La cura batte la paura

Uccisi da malattie non trasmissibili. È il paradosso di questa pandemia

La storia del primo anno d’età del Covid19 in Italia è una dimostrazione dei guai che affliggono l’uomo moderno, spesso fino a farlo morire, e non solo di coronavirus. Il fenomeno principale è stato, anche quest’anno come negli ultimi trenta, il fatto che i grandi killer dei nostri tempi non sono più le infezioni, con i loro virus e batteri, ma le Malattie Non Comunicabili (NCD, Non-Communicable Disease) che indebolendo l’organismo consentono la diffusione di batteri e virus. Sono queste malattie la prima causa del 70% delle morti, e non vengono trasmesse attraverso infezioni ma siamo noi a svilupparle nel nostro corpo, indebolendo così la forza del nostro sistema immunitario. Ciò avviene con l’attenta e interessata assistenza del sistema dei consumi, che influenzando gli orientamenti culturali, politici e economici determina gran parte della nostra vita, dai comportamenti alimentari all’uso di sostanze e droghe, alla sedentarietà, alle convinzioni morali, sessualità e tutto il resto. Sono state infatti le malattie indotte da questi comportamenti distruttivi che hanno indebolito e intossicato gravemente nel corso dei decenni anche l’organismo della gran parte dei morti “di Covid”. I quali, prima di venire a contatto con il virus, erano nella stragrande maggioranza dei casi ammalati dell’una o l’altra delle micidiali NCD: il diabete, i disturbi cardiovascolari, le malattie polmonari croniche (asma compresa), i tumori, le malattie degenerative. Sono loro, le NCD, a produrre, ogni anno, la grande maggioranza dei decessi per malattia in tutto il mondo sviluppato. Come sono state loro ad aver minato l’organismo delle vittime del Covid, generalmente anziane (ma a volte anche giovani). Lo fanno lentamente, attraverso le semplici scelte della vita quotidiana: quanto mangiamo, quanto stiamo fermi invece di muoverci, quante fatiche fisiche ci evitiamo, quante porcherie inaliamo nei polmoni, e così via. (L’ho raccontato in: Sazi da morire; San Paolo, 2016).

Da allora la situazione non ha fatto che peggiorare, e il Covid19 è, per ora, l’ultima di queste stragi seriali, già segnalate da anni, con ampie documentazioni, dal Council on Foreign Relations americano. Il Coronavirus sars-covid-19 è stato l’ultimo attore in scena, ma il fenomeno clinico cui è dovuto il disastro è molto più antico, ha già fatto enormi danni, ed è destinato a durare. Si tratta dell’estrema debolezza delle difese immunitarie dell’uomo contemporaneo e dei comportamenti che la provocano. Un fenomeno visibile almeno già dalla fine degli anni ’80, e annunciato dall’epidemia dell’AIDS fra le minoranze sessuali e dei tossicodipendenti per via iniettiva. Col Covid19 ci si sarebbe dunque potuto aspettare che nella prevenzione e gestione dell’epidemia venisse affrontata la causa, i comportamenti all’origine della debolezza del corpo di fronte al virus: la sedentarietà, l’eccesso di zuccheri, la povertà dell’alimentazione industriale, le intossicazioni da sostanze, i comportamenti a rischio. (Anche questo sarebbe: Transizione ecologica). Ma di tutto ciò le Autorità sanitarie, dal ministro della Salute in giù, non hanno fatto parola, pretendendo di curare il fenomeno senza occuparsi della sua causa. Non l’hanno fatto perché sono essi stessi aspetti del problema, con la loro cultura burocratica e opportunistica, i loro ridicoli consulenti, la loro lontananza stellare dal mondo della cura individuale e dalla conoscenza di cosa provochi la salute e la malattia nella persona umana. Il tutto goffamente compensato dalla retorica guerresca e dal parlar di battaglie quando poi l’unica proposta, ripetuta fino alla nausea, è il confinamento, il lockdown, la ritirata incondizionata.

Per fortuna c’erano, e ci sono ancora in giro per l’Italia, sempre più riconosciuti da pazienti grati, anche migliaia di medici (molti dei quali anche intervenuti più volte su questo giornale), che non si formano solo sui bollettini o viaggi premio dei Big Pharma, ma leggono, studiano, verificano, si confrontano tra loro. Questi medici sapevano dalla loro esperienza clinica che il vero killer non era il virus ma le malattie su cui si appoggiava nel suo diffondersi, e che decisivi erano quindi i rimedi per sostenere gli organi vitali deboli, e ripristinare uno stile di vita sano: il cibo naturale, il movimento, l’aria fresca, le relazioni affettive positive. Servono non confinamenti, ma depuratori dell’aria: ma su quello (guarda caso) non una parola. Il “nemico” vero, di cui scrupolosamente tacevano i bollettini di guerra dei commentatori ufficiali, erano appunto le grandi malattie intossicanti e croniche di cui muore il 70% delle persone. Però riconoscerlo, oltre a comportare precise terapie mediche, ignote ai burocrati politici, implicava la diagnosi di quale sia il male della società che esprime quei ministri, e quei “tecnici”. L’origine del male era (è) infatti la depressione, l’antico “tedium vitae” di cui parlavano già i grandi medici e filosofi latini a incominciare da Seneca. La malattia delle società ricche, come già la Roma tardo imperiale, che smarriscono nelle gratificazioni materiali i valori profondi, le forze e gli affetti duraturi, indebolendo con l’anima anche il corpo, che era stato prima lo strumento del guerriero. Perdono così anche la voglia di vivere, e quel tanto di aggressività indispensabile a combattere davvero e non solo a parole, o per finta. La soppressione di ogni spinta aggressiva è stata infatti decisiva, come sempre accade, anche nella pessima gestione dell’epidemia. Come ci ricorda Konrad Lorenz: “Se si elimina la pulsione aggressiva sparisce dalla vita umana il comando ‘attacca!’ (nel senso più originario e vasto) non spingendoci più ad affrontare un compito o un problema, fino alla creazione artistica o scientifica”.

Sono invece state le anticonformiste e operose legioni di medici bravi e appassionati a curare con discrezione e abnegazione un popolo di “infetti” come li chiamavano spregiativamente i media del potere. Lo hanno fatto aiutandoli a non avere paura, a rafforzare il corpo con buone pratiche, trattandolo bene, usando rimedi a volte tradizionali ma efficacissimi. Ma soprattutto muovendosi, respirando (possibilmente aria buona), e amando generosamente vecchi e bambini. I confinamenti, corredati dalle minacce governative e funzionariali, e accompagnati dalla proibizione delle relazioni e del movimento fisico, furono il contrario della cura, e il teatro delle depressioni (a quel punto difficilmente evitabili), spesso accompagnate dal rimpinzarsi di zuccheri, cibo e alcol, con grande gioia delle nefaste Malattie Non Comunicabili, già apripista al Covid19 (come documentato da Lancet e Nature).Certo, è difficile spiegare che il tuo stile di vita rischia di ucciderti più che il virus, soprattutto quando ci si racconta che basta un vaccino per far fuori il secondo. Ma, come sanno i medici che hanno trattato anche il Covid19: basta dire la verità. Accompagnata dai rimedi giusti.

Claudio Risé

[Fonte]

L’uscita da questa situazione non sarà indolore


Molti ingenui attendono l’arrivo del vaccino pur di uscire da questa situazione, illudendosi che questo comporti la fine di tutto quello che da un anno stiamo vivendo.
Ora, io ho subito l’esperienza del racket e ho sempre rifiutato massicciamente di pagare. Ne ho subito gravi conseguenze, mi hanno incendiato due automobili, mi hanno tagliato i cavi della fibra ottica su cui si reggevano i server del mio lavoro, arrivai a subire danni attorno ai 30.000 euro e conseguenze di non poco conto che si riverberarono anche sulla mia famiglia. Si può dire che mia madre si sia ammalata proprio per colpa di quello stress. Per non parlare di chi, attorno a me, mi dava del pazzo perché rifiutavo di pagare. Per anni ho girato con una pistola in tasca, timoroso che da un momento all’altro qualcuno mi venisse incontro e mi sparasse, ben consapevole che se questo fosse accaduto, manco la pistola mi sarebbe servita.
Ne sono uscito in una maniera che qui in pubblico non posso scrivere, per varie ragioni.
Perché ho tenuto dritta la barra? Non perché io sia un cuor di leone ma perché se si paga il prepotente, questi si sente autorizzato ad alzare il prezzo.
Noi tutti dobbiamo convincerci che l’uscita da questa situazione non sarà indolore e soprattutto non potrà avvenire rispettando le regole dell’attuale democrazia perché sono proprio queste regole ad aver consentito questa situazione.
Poi non capisco, volete l’autorizzazione a vaccinarvi da me? Ma vaccinatevi! Chi vi trattiene. Siete sicuri che una volta vaccinati, poi non alzeranno il prezzo?
Queste sono cose che ho già visto e che mi hanno insegnato, una volta e per tutte, che quando qualcuno ci minaccia, mostrare debolezza è il modo migliore non per rabbonirlo ma al contrario incattivirlo.
Di fronte ai prepotenti esiste un unico atteggiamento: un fermo e deciso no, anche a costo di rischiare la vita.
Chi di fronte al prepotente sceglie la strada di piegarsi, illudendosi che tra il disonore e la guerra si possa scegliere, scegliendo il disonore avrà lo stesso la guerra.
E’ questo quello che nessuno ha ancora capito di tutta questa storia.
Voi vi illudete che una volta vaccinati finirà tutto? Siete dei poveri fessi. Il vaccino sarà la resa che li ecciterà ancora di più e li convincerà che ci potranno fare cose ancora peggiori.
Io non dico no al vaccino perché sono un irresponsabile o un antivaccinista. Ma perché non ho nessuna fiducia in questa classe politica. Perché in primo luogo non mi fido di ciò che c’è nel vaccino e in secondo luogo so che non finirà qui la faccenda.
E la fiducia nella popolazione, in una democrazia, non si conquista col ricatto, con la violenza ma con la forza della persuasione, la cui radice etimologica è, non a caso, derivante da “soave”. Perché è con la pazienza, la calma, la dolcezza che si convincono le persone, non intimorendole, facendo valere il proprio potere.
Questo se voi ambite ad una civiltà in cui valgano le regole democratiche e non la violenza.
Fidatevi di uno che i prepotenti li ha conosciuti. E fidatevi anche del fatto che quelli che ci governano sono molto peggiori dei prepotenti che mi hanno reso la vita impossibile per anni.
Non esistono sottili strategie politiche, non esistono piani elaborati che farebbero pensare a strappi futuri.
Questa è gente che deve andarsene via, a calci, dalle istituzioni, che va arrestata e processata in massa come a Norimberga.
PUNTO E BASTA.
Franco Marino

