“In Russia siamo abituati a giudicare in base ai fatti”

Lettera aperta dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Sergey Razov, al Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto
Ambasciata della Federazione Russa in Italia, 31 gennaio 2023

Egregio signor Ministro,
Il 30 gennaio di quest’anno Lei ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui, tra l’altro, ha affermato che l’Europa non deve chiudere le porte ai russi e percepire il popolo russo come un nemico. “Non ho mai condiviso chiusure verso gli artisti, gli sportivi, la popolazione civile. Dobbiamo lasciare dei canali di dialogo aperti” – ha detto. E ha aggiunto: “Perché negare i visti ai cittadini russi? Sarebbe meglio che le persone venissero in Europa anche per ascoltare una voce diversa”.
Concordiamo di rado con le Sue dichiarazioni e azioni soprattutto per quanto riguarda la fornitura di armi italiane all’Ucraina, ma credo che quasi tutti i cittadini russi sottoscriverebbero senza esitazione queste parole. E lo stesso farebbero, suppongo, anche in Italia. Ma in che misura tali parole corrispondono alla realtà? Esaminiamo i fatti concreti. Chi è che sta riducendo le opportunità di contatto e di dialogo tra i popoli dei nostri paesi?
La Russia, fondamentalmente per iniziativa del precedente governo italiano, è stata privata dell’accesso a 300 miliardi di dollari delle proprie riserve valutarie. Ora si discute della possibilità di uno scippo definitivo. E stiamo parlando dei soldi dei contribuenti russi.
L’Italia continua a sequestrare immobili, proprietà e altri beni di uomini d’affari russi dichiarati “oligarchi”. Su questa base, giuridicamente traballante, viene discriminata un’intera categoria di cittadini del nostro Paese che ha investito i propri capitali nello sviluppo dell’Italia.
Con pretesti inverosimili e con la scusa della “solidarietà”, sono stati ingiustificatamente espulsi dall’Italia 30 dipendenti dell’ambasciata russa a Roma (con i familiari: 72 in totale), persone che tanto si erano adoperate per sviluppare e rafforzare le relazioni bilaterali. Tra questi, anche coloro che, nel periodo più difficile della pandemia di coronavirus, hanno contribuito a organizzare l’operazione militare-umanitaria russa svoltasi in Italia nel marzo-maggio 2020 per aiutare le popolazioni colpite del Paese amico. In segno di “gratitudine”, l’Italia ha riconosciuto ai nostri diplomatici lo status di “persona non grata”.
Su impulso degli allora vertici del Ministero degli Esteri italiano, membri di spicco della società civile russa sono stati privati dei riconoscimenti statali italiani. Molti di loro erano stati premiati, tra l’altro, per la loro assistenza disinteressata nella ricostruzione della città dell’Aquila, colpita da un devastante terremoto nel 2009.
Su iniziativa della parte italiana, sono stati interrotti i collegamenti aerei diretti tra i nostri Paesi, riducendo così al minimo il turismo russo in Italia. I nostri connazionali che riescono a raggiungere il Belpaese devono affrontare complicate procedure di rilascio dei visti, il cui costo è più che raddoppiato, e una volta in Italia si scontrano con il rifiuto, da parte di alcune aziende, di vendere loro merci per un valore superiore ai 300 euro.
Il reale atteggiamento nei confronti degli esponenti del mondo culturale russo risulta evidente dai casi di annullamento delle esibizioni in Italia del direttore d’orchestra di fama mondiale V.Gergiev, della pianista V.Lisitza o del ballerino S.Polunin, annullamento determinato unicamente dalla loro posizione politica.
L’atteggiamento nei confronti dei contatti nel campo dello sport è illustrato in modo eloquente dal rifiuto delle autorità italiane, nel marzo 2022, di consentire l’organizzazione di un volo umanitario per trasportare una squadra di atleti paralimpici russi con disabilità, bloccati dalla chiusura dello spazio aereo.
Servizi bancari rifiutati senza motivo, chiusure forzate di conti correnti e altre restrizioni discriminatorie legate al possesso di passaporto russo o semplicemente all’indicazione sui documenti della Russia come luogo di nascita, sono diventati un fenomeno comune nella vita dei nostri connazionali presenti in Italia.
E questo non è assolutamente un elenco esaustivo dei passi compiuti dall’anno scorso da parte italiana per impedire unilateralmente i contatti, distruggere i canali di dialogo bilaterale attivi in precedenza. E qui, signor Ministro, sono sicuro che troverebbe molto difficile citare una qualsiasi iniziativa adottata nella stessa direzione da parte russa.
In Russia siamo abituati a giudicare in base ai fatti piuttosto che alle parole. E i fatti sono molto lontani dalle Sue parole, alla cui sincerità, pur volendolo, è difficile credere.
Rispettosamente,
S. Razov

(Fonte)

P2023

PROPAGANDA: azione che tende a influire sull’opinione pubblica e i mezzi con cui viene svolta. È un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto. La propaganda moderna tende a rivolgersi in modo particolare non alla ragione, bensì all’inconscio ed all’irrazionale; i mezzi cui ricorre sono tutti quelli atti a provocare emozioni intense, anche se non immediatamente apparenti, ma durature. Essa è strumento di tutti i governi in occasione di quelle crisi, internazionali e interne, che rendano necessario convogliare in un’unica direzione la volontà del popolo, in special modo nelle guerre.

Sovranismi strabici

“All’interno di quello che “The Economist” definisce il nascente ‘ordine mondiale alternativo’ è utile interrogarsi a quali degli attori della sfida globale giovi maggiormente il sovranismo o meglio i diversi sovranismi nazionalisti, quello anti-UE e filo-NATO e quello anti-UE e anti-NATO. Il primo, il sovranismo di destra ed estrema destra che esercita una richiesta di riappropriazione di sovranità nei confronti dell’UE ed evidenzia un posizionamento geopolitico atlantista, risulta funzionale al completo assoggettamento dell’Europa agli Stati Uniti ed è, pertanto, un fattore di mantenimento dell’ordine mondiale unipolare a guida americana. Il sovranismo nazionale anti-UE e anti-NATO si colloca in una prospettiva che mira a distaccare la nazione dai legami istituzionali con l’UE e dalla sudditanza geopolitica agli Stati Uniti. Anche questo ramo del sovranismo resta meramente nazionalista e non si attiva in senso europeista, in quanto identifica l’Europa con l’UE che considera lo strumento istituzionale e burocratico del globalismo.
Non è questa la sede per approfondire le diverse anime interne alle istituzioni europee, specie in materia di difesa comune, e il dibattito tra una minoranza che richiede autonomia strategica ed una maggioranza che concepisce l’Europa come parte dell’universo euro-americano; ciò che è rilevante in questa sede è che il sovranismo anti-UE e anti-NATO percepisce l’UE come irriformabile. Se nell’attuale scenario di guerra la presa di distanza e la critica serrata alla NATO, accusata, secondo una prospettiva mearsheimeriana, di aver accerchiato la Russia con una vera e propria minaccia militare, si traduce in una richiesta di rottura della sudditanza nazionale verso Stati Uniti, la mancanza di una proposta aggregativa europeista rischia di lasciare tale approccio in una situazione di fragilità e irrealizzabilità rispetto alla forza cultural-mediatica euro-atlantista e alla vasta presenza dell’atlantismo a livello parlamentare.
A parte la Germania che, col suo piano di riarmo da decifrare in termini geopolitici (riarmo autonomo, europeo collaborato o legato all’industria bellica americana?), preoccupa gli Stati Uniti, molte nazioni, anche qualora la prospettiva sovranista anti-UE e anti-NATO riscuotesse un elevato, ma ad oggi alquanto improbabile, successo elettorale, finirebbero per trovarsi in una condizione di fragilità rispetto al dominus americano. Se, dunque il sovranismo anti-UE e filo-NATO è direttamente funzionale all’unipolarismo americano, il sovranismo anti-UE e anti-NATO non sembra potersi attivare in proposte geopolitiche alternative all’unipolarismo e potrebbe condurre piuttosto all’isolamento tipico dei sovranismi nazionali.
Per i sostenitori dell’unipolarismo a guida americana il sovranismo nazionalista di matrice atlantista è ovviamente un alleato e/o uno strumento al tempo stesso, mentre il sovranismo anti-UE e anti-NATO, qualora non riscuotesse maggiori consensi elettorali, potrebbe anche essere lasciato prosperare come accettabile avversario incapace di proporre una strategia geopolitica alternativa.
Ciò che minerebbe o rappresenterebbe una minaccia per l’unipolarismo americano e le sue certezze di controllo geopolitico del continente europeo sarebbe, invece, un sovranismo europeista che reclami un’autonomia geopolitica, di difesa e di relazioni internazionali e proponga una riforma dell’UE su basi europeiste e un distacco dalla dominante prospettiva euro-americana. Le leve cardine a disposizione degli Stati Uniti per procrastinare l’unipolarismo a guida americana e impedire l’autonomia strategica europea sono fondamentalmente due. Il congelamento delle istituzioni europee all’attuale condizione di euro-americanismo e lo stimolo dei sovranismi nazionali che reiterino le divisioni del continente e le conflittualità nazionalistiche. Si può, pertanto, asserire che nell’attuale quadro geopolitico, caratterizzato dal passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo e dal riemergere di una guerra fredda Ovest-Est, il sovranismo nazionalista può rappresentare uno degli strumenti della geopolitica statunitense, anche accettando un comodo avversario come il sovranismo anti-UE e anti-NATO che, pur criticando gli Stati Uniti e il loro imperialismo, mantiene una prospettiva dividente per il quadrante europeo e quindi a suo modo funzionale a frammentazione e depotenziamento dell’Europa.”

Da I sovranismi alla prova della guerra in Ucraina, di Nicola Guerra, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2023, pp. 42-44.

Le contraddizioni dell’immigrazione


“I fenomeni agitati hanno ovviamente sempre una base reale: le migrazioni, causate dall’impoverimento di vaste aree del mondo a causa dello sfruttamento delle economie capitaliste dominanti, è in grado di generare grossissime contraddizioni negli Stati in cui i migranti fanno ingresso. Basti pensare al fenomeno delle Banlieues francesi o dei quartieri svedesi pieni di immigrati, divenuti ormai scenari di film e note serie televisive. Il contatto ed il confronto con le fasce disagiate autoctone genera fenomeni esplosivi. Le zone più povere della Germania sono un proficuo bacino elettorale per partiti che agitano la tematica dell’immigrazione in modo securitario.
Tuttavia, le contraddizioni generate dall’immigrazione, se ben comprese, dovrebbero spingere chi le subisce a mobilitarsi contro la causa principale – la barbarie dell’economia capitalista – la quale è responsabile del disagio degli autoctoni come delle sofferenze dei migranti.
Perché ciò non avviene? La risposta sta nelle osservazioni contenute nel citato passo dell’Ideologia tedesca: “la classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale”. La tematica dell’immigrazione è spesso agitata in prima battuta dai media, anche – e forse soprattutto – generalisti. Spesso i partiti populisti si accodano vedendo un’opportunità di egemonia. Ogni giorno il migrante viene presentato come pericolo sociale, evento criminale, fenomeno da combattere con “la forza” dello Stato. Per contro, le visioni opposte che i media mainstream consentono di vedere si polarizzano in un pauperismo pseudoreligioso, che si dedica a descrivere il fenomeno delle migrazioni come sola sofferenza, dimenticando che spesso la sofferenza non crea angeli, ma spine che incidono nella carne viva di altri sofferenti. Dal momento che le contraddizioni sono invece esistenti, gli strati sofferenti autoctoni percepiscono come bugiarda e altoborghese la visione umanitaria, mentre convalidano come aderente alla realtà la propaganda securitaria dei “falchi” dell’immigrazione.
Lo strumento populista consente così di deviare abilmente le conseguenze delle contraddizioni sociali verso un nemico costruito, e di fatto innocente quanto i sofferenti autoctoni. Il colpevole principale viene nascosto con soddisfazione, e con altri benefici che di seguito andiamo a descrivere:
– la marginalizzazione sociale dei migranti consente un proficuo sfruttamento da parte di tutti i settori del capitale, da quello illegale del lavoro in nero, a quello del lavoro povero, agendo da ulteriore spinta alla deflazione salariale.
– la fede degli strati disagiati della popolazione nella narrativa securitaria anti immigrazione rafforza il ruolo e la legittimazione dello Stato ad usare la repressione, scoraggiando anche la mobilitazione di lotte antagoniste.
Le domande insoddisfatte vengono così abilmente sviate dalla classe dirigente verso un bersaglio innocuo, evitando le responsabilità politiche e sociali. Il dissenso viene così “costruito” ed organizzato a favore del mantenimento del potere dominante.”

Da Quando il populismo è strumento di egemonia del potere dominante, di Enzo Pellegrin.

“Il neocolonialismo è morto”

“Pubblichiamo la traduzione di questa lunga intervista a Mohamed Hassan – curata da Grégoire Lalieu del collettivo Investig’Action e co-autore di La Strategie du chaos e Jihad made in USA – pubblicata il 26 ottobre sul sito del collettivo.
Paesi che si rifiutano di tagliare i ponti con la Russia. I dirigenti turchi che sfidano le minacce di Washington. L’Arabia Saudita che disobbedisce a Biden. L’America Latina che vira “a sinistra”. Una parte dell’Africa che volta le spalle ai suoi vecchi e nuovi “padrini” neo-coloniali. È chiaro che il mondo sta cambiando. E Mohamed Hassan ci aiuta a vederlo più chiaramente, anche per le prospettive “rivoluzionarie” che si aprono per le classi subalterne europee, oltre che per i popoli del Tricontinente.
Questo in una situazione in cui anche gli Stati Uniti non solo stanno perdendo la propria egemonia all’esterno, ma soffrono una crisi sociale che avrà dei precisi riflessi anche nelle vicine elezioni 
Mid-term dell’8 novembre.
Afferma giustamente Hassan: “O
ggi ci sono 500.000 senzatetto per le strade degli Stati Uniti e il loro tasso di mortalità è salito alle stelle. Ci sono anche due milioni di prigionieri su un totale di undici milioni in tutto il mondo. Il tasso di povertà infantile è del 17%, uno dei più alti del mondo sviluppato secondo il Columbia University Center on Poverty and Social Policy. L’imperialismo sta distruggendo gli Stati Uniti dall’interno e non ha impedito ai due grandi rivali, Russia e Cina, di conquistare potere. Questo aumento di potere indebolisce le posizioni dell’imperialismo statunitense nel mondo”.
Un mondo è al crepuscolo, un altro sta sorgendo sullo sfondo di uno scontro sempre acuito tra un blocco euro-atlantico ed i suoi satelliti ed uno euro-asiatico in formazione.
Ai comunisti che lavorano dentro lo sviluppo delle contraddizioni in Occidente, “per linee interne” al movimento di classe – a volte tutto da ricostruire – si apre nuovamente la possibilità di giocare un ruolo nella Storia, con la S maiuscola e lasciarsi dietro le spalle le proprie sconfitte..
Si pone nuovamente l’attualità della Rivoluzione in Occidente e dello sviluppo del Socialismo nel XXI Secolo, se non si viene schiacciati dalle chiacchiere dei ciarlatani al soldo degli apparati ideologici dominanti.
L’ex diplomatico etiope, specialista di geopolitica, analizza le ripercussioni della guerra in Ucraina, che segna una svolta storica. In che modo gli Stati Uniti hanno perso influenza? Perch
é l’Africa si oppone alle potenze occidentali? Quale futuro per l’Europa? Che ruolo possono avere i lavoratori?
In La strategia del caos Mohamed Hassan aveva parlato della transizione verso un mondo multipolare. Undici anni dopo, quella che ai tempi era solo la prefigurazione di una tendenza, ora è una realtà in atto, ed in questa intervista ne fa un bilancio.”

