“Liberate Assange, ha detto solo la verità”

E’ fissata a febbraio la prossima udienza per la richiesta di estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti: se venisse accettata il fondatore di Wikileaks potrà essere trasferito in un carcere americano, dove lo aspettano un procedimento con 18 capi di imputazione e una condanna a 175 anni. Nel caso che il 48enne giornalista australiano venisse estradato non avrà più la possibilità di tornare indietro e probabilmente morirà in carcere.
Il suo legale ha presentato, nel corso dell’udienza preliminare a Londra, lunedì scorso, una richiesta di poter ottenere più tempo per esaminare la posizione difensiva. Lo stesso Assange ha preso parte all’incontro, senza fare alcuna affermazione pubblica. Tuttavia è bastata questa breve apparizione per riaprire il dibattito sulla sua detenzione, che ha suscitato recenti appelli internazionali di medici, giornalisti e personaggi del mondo della cultura.
Anche in Italia i sostenitore del fondatore di Wikileaks tornano a farsi sentire. “La vicenda di Assange, le accuse più disparate, il trattamento iniquo e le violazioni dei diritti umani che ha dovuto subire dimostrano come le cosiddette ‘grandi democrazie’ occidentali -in particolare, Stati Uniti e Gran Bretagna- non hanno rispetto delle persone e nemmeno delle loro stesse leggi”, sostiene il generale Fabio Mini con l’Adnkronos. Presidente dell’associazione Peace Generation, Mini è stato capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa, ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e le operazioni di pace condotte dalla NATO nella guerra in Kosovo.
“Non occorre essere complottisti -prosegue il generale- per riconoscere che l’accanimento contro Assange è dovuto a un solo, grave, delitto: aver detto la verità. E, ancor peggio, non aver aggiunto nulla di suo a quanto Americani e Inglesi affermavano e facevano in spregio a qualsiasi ‘umanità’ e logica, in guerra e in pace, con i nemici e gli alleati. Ma se la persecuzione di questi ‘paladini della libertà e della democrazia’ non stupisce, è invece assordante il silenzio che tutti gli altri Stati mantengono da anni, invece di insorgere non soltanto per ciò che sta accadendo ad Assange, ma per ciò che si è limitato a rivelare”.
La comunità internazionale, i servizi d’intelligence, gli eserciti e i politici del mondo “gli sono debitori di molte rivelazioni che nemmeno immaginavano o che si rifiutavano d’immaginare -osserva Mini- Piuttosto che ammetterle, fingono di non averle mai sentite o dicono che si tratta di nefandezze giustificate in quanto parte della guerra e della politica. Il silenzio degli ‘altri’, però, autorizza i ‘paladini’ a insistere con le menzogne, mentre Assange dev’essere lasciato libero -fisicamente e psicologicamente- anche di difendersi o di accusare. In entrambi i casi abbiamo tutto da guadagnare”.
Ad appoggiare le ragioni del fondatore di Wikileaks, che sta “pagando con la vita, a vantaggio di noi tutti, la difesa della libertà” c’è anche il diplomatico Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran e in Cina, che qualche mese fa ha lanciato una petizione per la sua liberazione. “La sua prigionia ingiustificata testimonia la pretesa di dominio imperiale dell’élite americana, che teme la verità ed è in preda al panico per il fatto che comuni cittadini possano conoscere trame oscure, corruttele e manipolazioni politiche e mediatiche messe in opera da quella che si autoproclama la ‘più grande democrazia del mondo’”.
Attraverso la pubblicazione di migliaia di documenti degli apparati americani, “ricevuti senza violare alcuna norma, ma solo svolgendo la professione di giornalista -prosegue il diplomatico italiano- Assange ha mostrato come operino strutture USA occulte o semiocculte. Queste dispongono di ingenti risorse finanziarie e tecnologiche, con cui raccolgono dati su nemici e amici, finanziano tensioni, aggressioni politiche ed economiche, ‘rivoluzioni’ e conflitti contro nazioni, organizzazioni, imprese o individui che non si sottomettono al loro potere. Tutto ciò a beneficio di una minoranza, la plutocrazia dell’1% contro il 99% di una popolazione precarizzata ed eticamente manipolata, che alimenta il mito della ‘nazione indispensabile’, voluta da Dio per governare un mondo recalcitrante”.
Con questa richiesta di estradizione gli Stati Uniti si pongono, a detta di Bradanini, “al di sopra del diritto (nazionale e internazionale), della libertà di stampa, cruciale in un sistema democratico, e del rispetto dei diritti umani, come è evidente anche dalla decisione di tenere aperta la prigione di Guantanamo, dove si può essere rinchiusi senza limiti di tempo e torturati senza aver subito alcuna condanna penale”.
“Gli abusi subiti da Assange, con la complicità del governo britannico -conclude l’ex ambasciatore- possono giustificarsi solo nella presunzione che i cittadini debbano restare all’oscuro di quel che fanno apparati paralleli e servizi di intelligence. Il fondatore di Wikileaks appare come uno dei grandi della scena politica contemporanea, a favore del quale dovrebbero mobilitarsi le nazioni europee. L’Italia democratica e costituzionale -guidata da due partiti che per storie diverse si attribuiscono grande sensibilità ai temi etici- potrebbe offrire asilo politico a Julian Assange. Ma si troverà il coraggio per un passo del genere?”.
Rossella Guadagnini