Da Maidan a Myanmar

La spettacolarizzazione delle rivoluzioni colorate

Perché il saluto a tre dita è stato adottato da schiere di manifestanti, dalla Tailandia a Myanmar? Perché i rivoltosi di Hong Kong portavano con sé archi e frecce come parte del loro arsenale e dichiaravano “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”? E perché ancora lo slogan “Hunger Games* dal 1994. Morte al regime” apparve sugli striscioni in Bielorussia?
Per rispondere a queste domande, occorre considerare il modo in cui le rivoluzioni colorate e l’industria dei media creano spirali che si alimentano a vicenda in un contesto di imperialismo culturale, quella sistematica disseminazione di prodotti culturali, valori e comportamenti conformi agli interessi del centro egemonico. È anche utile considerare come il reiterare particolari narrazioni a livello inter-mediatico contribuisca indirettamente alla formazione dell’identità sociale e politica dei soggetti coinvolti.
Quando una rivoluzione colorata fu istigata in Ucraina alla fine del 2013, i mezzi di comunicazione occidentali evidenziarono da subito le analogie fra le rivolte di Kiev e la ribellione contro la tirannide che era al centro di un film che aveva battuto i record d’incasso l’anno precedente. Con la fusione retorica tra le proteste di piazza Maidan e Hunger Games, un franchise cinematografico di Hollywood, i media crearono un ibrido facilmente commerciabile, l’ “Ukraine-ger Games” – per una parte fatti, per due parti fiction – che poi si sarebbe rivelato modello estremamente utile per la promozione globale di successive rivoluzioni colorate.
Poiché le strategie di marketing ruotano attorno alla montatura pubblicitaria, creare il clamore necessario richiedeva una precisa pianificazione comunicativa soprattutto online, attraverso l’utilizzo di canali di informazione già consolidati e la creazione di nuovi, l’aumento di visibilità sui social media grazie al reclutamento di influencer, blogger, opinion leader e dulcis in fundo, celebrità.
Siccome prendere parte a un cambio di regime finanziato dall’estero non è eroico come difendere libertà, giustizia e democrazia, questi concetti di solito vengono evocati per mobilitare le masse: privati di qualsiasi connotazione ideologica potenzialmente divisiva (le rivoluzioni colorate sono interclassiste per definizione), questi ideali rimangono aperti ad ogni interpretazione e possono così stimolare l’immaginario politico. Se gli ideali astratti da soli non si traducono in un movimento di massa, l’industria dei media può facilmente reclutare personaggi ‘cool’ come modelli di comportamento: ed ecco che la pop star ucraina Ruslana Lyzhychko, vistosamente in prima linea durante le proteste, viene paragonata da Newsweek all’eroina Katniss Everdeen di Hunger Games. Grazie a una vaga somiglianza con l’attrice protagonista del film, risultava perfetta per la parte di icona rivoluzionaria.
Chiunque può recitare un ruolo negli “Ukraine-ger Games” e ottenere riconoscimento mediatico, sia esso migliaia di “likes” e followers sui social oppure un’intervista sulla CNN. Nessuna precedente esperienza politica è richiesta: la trilogia cinematografica fornisce un repertorio di tematiche visuali e di battute da copione tanto ricco da essere facilmente convertito in materiale propagandistico: “L’Ucraina è il tredicesimo Distretto nel Centro Europa. Faccio a voi un appello: Ribellatevi!! Richiedete subito sanzioni per l’Ucraina!”. Il riferimento al tredicesimo distretto della fiction non passa inosservato al pubblico giovanile sia nel proprio Paese che all’estero, poiché tutti consumano la stessa cultura pop globale che ne colonizza l’immaginario.
Nel 2014 questo format di successo fece la sua comparsa in Tailandia e a Hong Kong, dove i manifestanti adottarono il saluto a tre dita assieme a cartelli e slogan in Inglese per attrarre l’interesse di un pubblico mondiale. Sebbene questo saluto risalga ai tempi della Rivoluzione Francese, coloro che cominciarono a usarlo a Hong Kong, Bangkok e Yangon lo conoscevano soltanto come il saluto di Hunger Games.
Il Movimento degli Ombrelli si affievolì ma quando una seconda rivoluzione colorata fu tentata nel 2019 il franchise cinematografico di Hollywood diventò nuovamente fonte d’ispirazione. I rivoltosi di Hong Kong scandivano lo slogan “laam chau”, traduzione in cantonese della battuta “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”, usavano arco e frecce, l’arma tipica dell’eroina del film, costruivano enormi falò, incendiavano edifici e veicoli, lanciavano centinaia di bombe molotov, davano fuoco alle persone. Queste azioni, piuttosto che attirare condanne, venivano glorificate dai corrispondenti esteri soddisfatti che i contestatori esprimessero “la Katniss che era in loro”. I fotogiornalisti sceneggiarono, inquadrarono ad arte e manipolarono digitalmente le immagini con effetti luce drammatici per alimentare l’identificazione emotiva con i ribelli, al punto che diventava impossibile stabilire se le foto fossero state fatte su un set cinematografico oppure durante una rivolta. Una tale spettacolarizzazione delle proteste dovrebbe far sorgere delle domande di carattere etico sul fotogiornalismo contemporaneo ma ciò è improbabile che accada quando coloro che commissionano e ricompensano questo lavoro sono gli stessi che hanno il compito di promuovere le rivoluzioni colorate.
Nel momento in cui le proteste sono viste dai partecipanti come modo per ottenere un riconoscimento globale, assistiamo all’erosione del confine fra il Sé e il suo riflesso, con le tragiche conseguenze di produrre narcisismo, alienazione e perdita d’identità. Quando i manifestanti di Hong Kong orgogliosamente sostengono ”Noi non siamo Cinesi” vediamo una conferma di questa alienazione. E quando Joshua Wong, il ragazzo copertina di questa farlocca “Rivoluzione dei Nostri Tempi”, dichiara “essere famoso è parte del mio lavoro” nella biografia romanzata di Netflix, Joshua: Teenager vs. Superpower, dovremmo prestare attenzione perché le sue parole rivelano non soltanto un‘eccessiva considerazione di sé, tipica del carattere narcisistico, ma anche una particolare soggettività politica che si nutre di fama mediatica.
Servendosi di ghostwriter per i suoi libri, recitando se stesso in documentari finanziati dagli Stati Uniti, apparendo sulle copertine di riviste straniere, pronunciando slogan banali, non sorprende che Joshua Wong abbia potuto raggiungere fama mondiale. Ma così facendo involontariamente dimostra quanto il suo attivismo politico abbia in comune con lo show business e quanto quest’ultimo venga ormai utilizzato come un’arma.
Laura Ruggeri

*Hunger Games è un film del 2012 basato su una storia ambientata in un futuro distopico post apocalittico

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Siamo in guerra


“Siamo in guerra. Sì. E non intendo l’Occidente contro l’Oriente, contro Russia e Cina, né il mondo intero contro un invisibile coronavirus. No. Noi, la gente comune, siamo in guerra contro un sistema globalista elitario sempre più autoritario e tirannico, governato da un piccolo gruppo di multimiliardari, che già decenni fa aveva pianificato di prendere il potere sulle persone, controllarle, ridurle a quello che una minuscola élite crede sia un “numero adeguato” per abitare Madre Terra, e per digitalizzare e robotizzare il resto dei sopravvissuti, riducendoli a una sorta di schiavi. È una combinazione di “1984” di George Orwell e “Brave New World” di Aldous Huxley. Benvenuti nell’era dei transumani. Se lo permettiamo. Ecco perché la vaccinazione è necessaria a velocità supersonica, per iniettarci sostanze transgeniche che possono cambiare il nostro DNA, per timore che possiamo svegliarci e che una massa critica possa diventare cosciente e cambiare le dinamiche. Perché le dinamiche non sono prevedibili, soprattutto non a lungo termine. La guerra è reale e prima ce ne rendiamo conto tutti, prima quelli con la mascherina e quelli che rispettano il distanziamento sociale prendono coscienza delle situazioni distopiche “anti-umane” mondiali, con cui abbiamo permesso ai nostri governi di sottometterci, maggiori sono le nostre possibilità di riprenderci la nostra autonomia e sovranità.”

Pandemia, confinamento, disastro economico: siamo in guerra?, di Peter Koenig continua qui.

Ricchi e buoni?

“Perché l’élite dell’1% del pianeta, la classe più predatoria della storia umana, è anche la più socialmente impegnata a sostenere cause nobili come salute, educazione, lotta alla fame, con la scusa di cambiare il mondo? Che cosa si nasconde dietro la rinascita della filantropia a vocazione globale? L’impegno sempre più pervasivo dei filantropi è davvero la soluzione alle sfide della contemporaneità o non è piuttosto un ambiguo e problematico effetto delle disuguaglianze strutturali che rendono la nostra epoca la più ingiusta di tutti i tempi? E che cosa è il «filantrocapitalismo», la versione più sofisticata della filantropia che da due decenni domina la scena internazionale e che si consolida oggi nel tempo di Covid19?
Sono queste, e molte altre, le domande che la giornalista Nicoletta Dentico, esperta di salute globale e cooperazione internazionale, affronta nel suo formidabile saggio-inchiesta Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Editrice Missionaria Italiana, pp. 288, euro 20, già in libreria). Si tratta del primo libro in Italia dedicato al tema del filantrocapitalismo, un’abile strategia inaugurata all’inizio del nuovo millennio da una ristretta classe di vincitori sulla scena della globalizzazione economica e finanziaria. Grazie alle donazioni erogate tramite le loro fondazioni in nome della lotta alla povertà questi imprenditori, nuovi salvatori bianchi, hanno cominciato a esercitare un’influenza sempre più incontrollata sui meccanismi di governo del mondo e sulle loro istituzioni, modificandole profondamente. Il tutto, in un intreccio di soldi, potere e alleanze con il settore del business che i governi non sanno più arginare né possono più controllare. Anzi, sono i leader del mondo politico ad accogliere i ricchi filantropi a braccia aperte, ormai, senza più fare domande.”