Il testo integrale dell’intervista è qui.

Il gruppo musicale sloveno Laibach rende omaggio al cantautore Leonard Cohen (1934-2016), reinterpretando una sua canzone pre-apocalittica denominata The Future, risalente al 1992. Questa versione rende chiaro che il futuro previsto da Cohen assomiglia moltissimo al nostro presente.

Guerra climatica


Di Peter Koenig*, per globalresearch

“Chi controlla il tempo controlla il mondo” – Lyndon B. Johnson, 1962

Quello che stiamo vedendo in questi giorni con l’uragano “Ian” che devasta i Caraibi, le coste della Florida e l’entroterra, poi fino alla Carolina del Sud, causando la massiccia distruzione di infrastrutture, di terreni coltivati, la morte di animali e persone, così come la cancellazione di tutti voli da New York alla Florida, questo è uno stato di guerra.
È chiamato anche geoingegneria.
Negli ultimi due anni è diventato un luogo comune.
“Scie chimiche”, il termine ormai comune con cui si indica l’attività di spruzzare letteralmente nell’alta atmosfera tonnellate di decine di migliaia di particelle chimiche differenti da parte degli aeroplani, è diventato una tecnologia coperta da centinaia se non migliaia di brevetti. Non solo brevetti statunitensi. Brevetti da Paesi di tutto il mondo.
Lo sapevate che la Spagna insieme a oltre 50 Paesi stanno attualmente svolgendo “attività per cambiare artificialmente il clima”? Lo ha detto di recente l’agenzia meteorologica spagnola AEMET e parla di “scie chimiche di condensazione” o “scie chimiche”. Vedetevi questo.
Per avere un quadro completo su cosa si basa la geoingegneria, la sua storia – risalente almeno al 1947, probabilmente anche più indietro – il suo background scientifico, la segretezza – e la potenza – potenza bellica, letteralmente da usare per la guerra meteorologica, dovreste guardare The Dimming.
La geoingegneria potrebbe essere simile al Progetto Manhattan (Progetto Manhattan era il nome in codice dello sforzo guidato dagli Americani per sviluppare un’arma atomica funzionale durante la seconda guerra mondiale).
Secondo le stazioni meteorologiche della Florida, Ian è il peggior uragano che ha colpito la Florida da decenni, probabilmente da sempre.
La devastazione di Ian – la cui portata non può ancora essere misurata – sta lasciando dietro di sé danni, che potrebbero richiedere anni di lavoro per la pulizia e la ricostruzione.
Guardatevi questo video rivelatorio di 3 minuti.
Come l’estate calda e secca – in Europa e Nord America quasi due mesi senza una goccia di pioggia e temperature record – uccide i raccolti, gli animali, le scorte di cibo, persino le persone, le persone vulnerabili al caldo e i poveri. I poveri sono sempre in prima linea ad essere colpiti e feriti dalla miseria.
Naturalmente, lo scenario si inquadra perfettamente negli obiettivi del Great Reset e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Si adatta al quadro generale, che non dovremmo mai dimenticare, quando guardiamo ai singoli eventi catastrofici. Tutto quello che dobbiamo fare è unire i puntini.
In una conferenza a Davos, in Svizzera, alla fine di agosto 2022, un professore di meteorologia di una delle più importanti università tecniche d’Europa, si è rivolto al pubblico dicendo: “Non c’è bisogno di dirvi che il nostro clima è progettato a tavolino. È ovvio. Ma vi spiegherò come si fa”.
Quindi proseguì spiegando i diversi processi, le migliaia di differenti sostanze chimiche che vengono rilasciate nell’atmosfera, cosa fanno – e come vengono brevettate – e come queste particelle velenose, molte contenenti metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche, finiscono nei corsi d’acqua, laghi e falde acquifere. Si sta utilizzando il clima per scopi militari. La sua devastazione potrebbe essere distruttiva quasi quanto una bomba nucleare. Forti tempeste, siccità, alluvioni, freddo – bufere glaciali – e altro ancora possono essere applicati in qualsiasi parte del mondo.
Con la propaganda massiccia e implacabile dei “Verdi” sarà semplicemente attribuito al “cambiamento climatico”. La gente spaventata e indottrinata – ancora una vasta maggioranza – non metterà in dubbio il motto del cambiamento climatico. Annuisce e accetta, e spera di poter sopravvivere e ricostruire. Coloro che perdono i propri cari, daranno la colpa al “cambiamento climatico” provocato dall’uomo.
Sì, è provocato dall’uomo. Ma non ha nulla a che fare con il “rilascio eccessivo di anidride carbonica”, o CO2. È la geoingegneria climatica trasformata in un’arma da guerra mortale. Vedetevi questo.
In molti luoghi, o in interi Paesi, in quest’estate del 2022 l’acqua è stata razionata.
Ingiustamente, perché ci sono stati anni nella storia recente, in cui le falde acquifere erano più basse in tutta Europa e Nord America, e nessun razionamento di acqua era capitato.
Il razionamento dell’acqua è una tattica intimidatoria. Tutti sanno che l’acqua è essenziale per la vita. Il razionamento diffonde paura e incita sottomissione alle autorità che decidono sul vostro accesso all’acqua. Fa parte dell’allarmismo, assoggettare le menti della gente in una dipendenza dall’autorità.
Le autorità vi permetteranno di utilizzare o meno acqua e/o energia e/o cibo. Vi è stato detto che ci sono scarsità. Queste scarsità saranno accompagnate da altre scarsità. Stanno provocando panico e carestia, in particolare nei segmenti vulnerabili della popolazione.
Nessuno vi dice che tutte queste scarsità – per lo più incolpando la Russia al posto loro, in modo falso ovviamente – sono create artificialmente – tutte con lo scopo di controllare l’umanità – il programma del Great Reset del Forum Economico Mondiale, alias Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
La combinazione di tutto questo, comprese le precedenti dosi multiple dei velenosi vaccini a mRNA, indebolendo il sistema immunitario umano, può anche causare enormi morti per carestia, una moltitudine di malattie e cause legate alla miseria, inclusi suicidi in aumento massiccio, ma non riportati.
Ancora una volta, nessuno ve lo dice – queste sono scarsità artificiali, scarsità arbitrarie create dall’uomo con lo scopo di creare danni, gravi danni – e fare avanzare l’agenda eugenista del Reset.
Il punto è che la geoingegneria è avanzata a un livello in cui Washington può facilmente dire “entro il 2025 possiederemo il clima”. Vedetevi questo e questo.
Possedere il clima, per il Pentagono significa utilizzarlo per scopi bellici.
Possibilmente usandolo al posto di – o in parallelo con – armi nucleari; esplosioni nucleari mirate a piccolo raggio.

*

Solo quando una massa critica di gente sarà consapevole di ciò che sta accadendo – e di cosa ciò potrebbe significare per il futuro dell’umanità, noi, il popolo, potremo contrastare questi diabolici meccanismi di controllo di un oscuro culto e il suo obiettivo di un Ordine Mondiale – digitalizzazione totale, robotizzazione e globalizzazione della popolazione mondiale sopravvissuta.
Non lo raggiungeranno.
Perché noi umani risvegliati non lo permetteremo. Il nostro spirito, la fisica dinamica e quantistica, alla ricerca della luce, la nostra vibrazione con la luce, impediranno al culto oscuro di avere successo.

*Peter Koenig è un analista geopolitico ed ex Senior Economist presso la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove ha lavorato per oltre trenta anni in tutto il mondo. Insegna in università negli Stati Uniti, in Europa e in Sud America. Scrive regolarmente per riviste online ed è l’autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed, e coautore del libro di Cynthia McKinney When China Sneezes: From the Coronavirus Lockdown to the Global Politico-Economic Crisis.
Egli è ricercatore associato presso il Centro di Ricerche sulla Globalizzazione. È anche ricercatore senior non residente dell’Istituto Chongyang della Renmin University di Pechino.

(Traduzione a cura della redazione)

Formazione di massa, ideologia e complottismo

Pensieri provinciali

Pubblico una citazione tratta da un recente testo, a parer mio fondamentale da molti punti di vista per comprendere questi ultimi due anni e per elaborare azioni e strategie di contrasto che possono risultare efficaci. Il testo è Psicologia del totalitarismo di Mattias Desmet. Nella citazione da me riportata, è messa in luce una delle possibili risposte sbagliate alla deriva totalitaria, vale a dire quella che si affida a spiegazioni e semplificazioni organizzate attorno all’idea dell’esistenza di un “complotto” ordito da una ristretta cerchia che agisce nascostamente: l’élite.

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Chi non viene toccato dalla formazione di massa si ritrova in una situazione che non riesce a capire (la formazione di massa appare sempre sorprendente e assurda a chi non vi è coinvolto), in cui si sente messo in pericolo dalla mania di controllo che vi regna e dalla tipica intolleranza verso gli esterni. In questo spettatore confuso…

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Resistenza e resilienza

“L’aspetto più inquietante dell’egemonia culturale della nostra epoca riguarda la capacità di far accettare soprusi sempre maggiori. Viene diffusa una nuova parola di moda: resilienza. Resilienza è saper accettare e superare una situazione negativa facendo appello alle proprie forze. Ancora l’individuo! E’ così che un vocabolo forbito nel allontana un altro più usuale ma pericoloso: resistenza. Resistenza è opporsi alle situazioni negative comprendendone la causa, combattendole per eliminarle, con mezzi efficaci.
La resistenza implica però lo sforzo di analisi critica e l’agire collettivo: un uomo solo può sopportare, difficilmente può efficacemente resistere. Ma tanti esseri umani possono resistere anziché piegarsi. Resilienza è la virtù del buon suddito, è il rifiuto a comprendere, è la fiducia in chi dirige, Resistenza è il fiero agire di un collettivo consapevole.
La resilienza consente all’individuo di superare ed accettare un evento negativo. La resistenza mira ad eliminare le cause dell’evento negativo.
(…)
La Resistenza con la R maiuscola è dunque cosa seria: non bastano indignazione, slogan, contraddizioni materiali dolorose, furba acquisizione del consenso. Occorre che una buona moltitudine di persone prenda coscienza e conoscenza, si prepari e si organizzi per dare battaglia con la tattica e la strategia adeguata. Un’impresa che appare impossibile oggi, ma che qualche volta è riuscito nella Storia, combinando sforzo collettivo, conoscenza, buona organizzazione e capacità, anche militare, di combattere.
Praticare resilienza è sempre stato invece evento comune: come la storia ancora ricorda, l’uomo ha accettato su di se anche la schiavitù e la morte, rassegnandosi o non accorgendosene. Dovremmo dunque aspirare all’eccezionalità, ma l’eccezionalità non nasce né dall’isolamento né dalla perfezione individuale. La storia siamo noi cantava Francesco De Gregori, ma pochi intendono il completo significato di questa frase.”

Da Impressioni di settembre, di Enzo Pellegrin.

Un errore strategico che mette a repentaglio i fondamenti del potere


“I principali detentori di titoli di debito USA all’estero sono Cinesi, Giapponesi, Arabi e Belgi. Il presupposto di tali acquisti è ovviamente la fiducia nelle istituzioni finanziarie americane: ed è proprio qui il punto nodale e l’errore tattico di fondo che incrina irrimediabilmente questa fiducia. E’ l’errore tattico che si traduce in disastro strategico. Immaginate che la vostra banca decida di congelare e sequestrare i vostri soldi, regolarmente depositati presso un conto corrente, perché avete preso a schiaffi il vostro vicino di casa e questi potrebbe reclamare un risarcimento danni. Certamente arriverà la Polizia per farvi smettere, e ci sarà un giudice che vi giudicherà per le vostre azioni e magari vi condannerà a un risarcimento dei danni. Dopodiché potrete fare appello contro la sentenza di condanna, e comunque per portarvi via i soldi si devono seguire certe regole stabilite dalla legge (esecutorietà dei titoli, pignoramenti, vendite forzate, eccetera). Insomma, che c’entra la vostra banca con la lite con il vostro vicino? Niente, anzi in genere le banche erano vicine ai loro clienti e cercavano di tutelarne gli interessi a tutti i costi, magari anche con comportamenti al limite o fuori dalla legge, per esempio nascondendo dietro scatole fumose i vostri soldi per sottrarli alle pretese dei terzi creditori. E invece qui, la vostra banca agisce per prima contro di voi sequestrandovi i soldi perché siete stato cattivo e perché domani potrà risarcire il vostro avversario. Se questa cosa capitasse a un vostro amico o conoscente, pensereste che non ci si può fidare di una banca così fatta e che è prudente togliergli i soldi dalle mani al più presto pere evitare che capiti anche a voi. Ora, immaginate che cosa hanno pensato i governanti di Cina, Arabia Saudita, Emirati, India e altri simili Paesi che sono gonfi di titoli del debito pubblico USA. Gli americani, ad esempio, potrebbero pensare domani che la guerra in Yemen è un crimine contro l’umanità (lo è, ma dato che finora è conforme ai loro interessi, si guardano bene dal dirlo), e sequestrare i fondi dell’Arabia Saudita depositati presso di loro. O imporre sanzioni ai Paesi dell’OPEC perché non buttano fuori la Russia dall’organizzazione o perché riducono la produzione per tenere alto il prezzo del petrolio. Il sequestro dei trecento miliardi di dollari che Elvira Nabiullina, Governatore delle Banca centrale Russa aveva (ingenuamente) depositato nelle istituzioni finanziarie occidentali fidando sul rispetto delle regole generali di fiducia tra le banche, ha scatenato il panico in tutto il resto del mondo. Ciascun Paese ha il suo “buco nero” per il quale può domani essere accusato dagli Americani e sottoposto a sanzioni ritrovandosi dalla sera alla mattina senza soldi per fare fronte alle proprie obbligazioni. Ed è cominciata non solo una lenta ma costante fuga dal dollaro, ma anche un’affannosa ricerca di un’alternativa ad esso come moneta di riferimento. Il dollaro è tuttora la moneta di riferimento per le transazioni internazionali, e non solo per le merci che provengono dagli USA, ma anche per le transazioni tra altri Paesi del mondo. Questo fatto, ovviamente, sostiene la domanda globale di dollari, ma sta venendo rapidamente meno: i paesi del BRICS stanno elaborando un sistema di pagamenti alternativi e nel frattempo un numero crescente di transazioni tra di loro viene effettuata in monete locali o in monete di Paesi amici, come il Yuan cinese, ad esempio. La facilità con cui le banche russe sono state estromesse dal sistema di pagamenti SWIFT, ha mostrato che gli Occidentali non si fanno scrupoli di utilizzare un meccanismo studiato per facilitare gli scambi mondiali come un’arma politica. Ma in fondo, lo SWIFT non è altro che un programma che può ben essere sostituito da un altro programma che sia sottratto all’uso politico di un Paese con pretese di dominazione globale. E se si riduce la domanda di dollari, c’è la conseguenza certa di un’implosione del debito pubblico americano e soprattutto del debito estero, con una forte inflazione interna e una svalutazione del dollaro e delle monete sue alleate, euro e Sterlina, soprattutto.
Aver rotto il patto di fiducia tra depositanti e banche comporta il rischio di un tracollo del sistema finanziario occidentale che si fonda proprio su questo patto di fiducia. Certamente, per comprare merci USA ed europee è necessario acquistare dollari e euro, ma anche per comprare merci cinesi o indiane è necessario acquistare Yuan e Rupie. E se le economie occidentali, sul piano finanziario valgono poco meno del 50% del PIL mondiale, esse contano per il 24% circa del PPA, ovvero del PIL per Potere di Acquisto, e il 13% circa della popolazione mondiale. E se le economie occidentali sono stagnanti o in recessione, le economie dei Paesi terzi sono invece in rapida crescita e alla fine le loro logiche finiranno per prevalere. A meno che non si faccia una guerra talmente devastante da inibire quella crescita e fondare il potere sulle cannoniere piuttosto che sulle monete. Già, appunto, la guerra.”

