nell’assunzione di manodopera, la guerra nel Vietnam, l’aumento esponenziale dei detenuti neri. Il rev. King era diventato un rivoluzionario, molto vicino a Malcom X e alle Black Panthers che rivendicavano il diritto all’autodifesa armata contro la violenza sanguinaria della polizia: questa si affrettò a trucidarne dirigenti e militanti. L’assassinio di King nel 1968 e l’arresto del suo esecutore, ma non dei mandanti, suggellarono quel capitolo e ne promossero un altro già aperto anni prima e poi esteso con metodi illegali, anti-costituzionali e segreti a tutti gli esponenti del dissenso, neri o bianchi che fossero: prese il nome di “Cointelpro (Counter Intelligence Program), Richard Nixon lo portò ad estremi mai prima toccati grazie anche allo zelo dello FBI. Il Federal Investigation Bureau persegue, è vero, i linciaggi magari con ritardi di venti anni, ma le vittime del Ku Klux Klan sono diventate oggi quelle delle “forze dell’ordine”. Un’esagerazione? Sembra proprio di no, a giudicare da quanto è accaduto il 9 agosto 2011 nel carcere di massima sicurezza di Attica e dal procedimento giudiziario aperto il 2 marzo scorso nel piccolo centro di Varsavia, stato di New York.
Non credo che i corrispondenti italiani negli Stati Uniti abbiano mai visitato Attica come facemmo noi nel settembre 1971, quando i detenuti in gran parte afroamericani si ribellarono, presero 9 ostaggi e occuparono la grande struttura carceraria. Quattro giorni dopo, quando le trattative con gli insorti erano giunte a buon punto il governatore dello stato, Nelson Rockefeller scatenò la guardia nazionale, la polizia statale e le guardie carcerarie contro gli insorti e pose fine all’occupazione con 43 morti, compresi i nove ostaggi uccisi dalle mitragliatrici degli attaccanti. Le punizioni e le torture di centinaia di detenuti, primo tra tutti John Smith, detto “Big Black” – divenuto poi nostro grande amico – furono estreme e vennero solo alla luce durante una causa protrattasi per 19 anni intentata dall’avvocato dei diritti civili Elizabeth Fink e conclusasi con un risarcimento di 12 milioni di dollari ai parenti delle vittime.
Il regime del terrore instaurato dalle guardie è continuato e ha assunto un profilo istituzionale di inusitata ferocia. Lo ha documentato l’inchiesta di Tom Robbins, difensore dei diritti civili dei detenuti, pubblicata dal New York Times il 28 febbraio u.s.. L’incidente del 9 agosto 2011 viene descritto in ogni minimo particolare: durante la distribuzione della posta sui corridoi del Blocco C, i detenuti avevano reagito verbalmente all’insulto di una guardia carceraria, avevano cioè violato la regola del silenzio. Era stato ordinato il “lock in”, il ritorno dei detenuti nelle celle, poi tre guardie carcerarie avevano sottoposto ad un bestiale pestaggio durato sei minuti uno dei detenuti, il ventinovenne afroamericano George Williams, ricoverato poi in infermeria con fuoriuscita di un globo oculare, tre costole e una caviglia spezzate, ematomi cranici e perdita della conoscenza. Se non fosse stato per l’assistente sanitaria di nuova nomina Katherine Tara che dopo aver constatato l’eccezionalità del caso “al di là di un normale uso della forza” aveva ottenuto il ricovero d’urgenza del Williams in un ospedale esterno, il caso non sarebbe mai venuto alla luce e il processo a carico delle tre guardie carcerarie non avrebbe mai avuto luogo anche se l’esito di un’assoluzione degli indiziati è più che probabile, accompagnato forse da un risarcimento di qualche migliaio di dollari alla vittima.
Dal 1971 al 1992 come corrispondente di un quotidiano romano e poi del TG3 abbiamo visitato altri penitenziari di massima sicurezza e non solo quelli dov’era rinchiusa Silvia Baraldini (anche se bianca e cittadina italiana venne sottoposta a prolungati isolamenti in cella, deprivazione sensoria, sonno interrotto ogni venti minuti per mesi e mesi ed altre amenità del genere).
Se Guantanamo verrà mai chiusa, non verranno certo chiuse le numerose Guantanamo della Repubblica Stellata: il primato di Attica nella repressione e deumanizzazione dei detenuti afroamericani viene eguagliato e spesso superato dalle “correctional facilities” di Marion nell’Illinois, di Pelican Bay in California, di Florence in Colorado, di Reiford in Florida, di Angola in Louisiana, di Atmore Holman in Alabama e di un’altra dozzina di penitenziari. I tagliagole dell’ISIS propagandano a fini terroristici le loro atrocità, il regime del terrore istituzionalizzato nelle carceri USA viene tenuto nascosto tranne le poche rare eccezioni quando viene alla luce per interventi esterni di enti umanitari non controllati dal “Department of Justice” o da omicidi, come quello di Los Angeles, perpetrati nelle strade delle città e filmate da cineamatori.
Un’ultima statistica: sono 7 milioni i detenuti, quelli in libertà condizionata e sottoposti a sorveglianza giudiziaria mediante bracciali elettronici. Più della metà sono afroamericani, mentre, ripetiamo, rappresentano solo il 12,5% della popolazione statunitense che nel 2012 aveva raggiunto e superato i 316 milioni. E questa guerra non dichiarata contro i neri d’America continua a imperversare nel Grande Impero d’Occidente.
Lucio Manisco