Fonte

“Assange sta morendo, ma invece di notizie su di lui siamo bombardati con informazione spazzatura”
Emir Kusturica

Libia: tanto casino per nulla

“Ma perchè tanto casino per nulla? Sarebbe interessante capire quali attori hanno avuto interesse a far uscire certe notizie proprio in questo momento. Gli stessi che probabilmente avevano diffuso false dichiarazioni attrribuite alla presidenza tunisina di aver negato il passaggio sul suo territorio alle truppe di Haftar, quando invece Erdogan non ne aveva neanche fatto richiesta. Ma quello che fa sorridere maggiormente, al di là delle congetture sul perchè Serraj non sia venuto a Roma, è la notizia del suo rapimento. E’ chiaro a tutti – e chi non lo ricorda o nega – mente, che Serraj è stato rapito il primo giorno del suo Governo. Una chiara descrizione di questo concetto ci viene fornita da Wolfram Lacher and Alaa al-Idriss nel rapporto “Capitale delle milizie, i gruppi armati catturano lo Stato libico”.
“Quando arrivò a Tripoli – si legge nel rapporto – il Consiglio presidenziale poteva contare sulla promessa di una manciata di gruppi armati nella capitale che lo avrebbero sostenuto. Una serie di altre milizie erano esplicitamente ostili, mentre la maggior parte dei gruppi armati a Tripoli non era schierata. Dal 2011, il panorama della sicurezza di Tripoli è stato un mosaico altamente frammentato e instabile di più gruppi armati. Ma nell’anno che seguì l’arrivo del Consiglio Presidenziale, quattro milizie che si erano associate a Serraj fin dall’inizio divisero la capitale tra di loro. Queste quattro milizie – la Special Deterrence Force (SDF), il Tripoli Revolutionaries Battalion (TRB), il Nawasi Battalion e l’unità Abu Slim dell’apparato di sicurezza centrale – hanno ampliato il loro controllo sul centro, il sud e l’ovest di Tripoli, spostando gradualmente i gruppi armati rivali durante una serie di pesanti scontri. Parallelamente, hanno convertito il loro controllo territoriale in influenza politica e finanziaria guadagnando e consolidandosi in un cartello”.
Ma non è tutto. Vale la pena ricordare alcuni crimini commessi da queste milizie che hanno preso in ostaggio Serraj dal primo giorno del suo insediamento. Tralasciando quelli più lontani nel tempo, ci limitiamo qui a citare solo i fatti più recenti verificatisi nella capitale Tripoli. Il 4 dicembre 2019, alcuni gruppi di uomini armati, probabilmente appartenenti alla città di Misurata e diverse formazioni, hanno attaccato mercoledì mattina la sede del Ministero delle Finanze, nei pressi di Dahra, circondadolo e sequestrando mezzi e armi. Lo stesso giorno gli stessi gruppi armati hanno circondato gli uffici presidenziali di Fayez al-Serraj, sequestrando armi e alcuni mezzi delle forze di sicurezza incaricate di proteggere il presidente. La notizia è stata confermata dal ministro dell’Interno, Fathi Pashagha, che promise giustizia e avvertì l’indomani l’avvio dell’ennesima indagine che rimarrà inconclusa, per la totale assenza dello stato di diritto a Tripoli.
Ancora prima, il 26 settembre 2019, pubblicando una nota del governo libico, riportavamo l’attacco da parte delle milizie al ministro dell’Economia, Faraj Boumtari. Il ministro aveva rivelato che, mentre si trovava nel suo ufficio, era stato attaccato da una persona di nome Taher Erwa, meglio noto come capo dell’intelligence di Tripoli. In una missiva indirizzata al procuratore generale e al Ministero degli Interni, il ministro spiegava di essere stato assalito nel suo Ministero perchè l’uomo sosteneva che il suo gruppo non aveva ricevuto il suo salario. Ma ancora prima, il 12 gennaio 2017, Federica Bianchi sull’Espresso scriveva: “i ribelli hanno attaccato le sedi dei principali dicasteri: è la dimostrazione di quanto la situazione nel paese africano sia ancora instabile nonostante le vittorie contro l’Isis”. Bianchi aggiunge: “Nonostante le milizie di Misurata, fedeli ai Fratelli Musulmani di cui Haftar è acerrimo nemico, abbiamo cacciato l’Isis da Sirte, il governo di Serraj su cui ripongono le speranze americani ed europei non solo ha perso importanti pezzi da novanta nell’ultimo anno ma non è riuscito ancora a garantire la ripresa della vita nella capitale libica, in questi giorni addirittura in preda al freddo per mancanza di elettricità”.
Tutto ciò – sebbene di esempi ce ne siano ancora tanti dal 2015 ad oggi – conferma che Serraj è solo un ostaggio dei suoi gruppi armati e della Fratellanza Musulmana con cui ha solo recentemente preso pubblichi accordi, firmando due Memorandum d’Intesa con Recep Tayyp Erdogan. Nuovo e non ultimo padrone a cui Serraj dovrà rendere conto e che probabilmente gli avrebbe “sconsigliato” di andare a Roma, qualora veramente la visita fosse stata in programma, visto che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nelle stesse ore era al Cairo e Conte aveva ricevuto lo spietato aggressore Haftar che ha cacciato Daesh ed al-Qaeda dalle principali città libiche.
E’ chiaro che non bastavano le notizie false diffuse da Anadolu, dai media russi e turchi, su chi nei giorni scorsi ha preso il controllo di Sirte, dove l’esercito era stato accolto dalla popolazione in festa. Più i gruppi armati della Fratellanza e gli estremisti inviati da Erdogan perdono terreno, più si fa aggressiva la loro reazione sui media. Più aumenta il coinvolgimento di attori esterni, più risulta difficile stabilire quali siano le notizie vere e quali quelle false. Ma dire che Serraj è stato rapito solo ieri sera, vuol dire ignorare cinque anni del suo governo.”