(Fonte)

Nicoletta Dentico, giornalista, è esperta di cooperazione internazionale e salute globale. Dopo una lunga esperienza con Mani Tese, ha coordinato in Italia la Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1997, e diretto in Italia Medici Senza Frontiere (MSF) – premio Nobel per la Pace nel 1999 – con un ruolo di primo piano nel lancio e promozione della Campagna internazionale per l’Accesso ai Farmaci Essenziali.
Co-fondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), ha lavorato a Ginevra per Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDI) e poi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Più di recente è stata per alcuni anni responsabile della sezione internazionale della Fondazione Lelio Basso. Dal 2013 al 2019 è stata consigliera di amministrazione di Banca Popolare Etica e vicepresidente della Fondazione Finanza Etica. Dalla fine del 2019 dirige il programma di salute globale di Society for International Development (SID).

La communitas è incompatibile con l’immunitas


“Come abbiamo scritto poc’anzi, in certi momenti, è necessario, per il sovrano, ostacolare o impedire tutte le forme nelle quali l’uomo può manifestarsi nella sua veste di zoon politikon, perché queste potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza del “regno” e, in particolare, della ratio status che ne è il fondamento.
Nella fattispecie odierna, visto che il contenuto esclusivo dell’opera di governo (almeno formalmente), è quello della protezione della vita (zoè) della popolazione/gregge, è necessario (almeno secondo la motivazione “fattoidale”), impedire la vita comunitaria delle persone (bios), nella quale si manifestano, non solo, tutte le forme di attività politica, ma anche l’asseverazione della realtà secondo sensus communis, che viene generata dall’incontro e dall’interazione coi propri simili, nel mondo comune.
Ovvero, per dirla con Artaserse, bisogna impedire il formarsi conventicole, anche fatte di sparuti aggregati di persone, che possano mettere in dubbio, non solo, la legittimità e l’azione del sovrano, ma anche l’immagine della realtà che risponde ai suoi desiderata, quella confezionata quotidianamente dalle solerti fabbriche di fattoidi al suo servizio.
A maggior ragione, questo è indispensabile se vi è l’ulteriore pericolo che queste conventicole possano assumere una forma e una “consistenza” politica tale da manifestare i dubbi a gran voce. Per limitare questo rischio, non vi è nulla di più efficace che impedire, di fatto, la vita comunitaria, “distanziando socialmente” gli individui, rendendoli impauriti e diffidenti nei confronti dei propri simili, in modo che non abbiano contatti tra loro se non quelli “funzionali”, necessari alla sopravvivenza.
Un tempo, le “contestazioni” prendevano origine nei luoghi che, per definizione implicano una collettività: le fabbriche (e i luoghi di lavoro in senso lato), le università, le scuole. Ora, la “necessità” profilattica di distanziamento fisico ottiene l’effetto di rendere impossibili questi tipi di aggregazione collettiva divenendo appieno un “distanziamento sociale”, che è il reale obiettivo del Sovrano.
Le norme che impediscono gli assembramenti hanno soppresso, di fatto, qualsiasi di forma associativa e comunitaria e, quindi, politica in senso lato. Il contatto tra le persone è stato sostituito e monopolizzato da una comunicazione mediata dai dispositivi elettronici, come nel caso del lavoro e della didattica “a distanza”.
A questo punto non appare così peregrino il pensare che, dal punto di vista del Sovrano, quest’epidemia sia stata provvidenziale, poiché tutte le misure profilattiche impediscono il manifestarsi della comunità, della polis, per lasciare in essere solo il rapporto verticale tra sudditi e Sovrano, dato che, la scomparsa di qualunque tipo di azione politica “intermedia”, così come si manifesta e si è sempre manifestata nell’essere sociale, è resa possibile dall’eliminazione di «ogni rapporto sociale estraneo allo scambio individuale tra protezione e obbedienza».
La sfera politica tutta si è condensata nella mera azione di governo (il Sovrano) e questa ha, come unico oggetto, la protezione della vita biologica della popolazione, di fronte ad una minaccia esibita sotto forma di fattoide. Ciò che costituisce un rischio, di fronte all’epidemia, è la communitas, in quanto tale, e, pertanto, è la communitas, il nemico da combattere, che va eliminato e sostituito da una forma politica nella quale vi possa essere soltanto una relazione tra individui isolati e il potere sovrano, che deve regnare incontrastato, senza limitazione alcuna da parte dei “contrappesi” previsti dalle democrazie liberali, allo scopo di proteggere la popolazione dalla minaccia incombente.
Data la natura della minaccia, non è più possibile, quindi, l’esistenza di una comunità politica che si manifesti nelle modalità di vita comune dell’“essere sociale”, ma può esservi solamente una popolazione di monadi isolate, in balia della realtà fantasma confezionata dall’arbitrio del potere sovrano, nella quale la desocializzazione allontana il pericolo che questo potere venga messo in discussione.
(…) di fatto, tutto ciò che esuli dalla sfera della mera conservazione della vita è, oggi, negato.
La liturgia biopolitica è fatta di simboli che danno una forma e un indirizzo alla società, e determinano l’inclusione e l’esclusione in una sublime, quanto assurda, antinomia: si può essere inclusi nell’essere sociale, determinato dal Sovrano, solo escludendosi dalla vita comune, perché la communitas è incompatibile con l’immunitas.”

Da L’annichilimento dell’essere sociale e l’ontologia fantasma, di Pier Paolo Dal Monte.

Il senso politico ultimo della pandemia


All’incirca dal mese di novembre, sto scrivendo ripetutamente che il senso politico ultimo della pandemia si è ormai palesato, ch’è visibile a chiunque tranne alla massa di zombie assoggettati alla narrazione dominante.
La pandemia, ho scritto a più riprese, è il terreno su cui si sta giocando la partita dell’ingresso diretto delle multinazionali nella governance tanto globale quanto delle singole nazioni.
Non più influenza e potere d’indirizzo come nei decenni scorsi, ma diretta funzione amministrativa e normativa della sfera pubblica. Tutto questo è ravvisabile nelle trattative in corso fra Stati-nazione e corporation intorno ai vaccini, intorno al tracciamento biometrico, intorno ai social media.
Ed è riscontrabile, altresì e nella formulazione più esplicita possibile, in saggi teorico-strategici quali COVID 19 – The Great Reset di Klaus Schwab.
E questo – ho scritto sempre in questi mesi – è infine il motivo per cui le corporation, fin dall’inizio dell’emergenza ovvero da quasi un anno, stanno ripetendo in maniera martellante, tramite i loro opinion leader e tramite spot pubblicitari, che “non si tornerà più al mondo di prima”, ovvero che il distanziamento sociale rimarrà per sempre.
Infatti, tutte le trattative economico-normative fra governi nazionali e aziende multinazionali volte a far sì che le seconde possano amministrare la società attraverso i propri strumenti tecnologici, sono ancora aperte. Un’eventuale soluzione sanitaria dall’emergenza, manderebbe all’aria tutto.
La necessità di portare avanti la strategia d’ingresso diretto delle corporation nella governance della società, fa dunque sì che l’emergenza debba essere permanente. Questo obiettivo viene perseguito dalle èlite economiche attraverso tre strumenti:
a) attraverso il possesso dei media tradizionali, tutti allineati a costruire una narrazione altamente allarmistica, volta a minimizzare i costi sociali ed economici dei lockdown, impegnata nella criminalizzazione di ogni pensiero dissenziente bollato come “negazionismo”;
b) attraverso il possesso dei social media, volti a tenere sotto controllo e quando è il caso reprimere le posizioni avverse;
c) attraverso la casta dei tele-virologi, ovvero figure tecniche che, facendo da consulenti dei governi e avendo garantita una presenza onnipervasiva sui media, svolgono intermediazione a favore delle corporation e stimolano l’opinione pubblica ad accettare la prospettiva del distanziamento permanente.
Partecipando al World Economic Forum – una partecipazione peraltro anomala e il cui senso politico andrebbe quindi decifrato – Vladimir Putin ha esposto una lettura pressoché identica a quella sopra esposta.
“Ci sono alcuni giganti economici che sono già, de facto, in competizione con gli Stati. Dov’è il confine tra un business globale di successo, servizi richiesti e consolidamento dei big data – e tentativi di governare la società in modo aspro e unilaterale, sostituire istituzioni democratiche legittime, limitare il diritto naturale delle persone di decidere da soli come vivere, cosa scegliere? quale posizione esprimere liberamente?”
Oltre a mettere a fuoco il problema delle multinazionali, Putin ha altresì tracciato un quadro allarmante sostenendo di “sperare che una guerra mondiale non sia possibile in linea di principio” ma che i rischi di uso unilaterale della forza militare sono in aumento e che sussiste dunque il rischio di “un collasso dello sviluppo globale che potrebbe sfociare in una guerra di tutti contro tutti.”
Il discorso di Putin non esprime una prospettiva contro la globalizzazione in quanto tale o anti-liberista bensì manifesta, esattamente come nel caso di Trump, una visione politica che vorrebbe far ancora coesistere paradigma neoliberale e sovranità nazionali.
Il punto è che questa coesistenza, oggi, è probabilmente impossibile.
Per questo, a mio parere, figure come Trump o Putin possono essere ascoltate con interesse in quanto forze ostacolanti e rallentanti determinati processi del capitalismo globalista, ma non essere viste – come spesso accade – come i latori di un’autentica prospettiva di alternativa sociale e sistemica.
Ad ogni modo, un discorso così apertamente contrapposto alla narrazione dominante nei Paesi occidentali, fa inevitabilmente tornare alla memoria un’altra esternazione del presidente russo, ovvero quella pronunciata in occasione del Forum di Valdai nel settembre 2013. In quel contesto, infatti, Putin delineò una visione alternativa ai capisaldi del liberalismo occidentale quali multiculturalismo e superamento degli Stati-nazione.
Pochi mesi dopo quel discorso, gli Stati Uniti e l’Unione Europea promossero la sommossa anti-russa in Ucraina capeggiata dalle formazioni neonaziste e incrementarono i finanziamenti al terrorismo jihadista in Siria, facendo così tornare il mondo alla Guerra Fredda e al riarmo nucleare.
Pertanto, senza bisogno di pensare a una relazione diretta causa-effetto col discorso di Davos, è lecito supporre che, analogamente a quanto accaduto nel 2014, nei prossimi mesi vedremo incrementarsi la campagna dei media occidentali a favore del fascista xenofobo e antisemita Navalny e, soprattutto, assisteremo al preoccupante spettacolo delle fiamme della guerra in Siria che tornano a divampare.
Contrastare in tutti i modi la propaganda anti-russa dei governi e dei media occidentali, dunque, non implica considerare Putin e il sistema di governo russo come un modello da seguire (come invece pensano i cerebrolesi della sinistra o, per ragioni opposte, i rossobruni affascinati dall’autoritarismo).
Significa, invece, comprendere che le stesse èlite che vogliono sottomettere la nuda vita alla tecnologia e gettare fuori dal mercato del lavoro un terzo della popolazione, sono le stesse che vogliono incendiare il mondo con la guerra.
Il campo atlantista occidentale – e soprattutto la parte ideologicamente progressista di quest’ultimo – rappresenta la più grande minaccia per l’umanità dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
E spetta ai popoli che ci vivono – oggi tenuti reclusi e privati dei loro diritti costituzionali – il compito di abbatterlo.
Riccardo Paccosi