Da L’errore fatale del potere, di Domenico De Simone.

Un rabbino israeliano ricorda chi sono i moderni eroi dell’Ucraina

Il rabbino Mikhail Finkel è stato invitato in televisione per esprimere la propria opinione sull’attuale situazione in Ucraina. Le sue affermazioni hanno sorpreso gli intervistatori i quali supponevano che egli avrebbe coperto il regime di Kiev. Il rabbino e scienziato politico Mikhail Finkel ha deciso di ricordare ai presenti in studio che solo sotto la presidenza Zelensky, l’Ucraina ha votato contro Israele alle Nazioni Unite e firmato risoluzioni anti-israeliane in 36 occasioni. Egli ha ricordato agli spettatori che sono i moderni eroi dell’Ucraina:
“In 36 occasioni solo sotto Zelensky, l’Ucraina ha votato contro Israele alle Nazioni Unite
I loro eroi sono Petlyura, che uccise 200.000 Ebrei. Questo è Shukhevych – un uomo delle SS, questo è Bandera! Questo è Stetsko, il quale disse che tutti gli Ebrei dovrebbero essere distrutti, Yaroslav Stetsko. Questo è Khmelnitsky, che assassinò 300.000 Ebrei.
Ogni anno a Kiev, si tiene una parata della divisione SS “Galizia” e il nostro Ministro degli Esteri protesta contro di essa. Questa è gentaglia, c’è un regime neo-nazista, de jure.
Dico così, metà della mia famiglia fu uccisa da Banderisti e Petliuravisti nei progrom di Petliura!
Questi sono gli eroi dell’Ucraina, a loro sono eretti monumenti e nominate strade.
Questa non è propaganda russa, ma parole del Ministro degli Esteri israeliano. Lo abbiamo detto molte volte, il nostro ambasciatore a Kiev lo ha detto: Bandera non è un eroe, ma un criminale!
Allo Yad Vashem, ognuno può vederlo, sta scritto: collaborazionista e criminale nazista. Cercate su YouTube: Bandera è un fascista.
Non sto giustificando la guerra direttamente. Io sono contro la guerra, contro la sofferenza di civili pacifici. Ma non rappresentate quali eroi gli assassini della mia gente e della mia famiglia.
E non c’è necessità di essere in disaccordo con un grande Paese le cui basi militari sono collocate in Siria e che può rivolgere Hezbollah, la Siria, la Giordania e molti altri Arabi contro di noi in un istante e con lo schiocco delle dita”.

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Colonizzatori e colonizzati


“Noi, come Italiani, o Mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli Angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).
Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.
Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.
In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in Inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.
Come Paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.
In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.
Oggi che gli interessi della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.
Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.”

Da La falsa coscienza di un Paese colonizzato, di Andrea Zhok.

Gli Stati Uniti rivelano le forniture di armi all’Ucraina e creano un’agenzia speciale

Il conflitto in Ucraina è in corso e i contribuenti americani, contro la loro volontà, continuano a finanziare l’invio di armi in Ucraina.

Gli USA si sono già impegnati approssimativamente per 6,8 miliardi di dollari per assistenza alla sicurezza in Ucraina dall’inizio dell’amministrazione Biden, compresi circa 6,1 miliardi di dollari dal 24 febbraio, dice il rapporto del Dipartimento statunitense della Difesa.
Durante il recente vertice della NATO tenutosi a Madrid, il Presidente degli USA Biden ha annunciato nuovi imminenti pacchetti di aiuti.
La Casa Bianca conferma il suo impegno per non fermare la fornitura di armi al Paese devastato dalla guerra. Il contenuto dei pacchetti di aiuti statunitensi dovrebbe estendersi, l’attenzione sarà posta sull’artiglieria, sui sistemi di lancio multiplo dei razzi e su quelli di difesa aerea a medio e corto raggio.
L’ultimo e tredicesimo prelievo di attrezzature militari per l’Ucraina proveniente dagli inventari del Dipartimento della Difesa a partire da agosto 2021 è stato dichiarato il 23 giugno di quest’anno. Finora, in totale, l’aiuto militare all’Ucraina include:
• Più di 1.400 sistemi Stinger anti aerei;
• Più di 6.500 sistemi Javelin anticarro;
• Più di 20.000 altri sistemi anticarro;
• Più di 700 sistemi aerei tattici senza equipaggio Switchblade;
• 126 obici da 155mm e 260mila proiettili di artiglieria da 155mm;
• 36mila proiettili di artiglieria da 105mm;
• 126 veicoli tattici per rimorchiare obici da 155mm;
• 19 veicoli tattici per il recupero di attrezzature;
• 8 sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità (Himars) e relative munizioni;
• 20 elicotteri Mi-17;
• Centinaia di veicoli blindati multiuso a ruote ad alta mobilità;
• 200 veicoli M113 per trasporto truppe;
• Più di 10mila lanciagranate e armi di piccolo taglio;
• Più di 59milioni di munizioni per armi leggere;
• 75mila kit di giubbotti antiproiettile ed elmetti;
• 121 sistemi aerei tattici invisibili senza equipaggio Phoenix;
• Sistemi missilistici a guida laser;
• Sistemi aerei senza pilota Puma;
• Navi senza equipaggio per la difesa costiera;
• 22 radar di contro artiglieria;
• 4 radar contro mortaio;
• 4 radar di sorveglianza aerea;
• 2 sistemi di difesa costiera Harpoon;
• 18 imbarcazioni per pattugliamento costiero e fluviale;
• Mine antiuomo Claymore M18A1;
• Esplosivi C-4 e attrezzature di demolizione per liberarsi dagli ostacoli;
• Sistemi tattici di comunicazione sicura;
• Migliaia di dispositivi di visione notturna, di sistemi a immagine termica, sistemi d’ottica avanzata e telemetri laser;
• Servizi di immagine satellitare per scopo commerciale;
• Dispositivi di protezione per lo smaltimento di ordigni esplosivi;
• Attrezzature protettive da ambienti contaminati per via nucleare, radiologica, biologica e chimica;
• Forniture mediche che includono kit di pronto soccorso;
• Attrezzature di interferenza elettronica;
• Attrezzature da campo e parti di ricambio;
• Finanziamenti della formazione, della manutenzione e operatività.
Lo scorso 20 maggio, è stato riferito che il Pentagono ha creato una nuova agenzia destinata ad accelerare le forniture di armi all’Ucraina, aggirando i ritardi burocratici. Essa è stata denominata Gruppo di Integrazione Senior-Ucraina. I compiti dell’organizzazione includono il trasferimento di attrezzature militari dalle riserve del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America alle Forze Armate [ucraine], il coordinamento delle forniture con la NATO, e la soluzione di questioni umanitarie. Precedentemente, il Pentagono usava una struttura simile per accelerare le forniture militari destinate all’Afghanistan, all’Iraq e alla Siria.
Le consegne di armi all’Ucraina prolungheranno certamente le ostilità. Gli USA stanno anche incoraggiando i propri Paesi satelliti a livello informale a supportare l’Ucraina nella guerra e sono loro stessi un brillante esempio di sostegno per l’Ucraina.

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Una carrellata sugli armamenti abbandonati dalle forze armate ucraine durante la ritirata dall’area metropolitana di Severodonetsk-Lisichansk (fonte).

Articolo aggiornato il 9 luglio 2022

La grande menzogna sul grano ucraino

Kiev non è il granaio del mondo e neppure d’Europa

“La Russia vuole affamare il mondo, bloccando l’esportazione del grano ucraino per via mare”. È questa la nuova bufala dei media italiani di regime. D’altronde sul terreno l’esercito russo avanza e non si può continuare a raccontare di ripiegamenti delle armate putiniane pronte ormai alla resa. Dunque occorre cambiare la menzogna quotidiana. E cosa c’è di meglio di provocare una nuova ondata di indignazione e di terrore nel gregge italico? Il Covid non funziona più, il vaiolo delle scimmie non funziona ancora. Ma la carestia è sempre un tema di successo.
Tanto chi, nel gregge, andrà mai a controllare i dati reali? Basta raccontare che l’Ucraina è il “granaio del mondo” e le pecore si spaventano. Un tempo era considerata solo il granaio d’Europa, ma i tempi sono cambiati. Anche le produzioni ed i produttori, però. Così la produzione mondiale si aggira intorno ai 760 milioni di tonnellate e, grazie ai disinformatori di regime, viene da pensare che Kiev sia il primo produttore. Se no che “granaio del mondo” sarebbe?
Invece no. Per la delusione della squadra di Mimun al primo posto c’è la Cina, con (dati FAO 2020) con 134 milioni di tonnellate. Seguita dall’Ucraina, ovviamente. Macché, seguita dall’India con oltre 107 milioni. Va beh, Paesi lontani, con una produzione destinata a sfamare i propri abitanti. Falso anche questo, la Cina esporta e l’India esportava, prima che bloccasse le vendite subito dopo aver visto le sanzioni contro la Russia. Quella Russia che è al terzo posto con 86 milioni di tonnellate, 36 milioni in più degli Stati Uniti. E poi c’è il Canada, con 35 milioni. Insomma, i due Paesi patria della democrazia e delle libertà potrebbero impegnarsi a vendere il proprio grano a prezzi ridotti ai Paesi poveri, ma si guardano bene dal farlo.
E l’Ucraina? Non è neppure il granaio d’Europa perché è preceduta dalla Francia che produce 30 milioni mentre Kiev si ferma a 25, poco meno del Pakistan. Con la Germania a più di 22milioni, la Turchia a 20 e l’Argentina a poco meno di 19 milioni. L’Italia, che si è scordata la politicamente scorretta “battaglia del grano”, è molto più in basso nella classifica, con meno di 7 milioni.
Diventa difficile credere che la fame nel mondo dipenda dalle esportazioni della sola Ucraina. Ancor più difficile credere che il prezzo in forte rialzo sia una conseguenza del blocco del porto di Odessa. Soprattutto se ci si degna di leggere l’ottimo libro di Fabio Ciconte, “Chi possiede i frutti della terra”. Per scoprire, ad esempio, che due terzi di tutte le sementi commerciali del mondo fanno capo a soli 4 gruppi. E nessuno di loro è controllato dai Russi. O per addentrarsi nei meccanismi dei famigerati Club dei diversi prodotti rigorosamente registrati. Con il Club che sceglie gli agricoltori che possono coltivare i rispettivi prodotti, in che modo, con quali fitofarmaci, con quali attrezzature. Agricoltori trasformati in operai che devono vendere la produzione al Club ad un prezzo concordato.
Ed in questo meccanismo globale perverso, con eserciti di avvocati pronti ad intervenire in ogni parte del mondo contro il singolo contadino che sogna un margine di libertà, davvero il problema è rappresentato dal blocco russo di Odessa? Dove, peraltro, il mare è stato minato dagli Ucraini per impedire lo sbarco dei Russi. La realtà è che la speculazione ha bisogno di creare panico per far aumentare i prezzi. Dando la colpa a Putin anche se piove troppo o troppo poco.
Augusto Grandi

(Fonte)

Massimo Giletti preso a sberle dalla maestra

Ieri sera [domenica 5 giugno – n.d.c.] ho assistito ad uno spettacolo indecoroso e potente insieme. Massimo Giletti è stato strapazzato come un bambino delle elementari dalla sua maestra, che gli ha impartito una poderosa lezione di storia in diretta televisiva. Il grande scoop di Giletti doveva essere un’intervista in diretta con Maria Zakharova, la portavoce del ministro degli esteri [russo – n.d.c.] Lavrov. Per fare questa intervista Giletti è andato addirittura personalmente a Mosca, nonostante l’intervista si sia svolta via skype, con la Zakharova comodamente seduta a casa sua (avrei potuto farla io, identica, seduto a casa mia). Ma a parte la messinscena inutile, è nei contenuti che Giletti ci ha fatto la figura del merlo. Prima di intervistare la Zakharova, infatti, Giletti era in collegamento con Massimo Cacciari, e durante lo scambio Giletti ha accennato alle polemiche che hanno preceduto questa sua intervista, dicendo che però secondo lui “il giornalista ha tutto il diritto di intervistare chi vuole, purché ponga all’intervistato delle domande scomode, e non gli offra una semplice passerella per fare propaganda.” Ma dal dire al fare… Giletti non conosce il mare.
Non appena iniziata l’intervista, infatti, si è capito che tipo di interlocutrice avesse davanti. Una donna con le idee chiare, ferma e impassibile, che rimandava seccamente al mittente ogni singola accusa, con tanto di interessi. All’accusa di “aver illegittimamente invaso un Paese sovrano”, Zakharova ha risposto che “anche voi della NATO avete fatto la stessa cosa con l’Iraq”. All’accusa di “essersi allargati troppo intervenendo in Siria”, Zakharova ha risposto che loro erano intervenuti su legittima richiesta del capo di Stato, Assad. E ha inoltre aggiunto che “quando la Russia ha proposto alle Nazioni Unite di combattere tutti insieme le bande dell’ISIS, è stata l’Unione Europea a dire di no e mettersi di traverso”. All’accusa di aver operato una sanguinosa repressione in Cecenia, Zakharova ha risposto che è stato l’Occidente a sobillare quelle rivolte. Insomma, non se ne usciva: ad ogni servizio tagliato del dilettante Giletti, il master Djokovic rispondeva con un dritto vincente.
A quel punto Giletti ha cambiato strategia. Ha fatto un passo indietro, e ha tentato la carta dell’emozione: “Va bene, ok, tutti abbiamo fatto errori nel passato – ha ammesso – però adesso mettiamoci una pietra sopra, trattiamo e poniamo fine a questa guerra, perché la gente sta morendo”. E qui è arrivata la valanga di sberle sulla testa del nostro importuno scolaretto: “Così parlano i bambini – ha detto la Zakharova – Nel mondo degli adulti, la prima cosa che bisogna fare per capire le cose è guardare alla storia. Dove eravate voi Italiani, quando otto anni fa gli Americani hanno messo in atto un colpo di Stato a Kiev, installando al potere il governo fascista di Poroshenko? Dove eravate, quando per otto anni il governo di Kiev ha bombardato incessantemente i suoi concittadini del Donbass?”. “Ma soprattutto – ha ricordato la Zakharova – lei viene adesso a parlarmi di trattare e di metterci d’accordo. Ma sono otto anni che Putin chiede all’Occidente di mettersi d’accordo sulla questione della NATO e degli equilibri internazionali. Ma voi in Occidente avete fatto tutti finta di niente, e adesso cercate di dare la colpa a noi per quello che succede?”. “Infine – è stata la sberla finale della Zakharova – voi occidentali dovete smetterla una volta tutte con questa vostra aria di superiorità intellettuale, come se foste voi quelli che hanno il diritto di impartire lezioni morali a tutti gli altri”. Ci mancava soltanto un “vergogna Giletti, fila dietro alla lavagna” e la lezione sarebbe stata completata.
Povera Italia, rappresentata all’estero da personaggi inconsistenti e impreparati come Giletti. Povera Italia, incapace di crescere, incapace di diventare adulta, incapace di uscire dalla sua ottica provinciale, incapace di assumersi una volta per tutte le proprie responsabilità con il resto del mondo. Lasciando così mano libera a chi ci comanda, a chi ci controlla, a chi ci tratta serenamente come schiavi da oltre settant’anni.
Massimo Mazzucco