Le mani sul rubinetto

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“L’operazione mediatica imbastita dallo “Stato Islamico” è una piccola opera d’arte. Ripugnante quanto basta per il pubblico occidentale, per spingerlo a credere alla necessità delle opzioni che i suoi dirigenti sciorineranno con disinvoltura, a dispetto del gioco delle tre carte da loro condotto dietro le quinte. Ammaliante quanto basta per parlare agli strati disperati della Umma, presso i quali i vari cartelli dell’islamismo reazionario tentano di accreditarsi come punti di riferimento, promettendo loro, grazie ad un presunto ritorno alle radici del messaggio coranico, il riscatto dalle loro condizioni umilianti. Quindi le vittime occidentali di tali bande vengono presentate alle telecamere nella tunica arancione, tristemente nota per via della famigerata base-prigione di Guantanamo, che, per inciso, Obama si è guardato bene dal chiudere.
Ovviamente a questa strada di presunto riscatto, disperata e falsa, subentra in realtà il gioco delle parti. Più che l’Occidente, queste bande hanno di mira proprio quelle realtà del mondo arabo-islamico che non si piegano all’imperialismo ed ai suoi alleati locali. Ed ecco apparire l’odio confessionale, settario, distruttivo… Tutto quanto abbiamo visto all’opera in Siria, per chi vuole vedere.
Di fronte all’avanzata dello “Stato Islamico”, Washington sostiene l’opzione dei bombardamenti, un impegno limitato. L’applicazione del trattato di amicizia tra Baghdad e Washington porterebbe a ben altre implicazioni. Ma quel trattato non è evidentemente lì perché l’Irak possa chiedere al piromane di spegnere l’incendio.
I bombardamenti chirurgici statunitensi, a detta dello stesso generale Mayville dello Stato Maggiore USA, non sono affatto efficaci per far collassare lo “Stato Islamico”; però permettono a Washington di controllare la situazione, arginando il possibile straripare delle orde del “Califfo” oltre la linea ritenuta conveniente.
(…)
I vantaggi per gli USA sono potenzialmente due. La radicalizzazione dello scontro innescata dal “Califfato” accelera il processo di sgretolamento dello Stato iracheno perseguito tenacemente da anni. Lo “Stato Islamico” è certo una minaccia: per le popolazioni della regione, per lo Stato iracheno, per la Siria, per l’Iran, per il Libano, in prospettiva per tutte le realtà contro le quali può essere giocata la carta della “guerra santa” della CIA.
(…)
In secondo luogo, l’espansione dello “Stato Islamico” potrebbe offrire il pretesto per un intervento diretto nella crisi siriana, ufficialmente contro il “Califfato”, ma di fatto contro lo Stato siriano.
(…)
La vicenda dello “Stato Islamico” e quella della crisi siriana vanno inserite nel contesto più ampio dello scontro geopolitico in corso tra la tendenza all’egemonia unipolare statunitense da una parte e le forze della coalizione antiegemonica che vorrebbe ripristinare un equilibrio di potenza per garantire al mondo un equilibrio multipolare che, solo, può essere capace di garantire la sovranità delle Nazioni e dei popoli.
Da un anno a questa parte ci siamo confrontati con un intensificarsi di crisi internazionali che hanno portato le grandi potenze a un passo dalla guerra: dalla crisi coreana a quella siriana dell’estate scorsa [2013 – ndr], a quella ucraina di oggi. In questo quadro va inserito il Vicino Oriente con il suo recente, drammatico travaglio.
Se si volesse veramente disinnescare la minaccia rappresentata dallo “Stato Islamico”, non resterebbe in realtà che una cosa da fare: chiudere i rubinetti del finanziamento e del sostegno a 360° a queste bande; dove per 360° si intende: fornitura di armi, di soldi, di assistenza tecnica e di intelligence, assistenza logistica, assistenza nell’organizzazione delle retrovie. Bisognerebbe anche far luce sulle troppe zone d’ombra che coprono le attività cosiddette caritative ed assistenziali di tante ong e di tanta brava gente che pensa di aiutare un popolo a liberarsi da una dittatura e invece si fa complice dei più efferati delitti, del collasso di uno Stato e del tracimare di bande criminali capaci di tutto.
Ma il rubinetto è nella mani di Washington e dei suoi alleati mediorientali. Se non viene chiuso, ci sarà pure un perché.”