La militarizzazione della pandemia

Leggi emergenziali, limitazioni delle libertà costituzionali e militarizzazione delle strade e delle corsie degli ospedali consentono un colpo d’acceleratore del processo di militarizzazione e sicurizzazione della società e dell’economia come non sarebbe mai stato possibile in tempi di “normalità”. Se poi a questo processo si accompagna l’attacco globale alla politica e agli spazi di aggregazione sociale appare ancora più evidente che il creare le condizioni e utilizzare il linguaggio e le narrazioni di “guerra” consente un attacco mortale alle sempre più ridotte forme di partecipazione e lotta democratica. E, come dicevo prima, la militarizzazione dell’intervento sanitario anti-Covid, (invece della scelta di interventi di compartecipazione democratica, decentramento e potenziamento dei centri per la salute e la prevenzione distribuiti e/o prossimi territorialmente), assicura il ruolo “imprescindibile” e “insostituibile” delle forze armate nella gestione della crisi-conflitto. Siamo di fronte a un modello culturale, ben costruito soprattutto in ambito mediatico, del tutto opposto a quanto accadde 40 anni fa con il terremoto in Irpinia, quando l’associazionismo di base, il volontariato e le forze sociali e politiche vive del paese ebbero la capacità di denunciare e documentare l’assoluta inefficienza delle forze armate nelle fasi post-sisma e di ricostruzione e dunque di proporre modelli del tutto differenti di gestione di emergenze naturali-ambientali e sanitarie. L’Irpinia impose il dibattito sulla de-militarizzazione delle crisi e di una protezione civile democratica, diffusa, partecipata e decentrata. Oggi sembrano passati millenni da quella importante fase di confronto politico generale su diritti ed “emergenze”. E così le forze armate e il complesso militare-industriale e finanziario possono oggi “battere cassa” con più arroganza di prima, imponendo schemi e linee di spesa pubblica ancora più insostenibili.
Antonio Mazzeo

(Fonte)

Le tensioni sociali secondo Klaus Schwab ed il Forum Economico Mondiale

Da Covid-19: the Great Reset, di Klaus Schwab e Thierry Malleret, Forum Publishing, pp. 65-68.

Uno dei pericoli più profondi a cui si va incontro nell’era post-pandemia è l’agitazione sociale. In alcuni casi estremi, potrebbe condurre alla disintegrazione della società e al collasso politico. Innumerevoli studi, articoli e avvertimenti contengono l’evidenziazione di questo particolare rischio, basato sull’ovvia osservazione che quando la gente non ha lavoro, non ha reddito e non ha prospettive per una vita migliore, spesso ricorre alla violenza. La citazione a seguire cattura l’essenza di questo problema. Si applica agli USA, ma le sue conclusioni sono valide per la maggior parte dei Paesi in giro per il mondo:
“Quelli che sono lasciati senza speranza, senza lavoro, e senza beni potrebbero facilmente rivoltarsi contro quelli che stanno meglio. Già qualcosa come il 30% di Americani ha una ricchezza pari a zero o negativa. Se più gente emergerà dalla crisi corrente con né soldi, né posti di lavoro, né accesso alle cure sanitarie, e se questa gente diventa disperata e arrabbiata, scene tali come la recente fuga di prigionieri in Italia o i saccheggi che seguirono dopo l’uragano Katrina a New Orleans nel 2005 potrebbero diventare accadimenti abituali. Se i governi dovranno ricorrere all’uso di forze paramilitari e militari per sedare, ad esempio, rivolte o attacchi alle proprietà, le società potrebbero cominciare a disintegrarsi.”
Ben prima che la pandemia avesse travolto il mondo, le agitazioni sociali erano state in aumento a livello globale, quindi il rischio non è nuovo ma è stato amplificato dal Covid-19. Ci sono differenti modi di definire cosa costituisce tensione sociale ma nel corso dei due anni passati più di 100 significative proteste antigovernative sono avvenute in giro per il mondo, dalle rivolte dei gilet gialli in Francia alle dimostrazioni contro gli uomini forti in Paesi come Bolivia, lran e Sudan. La maggior parte di queste proteste furono soppresse da brutali repressioni e molte sono andate in letargo (come l’economia globale) quando i governi hanno costretto le loro popolazioni a stare in isolamento per contenere la pandemia. Ma dopo che il blocco di riunirsi in gruppi e manifestare in strada sarà revocato, è difficile immaginare che le vecchie rimostranze e il malcontento sociale temporaneamente soppressi non esploderanno di nuovo, possibilmente con forza rinnovata. In questa era post-pandemia, i numeri dei disoccupati, preoccupati, tristi, risentiti, malati ed arrabbiati aumenteranno drammaticamente. Si accumuleranno tragedie personali, fomentando rabbia, risentimento ed esasperazione in diversi gruppi sociali, compresi i disoccupati, i poveri, gli immigrati, i detenuti, i senza tetto, tutti quelli lasciati fuori… Come potrebbe tutto questo non finire in un’esplosione? I fenomeni sociali spesso mostrano le stesse caratteristiche come le pandemie e, come osservato nelle pagine precedenti, i punti critici si applicano in entrambi i casi allo stesso modo. Quando la povertà, la sensazione di essere emarginati ed impotenti raggiungono certi punti critici, l’azione sociale dirompente spesso diventa l’opzione di ultima istanza.
Nei primi giorni della crisi, persone importanti hanno fatto eco a tali preoccupazioni e messo in allerta il mondo sul crescente rischio di agitazioni sociali. Jacob Wallenberg, l’industriale svedese, è uno di loro. Nel marzo del 2020, scrisse: “Se la crisi continuerà per lungo tempo, la disoccupazione potrebbe raggiungere il 20-30 per cento mentre le economie potrebbero contrarsi del 20-30 per cento… Non ci sarà ripresa. Ci saranno agitazioni sociali. Ci sarà violenza. Ci saranno conseguenze socioeconomiche: disoccupazione a livelli drammatici. I cittadini soffriranno drammaticamente: alcuni moriranno, altri si sentiranno malissimo.” Siamo ora oltre la soglia di ciò che Wallenberg considerava essere “preoccupante”, con un tasso di disoccupazione superiore del 20% fino ad arrivare oltre il 30% in molti Paesi del mondo e con la maggior parte delle economie che si sono contratte nel secondo trimestre del 2020 oltre a un livello che precedentemente era considerato un livello di preoccupazione. Come questo andrà a finire e dove i disordini sociali avverranno più probabilmente e in che misura?
(…)
È importante enfatizzare che nessuna situazione è scolpita nella pietra e che non ci sono cause scatenanti “meccaniche” per i disordini sociali – essi rimangono un’espressione di una dinamica umana di carattere collettivo e di uno stato d’animo che è dipendente da una moltitudine di fattori. Fedeli alle nozioni di interconnessione e complessità, le esplosioni di tensioni sociali sono tipici eventi non lineari che possono essere scatenati da un’ampia varietà di fattori politici, economici, sociali, tecnologici e ambientali. Variano da cose così diverse come gli shock economici, avversità causate da eventi atmosferici estremi, tensioni razziali, scarsità di cibo e persino sentimenti di ingiustizia. Tutti questi inneschi, e altri ancora, quasi sempre interagiscono l’uno con l’altro e creano effetti a cascata. Quindi, specifiche situazioni di tumulto non possono essere previste, ma possono, comunque, essere anticipate. Quali Paesi sono più suscettibili? A prima vista, i Paesi più poveri con nessuna rete di sicurezza e Paesi ricchi con deboli reti di sicurezza sono più a rischio perché non hanno nessuna o pochissime misure politiche come benefici per la disoccupazione per attenuare la perdita di reddito lavorativo. Per questa ragione, società fortemente individualistiche come gli USA potrebbero essere più a rischio rispetto a Paesi europei o asiatici che o hanno un grande senso di solidarietà (come nell’Europa meridionale) oppure hanno un migliore sistema sociale per assistere gli svantaggiati (come nell’Europa settentrionale). Alcune volte, le due cose avvengono assieme. Paesi come l’Italia, per esempio, posseggono sia una forte rete di sicurezza che un forte senso di solidarietà (particolarmente in termini intergenerazionali). In modo simile, il Confucianesimo prevalente in così tanti Paesi asiatici mette un senso del dovere e di solidarietà intergenerazionale prima dei diritti individuali; esso da anche grande valore alle misure e alle regole che beneficiano la comunità nel suo insieme, Naturalmente, tutto questo non vuol dire che i Paesi europei ed asiatici sono immuni dalle agitazioni sociali. Tutt’altro! Come il movimento dei gilet gialli ha dimostrato in Francia, forme violente e continue di tensioni sociali possono esplodere in Paesi dotati di una robusta rete di sicurezza sociale ma dove le aspettative sociali sono lasciate insoddisfatte.
L’agitazione sociale influenza negativamente il benessere sia da un punto di vista economico che da un punto di vista sociale, ma è essenziale enfatizzare che non siamo impotenti di fronte a potenziali agitazioni sociali, per la semplice ragione che i governi e in minore misura le aziende od altre organizzazioni possono prepararsi per mitigare il rischio tramite l’attuazione di giuste politiche. La più grande causa sottostante delle agitazioni sociali è la disuguaglianza. Gli strumenti politici per combattere inaccettabili livelli di disuguaglianza esistono ed essi spesso risiedono nelle mani dei governi.