Nell’era del menticidio

Scoperto un nuovo menticidio del Cdc sui vaccini e le varianti

Se non vivessimo nell’era del menticidio la notizia che arriva dal Cdc americano dovrebbe portare all’ immediata sospensione di tutte le pseudo vaccinazioni e la messa sotto accusa del Cdc americano (la stessa vale per le burocrazie sanitarie europee che hanno accettato tutto a scatola chiusa) per aver mentito al pubblico negando che i vaccini possono causare le varianti del covid e che dunque non soltanto sono inefficaci, ma che “collaborano” col virus alla nascita di nuove mutazioni. Questa possibilità che peraltro veniva contemplata nella scienza precovid è sempre stata fermamente e assolutamente negata, dal Centers for Disease Control tanto che il sito web di questa organizzazione recita in maniera tranchant: “FATTO: i vaccini COVID-19 non creano né causano varianti del virus che causa COVID-19. Invece, i vaccini COVID-19 possono aiutare a prevenire l’emergere di nuove varianti ” E di seguito aggiunge con la sicumera di chi vuole educare il pubblico: “Nuove varianti di un virus si verificano perché il virus che causa il Covid 19 cambia costantemente attraverso un processo naturale di mutazione (cambiamento). Man mano che il virus si diffonde, ha più opportunità di cambiare. Un’elevata copertura vaccinale in una popolazione riduce la diffusione del virus e aiuta a prevenire l’emergere di nuove varianti” Poi si scopre che tutto questo non è vero, che sono state solo chiacchiere per pompare la vendita degli pseudo vaccini e l’operazione politica che vi aggancia, senza introdurre alcun argomento che potesse insinuare qualche dubbio sulle dosi infinite e così mandare all’aria il grande business e il grande reset mischiati assieme. Infatti l‘Informed Consent Action Network (ICAN), un’organizzazione senza scopo di lucro, ha chiesto al CDC sulla base del Freedom of Information Act tutta la documentazione a sostegno della tesi che i vaccini non creano varianti. I toni perentori con cui si escludeva una simile ipotesi potevano far pensare che il Cdc avesse tonnellate di documenti e di ricerche atte sostenere la sua tesi. Ma sorprendentemente il Cdc ha risposto in due successive fasi, una volta a gennaio e successivamente il 4 maggio scorso affermando di “non aver trovato alcun record rispondente” ad esse. Se ne dovrebbe dedurre che il Cdc non fa affermazioni o prende decisioni sulla base degli studi, della scienza e dei dati. Invece i consigli del Cdc e la sua “ideologia ” sanitaria si sono basati sul fatto che i vaccini riuscissero a fermare l’infezione, nel qual caso il virus sarebbe stato circoscritto in brevissimo tempo e quindi non si sarebbero sviluppate varianti, ma siccome questo non è avvenuto e sappiamo benissimo dalla ultima infornata di documenti giunti dalla Fda che Pfizer ha barato nei suoi studi clinici affermando una efficacia del 95% quando al massimo era del 12% e per giunta in una stretta finestra di tempo, la vaccinazione di massa ha “costretto ” il virus a mutare rapidamente togliendo ulteriore efficacia ai vaccini. Questo tuttavia era evidente già alla metà dell’anno scorso, ma nulla è cambiato nell’approccio del Cdc, segno che veniva portata aventi una tesi “politica” al di fuori di qualsiasi controllo scientifico. Naturalmente siccome Pfizer e le altre casi produttrici hanno barato anche sulle reazioni avverse a breve termine – quelle poi a medio termine le stiamo conoscendo solo ora – ecco che l’efficacia del vaccino non scende a zero, ma addirittura ha un’efficacia negativa. La cosa clamorosa di questa vicenda è che le grandi burocrazie sanitarie come il Cdc non hanno alcun elemento per negare questa evidenza per cui ogni obbligo vaccinale è un crimine contro la salute e al limite un tentato assassinio. La mancanza di documento del Cdc sul fatto che i sieri genici aumentino e anzi producano le varianti dovrebbe essere una delle armi in mano a chi tentata di demolire le campagne vaccinale passando per le magistrature, anche se la capacità di autonomia di giudizio di queste ultime rispetto agli esecutivi e di comprensione del reale è ornai sotto il livello delle suole, lontanissimo dal prefigurare l’esistenza in vita di uno stato di diritto.

[Fonte]

La lezione francese

Conoscere è distinguere.
(H. von Foerster)

L’opposizione fittizia e il nuovo soggetto politico in Italia

La recente rielezione politica di Emmanuel Macron a presidente della Francia (con un 28% circa di astenuti tra gli aventi diritto al voto), se da un lato ci dimostra l’enorme e incontrastato (finora) potere dei media, nel manipolare l’opinione pubblica a favore dell’élite al governo (cosa resa possibile dal loro monopolio dell’informazione e della disinformazione, quest’ultima particolarmente grave in Italia), dall’altro porta nuovamente alla ribalta anche un fenomeno relativamente recente, che conviene prendere in considerazione.
Mai come oggi, infatti, l’opposizione fittizia (d’ora in poi: OFI) ha fatto così tanti danni come la, e anzi più della, grandine. Milioni di persone per mesi e mesi nelle strade e nelle piazze di Francia e nessuna formazione, spontanea o organizzata, di un nuovo soggetto politico: un partito, un movimento di massa, una coalizione, un fronte unito ecc. Come è stato possibile? Un recente articolo di Claude Janvier ci aiuta a capire meglio la realtà .
A dispetto del fatto che la politica economico-sociale di Macron sia stata, nei passati 5 anni della sua presidenza, dice Janvier, «una catastrofe» per i suoi effetti sulla popolazione civile (aumento della disoccupazione, diminuzione del PIL, aumento dell’inflazione, crisi degli alloggi ecc.), una parte consistente dell’elettorato ha votato per lui. Come si spiega questo fatto? Continua a leggere

Un problema di logica


Tempo fa un amico mi ha proposto il seguente quesito: si mangia perché si vive o si vive perché si mangia? Si tratta di un problema di logica. Ebbene la stessa domanda riproposta in diversi contesti è in grado di generare le più accese discussioni. Provate e divertitevi.
Il fatto serio è che il popolo italiano non sembra in media essere dotato di grandi capacità logiche, almeno a giudicare dalla docilità con cui la maggioranza si è sorbita le panzane con cui il regime ha giustificato le più feroci restrizioni alla sua libertà.
Un articolo di Antonio Amorosi apparso il 16 aprile u.s. su Affari Italiani analizzava il mistero italiano per cui il nostro paese, pur essendo il sesto al mondo e il secondo in Europa nella classifica dei più vaccinati, è contemporaneamente ai primi posti in Europa per il più alto numero di morti legati al covid. I dati sulla percentuale dei vaccinati sono ripresi direttamente da Our World in Data, uno dei portali di ricerca più importanti al mondo.
E’ come se i lockdown durissimi imposti alla popolazione negli ultimi mesi, le restrizioni gravissime ai diritti fondamentali della Costituzione, gli obblighi vaccinali introdotti, pena la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, avessero prodotto effetti contrari a quelli sperati.
Tuttavia, il fenomeno potrebbe avere una lettura diversa a quella apparente, se solo invertissimo l’ordine degli addendi del ragionamento sotteso a questa paradossale conclusione.
Noi diamo per scontato che, nell’analisi della correlazione esistente tra restrizioni antipandemiche e dilagare dei contagi, la variabile indipendente sia la prima: all’inasprimento o allentamento delle misure antipandemiche dovrebbero conseguire altrettanti rallentamenti o riprese delle infezioni. Seguendo questo schema, come abbiamo visto, i conti non tornano.
Se, però, supponiamo che sia la stessa lettura dei dati relativi all’epidemia che, a seconda di come è orientata, ci restituisca l’andamento dei contagi ne emerge un quadro senz’altro sinistro ma molto più coerente.
Supponiamo che gli ospedali cataloghino i morti e i ricoverati non in base alle reali cause dei decessi e dei ricoveri, ma come tutti indistintamente legati al covid, non appena il virus sia riscontrato accidentalmente nei pazienti. E poniamo che, attraverso protocolli di sicurezza, in alcuni momenti sia incrementato il numero dei tamponi effettuati, con il conseguente aumento dei casi di positività riscontrati. Il virologo di turno suonerà le sirene dell’allarme ed il governo zelante provvederà ad inasprire le misure di contenimento attraverso tutti i mezzi che abbiamo ben sperimentato nell’ultimo periodo.
Ebbene, ne conseguirà un’apparentemente inspiegabile correlazione diretta tra aumento delle restrizioni e numero di contagi e di morti da covid.
A dimostrare che quella appena adombrata è molto di più che una bizzarra ipotesi, c’è uno studio del FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere) effettuato a gennaio 2022 e citato dallo stesso Amorosi, secondo il quale il 34% dei pazienti ricoverati richiede l’assistenza ospedaliera per tutt’altre ragioni, non è ammalato di covid, ma viene accidentalmente riscontrato positivo in occasione del tampone effettuato al momento dell’accesso.
Non solo; negli ultimi mesi 2021 le misure del governo hanno imposto un tampone obbligatorio ogni 48 ore a molti lavoratori italiani, determinando così un aumento esponenziale del numero dei casi censiti.
I dati rilevati hanno giustificato l’allarmismo che ha portato all’inasprimento delle misure liberticide sul territorio italiano, proprio mentre altri paesi europei, come Spagna, Regno Unito, Danimarca e Olanda, si lasciavano definitivamente alle spalle il clima emergenziale.
Se così stanno le cose, il governo ha scoperto il segreto di Pulcinella: inutile sperare che i vaccini e gli altri provvedimenti sperimentati in questi mesi portino al definitivo superamento della pandemia; sono le stesse misure, abilmente suffragate da una serie di dati prodotti ad arte, che inducono l’escalation della pandemia, autolegittimandosi.
Il potere farà ricorso a questa metodologia ormai rodata ogni qualvolta si renda necessaria una stretta sulle libertà democratiche. Resta solo un’incognita: per quanto ancora la logica degli italiani dovrà essere messa alla prova, prima di riuscire a fare due più due e capire che questo governo assolutista e dispotico deve essere mandato a casa?
Luca Dinelli

(Fonte)

Anime belle

Una risposta data sui social a un pacifista dell’ultim’ora.

Peccato che tutte queste belle anime non l’abbia mai viste quando andavamo a protestare a Camp Darby contro le ingerenze USA e contro le atomiche stivate nella loro base, sotto i nostri piedi; peccato non aver visto queste anime belle strapparsi i capelli quando siamo andati ad Aviano a protestare contro i bombardamenti sui civili indifesi in Jugoslavia; peccato non abbia visto nessuna di queste anime pure in Iraq, quando, nel 2003, ci siamo offerti come scudi umani per difendere un Paese aggredito con false accuse (Colin Power docet) e una popolazione decimata da 15 anni di embargo.

Peccato che non abbia incontrato nessuno di queste belle anime quando, nel 2007, abbiamo cercato di entrare a Gaza da Eretz, per forzare il criminale assedio imposto ai Palestinesi. Peccato che non ho sentito nemmeno una di queste belle anime quando i francesi hanno bombardato la Libia e ucciso Gheddafi perché voleva una moneta africana, che portasse i giusti guadagni agli Africani nella vendita dei loro prodotti e che avrebbe distrutto quella francese. Peccato che non abbia sentito un gemito, provenire da tutte queste belle anime a sostegno della Siria, aggredita dai tagliagole al soldo USA.

Peccato non aver udito lo sdegno, di queste anime candide, contro i bombardamenti dello Yemen, da parte degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita. Peccato che in otto anni, non abbia mai sentito dire, da queste anime innocenti, una parola sui civili del Donbass, aggrediti da nazifascisti, torturati, bruciati e vessati.

E non ho mai sentito nessuna, di queste anime belle, dire una parola a favore di Assange, imprigionato come un criminale per aver fatto seriamente il suo lavoro di giornalista ed aver scoperto le bugie statunitensi dietro alle loro aggressioni. Le sento tutte ora, questa miriade di belle anime, che si straccia le vesti, i capelli, che compete su chi è più pacifista, naturalmente facendo collette e avallando un governo che invia armi in territorio di guerra. Ma vi rendete conto, anime belle, di quanto fate vomitare con la vostra infame retorica?

Maria Grazia Da Costa

(Fonte)

Donetsk, 14 marzo 2022

Ucraina e Libia: due facce della stessa guerra e la profezia di Gheddafi

C’è un sottile filo rosso che collega la crisi in Ucraina con il caos libico. Ucraina e Libia sono due scenari apparentemente distanti dal punto di vista geopolitico e strategico. Ma il destino delle due nazioni si interseca a causa degli interessi contrastanti delle grandi potenze regionali e mondiali in ciascuno dei due scenari. Proviamo a capire perché.

In Europa orientale, la crisi è stata innescata dalla costante pressione dell’Alleanza Atlantica verso i confini della Russia. Dal 1990 ad oggi, dopo lo scioglimento dell’URSS, la NATO ha rosicchiato territori su territori e l’Ucraina, di cui Mosca ha sempre rivendicato uno status “neutrale”, è a un passo dall’abbracciare il Patto Atlantico. Dal 2014, la crisi del Donbass è stata aggravata dalla politica russofoba attuata da Kiev.

La Libia, invece, è preda di interessi internazionali dal 2011. Dopo il rovesciamento del regime di Gheddafi, la storia della Libia è segnata da guerre civili e guerre per procura. La Libia era essenzialmente divisa in tre regioni (Tripolitania, Fezzan e Cirenaica) e una serie di enclavi (Misurata e Sirte) controllate da formazioni paramilitari.