Da Caos distruttivo nel Vicino Oriente di Spartaco Alfredo Puttini, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 77-79.

Irak: si avvicina la soluzione finale?

POP ART

Dall’agosto del 2014, gli Stati Uniti, col sostegno di una coalizione di 19 paesi, stanno conducendo un’intensa campagna di bombardamenti aerei contro l’Irak e la Siria – 16.000 attacchi aerei, come risulta da Defence News del 19 gennaio – con l’obiettivo di colpire i jihadisti del DAESH. Ѐ facile immaginare che questi bombardamenti abbiano fatto un gran numero di vittime. Ma i media non ne parlano e sugli effetti di questa guerra c’è il silenzio totale. Non solo dei media mainstream ma, questa volta, anche di gran parte dell’informazione ‘antisistema’. Come spiegare questo fenomeno?
Gli Stati Uniti hanno presentato il DAESH come una minaccia mondiale. Una minaccia così terrificante che potrebbe metter fine alla nostra civiltà. Nulla di nuovo, si obietterà. Dopo il nazismo e il comunismo, ecco un altro pericolo mondiale: il terrorismo islamico. Ma l’analogia è solo apparente. I pericoli del passato erano identificati in governi nemici che, per quanto demonizzati, conservavano la possibilità della trattativa.
Con l’avvento della ‘guerra infinita’ di Bush, all’indomani dell’11 settembre 2001, è nata una nuova categoria della storia: quella del nemico-con-cui-non-si-tratta. Da che mondo è mondo, qualunque guerra si era sempre conclusa con una trattativa e una ridefinizione territoriale che metteva fine alla guerra. Ora, il concetto di guerra-senza-fine necessita di un nuovo tipo di nemico: un nemico totalmente de-umanizzato, al di là di ogni possibilità di trattativa e di legalità.
Per creare un tal nemico c’è bisogno di metterne in evidenza la brutalità, la barbarie, la disumanità: ecco allora comparire i video sulle decapitazioni, i roghi nelle gabbie, le minacce alla civiltà occidentale, sempre in perfetto tempismo con l’inizio dei bombardamenti. Col Califfo del Terrore non è possibile nessuna trattativa. Dunque, la guerra continuerà. All’infinito.
Ma quest’opera di propaganda non sarebbe efficace se contemporaneamente non venissero nascosti i crimini dei ‘salvatori del mondo’ e questo spiega perfettamente perché le immagini delle migliaia di torture di Abu Ghraib non sono state più pubblicate, perché degli orrori dei bambini deformi che nascono in Irak dopo i bombardamenti con le ‘armi segrete’ degli ‘esportatori di democrazia’ non se ne parla, perché le migliaia di morti causate dagli attacchi dei droni vengono tenute nascoste. E spiega anche perché l’Irak viene giornalmente bombardato e non vediamo niente. Se vedessimo, le atrocità dei ‘liberatori’ metterebbero in ombra quelle del DAESH.
Ѐ una propaganda diabolica che è riuscita a far piazza pulita di ogni critica su questa guerra. Non c’è più nulla: né opposizione, né controinformazione, né manifestazioni. E mentre la soluzione finale per l’Irak si avvicina, anche questo drammatico articolo di Gilles Munier è stato ignorato.