Traduzione a cura della redazione

 

Lode alla crisi

“Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.
Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.
Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.
Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.
Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:
«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».
Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.”

Da La sfida dell’avvenire, di Moreno Pasquinelli.

Scienza e religione

Esiste l’opinione, generalmente accettata, che scienza e religione siano opposte l’una all’altra. Esse in effetti lo sono, ma solo nel tempo, vale a dire, quello che i contemporanei considerano scienza, diviene religione per i loro discendenti. Quello che di solito viene designato come religione non è in gran parte che la scienza del passato, mentre quello che generalmente è chiamato col nome di scienza non è che la religione del presente.
Lev Tolstoj

In realtà fra la religione e la vera scienza non esiste parentele, né amicizia e neanche inimicizia: esse vivono su pianeti diversi.
Friedrich Nietzsche

Può sembrare bizzarro, ma a mio parere la scienza offre un percorso più sicuro a Dio che la religione… la scienza è avanzata al punto tale che può seriamente affrontare questioni che originariamente erano religiose.
Paul Davies

Sinistre, Covid, una storia che parte da lontano

…una conversazione tra gli stessi conduttori di Byoblu, Marco Rizzo, segretario di uno dei Partiti Comunisti e il sottoscritto, sui destini e caratteri attuali della sedicente “sinistra”, diventata staffiere della cavalleria di destra, nel momento in cui è lanciata all’attacco.
Le cose che ci siamo detti, da sponde in parte divergenti, su una sinistra che, dal 1943, non ha nemmeno il bisogno del masso di Sisifo (intendendo per Sisifo le masse ed essendo le sinistrocrati il masso) per tornare, sistematicamente, a precipitare verso il basso, o l’opposto. Nel ruolo neanche di protagonista, ma di riserva in panchina, cui concedere un attimo di soddisfazione, quando il gioco è ormai fatto. E’ il momento di gloria dei conigli.
Fulvio Grimaldi

(Fonte)

Covid-19

L’epidemia di COVID-19 si è subito presentata al mondo come un enorme problema non solo socio-sanitario, ma anche politico ed istituzionale. Questo saggio analizza per la prima volta le interferenze fra la gestione sanitaria e quella politico-istituzionale del virus sia in Italia che in Europa, dimostrando come esso sia già un grande protagonista del processo di cambiamento della società occidentale che ci vede tutti coinvolti. Un cambiamento che possiede precisi registi globali, i quali cercano di incanalarlo verso una nuova fase del neocapitalismo (la cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”) che sta creando inedite forme di organizzazione e delimitazione degli spazi di convivenza civile, in cui le attuali diseguaglianze tendono ad esasperarsi sempre più.
La lotta contro la piccola e media impresa, la spaccatura sociale artificiale fra “garantiti” e “partite IVA”, la distruzione degli spazi di convivialità, formazione, coltura del corpo e della mente, la mala gestione della sanità pubblica, il condizionamento operante massmediale a canali unificati sulla cd. “pandemia” da virus si rivelano quindi terribili strumenti di chirurgia sociale su scala mondiale. Anche le epidemie si prestano quindi a complesse strumentalizzazioni massmediali e politiche: e possono diventare un’arma di distrazione di massa altrettanto pericolosa sul piano della qualità della vita rispetto ai danni già inferti sul piano meramente economico e sanitario.

Il virus ed i super ricchi

“Si dice che il Virus sia responsabile dell’ondata di fallimenti e disoccupazione. È una bugia. Non esiste una relazione causale tra il virus e le variabili economiche. Sono i potenti finanzieri e i miliardari, che sono dietro a questo progetto che ha contribuito alla destabilizzazione (mondiale) dell’economia reale.
Nel corso degli ultimi nove mesi, hanno incassato miliardi di dollari. Tra aprile e luglio la ricchezza totale detenuta dai miliardari di tutto il mondo è cresciuta da 8 mila miliardi di dollari a più di 10 mila miliardi di dollari.
Il rapporto Forbes non spiega la vera causa di questa massiccia ridistribuzione della ricchezza:
“la ricchezza collettiva miliardaria è aumentata al ritmo più accelerato di qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio”.
In realtà è la più grande redistribuzione di ricchezza globale nella storia del mondo. Essa si basa su un processo sistematico di impoverimento mondiale. È un atto di guerra economica.
I miliardari non sono stati solo i beneficiari di generosi ”incentivi governativi” (cioè handouts), la maggior parte dei loro guadagni finanziari fin dall’inizio della campagna di paura di Covid ai primi di febbraio è stata il risultato di insider trading, foreknowledge e manipolazione dei mercati finanziari e delle commodities.
La ricchezza complessiva dei miliardari statunitensi è aumentata di 850 miliardi di dollari dal 18 marzo 2020 all’8 ottobre 2020, con un incremento di oltre il 28 per cento. Questa valutazione non tiene conto dell’aumento della ricchezza nel periodo precedente al 18 marzo, che è stato caratterizzato da una serie di crolli dei mercati azionari.
Il 18 marzo 2020, i miliardari statunitensi avevano accumulato una ricchezza complessiva di 2.947.000 miliardi di dollari. Entro l’8 ottobre, la loro ricchezza era salita a 3,8 trilioni di dollari (3.798.000 miliardi di dollari per l’esattezza).
Questa upper class miliardaria manipola i mercati finanziari a partire da febbraio e poi ordina la chiusura dell’economia globale l’11 marzo, il cui obiettivo dichiarato è quello di combattere Covid-19, che, secondo l’OMS, è simile all’influenza stagionale.
L’”Economia reale” e “Big Money”
Perché queste politiche di lockdown di Covid sono alla base del fallimento, della povertà e della disoccupazione?
Il capitalismo globale non è monolitico. C’è infatti un “conflitto di classe A” tra i super-ricchi e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.
Ma c’è anche un’intensa rivalità all’interno del sistema capitalistico. Vale a dire un conflitto tra il “Big Money Capital” e quello che potrebbe essere descritto come “Real Capitalism”, che consiste in corporazioni in diverse aree di attività produttiva a livello nazionale e regionale. Esso comprende anche le piccole e medie imprese.
Quello che è in corso è un processo di concentrazione della ricchezza (e di controllo delle tecnologie avanzate) senza precedenti nella storia mondiale, per cui l’establishment finanziario (cioè i creditori multimiliardari) sono destinati ad appropriarsi del patrimonio reale sia delle società fallite che di quello dello Stato.
L’”Economia Reale” costituisce il “paesaggio economico” dell’attività economica reale: beni produttivi, agricoltura, industria, servizi, infrastrutture economiche e sociali, investimenti, occupazione, ecc. L’economia reale, a livello globale e nazionale, è oggetto del lockdown e della chiusura dell’attività economica. Le istituzioni finanziarie Global Money sono i “creditori” dell’economia reale.
“La Seconda Ondata”. Un nuovo Lockdown
La seconda ondata è una bugia. Viene presentata all’opinione pubblica come un mezzo per combattere il virus e salvare vite umane.
Questo è ciò che i governi ci dicono. La strategia della paura è andata a gonfie vele, applicata contemporaneamente in diverse regioni del mondo.
Test, Test, Test, Test, Test. Nel Regno Unito, le forze armate sono coinvolte in operazioni di test di massa che utilizzano il PCR, il cui obiettivo è quello di aumentare il numero dei cosiddetti casi positivi.
(…) È inutile dire che all’inizio di questa seconda ondata l’economia globale è già in uno stato di caos. Mentre i rapporti non riescono a rivelare la profondità e la gravità di questa crisi globale, le prove (ancora provvisorie e incomplete) parlano da sole.
La logica della seconda ondata è quella di prevenire e rimandare la riapertura dell’economia nazionale, insieme all’applicazione del distanziamento sociale, all’uso della mascherina, ecc.
Gli obiettivi riguardano l’economia dei servizi, le compagnie aeree, l’industria del turismo, ecc. Il mantenimento di rigide restrizioni sui viaggi aerei equivale a condurre le principali compagnie aeree alla bancarotta. Il programma di fallimento è stato progettato e imposto. Solo nell’industria del turismo e dei viaggi degli Stati Uniti, 9,2 milioni di posti di lavoro potrebbero andare persi e “tra 10,8 milioni e 13,8 milioni di posti di lavoro … sono a serio rischio”.
E la seconda ondata è finalizzata a consentire ai miliardari di raccogliere i pezzi, acquisendo la proprietà di interi settori di attività economica a prezzi stracciati.
Il denaro di cui si sono appropriati nel corso della crisi finanziaria (attraverso una vera e propria manipolazione) sarà utilizzato per acquistare società in bancarotta così come governi in bancarotta.”