L’anno scorso, con il Forum di Ginevra, è stata tracciata una road map per portare la Libia a libere elezioni. Il governo di transizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato affidato a Dbeibah, imprenditore originario di Misurata, legato alla famiglia Gheddafi e per lungo tempo a capo del fondo libico che gestiva il tesoro libico all’estero.

Il tentativo di convincere la Libia a votare alla fine dell’anno scorso si è rivelato un totale fallimento. Solo la mediazione tra Ankara (le cui forze militari controllano la capitale libica) e la Russia (che ha sempre sostenuto il generale Haftar, vero deus ex machina della Cirenaica e parte del Fezzan) sembrava capace di riportare la Libia alla normalità. Nacque così il governo guidato da Fathi Bashaga (ex ministro dell’Interno di orientamento filo-turco), con l’appoggio dell’Esercito nazionale libico di Haftar e del parlamento di Tobruk. Bashaga è stato proclamato premier con la sessione di ieri sera [3 Marzo 2022 – n.d.c.]. Ma da Tripoli, Dbeibah contesta la legittimità di quel governo e afferma di essere ancora il capo dell’esecutivo ad interim.

Dbeibah ha chiuso lo spazio aereo libico per impedire la proclamazione del governo Bashaga. E ieri mattina le forze paramilitari di Misurata, legate al premier designato dalle Nazioni Unite, hanno rapito a Tobruk due ministri esecutivi appena eletti. È impensabile, anzi è impossibile, che Dbeibah abbia deciso tutto da solo. Dbeibah è responsabile delle sue azioni alla missione delle Nazioni Unite in Libia, guidata dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams. La Libia è ancora una volta di fronte al rischio di una guerra civile, con due governi in lizza per il potere.

Da che parte stanno le potenze mondiali? Dbeibah è l’uomo piazzato a Tripoli dalle Nazioni Unite. Espressione del consenso di Washington, per intenderci. Il governo Bashaga, invece, è sostenuto da Turchia e Russia.

Alla vigilia del voto di Tobruk, il ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione di sostegno a Bashaga: “La Russia ha accolto con favore il voto di fiducia del parlamento libico al nuovo governo guidato da Fathi Bashagha. Ha sottolineato di essere pronto a cooperare, e ad andare avanti con una soluzione politica globale in Libia”. “Vediamo la decisione del parlamento libico come un passo importante per superare la lunga crisi in Libia” al fine di raggiungere un “accordo nazionale attraverso un ampio inter-dialogo”, ha affermato il ministero degli Esteri russo.

Consegnare la Libia all’influenza russa sarebbe un’incredibile battuta d’arresto dal punto di vista geopolitico per Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno sempre cercato di guidare le sorti del Paese nordafricano.

Pertanto, non è certo un caso che la nuova crisi libica sia esplosa in concomitanza con il conflitto in Ucraina. Nel 2009, l’allora leader libico Gheddafi lanciò una profezia su ciò che potrebbe accadere nell’Europa orientale. Intervistato dalla TV russa il 14 agosto 2009, Muammar Gheddafi prestò particolare attenzione alla crisi tra Russia e Ucraina. Egli avvertì che i piani di espansione della NATO a est rappresenterebbero una minaccia diretta per gli interessi e la sicurezza della Russia. “Oggi la NATO sta cercando di trascinare le ex repubbliche sovietiche sotto il suo controllo, questo può essere descritto solo come una vera minaccia per la Russia”, affermò. Gheddafi espresse anche la sua preoccupazione per le relazioni tese tra Russia e Ucraina, dicendo: “durante la mia visita in Ucraina, ero convinto che ci fossero seri problemi tra i due Paesi. Uno di questi problemi sono i tentativi della leadership ucraina di aderire alla NATO”.

Gheddafi aggiunse che l’espansione della NATO, e il suo tentativo di accogliere i Paesi dell’Europa orientale come membri, è una “pericolosa provocazione e un tentativo di accerchiare e soggiogare la Russia. Questo è un Paese che non può essere facilmente assediato e sconfitto, come è stato dimostrato nel corso della storia”. Dodici anni dopo, la storia ha dato ragione al leader libico estromesso.

Piero Messina

[Fontetraduzione con alcune modifiche a cura della redazione]

Il vero terreno di scontro è il futuro

Ogni tanto mi si accusa di riportare le opinioni di personaggi che non hanno la visione generale della situazione e che pertanto dicono una cosa buona in un senso e cento sbagliate nell’altro.
Partite da un presupposto: non esiste e non esisterà mai un opinion leader che frequenti i palinsesti TV e che quindi influisca sulle masse, che possa permettersi una visione d’insieme, altrimenti non sarebbe lì. Freccero ci ha provato ed è stato subito screditato ed “evaporato”.

La visibilità, e quindi la possibilità di influire sulle coscienze, viene concessa soltanto a personaggi limitati, divisivi, per fare in modo che i seguaci si scannino sulle questioni secondarie e non ci sia accordo sull’esistenza di un progetto a lungo termine.
Da quando è iniziata l’escalation in Ucraina, ci ritroviamo d’accordo con soggetti che hanno sposato in toto la narrazione pandemica, ma che stanno rifiutando quella del Putin impazzito. Non vedono il nesso tra le due cose, per questo stanno in televisione. Non generano unione, scoraggiano la convergenza.
Il problema sorge quando qualcuno comincia ad unire i puntini e a mettere insieme, in una narrazione coerente, fatti apparentemente sconnessi.
Se il pubblico capisce il disegno finale, in un attimo crolla tutto il vantaggio che le élite hanno accumulato nei nostri confronti in decenni. Se si capisce dove vogliono arrivare tutto si incastra improvvisamente in un quadro coerente e risulta più difficile scatenare guerre civili a bassa intensità tra fazioni artatamente contrapposte.

Il nostro obiettivo pertanto deve essere quello di porci al di sopra, soprattutto rispetto ai suddetti personaggi, e di utilizzarli come fa il sistema, alla bisogna, per parlare alle masse, quelle che non hanno la più pallida idea del quadro generale.
Dobbiamo convincere le masse, anche quelle che non credono alla visione d’insieme, a combattere le singole battaglie al nostro fianco.
Se Vauro sostiene le ragioni della Russia io lo sostengo.
Se Vauro sposa la causa pandemica io lo attacco.
Noi siamo al di sopra della sua visione limitata e sfruttiamo la sua credibilità per parlare al suo potenziale pubblico di quello che ci interessa.
Strategia, utilitarismo, pragmaticità.
Se Vauro, per suoi limiti ideologici e strutturali, non riesce ad andare oltre il contingente, non è un nostro problema. Noi facciamo bricolage, non siamo dei designer, dobbiamo cavarcela con i materiali che abbiamo disposizione, a volte anche quelli di scarto possono tornare utili.

Noi portiamo avanti la nostra la nostra “guerra”, coltiviamo e approfondiamo la nostra visione generale, che è perfettamente chiara, e di volta in volta utilizziamo questi personaggetti per quello che ci occorre, salvo poi scaricarli quando si impantanano di nuovo nei loro limiti strutturali e nella necessità di essere accettati dal loro ambito di riferimento.
In questo noi agiremmo esattamente come fa l’over state: si muove con i suoi apparati e i suoi capitali dall’alto e di volta in volta sostiene una parte contro l’altra, in modo tale che ciascuna delle due fazioni porti avanti un pezzo del progetto compatibile con la propria base ideologica.

Il Sistema ha la sua visione, i suoi obiettivi, e se ne frega delle bagatelle locali.
Mi serve, lo uso; non mi serve più, lo scarico.
L’importante è evitare di dare visibilità e quindi far crescere, i soggetti che hanno una visione di insieme, gli strateghi, i deideologizzati, i pragmatici.
Quelli creano problemi seri, perché rompono lo schema binario e conducono alla formazione del polo che potrebbe opporsi allo schema generale.

Oggi serve un nucleo culturale che accetti come elemento costitutivo una visione generale di azione del potere, che la faccia comprendere e che la combatta in ogni suo aspetto, alla radice.
I soggetti inferiori, le menti deboli, i personaggi ancorati alle ideologie e alle categorie ingegnerizzate dal potere, sono parte del problema, ma possono essere utilizzate a nostro vantaggio, anche se con ogni probabilità non potranno fare parte del nucleo che porta avanti una visione generale.
Noi dobbiamo puntare agli obiettivi finali del potere e trovare soluzioni per contrastarli.
Il primo passo è convincere le masse del fatto che le élite stanno demolendo la vecchia architettura socio economica, sempre disegnata e edificata da loro, perché hanno bisogno di sostituirla con una nuova, più funzionale al mantenimento della piramide del potere nelle condizioni che nel frattempo si sono venute a creare.

Faccio un esempio concreto.
Oggi vado a vedere una scuola materna per mio figlio.
Una scuola privata di élite: struttura formidabile, insegnanti all’avanguardia, livello sociale degli utenti medio-alto.
La prima cosa che mi sorprende è che non ci sia il liceo classico.
Da un certo punto del corso di studi subentrano i tablet.
La manualità è presente così come le arti.
Ma non l’artigianato, non la calligrafia.
L’arte è la sublimazione dell’artigianato.
Una società senza artigiani è una società che rinuncia all’arte.
Si insegnano tante discipline, ma non l’artigianato, non la manualità pratica.
Mentre la guida parla mi guardo intorno, osservo i ragazzi.
Le mascherine sono onnipresenti, sia tra gli alunni che tra gli insegnati. I più piccoli non le portano, ma ci sono delle eccezioni.
Intravedo il figlio di un mio amico. Ha sette anni. Siamo all’aperto. Lo chiamo. Lui si gira. Gli chiedo di abbassarsi la FFP2. La abbassa un secondo e poi mi rimprovera per la richiesta.

Qual è il succo del discorso?
Il sistema vuole delle masse irreggimentate, obbedienti, non autosufficienti, deboli dal punto di vista del pensiero e dello spirito, inclini alla tecnologia e alle discipline scientifiche.
Devono osservare le regole, introiettare l’autoritarismo. Possedere nozioni e non saperi, intelligenza emotiva ridotta ai minimi termini, scarsa manualità, che poi è alla base del rapporto genitore figli (fare le cose assieme).

Gli adulti di domani, frutto di questo modello di scuola, non potranno vivere senza società, non metteranno in discussione le regole, non capiranno che esiste un albero dialettico alla base della gabbia mentale che gli hanno costruito attorno.
Saranno ingranaggi di una macchina, non individui che contribuiscono con la loro specificità ad una società plurale, impermeabile ai processi di omologazione.

Ecco, se non si capisce che bisogna combattere questo, che tecnologia, condizionamento, manipolazione, irreggimentazione, mancanza di alternative, finalizzazione della cultura sono parte di un progetto più ampio che mira al controllo del presente ma alla preventiva conquista del futuro, allora lasciamo perdere, perché abbiamo perso in partenza.

Giorgio Bianchi

(Fonte)

La scienza come ideologia del potere

“L’inefficacia dei vaccini rispetto alle barriere naturali per fare terminare l’epidemia era prevedibile già dall’inizio in base alle conoscenze note, ma, soprattutto nell’Italia dei “maturi e coraggiosi”, la si è nascosta, sostenendo falsamente l’opposto, che noi saremmo senza difese, analogamente ai “topi nudi” di laboratorio, e i vaccini sarebbero l’unica magica salvezza. Se ne comincia a parlare a guaio fatto, all’inizio del 2022, quando si appende al muro il terzo calendario coi giorni segnati dall’epidemia. Chi ha abbracciato la fede sul vaccino più che i suoi calcoli dovrebbe rivedere le sue premesse e la sua logica. Come Sordi tenente, che in “Tutti a casa” interpreta l’8 settembre avvisando che i Tedeschi si erano alleati agli Americani e ci sparavano addosso. Non è l’epidemia che obbliga agli inoculi, ma è la strada volutamente sbagliata del totalitarismo vaccinale a favorire il sostenere che dopo due anni saremmo ancora in una epidemia catastrofica. E in generale non è la scienza che impone questa trasformazione forzosa dell’intero Paese in un sanatorio militare, ma è la volontà di soggiogare e depredare che fa costruire le pezze d’appoggio, le foglie di fico, sempre più senza vergogna e stralunate, a quella che non è “scienza”, ma “scienza inversa”, la degenerazione criminale della scienza.

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ll commento sopra, postato il 2 gennaio 2022, è stato rimosso da Il Fatto, con il suo codazzo di sottocommenti, il giorno dopo 3 gennaio. Era al secondo posto per voti su oltre un centinaio di commenti. Forse la rimozione è stata su richiesta esterna, della regia generale, che, oltre alla critica complessiva, non ha gradito che venga toccata la radice della narrazione con lo smascheramento della parola “scienza”.
(…) Agamben ci insegna, a proposito del covid, che noi prima che un paese abitiamo una lingua. Che è stata colonizzata. “Scienza” è oggi una catchword tappabocca. La locuzione “scienza inversa” permette di difendersene, rispondendo e smascherando con sufficiente agilità verbale questa parola un tempo nobile e netta, e ora resa scivolosa dalla morchia morale con la quale la si è imbrattata.
La scienza inversa si avvale dei metodi della scienza reale per giustificare decisioni prefissate. La sofisticazione e l’esoterismo che rendono la scienza impenetrabile e intimidatoria ai profani servono per coprire manipolazioni e falsificazioni che visti dall’interno sono rozzi e macroscopici. Ciò che è stato ed è praticato di continuo nell’operazione covid e ormai nel regime covid.
Soprattutto, al di là delle schermaglie verbali, come concetto quello di scienza inversa è adeguato a descrivere la trasformazione della scienza in ideologia del potere, e oltre, in religione instrumentum regni. Una risposta alla richiesta di credere alla “scienza” come a una vera e propria fede, esecrando chi rifiuta. Mentre la scienza vera non chiede di essere creduta sulla parola, ma piuttosto verificata e razionalmente criticata.
(…) Ciò vale anche in sede giudiziaria, altro possibile movente della censura. I magistrati giocano la parola jolly “scienza”, dando per vero a scatola chiusa tutto ciò che porta questo bollino ufficiale. Così facendo non difendono la Costituzione che ostendono solenni quando gli conviene, ma aiutano a seppellirla, sostituendo ad essa come standard di riferimento la scienza inversa delle frodi. Dovrebbero invece essere costretti, dalle richieste dei ricorrenti e dalla dottrina, davanti a sospensioni gravissime dei diritti in nome della scienza, a valutare esplicitamente in primis se si tratta di “scienza scienza” o di scienza inversa. Dovrebbero recuperare la diffidenza per le versioni di parte che è base e dovere della loro professione; ed è alla base della democrazia, diceva Demostene. Il ruolo complice della magistratura, sia negli interventi eversivi su commissione dei decenni passati, sia nelle frodi mediche istituzionalizzate, è largamente sottovalutato. Oggi abbiamo una fusione di eversione di Stato su commissione e frode medica istituzionalizzata, in un ibrido che non a caso ha assunto le forme più virulente in Italia: grazie anche al collaborare e rintanarsi dei sedicenti eroi della lotta a mafia, terrorismo e corruzione. Oltre che una scienza inversa vi è un diritto inverso. Le due aberrazioni stanno operando in concorso.”

Da “Scienza inversa”: un concetto da opporre alla parola tappabocca “scienza”, di Francesco Pansera.