Missili all’uranio impoverito contro lo Stato Islamico
di Gilles Munier

Un portavoce del Pentagono ha annunciato ad alcuni media scelti con cura – in videoconferenza e a condizione di non essere identificato! – che l’offensiva per riconquistare Mosul allo Stato Islamico verrà scatenata in aprile-maggio. Una forza di 25.000 uomini comprendente soldati governativi, peshmerga e miliziani si opporrà ai 2.000 jihadisti che tengono la città (stima della CIA).
L’offensiva potrebbe essere avviata per il 20 marzo, data del Nowruz del 2015 (festa di primavera, il nuovo anno persiano e curdo) con l’obiettivo di terminare prima dell’inizio del mese di Ramadan (circa il 17 giugno).
Ovviamente, gli eserciti della coalizione americana metteranno la loro potenza di fuoco aerea per aiutare i loro alleati ad avanzare. A questo proposito, bisogna segnalare lo squadrone di aerei da combattimento Fairchild A-10 Thunderbolt II, soprannominato Warthog (cinghiale) – basato in Kuwait – dotato di armi e di munizioni all’uranio impoverito (1).
Nonostante il disprezzo internazionale che circonda l’uso dell’uranio impoverito nel corso dei conflitti, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e Israele si sono opposti lo scorso ottobre a una risoluzione dell’ONU, sostenuta da 143 Paesi, mirante a regolamentare l’utilizzo di armi e di munizioni contenenti uranio impoverito (2).
Sir Hugh Beach, un generale britannico in pensione, ex-comandante vice capo delle forze di terra britanniche (1976-77), mette in guardia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna contro l’uso di questo tipo di armi. La loro utilizzazione, ha detto, sarebbe “una vittoria di propaganda per i loro avversari” (3). Sapendo quello che è successo in Irak durante la seconda guerra del Golfo – e in particolare a Fallujah – bisogna temere il peggio per le popolazioni civili.

(1) http://www.aljazeera.com/humanrights/2014/10/us-deploys-du-aircraft-middle-east-201410287450282932.html
(2) http://www.un.org/press/fr/2014/agdsi3515.doc.htm
(3) http://www.bandepleteduranium.org/en/the-mods-nonsensical-faith-in-depleted-uranium