Da “Pandemia” Covid: distruggere la vita delle persone. Depressione economica ingegnerizzata. “Colpo di Stato” globale?, di Michel Chossudovsky.

La libertà personale


In frangenti come quello che stiamo vivendo, è più che mai necessario ripassare le nozioni di diritto costituzionale apprese ai tempi dell’università…

Le libertà fondamentali tradizionalmente sono distinte in libertà negative e libertà positive.
Le libertà negative consistono nella garanzia che nessun altro soggetto, compreso lo Stato, possa intromettersi nella sfera giuridica o nell’ambito di vita assicurato al titolare della libertà stessa, il quale, pertanto, nel particolare spazio a lui assegnato, può determinarsi come meglio crede. Esse assicurano all’individuo una sfera di autonomia che lo Stato non può sopprimere, ma solo delimitare e circoscrivere quanto alle modalità di esercizio. Le libertà negative sono garantite non solo nei confronti dei pubblici poteri, ma erga omnes, ossia verso tutti. La Costituzione predispone una serie di garanzie a salvaguardia di tali libertà, stabilendo che possono subire delle limitazioni solo nei casi e modi previsti dalla legge e in seguito ad un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, per motivi di sanità, di sicurezza o di incolumità pubblica.
Le libertà positive, invece, non si limitano a garantire i diritti già acquisiti, ma forniscono all’individuo i mezzi per realizzare il pieno sviluppo della propria personalità ed un’effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese.
La libertà personale è una libertà negativa riconosciuta ai cittadini, agli stranieri e agli apolidi. Essa costituisce il presupposto logico e giuridico di tutte le libertà riconosciute dalla Costituzione. Soltanto l’individuo libero, sia fisicamente che moralmente, può godere ed esercitare le libertà riconosciutegli dall’ordinamento.
Il fondamento costituzionale della libertà personale dell’individuo, sia in senso fisico che morale, deve ravvisarsi nell’articolo 13 che sancisce l’inviolabilità della libertà personale e nell’articolo 23, secondo il quale nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.
L’articolo 13, dopo aver dichiarato l’inviolabilità della libertà personale, afferma che non è ammessa alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, nè qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In tale disposizione, si possono individuare tre garanzie fondamentali:
– la riserva di legge, che consiste nell’attribuzione in via esclusiva al potere legislativo della competenza a disciplinare i casi e le modalità in cui si può legittimamente limitare la libertà personale di un individuo. Il conferimento esclusivo al legislatore della competenza normativa è finalizzato a vietare qualsiasi intervento, in materia di misure restrittive della libertà, della potestà normativa cosiddetta secondariaria, quella riservata al potere esecutivo, garantendo al cittadino che solo il Parlamento, organo rappresentativo del popolo, potrà – con legge – regolare la materia;
– la riserva all’autorità giudiziaria della competenza all’emanazione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, ossia la cosiddetta garanzia dell’habeas corpus;
– l’obbligo della motivazione, che deve necessariamente accompagnare ogni provvedimento giurisdizionale che limiti la libertà personale. In virtù di tale obbligo, il giudice deve indicare espressamente i fatti, i motivi e, conseguentemente, l’iter logico che ha giustificato l’adozione del provvedimento restrittivo, rendendo sempre possibile il controllo della sua legittimità, anche attraverso l’impugnazione.
Ernesto Giovane

 

Come in molte passate occasioni, da Stoccarda a Berlino, da Bamberg a Lipsia, da Monaco a Francoforte, da Costanza di nuovo oggi a Berlino, decine di migliaia di Tedeschi, da giugno complessivamente molti milioni, protestano nella capitale contro una legge biotecnofascista che, approvata dal Bundestag, servirà da modello a tutte le nazioni alle quali gli organizzatori del Nuovo Ordine Mondiale tecno-poliziesco stanno infliggendo la repressione Coronavirus.
La legge in corso di approvazione rende permanenti e utilizzabili, ogniqualvolta la maggioranza lo decida, le misure restrittive, limitatrici delle libertà e dei diritti costituzionali, demolitrici dell’economia, pesantemente punitive, che finora erano state messe in opera con la giustificazione dell’emergenza virus. Il Bio-tecno-totalitarismo diventa istituzione.
Nel momento in cui scrivo, almeno diecimila manifestanti sono già arrivati nelle vicinanze del parlamento, altre migliaia sono bloccate da un massiccio schieramento di poliziotti richiamati dai vari Laender della Repubblica Federale.
Nei giorni precedenti la manifestazione, il governo Merkel aveva minacciato una risposta durissima da parte della Polizia, che, oltre a vietare assembramenti, non avrebbe tollerato assenza di mascherine e violazione del distanziamento sociale. I manifestanti non si sono lasciati intimidire (organizzatori “Querdenken”) e nemmeno il tribunale di Berlino che, ancora una volta, ha annullato il divieto poliziesco-governativo.
Guardiamo alla Germania, il cuore della resistenza è lì.
Fulvio Grimaldi

I Wu Ming e la “caccia al negazionista”

Ad aprile, scrissi un intervento intitolato “A rischio sono le libertà collettive, non quelle individuali”.
Spiegando come stia venendo meno, fisicamente e tecnicamente, la possibilità per i movimenti di assembrarsi, per i lavoratori di fare assemblee e indire scioperi, intendevo allora denunciare come falsa dall’A alla Z l’obiezione della sinistra secondo cui chi è contro il distanziamento difenderebbe l’individualismo mentre chi lo sostiene avrebbe a cuore il bene comune.
In realtà, il distanziamento sta eliminando tutti i meccanisimi di coalizione e associazione fra i cittadini, ovvero i principi che stanno alla base dell’emancipazione delle classi povere e, più in generale, del passaggio da sistema oligarchico a democrazia costituzionale.
Mi fa quindi piacere vedere che adesso anche il collettivo Wu Ming proceda in questa direzione d’analisi e, nel farlo, denunci la valenza ideologica e menzognera della “caccia al negazionista” intorno a cui oggi si sta mobilitando l’intera società.
Conosco personalmente i Wu Ming, con alcuni di loro ho collaborato per diversi anni e poi, pian piano, si è generata fra le mie posizioni e le loro una divaricazione di vedute non dissimile da quella avvenuta con altre parti della sinistra: ovvero divaricazione sulla difesa o meno dello Stato-nazione, sul giudizio inerente alle ultime guerre d’aggressione innescate dagli Stati Uniti ai danni di altri Paesi e così via.
Mi fa piacere, quindi, ritrovarmi dopo diversi anni su un’analisi del collettivo scrittori che risulta ben strutturata, coraggiosa e che non fa sconti neppure a quella “sinistra di movimento” che in questi giorni, tardivamente e goffamente, pretende di presenziare le piazze della protesta dei disoccupati, ma senza mettere in discussione la politica del distanziamento.
Un’ottima analisi, dunque, alla quale potrei fare un unico appunto che è inerente alla visione generale: i Wu Ming ancora inquadrano la critica al capitalismo all’interno del paradigma detto “sinistra”e, per tale motivo, alludono al fatto che all’estero la situazione sarebbe migliore rispetto all’Italia.
Il fenomeno nazista della criminalizzazione e psichiatrizzazione del dissenso – attraverso la qualifica di “negazionista” attribuita a chiunque esprima dubbi – è in effetti una peculiarità italiana.
Ma se le piazze di altri Paesi sono state più attive, forse ciò non è dovuto al fatto che in questi ultimi ci sia “più sinistra”, bensì e al contrario è forse dovuto al fatto che la mobilitazione popolare, da quelle parti, non è come in Italia condizionata dal fatto che a darne il permesso siano le organizzazioni della sinistra suddetta.
Riccardo Paccosi

Il grande reset

Ne parlano tutti come se fosse chissà che di nuovo.
La realtà è piuttosto banale: usano la crisi del covid per cambiare il nostro mondo, io lo sostengo, – come altri – da mesi semplicemente ascoltando quello che dicono “loro”: da quando hanno parlato di grande opportunità per riformare radicalmente l’Italia; e soprattutto da quando hanno deciso di stanziare centinaia di milioni di euro, per far fronte ad un’epocale crisi di domanda, purché venissero usati per tutt’altri scopi (digitalizzazione, green economy, parità di genere – si, pure questa).
Se vi accorgete ora che in atto da parecchio c’è il progetto esplicito di riformattare la nostra civiltà, resettarla, beh siete messi male: più che le pagine del Mosa dovreste frequentare quelle di Confcommercio, CNA e simili, luoghi in cui si scodinzola volentieri di fronte al Presidente del Consiglio, che di quella coda già alzata approfitta spesso e volentieri per infilarci sotto di tutto e di più.
Certo, a ben vedere un reset ci vorrebbe.
Ma assai diverso da quello che hanno in mente loro.
Resettiamo l’intera classe politica del nostro Paese, che da vent’anni litiga, si divide e ci divide su qualsiasi argomento inessenziale alla reale difesa dei nostri interessi nazionali.
Resettiamo la magistratura, che – alla faccia dell’obbligatorietà dell’azione penale – dagli anni novanta, e disinnescato Berlusconi, dorme tranquillamente a cuccia rosicchiando l’osso che il potere gli allunga.
Resettiamo i costituzionalisti, che oramai con le pagine della costituzione si fanno spinelli memorabili.
Resettiamo la classe intellettuale, sempre più in cerca di un remunerativo e facile consenso, e sempre meno capace di elaborare ragionamenti controcorrente.
Resettiamo la stampa, ignominia senza fine a difesa dello status quo.
Resettiamo il clero, sempre più corrivo e pronto a conformarsi alla mentalità di questo secolo, con buona pace di San Paolo.
Resettiamo i sindacati, oramai buoni solo come fucine di burocrati lautamente retribuiti, formati per terminare inevitabilmente il proprio cursus honorum seduti in Parlamento.
Resettiamo la nostra classe imprenditoriale, intenta a blandire e comprare la politica e perseguire solo il proprio particulare, producendo dovunque si possa pagare meno e guadagnare di più.
Resettiamo la nostra classe medica. Che si è fatta andare bene 20 anni di tagli alla sanità, e che adesso, nel collasso più tragico, non trova di meglio che dare la colpa a quattro stronzi negazionisti.
Resettiamo la nostra classe insegnante, che non ne ha più voglia e dà la colpa allo stipendio e alle famiglie.
Ma resettiamo in fondo anche le famiglie, che non sono più tali, ma società a responsabilità limitata amministrate da due persone che si vogliono fondamentalmente realizzare come individui, emancipandosi delle incombenze di essere genitori.
Povera Patria, viva il reset.
Marino Poerio

Fonte

Come demistificare la Grande Risistemazione (“Great Reset”)?
Prendendosi gioco del suo principale agit prop…
Votate la migliore!