L’incubo dei potenti

“Per le dittature è importante dimostrare che con esse non è venuta meno la libertà di dire no. (…) La propaganda ha bisogno di una situazione nella quale il nemico dello Stato, il nemico di classe, il nemico del popolo sia già stato messo fuori combattimento e ridicolizzato, e però non sia ancora scomparso del tutto. Il semplice consenso non basta alle dittature: per vivere esse hanno bisogno altresì di incutere odio e, per conseguenza, di seminare il terrore.”

“(…) la maggioranza deve imporsi non soltanto numericamente, ma anche con i segni di una superiorità morale.”

“Nel clima della tirannide, l’umorismo, come tutte le altre manifestazioni che accompagnano la libertà, viene meno.”

“Le dittature non sono soltanto pericolose, sono esse stesse sempre in pericolo poiché l’uso brutale della forza suscita ovunque ostilità. Stando così le cose, la presenza di esigue minoranze pronte a tutto costituisce una minaccia, in particolare quando esse abbiano messo a punto una loro tattica.”

“Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono a un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti.”

“Saranno quindi delle élites a dare battaglia per una nuova libertà – battaglia che esige grandi sacrifici e pretende un’interpretazione che non sia impari alla loro dignità. (…) E’ giusto dire che la tirannide rimuove e annienta la libertà – anche se non si deve dimenticare che la tirannide diventa possibile soltanto se la libertà è stata addomesticata e ormai ridotta a vuoto concetto.”

 “(…) soltanto una frazione delle grandi masse umane è in grado di sfidare le potenti finzioni del nostro tempo e le minacce che esse irradiano. (…) In situazioni del genere l’iniziativa passa immancabilmente nelle mani di quei gruppi di eletti che preferiscono il pericolo alla schiavitù. E la riflessione precederà sempre le loro azioni.”

“Nessuno di noi può sapere oggi se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale. Ogni parvenza di civiltà sembra in tal caso abbandonare la nostra esistenza, mentre scompaiono gli scenari del benessere che anzi si trasformano in segni premonitori di distruzione.”

“E la sovranità oggi non si riscontra più nelle grandi risoluzioni, ma esclusivamente nell’uomo singolo che ha abiurato in sé la paura. Le incredibili procedure ideate soltanto contro di lui sono destinate, in ultima istanza, al suo stesso trionfo. Quando l’uomo capisce questo, è libero. E le dittature crollano miseramente.”

“La resistenza richiede grandi sacrifici: il che spiega anche perché la maggior parte delle persone scelga la costrizione. Ma la storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l’impronta che l’uomo libero dà al destino. In questo senso possiamo dire che l’uomo libero agisce in nome di tutti: il suo sacrificio vale anche per gli altri.”

“La libertà è il grande tema di oggi, è la forza capace di dominare la paura. La libertà dovrebbe essere la materia più importante da insegnare agli uomini liberi, al pari dei modi e delle forme di rappresentarla efficacemente e di manifestarla nella resistenza.”

La pretesa di neutralizzare il conflitto

“L’irresistibile pulsione a discriminare, a creare capri espiatori – riemersa ferocemente nel seno di ordinamenti sulla carta costituzionali – è il segno di una crisi antropologica radicale, che è al contempo la vera origine e la posta in gioco dei governi dei sepolcri imbiancati che imperversano in molti paesi occidentali. Liberarsene, di tali sinedri farisaici, comprenderne e superarne le cause, è dunque una questione, oltre che politica, spirituale e antropologica.  Per venirne a capo, occorre un lavoro di fondo.  

La libertà costituisce, insieme al principio repubblicano, a quello democratico e all’eguaglianza (formale e sostanziale) dei cittadini, uno dei cardini dell’orizzonte simbolico nel quale vale ancora la pena riconoscersi, sebbene sia stato rimosso da chi doveva custodirlo. Come il lavoro è il fondamento sociale della Repubblica, così si potrebbe dire che la libertà ne costituisca il fondamento etico. Il rispetto e la tutela della persona umana ispirano e permeano di sé l’intera trama assiologica della nostra Carta costituzionale. Del resto, quale valore aveva conculcato prioritariamente il fascismo? La libertà, nelle sue plurime configurazioni: personale, spirituale, associativa, politica. A quale modello si contrappone la Costituzione, rovesciandone la logica? All’autoritarismo fascista.  La valorizzazione del concetto di “persona”, sulla quale hanno trovato una preziosa convergenza le forze del cattolicesimo sociale (da cui la nozione originariamente proviene) e quelle di ispirazione socialista, ha consentito di assumere l’eredità più significativa della tradizione liberale (il suo nucleo umanistico, non economicistico, che ha un valore generale), e di corroborarlo di una visione concreta, incarnata e relazionale del soggetto di diritti.

Siamo qui in presenza di un principio fondamentale del costituzionalismo: l’intangibilità fisica e morale della persona, la cui antica origine è l’Habeas corpus: concepito come scudo rispetto agli arbitri coercitivi del potere che dispone della forza pubblica, si estende oggi al rispetto della dignità della persona nel suo complesso, della sua integrità psico-fisica.  Nessuno può coartare senza limiti, manipolare indiscriminatamente il corpo e la mente di un altro, neppure il potere legittimo, neppure a fini (veri o presunti) di pubblica utilità. La libertà può conoscere delle restrizioni, ma solo entro precisi binari e sulla base di inderogabili garanzie.  Certo non in virtù di una condizione di gruppo, e in assenza di precisi obblighi, divieti, sanzioni. In ogni caso, le restrizioni della libertà (la più pesante delle quali è il carcere) non possono mai oltrepassare il limite del rispetto della persona umana e della sua dignità.  Pur su un altro piano, emerge qui la logica costitutiva dell’età dei diritti, che ispira ad esempio il divieto di torturare e schiavizzare: il presupposto dei diritti è il soggetto libero. Esso non è un’astrazione formale, che può occultare discriminazioni ed esclusioni di fatto, ma l’individuo in carne e ossa, concretamente considerato nella rete delle sue relazioni sociali. Il diritto a non essere torturato e quello a non essere reso schiavo debbono essere considerati “assoluti” o “privilegiati” (Bobbio), e pertanto non bilanciabili con altri diritti o interessi, perché la loro violazione significherebbe transitare dalla sfera della libertà a quella della manipolabilità, della strumentalizzazione del soggetto. Pertanto tortura e schiavitù non sono mai ammissibili, neppure in parte e a buon fine (ammesso che possa mai esistere un “buon fine” nel torturare, magari per estorcere una confessione coatta). Ora, indurre surrettiziamente a scelte non dovute che incidono in modo pesante sulla dignità, la vita sociale e il lavoro, come accade con il green pass più che saudita adottato in Italia, rientra nell’ambito della manipolazione arbitraria della soggettività, significa trattare la persona (anzi, peggio, un’intera “classe” di persone, individuate come categoria da sottoporre a un regime speciale) come un mezzo e non come un fine. Con il mega, super, ultra green pass, il cittadino non vaccinato viene considerato dalle istituzioni un soggetto di diritti perlomeno dimezzato, da espellere ai margini della comunità degli auto-investitesi Eletti. Facile che divenga oggetto di stigmatizzazione e campagne d’odio, peraltro fondate sulla menzogna.

Secondo la logica ferrea che lega tutti i diritti fondamentali l’uno all’altro, se si attaccano le libertà civili, in particolar modo in un regime politico di massa che ambisca a definirsi costituzionale e democratico e non plebiscitario (magari di un nuovo plebiscitarismo tecnocratico), è facile che anche la libertà politica sia a rischio: nel “trentennio inglorioso” del neoliberismo e del globalismo si è cominciato con l’attacco ai diritti sociali, al Welfare e al lavoro, si è proseguito con la messa fra parentesi della sovranità democratica in nome delle emergenze (prima finanziaria, oggi sanitaria), per arrivare alla messa in questione dei diritti di libertà. Tra cui, oltre a quelli civili, tradizionalmente liberali, figurano anche quelli di partecipazione politica, associazione ed espressione del dissenso.

(..)  La pretesa di neutralizzare definitivamente il conflitto – pretesa che è la vera ratio dell’emergenzialismo e della tecnopolitica – , è in sé eversiva e antidemocratica. Il primo pericolo per la democrazia proviene oggi dall’alto, dai poteri costituiti. Un capitolo estremo di quello che Gramsci chiamava il sovversivismo dall’alto delle classi dirigenti: le attuali élites neoliberali, alle strette per la crisi del paradigma antipopolare e antisociale che hanno perseguito pervicacemente da almeno un trentennio e perciò incattivite, sembrano pronte a tutto. Gli apprendisti stregoni dell’emergenza permanente e della prevenzione assoluta rischiano di evocare, con l’uso disinvolto dello stato di necessità come eccezione giustificata, potenze incontrollabili, alimentando il caos, producendo anomia. Che forze le quali dicono di ispirarsi a un ormai vago “progressismo” si rendano disponibili per tali operazioni, e anzi ne siano le mosche cocchiere, è triste ma del tutto coerente con le scelte e l’impostazione culturale della ex-sinistra nell’ultimo trentennio.”

Da Fuga dalla libertà, di Geminello Preterossi.

L’infinitizzazione del Bene e del Male

Di legami e convergenze tra il covid e la mafia ce ne sono diversi. Uno è l’illimitatezza. Le epidemie vere si esauriscono spontaneamente, ma qui avremmo una inedita epidemia a sorgente stazionaria, che come una guerra può perdurare a seconda di come si comportano gli uomini. Anche la mafia, “fenomeno umano che avrà una fine” (Falcone; che forse divenne bersaglio anche per la sua inclinazione a capire troppo) è stata resa sorgente stazionaria, illimitata, di Male. Il male assoluto consente misure assolute; nel caso del covid, quelle legibus solutus. Nel caso della mafia, consente di mostrare solo questa e praticare indisturbati dietro alla perenne lotta alla mafia altre forme di grande predazione. Fino a questo golpe camuffato da lotta al covid, dove il potere sembra potere fare a meno, per il momento, del paravento della lotta alla mafia. Le sorgenti di male infinito – soprattutto se appaiono coltivate, come è sia per il covid che per la mafia – andrebbero riconosciute come possibili coperture per delitti di massima scala, favorendo in vario modo l’esercizio predatorio del potere. Una terza illimitatezza che consente il male in nome del bene è quella del bene agli altri, che nella realtà può essere esercitato in via diretta solo verso il prossimo, cioè per un raggio limitato a piccoli gruppi; mentre si vuole che abbia portata infinita, per giustificare una “accoglienza” forzosa dei migranti economici che di etico non ha nulla.

Francesco Pansera

(Fonte)

La geopolitica vaccinale strumento di controllo USA sull’Europa

“La geopolitica vaccinale, con il dominio semi-monopolistico del gruppo Pfizer (amministrato da un “good friend” di Joe Biden, l’ebreo “greco” Albert Bourla) sull’Occidente, al pari del colpo di Stato atlantista in Ucraina nel 2014, si è dimostrata uno strumento assai efficace per riaffermare il controllo nordamericano sull’Europa. E lo stesso avvento al potere in Italia (tra il giubilo della quasi totalità della classe politica e del mondo dell’informazione generalista) dell’ex banchiere di Goldman Sachs Mario Draghi (già in ottimi rapporti con l’avanguardia politico-economica dell’atlantismo, il Gruppo Bilderberg creato da CIA ed MI6) deve necessariamente essere interpretato alla luce di questi fatti. Il suo ruolo è sì quello di “curatore fallimentare” di uno Stato in evidente sfacelo socioeconomico ed ormai privo di qualsiasi autonomia strategica. Tuttavia, allo stesso tempo, questo “curatore” deve fare in modo che le rimanenti risorse italiane vengano (s)vendute in modo corretto; e che tale (s)vendita avvenga in modo controllato e concentrando l’attenzione dell’opinione pubblica sull’invasività dell’evento pandemico con tutte le sue sfaccettature: dal certificato verde al corollario di scienziati (o pseudo tali) che dicono tutto ed il contrario di tutto, fino alla sterilissima polemica novax/provax che evita scientemente di rimarcare il portato geopolitico dell’affermazione di un modello di capitalismo della sorveglianza che si presenta come naturale evoluzione del modello occidentale (quello impiantato in Europa dopo il 1945) e non come instaurazione di un qualcosa ad esso estraneo.

Non sorprende che, dal momento del suo insediamento, il governo Draghi (spinto anche dal ministro ultratlantista della Lega Giancarlo Giorgetti) abbia utilizzato lo strumento del Golden Power ben tre volte per evitare l’acquisizione da parte di gruppi cinesi di aziende italiane che operano in specifici settori. L’ultimo caso è quello della Zhejiang Jingsheng Mechanical, alla quale è stato impedito di acquisire il ramo italiano di Applied Materials, azienda che opera nel settore dei semiconduttori. Nel marzo del 2021, sempre nel settore dei microchip, aveva impedito l’acquisizione del 70% di Lpe da parte del gruppo Shenzen Invenland Holding, mentre ad ottobre il Golden Power era stato esercitato per impedire gli sforzi del colosso agrochimico Syngenta per assumere la guida del gruppo agroalimentare romagnolo Verisem.

Al contempo, il governo italiano non ha palesato nessuna particolare preoccupazione di fronte al tentativo di acquisizione di TIM da parte del fondo nordamericano KKR & Co. Cofondatore del gruppo è l’ebreo statunitense Henry Kravis, ben inserito nel già citato Gruppo Bilderberg (insieme ai proprietari dell’importante gruppo editoriale italiano GEDI). Non c’è da stupirsi se al KKR fa riferimento anche l’Axel Springer Group, che possiede i giornali tedeschi (apertamente anticinesi) Die Welt e Bild. Inoltre, non è da dimenticare il ruolo che all’interno dello stesso KKR ha avuto l’ex generale e direttore della CIA David Petraeus e la partecipazione del gruppo al programma Timber Sycamore di finanziamento e assistenza logistica dei “ribelli” siriani.

Così come non vi è stato nessun particolare sussulto di orgoglio nel momento in cui Fincantieri, fermata da un patto anglo-australiano che ha fatto da apripista al più celebre (ed allargato agli USA) AUKUS, ha perso una commessa di 23 miliardi per la fornitura di fregate Fremm alla Royal Australian Navy.

Il ruolo di Draghi come agente degli interessi atlantisti in Europa è di lunga data. Quando era guida della BCE, il suo compito fu quello di contrastare la potenza della più grande banca centrale europea, la Bundesbank. L’obiettivo, neanche troppo velato, era quello di porre un freno al “problema” del surplus commerciale tedesco che costituiva un fattore indesiderato di non poco rilievo nel progetto di riaffermazione dell’egemonia nordamericana sull’Europa. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’appoggio statunitense alla creazione di una moneta unica europea venne garantito proprio dalla speranza che costringere la Germania a rinunciare al Marco potesse impedirne un eccessivo rafforzamento. Al contrario, Berlino è stata comunque capace di creare un enorme ed integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali vicine ai confini tedeschi. Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi rispetto all’Euro vigenti nei Paesi dell’est ed ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica, favorendo al contempo le esportazioni tedesche.