Da Serraj fu rapito il primo giorno del suo Governo, di Vanessa Tomassini.

Sigonella è un cancro in metastasi


“Quanto sta accadendo in Sicilia conferma inesorabilmente quanto sostenuto da attivisti e ricercatori No War, cioè che la base di Sigonella è un cancro in metastasi che diffonde ovunque installazioni, radar, presidi e militarizzazioni. L’Isola è stata trasformata infatti in un’immensa piattaforma di morte USA e NATO: oltre alla telestazione di Niscemi, è stato creato un centro operativo a Pachino (Siracusa) per supportare le esercitazioni aeronavali della VI Flotta nel Canale di Sicilia; ad Augusta sorge una grande struttura portuale per il rifornimento di armi e gasolio delle unità da guerra e dei sottomarini nucleari; gli scali di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa sono utilizzati per le missioni d’intelligence top secret dei velivoli alleati o di società contractor private a servizio del Pentagono e/o – come avvenuto nel 2001 durante la guerra contro la Libia – per le operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari “nemici”.
Non c’è area addestrativa o poligono in Sicilia che non sia stato messo a disposizione dei reparti d’elite USA protagonisti delle peggiori nefandezze nei teatri di guerra internazionali. I Marines destinati a intervenire in Africa utilizzano periodicamente per esercitarsi una vasta area agricola nel Comune di Piazza Armerina. Ai reparti a stelle e strisce è stato concesso pure l’uso del poligono di Punta Bianca, a due passi dalla città di Agrigento, in una delle aree naturali e paesaggistiche più belle e più fragili dell’Isola, utilizzato stabilmente dalla Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano. Nella primavera 2019, i reparti statunitensi di stanza a Sigonella sono stati inoltre tra i protagonisti di un’imponente esercitazione che ha interessato buona parte della provincia di Trapani, comprese alcune aree di rilevante interesse naturalistico e lo scalo aereo di Birgi.
Ancora più foschi gli scenari che potrebbero essere riservati alla Sicilia intera nei prossimi anni. E’ in atto una pericolosissima sfida sferrata da Trump contro la Russia con la cancellazione unilaterale del Trattato INF contro le armi nucleari a medio raggio, firmato da USA e URSS a fine anni ’80. Quel trattato aveva consentito lo smantellamento dall’Europa dei missili Pershing II, SS-20 e Cruise; 112 di questi ultimi vettori nucleari “da crociera” erano stati installati dalla NATO a Comiso (Ragusa), nonostante una straordinaria stagione di mobilitazione popolare, una delle più importanti della storia della Sicilia. La scellerata decisione dell’amministrazione USA rischia di condurre ad una nuova escalation del processo di militarizzazione e ri-nuclearizzazione dell’intero territorio siciliano, considerato che i nuovi programmi di riarmo puntano alla realizzazione – ancora una volta privilegiando il Fianco Sud della NATO oltre a quello orientale – di nuovi sistemi missilistici a medio raggio con lancio da piattaforme terrestri e/o anche mobili, esattamente come avveniva con i Cruise di Comiso, trasportabili ovunque sui camion-lanciatori TEL. Altri aghi atomici da occultare nel pagliaio Sicilia in nome e per conto dei moderni Stranamore e delle transazionali del profitto d’oltreoceano.”