Il “Dio” dell’unipolarismo

Non vi è lotta interna alla gerarchia statunitense. L’unica disputa è quella sulle modalità attraverso le quali ridare slancio a quella progettualità geopolitica di egemonico dominio globale che la “Provvidenza” ha garantito agli Stati Uniti. E tale “Provvidenza” altro non è che uno degli attributi di quel Dio “esclusivista” che ha occhi e cuore solo per il “popolo” che con Lui ha stretto un patto. Le forme religiose e culturali “altre” meritano la distruzione in quanto non si conformano ai suoi dettami e voleri e rifiutano di assoggettarsi al (Suo) dominio tramite il popolo che (Lui) ha scelto. Questo è il “Dio” dell’unipolarismo.
Daniele Perra

Fonte

Brutale oscurantismo truffaldino – a fini criminali


Sentita la “voce” che circola? Ancora secondo la «finestra di Overton»: gettare un’idea, proposta, prospettiva, magari ostica nella situazione data, che trovi oppositori, alcuni favorevoli, diversi mezzi-e-mezzi, ma comunque “passi” come accettabile che se ne tratti, che si possa vedere se assumerla. Il che tanto più “funziona”, se “dietro” questa idea, proposta, prospettiva, c’è una centrale di potere che ha le sue mire, esplicite e/o sottese. Del resto, l’esempio piú plateale è la stessa invenzione dell’epidemia, anzi pandemia, lanciata dall’OMS – benché mai detta come tale, ma fatta intendere, lasciandone «uso e consumo» ai centri di potere degli «organismi internazionali» (quale l’UE) e dei diversi Stati –, con il supporto di una campagna mediatica (di manipolazione, distorsione, falsificazione) senza precedenti e di una Sanità e “medicina volgare” asservite (e colpevoli di “cure” letali), nonché dello sguinzagliamento delle «forze dell’ordine», fino alle forze armate (colpevoli di ossequienza a ordini lesivi dei cittadini): in verità la discussione iniziale c’è stata, ed è proseguita anzi si è infoltita nel prosieguo della finta epidemia, sulla sua realtà effettiva, ma la massa di coloro che hanno accettato questa idea (con proposta e prospettiva che contengono) e dei mezzi-e-mezzi, è stata tale che gli oppositori hanno potuto essere messi presto “fuori gioco”. Basti ricordare il parallelo famoso, a cui ci si rivolge in (pretestuosa) analogia: la «spagnola» del 1918, con stime di decessi dai 50 ai 100 milioni, accostandovi i “casi” attuali, detti di 40 milioni nel mondo – senza chiarire cosa siano i “casi”, mettendo insieme i presunti «infetti», gli asintomatici del tutto sani, i malati di “qualcosa”, i morti per varie cause, ma dando a intendere che si è in condizioni simili. Però, pur dicendo che allora non c’erano cure e farmaci adeguati (ora, invece, “fidatevi di medicina e farmaceutica!”), nessuno dice che non passarono nemmeno per l’anticamera del cervello restrizioni e clausure, ma le attività economiche, sociali, politiche, culturali continuarono “normalmente” – con importanti processi, e in tutti i campi.
E veniamo alla nuova (relativamente) idea, proposta, prospettiva. È preceduta già dall’imposizione della museruola – la decerebrante mascherina: inutile se tenuta a lungo, dannosa per la respirazione e coltivazione di germi, nociva alla psiche, inchiodata a “c’è l’epidemia” –, dei continui lavacri delle mani – perniciosi perché uccidono i nostri organici microbioti, necessari alla nostra tutela –, delle dissennate «sanificazioni» (disinfezioni) di oggetti, sedie, tavoli, ambienti – arrivate fino all’assurda «sanificazione»… delle spiagge! –, con il connesso «distanziamento» (prima «sociale», ora «personale»: la differenza?) e il «no assembramento», con la distruzione della scuola e l’attentato ai nostri bambini e ragazzi, con la rovina del diffuso e vitale piccolo tessuto economico. Il tutto facendo «tamponi» che non significano né trovano niente, se non quello che si vuole (con le amplificazione esponenziali di “qualcosa” di RNA), per contrastare (presunti) «contagi» e altri “casi”, che, invece, precisamente si inventano, per poterne strombazzare.
Ebbene, su queste basi, si è buttata l’idea che “il virus Covid” staziona proprio sul … denaro contante! Si pensi un po’ a che livello di decerebrata ignoranza oscurantista si è arrivati: un virus – che è un esomero infracellulare – oltre a “volar per l’aere” da sé, a stazionare su penne, fogli, stanze, spiagge, si depositerebbe, restando feroce in agguato, sulla cartamoneta! Ma cosa dicono! Il virus-esomero non può continuare a sussistere in nessuna di queste condizioni: è del tutto evidente! Anche se i soliti pseudo-scienziati – ciarlatani prezzolati – daranno di sicuro su tv e stampa qualche loro delinquenziale “apporto” a tale oscena falsità. Lo scopo è quello già dichiarato da tempo: eliminare il contante, sostituito da bancomat, carte di credito, aut similia. Con la mentita «lotta all’evasione» (evasione o elusione forzata per l’esazione assurda sul tessuto della piccola economia, tanto piú nelle condizioni in cui è ridotto dalle infami “misure” presenti, mentre è del tutto “lecita” per chi, come, portando un solo esempio, la FCA, che produce milioni delle decerebranti museruole, ha la sede legale in Olanda, o lo è per Amazon, o per la Big Pharma, etc.), quando il fine è il controllo “a tappeto” su tutti i cittadini e la possibilità di gestire, manovrare e anche bloccare (agli “scomodi”) in ogni momento le loro capacità di spesa, quindi di sussistenza.
Va ripetuto: il primario obiettivo è raccogliere tutte le forze possibili e dirigerle contro Conte & accoliti & collaborazionisti, per spezzare il fittizio «stato di emergenza» e le criminali “misure”, proposte, prospettive, a cui serve, e che contiene. È la chiave per portare avanti il “resto”, che è tanto, ma che non si potrà condurre, se prima non si abbatte il pretestuoso «stato di emergenza».
Mario Monforte

Covid-19: la Grande Risistemazione – rivisitata


Minacce spaventose, ricompense per l’ubbidienza…
E’ adesso il momento di resistere

Di Peter Koenig per Global Research
Del medesimo autore abbiamo pubblicato La Risistemazione Globale, dove potete leggere anche una sua breve nota biografica. Quello a seguire è un aggiornamento davvero importante.

Covid-19: la Grande Risistemazione è il titolo del libro di Klaus Schwab, Presidente Esecutivo del WEF (World Economic Forum = Forum Economico Mondiale), e di Thierry Malleret che ricopre la carica di Direttore Senior del Network sul Rischio Globale presso lo stesso Forum Economico Mondiale.
La presente analisi è basata sulla recensione del libro scritta da Steven Guinness, del 4 settembre 2020.

“Questa importante recensione a cura di Steven Guinness (Regno Unito) rivela lo stesso vecchio linguaggio di “interdipendenza”, collaborazione e cooperazione che si era sentito da parte della Commissione Trilaterale nel 1973. Allora come ora l’obiettivo è lo Sviluppo Sostenibile, ovvero la Tecnocrazia, e il risultato sarà la più grande predazione di risorse nella storia del mondo”. Commento a cura dell’editore di Technocracy News.

Il libro presenta uno scenario “bastone e carota”; uno per le spaventose minacce e l’altra riguardante le ricompense per l’ubbidienza. Schwab e Malleret offrono The Brave New World [Il Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley nell’omonimo romanzo – n.d.c.] come il “Nuovo Paradiso” dopo la Grande Risistemazione.
I Poteri Forti che stanno dietro alla Grande Risistemazione , abilmente lavorano con due invisibili armi che sono:
1) un virus probabilmente artificiale, ora chiamato Covid-19 che nessuno vede ma che la propaganda unificata ci fa credere sia spaventoso e mortale – la paura è l’arma associata, e
2) il 5G (e successivamente il 6G, già in preparazione ), un forte campo magnetico mai sperimentato prima, di cui non si è parlato, non nel libro del Forum Economico Mondiale, non nei media ufficiali, ma che sta per essere lanciato in tutto il mondo, coprendo ogni centimetro quadrato della superficie terrestre, irradiato da centinaia di migliaia di satelliti a bassa quota.
Quest’arma elettro-magnetica che probabilmente infliggerà danni a lungo termine, includendo possibilmente danni mortali, è stata studiata da centinaia di scienziati il cui lavoro non è stato mai ufficialmente pubblicato ma resta nascosto. Noi, il Popolo, siamo tenuti all’oscuro. Qui un video di otto minuti sul 5G come arma.
Il libro Covid-19: la Grande Risistemazione è pieno di previsioni di cose che accadranno e che potrebbero accadere, come “il mondo non sarà mai più lo stesso” e “siamo solo all’inizio della Risistemazione, il peggio deve ancora avvenire” – ovvero la “Grande Trasformazione” come il Fondo Monetario Internazionale chiama ciò che sta per avvenire. Continua a leggere

Politiche anti-Covid: crimini contro l’umanità

Il Comitato Investigativo Tedesco sul Coronavirus, dopo mesi di raccolta di dati, registrazione di eventi e testimonianze qualificate di esperti di tutto il mondo, presenta con la voce e il volto dell’avvocato civilista Reiner Fuellmich le sue conclusioni.