Fonte – introduzione e traduzione di M. Guidoni

Sull’incompatibilità della Russia con l’Occidente

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“L’epiteto “democratico” in Russia, dopo l’esperienza politica del decennio eltsiniano, è perlopiù considerato alla stregua di un insulto per cui sia chiaro che non intendo offendere Putin nel momento in cui lo definisco “democratico”. Battute a parte, il nocciolo del problema sta proprio nel termine “democrazia liberale”. Io considero questa formula una specie di alibi dell’Occidente finalizzato a legittimare la Postmodernità Americanocentrica come religione identitaria unica di un mondo che si pretende interamente conquistato alle logiche della globalizzazione, del capitalismo sans frontières e della promozione, su scala globale, tramite guerre neocoloniali e “rivoluzioni colorate”, dei “diritti di libertà individuali” di un astratto individuo perfettamente addomesticato al cosmopolitismo del “consumo libero” occidentale. In altri termini, la “democrazia liberale” odierna non è che un’alternativa definizione caratterizzante la “Cultura McWorld” degli anni Novanta, evolutasi nell’attuale società della comunicazione multimediale globalizzata. La stessa categoria politica di democrazia moderna, intesa come ideologia e processo di emancipazione delle masse nell’ambito degli Stati nazionali a regime postcoloniale, è stata delegittimata e dissolta nell’ambito dell’odierna postdemocrazia di libero mercato e libero consumo (per chi se lo può permettere). La democrazia moderna ha chiuso il suo ciclo storico nel momento in cui, dopo il 1989, è stata decretata, dall’iperpotenza uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda, l’imminente fine capitalistica della Storia e il trionfo dell’“ultimo uomo” (volontario rimando di Fukuyama a Nietzsche), ossia l’individualizzato consumatore americanocentrico privo di qualsivoglia legame identitario a carattere collettivo (nazionale, politico, di classe, di genere). Il colonialismo dei nostri giorni si fonda appunto sull’estensione, su scala planetaria, del modello culturale della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale. E’ pertanto un colonialismo centrato sull’apertura di mercati e di “spazi di comunicazione” volti alla promozione del postmoderno cosmopolitismo del consumo e del desiderio. Oggi i gruppi strategici di riproduzione tardocapitalistica sono proprio le nuove classi medie giovanilistiche e americanizzanti che, in Russia, in special modo nelle città di Mosca e San Pietroburgo, esercitano una limitata ma rumorosa azione di opposizione al governo di Putin e che l’Occidente definisce, acriticamente, i “democratici” russi. Ponendo in discussione determinati postulati culturali tipici della postmodernità (marginalizzazione del ruolo degli Stati nazionali come organizzatori e gestori delle dinamiche di riproduzione sociale interna, società dell’Internet globalizzato, World Wide Web, esterofilia americanocentrica, gay-friendly inteso come affermazione di un nuovo tipo androgino unificato in luogo dei tradizionali generi sessuali maschio/femmina) il “putinismo” si pone in diretta continuità con una prospettiva di ripristino del moderno concetto di democrazia come processo di emancipazione e di liberazione collettiva da vincoli di derivazione coloniale.
(…)
Con Putin la Russia ha in parte allontanato il rischio della plutocrazia senza mediazioni, riequilibrando il contenzioso dei poteri a vantaggio della frazione politica e a svantaggio di quella oligarchica. Soprattutto, gli oligarchi filoccidentali, largamente invisi alla popolazione, sono stati marginalizzati dal punto di vista politico.
(…)
I valori tradizionali della Russia storica oggi fungono quale elemento di contraltare al dilagare della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale, costituiscono una risposta identitaria al tentativo di colonizzazione dell’immaginario pubblico russo verificatosi a seguito dell’imposizione del capitalismo americano quale religione idolatrica unica dopo il 1991. Non a caso, il ruolo della spiritualità religiosa (soprattutto ortodossa, ma non solo) quale cemento dell’unità politica nazionale della Russia in chiave di contrasto a determinati postulati culturali della globalizzazione americanocentrica, è contestato dai gruppuscoli libertari e radicaleggianti sponsorizzati e sostenuti dall’Occidente come attori politici della nominata “società dello spettacolo in Russia”, dalle Pussy Riot, anarco-capitaliste perfettamente interne, per loro stessa dichiarazione, alla cultura consumistica occidentale, fino ai “liberali 2.0” della “Rivoluzione dei Visoni” dell’inverno 2011-2012 ed è apprezzato dalle classi popolari, generalmente ostili alla globalizzazione e al liberalismo contemporaneo e per questo pesantemente invise alla media intellettualità euro-atlantica, che si ostina a considerare la spiritualità ortodossa, declinata in senso patriottico, come un retaggio “antimoderno” e “reazionario” da sostituire con l’idolatrico culto occidentale per il denaro, il successo individuale e il riconoscimento pubblico del singolo nell’ambito di una società interamente di spettacolo e in fase di crescente virtualizzazione.
(…)
Una coabitazione tra Europa e Russia è auspicabile, non solo possibile. Tale integrazione necessita il superamento dell’Unione Europea come progetto transatlantico e il conseguente riorientamento geopolitico dell’Europa (che è cosa assai diversa rispetto all’attuale UE) verso la Russia. Soltanto se riscopre la sua vocazione continentale, l’Europa potrà connotarsi come comunità di popoli indipendenti e nazioni sovrane, strategicamente alleati e culturalmente contigui alla Russia. Per il resto, la cultura politica e filosofica europea va sottoposta a un vero e proprio «bucato delle idee», una rivisitazione complessiva. Perché questo possa accadere è necessario, anzi, indispensabile, che l’Europa recuperi la propria sovranità geopolitica.”