In questa operazione di controllo della Germania (sia in termini di eccessivo potere all’interno dell’Europa che in termini di aspirazioni alla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia) deve essere inserito anche il recente Trattato del Quirinale tra Francia e Italia sotto la supervisione del Segretario di Stato USA Antony Blinken. A questo proposito è bene sottolineare il fatto che il ruolo di ago della bilancia tra Germania e Francia era stato storicamente riservato alla Gran Bretagna. Nel corso dei secoli, il Regno Unito si è alleato a seconda della propria convenienza con l’una o l’altra sempre al preciso scopo di impedire una reale unificazione continentale: ciò che le potenze talassocratiche (Regno Unito prima e Stati Uniti poi) hanno sempre considerato come una minaccia esistenziale nei confronti dei rispettivi disegni egemonici.

Oggi, dopo la Brexit (nonostante la Gran Bretagna continui ad esercitare il suo nefasto ruolo in diversi teatri, dalla Polonia all’Ucraina), si è voluto attribuire questo compito all’Italia di Mario Draghi, che, assieme alla Francia, eserciterà anche un ruolo di controllo all’interno del Mediterraneo per fare in modo che l’egemone reale possa concentrare i propri sforzi nel contenimento della Cina (sempre più capace di intervenire anche nel “cortile interno” degli USA, come dimostrato dall’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Taiwan e Nicaragua). Nell’articolo 2 del Trattato si legge: “le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ogni qual volta i loro interessi strategici coincidano. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO”.

Di fatto, il Trattato del Quirinale altro non è che l’ennesima biforcazione interna alle strutture di potere dell’atlantismo.”

Da Geopolitica del draghismo, di Daniele Perra.

Super Green Pass: salvare le coscienze e boicottare la festa

Con il Super Green Pass possiamo salvare il Natale” titolano oggi i giornali, all’indomani della stretta ulteriore del Green Pass emanato dal governo di Mario Draghi. Chi pensa di rinvenire ancora qualcosa di squisitamente sanitario in queste manovre e in questo cappio che si fa sempre più stretto attorno alla Costituzione non nutre probabilmente abbastanza amore per l’analisi delle parole e per l’implicazione dei concetti sottesi. Ebbene, a meno che, per effetto di qualche ulteriore ignoto decreto emanato nello svuotamento ormai pressoché totale del Parlamento, non siano stati conferiti al premier anche funzioni di natura spirituale e religiosa, è impossibile non leggere in questo lessico intenzioni e urgenze di natura strettamente produttiva.

A dirla tutta, è da circa due anni che il ritornello della salvaguardia delle festività viene recitato dalla nuova tecnopolitica filantropica e umanitaria, la stessa che, senza prendersi minimamente briga di potenziare il welfare sanitario e assistenziale fino a un livello degno di un Paese che dice di voler “combattere con ogni mezzo la pandemia”, introduce però misure sempre più in contraddizione con la vecchia tradizione costituzionale.

Oramai l’assuefazione alla rinuncia e al taglio delle garanzie civili è così incalzante che anche quando il diritto al lavoro e allo studio sono stati posti sotto ricatto – fatto che avrebbe dovuto far scendere in piazza trasversalmente e compattamente ogni militante di sinistra che un tempo si sarebbe strappato le vesti per leggi così indecorose – la contestazione ha dovuto rimboccarsi autonomamente le maniche senza il benchè minimo sostegno politico. Anzi, a voler fare un’analisi dell’atteggiamento con cui la politica ha approcciato nei fatti e nelle parole queste proteste, possiamo individuare tre momenti principali: il primo è stato la fase della derisione con epiteti riferiti sia alla quantità (“quattro poveri gatti”), sia alla qualità dei manifestanti con annessi giudizi valoriali (“ignoranti”, “analfabeti”); la seconda fase è stata quella della demonizzazione e colpevolizzazione sino al margine della criminalità al fine di dipingere i partecipanti ai cortei come untori responsabili della catena del contagio di intere città e persino regioni; la terza e ultima fase è stata caratterizzata dal soffocamento bello e buono delle proteste, con il divieto della ministra Lamorgese di permettere lo svolgimento dei cortei nelle vicinanze dei centri storici. Dalla ridicolizzazione alla repressione nel giro di neanche tre mesi, senza il minimo ascolto e la minima interlocuzione con cittadini che piaccia o no continuano a essere nella legge senza aver commesso alcun reato.

Lo stato del diritto a due anni dalla diffusione del virus è arrivato a un tale livello di amputazione che il suo esercizio non è più nemmeno riferibile alla fruibilità ma a un’eventuale gentile concessione se e solo se intercetta i piaceri e le convenienze delle leggi economiche. (Piange un po’, ma poi a tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo, diceva Dostoevskij!) Cosa sottende l’espressione “salvare il Natale” se non la tutela delle perverse logiche del profitto e dei nauseanti isterismi pubblicitari per i Black Friday, in contraddizione lampante con le difficoltà che le famiglie dei lavoratori sospesi dai ricatti del QRcode stanno vivendo? Cosa sottendono i divieti alle manifestazioni No Green Pass se non la salvaguardia delle entrate e le uscite da negozi traboccanti di ogni bene da vendere e stravendere? Cosa si può leggere nel confinamento dei manifestanti ai margini delle città se non lo sbarazzarsi del loro ingombro all’interno della macchina produttiva?

A pensarci bene, hanno ragione quelli che invitano a non fare associazioni fuori luogo con dittature precedenti: siamo proprio in una dimensione nuova e inedita che con il passato ha proprio ben poco a che fare, tanto più che nessun regime si era spinto fino al punto di relegare alla scadenza di un codice digitale il lavoro e lo studio, perché è evidente oramai che in gioco non è più il vaccino, ma la facile negoziabilità e ricattabilità che hanno acquisito diritti che credevamo sacri e inviolabili.

Silvia D’Autilia

(Fonte)

Il gruppo di intelligence militare da “film di spionaggio” al centro dell’offensiva per il passaporto vaccinale in USA

Di Jeremy Loffredo e Max Blumenthal per The Grayzone, 26 Ottobre 2021

Descritta come “l’organizzazione più importante di cui non avete mai sentito parlare”, MITRE fa soldi a palate con enormi contratti statali per la fornitura di servizi per la sicurezza facendo da pioniere nella tecnologia di spionaggio invasiva. Ora è alla base di una campagna per implementare i passaporti vaccinali digitali.

Mentre i passaporti vaccinali sono stati commercializzati come una manna per la salute pubblica, promettendo sicurezza, riservatezza e convenienza per coloro che sono stati vaccinati contro il Covid-19, il ruolo cruciale che sta svolgendo un’ambigua organizzazione di intelligence militare nella spinta all’implementazione del sistema in forma digitale ha sollevato serie preoccupazioni per le libertà civili.

Conosciuta come MITRE, l’organizzazione è una società senza scopo di lucro guidata quasi interamente da professionisti dell’intelligence militare e sostenuta da ragguardevoli contratti con il Dipartimento della Difesa, l’FBI e il settore della sicurezza nazionale.

Lo sforzo “per espandere i passaporti vaccinali con codice QR al di là di Stati come la California e New York” ruota ora attorno a una partnership pubblico-privata nota come Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (Vaccine Credential Initiative, VCI). E il VCI ha riservato a MITRE un ruolo determinante nella sua coalizione

Descritto da Forbes come un “laboratorio misterioso [di ricerca e sviluppo]” che è “l’organizzazione più importante di cui non avete mai sentito parlare”, MITRE ha sviluppato alcune delle tecnologie di sorveglianza più invasive usate ad oggi dalle agenzie di spionaggio statunitensi. Fra i suoi prodotti più innovativi c’è un sistema creato per l’FBI che cattura le impronte digitali delle persone dalle immagini inserite sulle piattaforme delle reti sociali.

La coalizione paravento per il COVID-19, di cui fa parte la stessa Mitre, include In-Q-Tel, il ramo finanziario della CIA, e Palantir, un’azienda di spionaggio privata macchiata da scandali.

Elizabeth Renieris, il direttore fondatore dei laboratori di etica per la tecnologia di Notre Dame e della IBM, ha avvertito che “sebbene le società tecnologiche e di sorveglianza che dominano i mercati” come MITRE “perseguano nuovi flussi di ricavi nei servizi sanitari e finanziari… essendo di proprietà privata e avendo operato sui sistemi di identificazione digitale con modelli di business tesi alla massimizzazione dei profitti minacciano la riservatezza, la sicurezza e altri diritti fondamentali degli individui e delle comunità”.

Infatti, il coinvolgimento dell’apparato di intelligence militare nello sviluppo di un sistema di passaporto vaccinale digitale è l’ennesima indicazione del fatto che dietro la parvenza delle preoccupazioni per la salute pubblica, lo Stato di sorveglianza degli Stati Uniti potrebbe avere in programma di aumentare il suo controllo su una popolazione sempre più recalcitrante.

L’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, un veicolo neoliberista consigliato da professionisti dell’intelligence militare

Come dettagliato nella prima puntata di questa serie, gli  oligarchi dell’alta tecnologia come Bill Gates e centri nevralgici per la politica capitalista a livello globale come il World Economic Forum hanno mandato avanti sistemi  di identificazione digitale  e di  valuta elettronica in tutto il Sud del mondo per raccogliere dati e profitti da popolazioni che in precedenza erano fuori portata.

L’avvento dei passaporti vaccinali che forniscono accesso all’occupazione lavorativa e alla vita pubblica è diventato il vettore chiave per accelerare la loro agenda in Occidente. Come la  società di consulenza finanziaria, Aite-Novarica, dichiarò questo settembre, i passaporti  vaccinali digitali per il COVID-19 “espandono  gli argomenti a favore del sistema di identificazione digitale  oltre la sola vaccinazione COVID-19 e potenzialmente servono sia come sistema di identificazione  digitale che come fonte più completa e universale di informazioni sull’identità…”.

Sebbene i passaporti vaccinali escludano milioni in tutto l’Occidente, suscitando proteste furiose e scioperi selvaggi, il World Economic Forum sta lavorando con i suoi partner per implementarli in forma digitale.

Guidato dall’economista tedesco Klaus Schwab, che dice di essere propugnatore di una “Quarta rivoluzione industriale” che sta cambiando il modo in cui le persone “vivono, lavorano e si relazionano gli uni agli altri”, il World Economic Forum (Forum Economico Mondiale) è una rete internazionale di alcuni dei più ricchi e politicamente potenti individui del pianeta. Con sede a Davos, in Svizzera, il World Economic Forum si posiziona come punto di riferimento del capitalismo globale.

A Gennaio del 2021, diversi partner del World Economic Forum,  compresi Microsoft, Oracle, Salesforce e altre multinazionali, annunciarono una coalizione per lanciare l’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (Vaccine Credential Initiative, VCI), che mira a istituire passaporti vaccinali basati su codice QR negli Stati Uniti.

L’obiettivo dichiarato dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini è quello di implementare un’unica “tessera sanitaria SMART” che possa essere riconosciuta “oltre i confini organizzativi e giurisdizionali”.

Negli USA, alcuni Stati stanno già distribuendo tessere digitali sanitarie SMART sviluppate dall’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini. Queste tessere sanitarie SMART hanno posto le basi per uno standard nazionale di fatto riguardante le credenziali sui vaccini.

Un’organizzazione no-profit istituita dalla Rockfeller Foundation e denominata The Commons Project sta guidando la campagna di lobbying per le smart card digitali attraverso l’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini che ha co-fondato. E si dà il caso che il direttore generale di Commons Project, Paul Meyer, sia stato allevato nell’ambito del World Economic Forum come un “giovane leader”.

In qualità di volto pubblico dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, Meyer propugna l’agenda della campagna di lobbying nel linguaggio dell’inclusione progressista, martellando costantemente su temi come la “responsabilizzazione” nelle comunicazioni pubbliche.

“L’obiettivo dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini è facilitare alle persone   l’accesso digitale ai registri sul loro status vaccinale in modo che possano usare strumenti come Common Pass per tornare in sicurezza a viaggiare, lavorare, ad andare a scuola e alla loro vita, proteggendo al contempo la riservatezza dei loro dati”, sosteneva Meyer.

In un comunicato stampa che annunciava la creazione dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, MITRE faceva eco al linguaggio preoccupato di Meyer, dichiarando di aver aderito alla partnership “per garantire che le popolazioni svantaggiate abbiano accesso a questo tipo di verifica sul vaccino digitale.”

Ma cos’è MITRE, e perché un’organizzazione nota per la sorveglianza di massa e la tecnologia militare potrebbe essere al centro di un’iniziativa che offre la possibilità di un monitoraggio senza precedenti della popolazione globale? L’organizzazione non ha risposto alle domande inviate via e-mail da The Grayzone sulla sua partecipazione all’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, comunque, la sua storia documentata genera inquietanti pensieri.

Collaborazione nelle guerre al Vietnam e alla marijuana, sviluppo di tecnologia di spionaggio “straordinariamente agghiacciante”

Con sede nel nord della Virginia, MITRE è un think tank di esperti di intelligence militare finanziato per 2 miliardi di dollari l’anno da agenzie governative USA, compreso il Dipartimento della Difesa. È guidato quasi interamente da ex funzionari del Pentagono ed ex agenti dei servizi segreti.

MITRE fu fondato nel 1958 come progetto congiunto della US Air Force (Aeronautica militare statunitense) e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) per sviluppare sistemi di “comando e controllo” per la guerra nucleare e convenzionale, come la rivista Science and Revolution metteva in evidenza.

Nel 1963, MITRE selezionò un giovane brillante linguista del MIT chiamato Noam Chomsky, per assistere allo “sviluppo di un programma per formare un linguaggio naturale che avesse funzione di linguaggio operativo per il comando e il controllo”. Dopo alcuni anni di lavoro su progetti come questi, Chomsky disse: “Non potevo più guardarmi allo specchio” e si lanciò nell’attivismo contro la guerra.

Alla fine degli anni ‘60, MITRE disse che “stava impegnando quasi un quarto delle sue risorse totali per i sistemi di comando, controllo e comunicazione necessari alla condotta del conflitto in Vietnam.”

La società finanziata da fonti militari venne presa di mira dagli attivisti contro la guerra quando sviluppò una “recinzione elettronica” composta principalmente di acustica e sensori progettati per localizzare i movimenti dei Vietcong e delle truppe nordvietnamite in modo tale che i militari statunitensi potessero prenderli di mira per distruggerli.

Inoltre alla fine degli anni ‘60, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America stipulò un contratto con MITRE per condurre una campagna di sradicamento aereo della cannabis in Messico. MITRE consigliò agli agenti statunitensi di spruzzare ampi tratti della campagna messicana con un erbicida tossico chiamato paraquat, che veniva descritto come sicuro sulla base di una discutibile interpretazione dei test sugli animali. Quando il Dipartimento di Stato perseguì la strategia consigliata da MITRE, le coltivazioni alimentari divennero contaminate e la salute delle comunità contadine locali fu messa in pericolo.