Da Droni AGS a Sigonella. Il regalo di Natale della NATO ai Siciliani, di Antonio Mazzeo.
L’immagine a corredo è tratta dalla pagina Facebook NAS Sigonella.

La Germania del XXI secolo – il video

A seguire le immagini dell’incontro-dibattito svoltosi lo scorso 23 novembre, dedicato all’Europa e la questione tedesca.
Con l’intervento di Giacomo Gabellini, ricercatore di questioni economiche e geopolitiche, autore di Weltpolitik. La continuità economica e strategica della Germania, Goware, Thomas Fazi, giornalista e saggista, co-autore di Sovranità o barbarie, Meltemi, e Massimo D’Angelillo, economista, presidente della società di ricerca e consulenza Genesis. autore di La Germania e la crisi europea, Ombre corte.
Buona visione!

L’imperialismo energetico statunitense


“Con la Libia relegata nel ruolo di Stato fallito, l’Iran espulso dal commercio, il Golfo Persico che si sta trasformando in zona di guerra, il Venezuela sanzionato dai mercati, Boko Haram che interrompe la produzione di petrolio nigeriana, la gigantesca Russia costretta a una nuova Guerra Fredda, i Sauditi in procinto di vendere pezzi di ARAMCO agli Stati Uniti e ad altri investitori capitalisti, e ora con Donald Trump che tiene il petrolio siriano fuori dai mercati globali, gli Stati Uniti spingono il loro petrolio come il più affidabile e facilmente disponibile.
Lo stesso si può dire degli sforzi degli Stati Uniti per espandere i propri mercati di gas naturale liquefatto (GNL). La volontà sistematica di rappresentare la Russia come una minaccia esistenziale che incombe ai confini dell’Europa orientale e centrale ha lo scopo di stigmatizzare la Russia come partner pericoloso e compromettere la sua posizione come principale fornitore economico di gas naturale, fornito dalle pipeline per l’Europa. Di conseguenza, gli Stati Uniti sperano di aprire la porta di quel mercato stabilendo terminali GNL negli Stati più anti-russi. Allo stesso modo, il caos nello Stretto di Hormuz e la lotta all’Iran hanno gettato un’ombra sull’affidabilità dei maggiori concorrenti statunitensi di gas: i vasti giacimenti di gas iraniano e del Qatar.
In questa competizione per i mercati energetici globali, gli Stati Uniti fanno affidamento sulle sanzioni economiche come arma preferita, in particolare bloccando l’attività commerciale dei rivali energetici.
Se imporre la stabilità in un mondo capitalista dipendente dalle importazioni di energia era il primo obiettivo dell’imperialismo USA, la sovrapproduzione di energia da tecnologie innovative ha fissato nuovi obiettivi. Poiché gli Stati Uniti bramano i mercati tradizionali di petrolio e gas naturale, l’imperialismo USA è disposto a convivere e anche favorire l’instabilità globale. Non è un caso che guerre distruttive senza fine, zone a rischio diffuse, minacce e ostilità siano caratteristiche del ventunesimo secolo.
Rafforzare le esportazioni di energia e la vendite di armi rendono gli Stati Uniti il principale piantagrane in un mondo capitalista instabile e ultra competitivo.
L’imperialismo energetico statunitense rende ancora più pericoloso un mondo già instabile.”

Da È solo tutto per il petrolio?, di Greg Godels.