Da Capire la Russia? Intervista a Paolo Borgognone, a cura di Pierluigi Mele.
P. Borgognone è l’autore di Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon editore.

La fine dell’Ucraina unitaria

“Crediamo di avere dimostrato che è possibile leggere gli eventi del Maidan come una storia di dissoluzione di un unico centro istituzionale e di ricomposizione politica intorno ad una pluralità di centri.
Le conseguenze di una simile lettura sono facili da trarre. Se ci induciamo a riconoscere al potere di Kiev e a quelli di Donetsk e Lugansk (ma anche di Sebastopoli) una pari dignità istituzionale, otteniamo prima di tutto una lettura formale della crisi più aderente alla realtà di fatto di quanto non lo sia l’interpretazione, corrente in occidente, secondo cui l’Ucraina Nazionalista e quella Unitaria sono la stessa cosa, mentre la secessione della Crimea e quella di Donetsk e Lugansk sono mere espressioni di un separatismo illegittimo. Ottenuto questo risultato (e in politica il riconoscimento formale di una situazione di fatto avvicina sempre alla soluzione di un problema), si potrebbe passare ad esaminare con onestà il problema più spinoso oggi sul tavolo: la configurazione territoriale delle diverse entità eredi dello spazio ucraino. E’ palese, infatti, che l’attuale estensione territoriale della Novorussia non soddisfa pienamente i Russi e i Novorussi, che continueranno ad esercitare una pressione (anche violenta) sino ad ottenere un riconoscimento ragionevole delle proprie ragioni storiche, politiche, economiche e geografiche nella regione. Infine questo riconoscimento potrebbe giovare allo stato delle finanze nazionaliste, nel senso che sarebbe ragionevole ripartire fra i diversi stati successori i pesanti oneri di bilancio lasciati in eredità dallo Stato unitario.
Siamo consapevoli che la soluzione suggerita è ad oggi, quasi utopistica. Ma è senz’altro preferibile, a nostro avviso, al protrarsi del confronto militare, unica alternativa possibile in mancanza di un compromesso che riconosca pienamente le ragioni di tutti i soggetti coinvolti.”

Dalle “Conclusioni” di 21 Febbraio 2014: la fine dell’Ucraina unitaria, di Marco Bordoni, curatore del blog Volti del Donbass.
Lunga e dettagliata analisi degli eventi, nel primo anniversario di Euromaidan (in versione .pdf qui).