Nel frattempo, la marijuana cominciò ad arrivare nelle strade americane inzuppata di paraquat, innescando una causa legale contro il Dipartimento di Stato da parte della Organizzazione Nazionale per la Riforma delle Leggi sulla Marijuana la quale sosteneva che l’erbicida avesse causato malattie respiratorie fra i fumatori di marijuana. Quando il Dipartimento di Stato perse la causa, accordò a MITRE un contratto di 255.211 dollari per produrre uno studio d’impatto sull’irrorazione di paraquat che in conclusione consigliava i fumatori di marijuana di mitigare gli effetti dell’erbicida consumandola con pipe ad acqua o sotto forma di dolcetti.

In anni recenti, MITRE ha progettato tecnologia di sorveglianza per l’FBI che raccoglie impronte umane dalle piattaforme delle reti sociali come Facebook, Instagram, e Twitter. Ha anche fornito assistenza all’FBI per istituire un sistema di Identificazione di Prossima Generazione, a quanto si dice il più grande database di informazioni biometriche del mondo, nonché il Database per l’Intelligence Modernizzato dell’agenzia federale.

Secondo l’ex vicedirettore dell’FBI William Bayse, il Database di Intelligence Modernizzato dell’FBI consentiva ai programmatori della polizia di collegare gli attivisti alle loro cause politiche, ai loro colleghi, datori di lavoro, alle loro fedine penali, foto segnaletiche e impronte, alle loro abitudini d’acquisto e persino ai loro dati fiscali.

Mediante centinaia di richieste basate sul Freedom of Information Act (FOIA) e interviste con attuali e precedenti funzionari di MITRE, Forbes è venuta a sapere che MITRE ha progettato “uno strumento prototipo che può violare smartwatch, fitness tracker e termometri da parete per scopi di sicurezza nazionale interna… e uno studio per determinare se la puzza di sudore di qualcuno possa rivelare che sta mentendo.”

MITRE è anche sede dello “ATT&CKProgram”, un modulo di sicurezza informatica che la società descrive come “una base di conoscenza accessibile globalmente di tattiche avversarie e tecniche di intelligence basate su osservazioni dal mondo reale”. Adam Pennington, capo del progetto ATT&CK di MITRE, “ha speso più di dieci anni con MITRE a studiare e predicare l’uso dell’inganno per la raccolta di informazioni”.

Il procuratore legale di ACLU (The American Civil Liberties Union), Nate Wessler, ha definito i progetti di sorveglianza di MITRE “straordinariamente agghiaccianti”, lanciando l’avvertimento che essi “sollevano seri problemi di riservatezza.”

Da parte sua, il materiale promozionale dell’appaltatore militare sembra vantarsi del suo lascito di innovazione nel settore della sorveglianza: “Potreste non saperlo ma MITRE entra nelle vostre vite ogni giorno.”

Mesi dopo che la pandemia per il nuovo coronavirus fu dichiarata nel marzo 2020, MITRE fece leva sulla sua competenza nel monitorare le popolazioni per produrre il sistema di tracciamento dei contatti Sara Alert. Un video pubblicitario di MITRE spiega come il sistema permetta alle autorità sanitarie pubbliche di tracciare gli utenti: “Le persone che sono contagiate dalla malattia saranno messe in isolamento a casa… Per le persone che sono esposte alla malattia ma non mostrano sintomi, Sara Alert li segue mentre sono in quarantena per 14 giorni”.

Il Sara Alert di MITRE entrò in uso in una manciata di Stati, con iscrizioni limitate. Se fosse stato implementato a livello nazionale, avrebbe potuto costringere una sostanziale parte di popolazione statunitense ad andare in autoquarantena su basi continue, persino se le persone non avessero presentato sintomi.

Come il Brookings Institute faceva notare in un articolo accademico mettendo in discussione l’utilità di app come Sara Alert, “Una persona lo può sopportare per una volta o due, ma dopo alcuni falsi allarmi e l’eccessivo inconveniente di autoisolamento protratto, prevediamo che molti ignoreranno gli avvertimenti”.

MITRE ha anche lavorato per sopprimere le narrative che potessero minare l’agenda delle agenzie governative che lo finanziano. L’applicazione del plugin per il browser detta SQUINT dell’appaltatore, per esempio “consente una rapida consapevolezza situazionale della disinformazione sulle reti sociali relativa al COVID-19 per i funzionari della sanità pubblica mediante una copertura basata su fonti collettive”, secondo il relativo materiale promozionale.

MITRE sta ora lavorando per implementare i passaporti vaccinali digitali negli Stati Uniti D’America, e non solo.

Società private di spionaggio e un’azienda della CIA fra le società facenti parte della coalizione di MITRE per il COVID-19

Come membro del gruppo direttivo al governo dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (VCI), MITRE gestisce la sua propria “Coalizione Sanitaria per il COVID-19” mentre si descrive come “un partner affidabile di lunga data per le comunità di intelligence e di difesa”.

Fra i membri della coalizione per il COVID-19 della stessa MITRE c’è Palantir, un’azienda privata di intelligence fondata nel 2003 da Peter Thiel, cofondatore di Paypal. Palantir si è consolidata come una società leader nei programmi di sorveglianza predittiva e faceva soldi a palate in lucrosi contratti con la CIA. L’azienda una volta partecipò in una campagna diffamatoria proposta contro attivisti contrari allo strapotere delle multinazionali e contro critici giornalistici, compreso Glenn Greenwald.

Avril Haines, l’attuale Direttore dell’Intelligence Nazionale e precedente Vicedirettore della CIA fu pagata 180.000 dollari come consulente per Palantir – un lavoretto cancellato dalla sua biografia.

Haines fu anche fra i principali partecipanti alla simulazione pandemica denominata “Event 201” avvenuta nell’Ottobre 2019 e sponsorizzata dalla Gates Foundation, dal World Economic Forum, e dal John Hopkins Center for Health and Security. Durante tale esercitazione, funzionari della salute pubblica e dell’intelligence nonché uomini d’affari simularono una ipotetica epidemia di coronavirus che avrebbe ucciso 65 milioni di persone nel mondo.

Haines enfatizzò ai colleghi relatori il bisogno di controbattere alle critiche rivolte alla gestione ufficiale della pandemia tramite “l’inondazione dello spazio informativo con fonti fidate” dei media e degli opinionisti “al fine di cercare di amplificare il messaggio che si vuole trasmettere”.

Palantir ha anche fornito la tecnologia per il tracciamento dei dati sul Covid al Ministero della Sanità del Regno Unito, insieme a Microsoft, Google e Amazon. Lo stratega politico britannico conservatore, Dominic Cummings, che gode di collegamenti con Palantir e fornì all’azienda un accesso speciale al gabinetto del Primo Ministro, ha consigliato Boris Johnson e il Gruppo Consultivo Scientifico per le Emergenze sulle politiche da attuare per la gestione del Covid.

Tornando a parlare degli Stati Uniti, Palantir è stato il fornitore per il Dipartimento della Sicurezza Nazionale e il Centro per il Controllo delle Malattie di varie tecnologie correlate al Covid.

L’azienda finanziaria della CIA, In-Q-Tel, è anche nella lista delle società facenti parte della Coalizione Sanitaria per il Covid-19 di MITRE.

Lo scorso settembre, il Vicepresidente del personale tecnico di In-Q-Tel, Dan Hanfling, fu citato dal Washington Post per aver sostenuto che alle persone non vaccinate dovrebbe essere negata l’assistenza sanitaria retrocedendole nel sistema di priorità al pronto soccorso: “Quel gruppo di persone che volontariamente hanno scelto di non vaccinarsi, per ragioni illegittime, sarebbe corretto metterli in fondo alla linea d’attesa”, ha asserito Hanfling….

Il Washington Post non fece notare l’affiliazione di Hanfling con la CIA; invece lo descrisse semplicemente come un “medico di pronto soccorso”.

In-Q-Tel non è affatto l’unica società collegata ai servizi di intelligence fra quelle che fanno parte dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini. C’è anche Oracle, membro fondatore della stessa iniziativa, che nacque come un progetto della CIA.

Uno sguardo al gruppo dirigente di MITRE mostra come l’organizzazione sia strettamente connessa con il più ampio settore dell’intelligence militare.

Falchi”, spie e fantasmi guidano MITRE

Il Presidente del consiglio di amministrazione di MITRE, Donald Kerr, è l’ex Vicedirettore principale dell’intelligence nazionale. Prima di questo ruolo, Kerr era stato Vicedirettore per la scienza e tecnologia presso la CIA, dove ricevette l’Illustre Medaglia CIA per alti servizi resi all’intelligence statunitense.

Il Vicepresidente del consiglio di amministrazione di MITRE, Mike Rogers, è l’ex Presidente repubblicano del comitato permanente di selezione sull’intelligence della Camera degli Stati Uniti. Prima di servire al Congresso, il signor Rogers era un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti e un agente speciale dell’FBI.

Essendosi distinto al Congresso come uno dei più schietti oppositori della riservatezza digitale, accusando le comunicazioni crittografate di gravi attacchi terroristici, Rogers fu il conduttore e produttore esecutivo di una serie televisiva in sei parti intitolata “Desegretato: storie inedite di spie americane per la CNN”. Il programma era una pubblicità virtuale per l’apparato di intelligence degli Stati Uniti, “accurata descrizione di casi importanti, missioni e operazioni degli agenti dell’intelligence americana”, secondo la CNN.

Rogers è anche un illustre membro dell’Hudson Institute, un think tank neoconservatore con sede a Washington DC finanziato da Northrop Grumman, Lockheed Martin, gruppi farmaceutici impegnati in attività di lobbying e società tecnologiche supportate dalla CIA come Oracle.

Nei ruoli direttivi in MITRE ci sono ex funzionari di alto livello dell’intelligence e del Pentagono come Robert Work, che servì come Vice Segretario alla Difesa sotto tre diversi Segretari prima di passare attraverso la porta girevole al consiglio di amministrazione di Raytheon che è un gigante dell’industria degli armamenti.

Il membro del consiglio di amministrazione di MITRE Paul Kaminski è il Direttore Generale di Technovation, Inc., un’azienda di consulenza che “promuove l’innovazione, lo sviluppo del business e le strategie di investimento relative alla tecnologia della difesa”. Kaminski fu Sottosegretario alla Difesa per l’acquisizione e la tecnologia dal 1994 al 1997 e fu due volte Presidente del comitato del Consiglio Scientifico della Difesa che collabora col Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

A Kaminski di Mitre è stato assegnato il “Premio di Direttore dell’Intelligence Centrale” che è dato a coloro che “incoraggiano l’obiettivo di un’eccezionale raccolta di intelligence umana e la segnalazione di informazioni di valore significativo per la comunità di intelligence degli Stati Uniti.”

L’amministratore delegato di MITRE è Jason Providakes. Secondo la sua biografia ufficiale fornita da MITRE, la carriera di Providakes “ha origine nella ricerca scientifica a sostegno della sicurezza nazionale”. Prima di diventare amministratore delegato, Providakes era stato Direttore Esecutivo per la “Divisione Tecnologica e Sistemi di Armamento” di MITRE, dove svolse un ruolo fondamentale per la trasformazione dell’esercito nel “digitalizzare il campo di battaglia”.

Gli intimi legami fra MITRE e l’apparato di intelligence militare degli Stati Uniti si estendono al lavoro della società sul COVID-19.

Il “borsista tecnico” di MITRE, Jay Crossler, è una guida dei dati esecutivi per la Coalizione Sanitaria sul COVID-19, definita quale “risposta collaborativa dell’industria privata” al Covid. Secondo MITRE, Crossler fra l’altro “progettò, costruì, schierò e mise in funzione il portale che il generale Stanley McChrystal aveva usato per gestire l’invasione dell’Afghanistan”.

Peraltro il Direttore Sanitario di MITRE, Jay Schnitzer, era stato in precedenza il direttore di Scienze della Difesa presso DARPA, l’unità di ricerca notoriamente segreta del Dipartimento della Difesa.

Dal discreditato e distruttivo modello di letalità per il COVID-19 all’offensiva per il passaporto digitale

Il 17 marzo 2020, praticamente poche ore dopo la dichiarazione di una pandemia globale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la divisione per il contrasto alle armi di distruzione di massa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale stipulò un contratto con MITRE per “coinvolgere, informare e guidare” sindaci, governatori e funzionari impiegati nelle emergenze sulla risposta al COVID-19. Secondo Forbes, il Centro per il Controllo delle Malattie firmò pure un contratto da 16,3 milioni di dollari per stabilire “una durevole capacità nazionale di contenere il Covid-19”.

Un giorno dopo aver firmato il contratto con la divisione per il contrasto alle armi di distruzione di massa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, MITRE sfornò un “libro bianco” che delineava l’impatto previsto del COVID-19 sulla popolazione degli Stati Uniti e forniva raccomandazioni per i funzionari locali e federali su una risposta alle emergenze.

Il documento di MITRE affermava in modo sicuro che il COVID-19 rappresentava “un’epidemia pericolosa all’incirca quanto l’influenza spagnola che infettò 500 milioni di persone e ne uccise 50 milioni in tutto il mondo”. Durante l’epidemia del 1918, quando la popolazione degli Stati Uniti era inferiore a 1/3 di quella che è oggi, morirono circa 675.000 americani. MITRE quindi sopravvalutò il bilancio delle vittime del 2020 di sei volte tanto.

Con il suo modello ormai screditato come giustificazione, MITRE chiese alle autorità di ridurre del 90% i contatti sociali tra i membri della popolazione statunitense, di imporre rigidi confinamenti, di chiudere praticamente tutte le attività commerciali, di sigillare i confini e “di mettere in quarantena negli hotel o in altre strutture, uno per stanza, con personale ridotto all’osso, i cittadini di ritorno” dall’estero.

Molti Stati degli USA seguirono una qualche versione di questo modello estremo, innescando una catastrofe sociale ed economica dalla quale la popolazione potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Ora che i confinamenti sembrano essere finiti, MITRE è al centro dell’offensiva per i passaporti vaccinali digitali per mezzo dell’Iniziativa per le Credenziali sul Vaccino. Tuttavia l’influente organizzazione di intelligence militare rimane dietro le quinte, per lo più sconosciuta a un pubblico statunitense le cui vite potrebbero essere radicalmente alterate da uno dei suoi più importanti progetti.

Per leggere la prima puntata di questa serie sui passaporti vaccinali digitali a cura di Jeremy Loffredo and Max Blumenthal, cliccare qui.

(Traduzione a cura della redazione)

Il vero socialismo

“Il cittadino di una grande nazione è più libero del cittadino di una piccola nazione.
Ogni cittadino partecipa alla potenza della sua patria, quindi alla sua indipendenza e alla sua libertà. Ma partecipa anche alla dominazione e all’umiliazione del suo Paese. Non ci possono essere uomini liberi in una nazione dominata o in una nazione satellizzata.
Noi vogliamo una patria potente, l’Europa, perché vogliamo essere uomini liberi.
Vogliamo una patria potente, perché vogliamo essere uomini giusti: ancora una volta la giustizia sociale è condizionata imperativamente dall’indipendenza reale della nostra patria.
Un Paese che è dipendente politicamente, è dipendente anche economicamente: è illusorio e ridicolo pretendere di attuare il vero socialismo in un qualsiasi Paese d’Europa finché il suddetto Paese sarà sotto una tutela politica straniera.”

Da La grande nazione. 65 tesi sull’Europa di Jean Thiriart, 1965, ora in Europa nazione, AGA editrice, 2021, p. 151.