Spetta all’Europa farsi carico del proprio destino

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“Il nocciolo dell’intera questione è proprio qui: non c’è bisogno di alcuna dietrologia né di alcuna teoria del complotto per mostrare la natura espansionista e non difensiva dell’organizzazione atlantica. Sono sufficienti razionalità, logica e buon senso: perché all’indomani del 1991, della scomparsa della sua stessa ragione esistenziale la NATO non solo non ha cessato di esistere ma ha addirittura cominciato un processo di allargamento? Un espansionismo poi certamente non indolore, che ha trovato anzi la sua massima espressione con le guerre balcaniche degli anni ’90, vittima sacrificale la Serbia (allora penalizzata anche dalla fase di estrema debolezza di Mosca). Nel citare le varie tappe di spinta ad Est della NATO, Nazemroaya non manca di citare neanche l’aggressione all’Irak del 2003, a cui i Paesi membri del Patto Atlantico risposero in ordine sparso (con l’Italia nella consueta posizione ambigua), ma che rappresentò il banco di prova per molti dei nuovi Stati europei orientali. Fatto che portò l’allora Segretario della Difesa Donald Rumsfeld a parlare di “vecchia e nuova Europa”.
(..)
Da un punto di vista prettamente europeo e italiano un testo come quello di Nazemroaya non può che fornire un salutare campanello d’allarme. A scoppio più che ritardato, naturalmente, giacché le questioni sono sul tappeto da diversi decenni. Ma prendere coscienza dell’insostenibilità di un sistema che attualmente ha portato un’Unione Europea in piena crisi economica a disporre sanzioni nei confronti di uno dei mercati più ricettivi e strategici come quello russo e che ha portato alla distruzione dello Stato libico è sempre salutare, soprattutto se i danni in questo senso sono ancora reversibili. Perché (e questo bisogna sempre tenerlo a mente) l’estremismo e l’ideologismo sono proprio di chi in realtà continua a sostenere contro ogni logica e semplice buon senso la bontà dell’attuale quadro geopolitico per i nostri (di italiani ed europei) interessi.
Del resto la possibilità che l’Europa decida finalmente di affrancarsi dall’ingombrante tutela militare atlantica dipende in primo luogo e soprattutto… dagli Europei stessi. Perché al di là di ogni considerazione e dotta analisi geopolitica la cruda verità è che sin dal dopoguerra ai governanti del Vecchio Continente ha fatto comodo “appaltare” la propria sicurezza a Washington al fine di tagliare le spese militari. Ragionamento cinico e politicamente miope (ovviamente chiedere ad un altro Paese di farsi carico della propria difesa implica che questo esiga compensazioni in altri campi, dalla politica estera alle scelte economiche) e che per essere cambiato necessita di un cambio di mentalità non solo nella classe dirigente, ma anche nell’opinione pubblica. In quanti sono disposti a capire che la riconquista di una sovranità militare continentale costerebbe sì in termini puramente economici (e in tempi di austerity si andrebbe pertanto a toccare un nervo scoperto per moltissimi) ma nel medio-lungo termine gioverebbe anche sotto quel punto di vista (con una probabile rivitalizzazione di un settore strategico come l’industria pesante e dei grandi armamenti)?
Il quadro in realtà va visto nel suo insieme: per uscire dal vicolo cieco in cui è entrata, l’Unione Europea deve scegliere una volta per tutte di diventare grande e di camminare con le proprie gambe. Si rinfaccia spesso alla UE l’inconsistenza della PESC (politica estera e di sicurezza comune), ma come costruire un fronte compatto sulle questioni essenziali tra i Paesi membri quando questi non dispongono di un apparato di sicurezza unitario? La questione militare, spesso colpevolmente ignorata a discapito di altri settori, è determinante per un ripresa del ruolo che per Storia spetta all’Europa sulla scena globale, pena la progressiva perdita di peso e la futura irrilevanza. Riprendere in mano il proprio destino passa anche dal progetto (spesso evocato ma mai seriamente affrontato) di un esercito europeo comune. Questo naturalmente non per evocare aggressioni contro i propri vicini, anzi: per integrarsi con essi. Più volte dal Cremlino sono giunte dichiarazioni che lasciavano intendere come il problema non sia di avere come vicina un’Europa forte, ma proprio il contrario. L’Eurasia, come suggerisce il nome, non può prescindere dall’Europa. I due concetti non sono assolutamente in antitesi e contrapposizione l’uno con l’altro, dal momento che il progetto di integrazione eurasiatica per compiersi definitivamente e con successo necessita dell’enorme bagaglio di civiltà dell’Europa. Ma non si può ignorare come spetti all’Europa farsi carico del proprio destino e tornare ad essere soggetto autonomo e non più oggetto della volontà altrui; e la NATO (non solo, ma soprattutto) costituisce senza dubbio un ostacolo in tal senso.”

Dalla recensione di Alessandro Iacobellis a “La globalizzazione della NATO” di M. D. Nazemroaya, apparsa in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 215-219.

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