“Salve, sono Reiner Fuellmich e da 26 anni sono iscritto all’Ordine degli Avvocati in Germania e in California. Ho praticato la legge principalmente come avvocato portando in tribunale multinazionali fraudolente come la Deutsche Bank, precedentemente una delle banche più grandi e rispettate del mondo, oggi una delle organizzazioni criminali più tossiche al mondo; Volkswaghen, una delle case automobilistiche più grandi e rispettate al mondo, oggi nota per la sua gigantesca frode sul diesel; e Kuehne + Nagel, la più grande compagnia di spedizioni al mondo. Stiamo facendo loro causa per un caso di corruzione multimilionario.
Sono anche uno dei quattro membri del Comitato Investigativo Tedesco sul Coronavirus. Dal 10 luglio 2020, questo Comitato ha ascoltato le testimonianze di un gran numero di scienziati ed esperti internazionali per trovare risposte alle domande sulla “crisi del Coronavirus”, domande cui sempre più persone in tutto il mondo chiedono risposte. Tutti i casi di corruzione e frode commessi dalle multinazionali sopra citati impallidiscono di fronte all’entità dei danni che la “crisi del Coronavirus” ha causato e continua a provocare.
Questa “Crisi Coronavirus”, secondo quanto sappiamo oggi, deve essere ribattezzata “Scandalo Coronavirus” e i responsabili di essa devono essere perseguiti penalmente e citati in giudizio per danni. A livello politico, bisogna fare di tutto per assicurarsi che nessuno si troverà mai più in una posizione di potere tale da poter frodare l’umanità o tentare di manipolarci con i suoi progetti corrotti. Per questo motivo ora vi spiegherò in che modo e in che sede una rete internazionale di avvocati presenterà questo, che è il più grande caso di illecito civile della storia, lo scandalo della “frode Coronavirus”, che nel frattempo si è trasformato in quello che è probabilmente il più grande crimine contro l’umanità mai commesso.”

La traduzione del contributo video allegato continua qui.

Bambini di troppo

In questa prima metà di settembre, alla mobilitazione contro l’Operazione Coronavirus e a quella contro il 5G e la digitalizzazione pervasiva universale, si è aggiunto con forza il tema dei bambini e ragazzi, nelle scuole e fuori.
Si delinea chiaramente un assalto delle forze del Nuovo Ordine Mondiale ai settori più vulnerabili e deboli della società umana. Pesantemente colpiti gli anziani attraverso la negazione di cure fondamentali e anche salvavita con l’arma della detenzione in casa, creato un esercito milionario di nuovi disoccupati soprattutto nelle fasce di età matura e senza prospettive alternative, ora questi necrofori si concentrano sui bambini e ragazzi. Ne pervertono e demoliscono lo spazio fondamentale dello sviluppo, della maturazione e della socializzazione con gli strumenti sociocidi del distanziamento e dell’occultamento mascherato, preteso per preservarli da un pericolo immaginario, ma onnipresente.
I responsabili e profittatori di questa operazione di annichilimento transumano si tirano appresso un’armata di utili idioti del “progresso attraverso l’innovazione tecnologica”. E su questo settore della società che tocca agire per riconquistare il terreno perduto e passare alla controffensiva.
Il video qui sotto vuol dare un piccolissimo contributo.
Fulvio Grimaldi

Cosa hanno in comune l’11 settembre e il fenomeno Covid-19?

L’originale contributo di Roberto Quaglia, saggista, autore de Il mito dell’11 settembre e Il fondamentalismo hollywoodista.

Hai semplicemente paura del buio

Cosa ti impedisce di concepire come possibile che multinazionali farmaceutiche o chimiche se ne freghino della salute delle persone per perseguire i propri interessi commerciali?
Non è mai accaduto?
Ti servono esempi per rinfrescarti la memoria?
Cosa ti impedisce di concepire come possibile che schiere di accademici e medici possano mentire riguardo ai rischi per la salute delle persone, anche su vasta scala, derivanti dall’utilizzo di determinati farmaci o pratiche mediche?
Non è mai accaduto?
Ti servono esempi per rinfrescarti la memoria?
Cosa ti impedisce di concepire come possibile che uomini politici del tuo paese tradiscano il mandato ricevuto mettendo in atto politiche che assecondano gli interessi di centri di potere finanziario mettendo a repentaglio la prosperità del proprio paese e la libertà dei propri concittadini?
Ti servono veramente degli esempi per contemplare questa possibilità?
Cosa ti impedisce di concepire come possibile che progetti politici ed economici come l’Unione Europea e la moneta unica siano stati concepiti per favorire le élite finanziarie a scapito del benessere, della democrazia e della libertà di intere nazioni?
Cosa ti serve per contemplare questa possibilità?
Una confessione controfirmata dai protagonisti?
Cosa ti impedisce di concepire come possibile che un governo – o una struttura al suo interno – progetti e metta in atto azioni terroristiche contro i suoi stessi cittadini per fini geopolitici?
Ti servono veramente degli esempi per contemplare questa possibilità?
Cosa ti impedisce di concepire come possibile che azioni militari devastanti vengano giustificate da motivazioni inesistenti e prove false?
Non è mai accaduto?
Ti servono esempi per rinfrescarti la memoria?
Cosa ti impedisce di concepire come possibile che venga freddamente decisa la morte di migliaia di persone innocenti per perseguire obiettivi militari, economici o politici?
Non è mai accaduto?
Ti servono esempi per rinfrescarti la memoria?
Caro amico anti-complottista,
la verità è che in fondo, laggiù dentro di te, non hai bisogno di prove né di precedenti storici.
Non hai bisogno di paper scientifici ufficiali, dati certificati, dichiarazioni giurate.
Non hai bisogno di sentenze di qualche tribunale.
Non hai bisogno di indagini internazionali.
Non hai bisogno del parere del tuo intellettuale di fiducia.
Non hai bisogno dell’ultima parola della Scienza.
No.
Quelle sono scuse, pretesti.
Cortine fumogene.
Per non confessare in primis a te stesso che hai bisogno di credere.
“Credere in che cosa?”
Credere che “certe cose” appartengano a un passato ormai archiviato.
Hai bisogno di credere che se certe cose accadono accadono per colpa di qualche mela marcia mescolata alle tante mele buone.
Credere che tutto sommato, seppur ci sia stato qualcuno che ci è andato di mezzo, sia stato fatto in buona fede, con le migliori intenzioni.
Hai bisogno di credere che l’umanità abbia imparato dagli errori del passato.
Credere che chi crede a certe cose sia stupido, ignorante, paranoico.
Hai bisogno di credere di essere diverso dai complottisti.
Credere che tutti coloro non accolgono le versioni ufficiali degli eventi siano paranoici complottisti.
Hai bisogno di credere di essere più civile, più evoluto, più colto, più intelligente, più razionale di loro.
Credere di essere migliore.
Hai bisogno di credere che se fosse come dicono loro (i complottisti) qualcuno l’avrebbe detto, la verità sarebbe già venuta a galla, qualcuno avrebbe indagato, verificato e reso pubblico.
Hai bisogno di credere che è così che funzionano le cose.
Hai bisogno di credere che esista un’etica, una morale.
Hai disperato bisogno di credere che esista un limite.
Un limite al cinismo, alla malvagità, alla cupidigia, alla lucida follia.
Un limite al male.
Il solo pensiero che questo limite non esista ti terrorizza.
Il solo pensiero che ci siano persone in grado di calpestarti come una formica senza alcuna remora ti fa orrore.
Il solo pensiero che ci siano persone che considerano i propri simili al pari di animali da allevamento, sacrificabili, ti fa impazzire.
Laggiù in fondo, dentro di te, sei consapevole che se accetti l’idea concreta che non esistano limiti allora tutto, davvero tutto, è possibile e ti sentiresti perduto.
Ecco perché sei anti-complottista: perché hai paura.
Elia Mercanzin

(Fonte)

Il risultato di un destino

Sinistrati e neofascismo sanitario

La furia del dileguare. Le sinistre radicali, una volta abbandonato il mito della classe operaia come soggetto escatologico, hanno individuato nei “migranti” e nelle più strampalate minoranze sessuali i moderni soggetti antagonisti. Il sostegno al nomadismo esistenziale dei primi e la difesa dei diritti civili dei secondi, sono diventate le loro due cifre identitarie. Ne è venuto fuori un instabile mix di libertarismo individualistico, di buonismo cattolico e di cosmopolitismo progressista. Si spiega così la corrispondenza di amorosi sensi con l’élite neoliberista.
Che questo connubio non fosse incidentale lo dimostra come esse si sono comportate e si stanno comportando davanti alla pandemia da Covid-19. Le sinistre radicali (di quelle di regime manco a parlarne) hanno fatto loro la narrazione dell’élite neoliberista dominante, quella per cui avremmo a che fare con un virus la cui letalità sarebbe tale da falcidiare l’umanità.
Posta la premessa due sono le conclusioni politiche obbligate. La prima: il nemico principale non è per il momento l’élite dominante, bensì il virus; la seconda: dato che essa agirebbe filantropicamente per il bene comune, merita di essere sostenuta. Embrassons nous!
Non entro qui nel merito scientifico e sanitario della questione.
In prima battuta è impossibile non segnalare un passaggio ideologico decisivo: l’élite neoliberista, pur di accreditare la tesi catastrofistica che col virus “nulla sarà come prima”, ha dovuto tradire le stesse radici razionalistico-borghesi della filosofia occidentale. Il dubbio metodologico cartesiano, quello per cui sono valide e assolutamente certe solo quelle conoscenze che superano la prova del fuoco dell’evidenza empirica, è stato rimpiazzato da un dogmatismo spacciato come scientificamente infallibile.
Come conseguenza di questa lugubre teologia è stato allestito un sistema del tutto simile alla Santa Inquisizione — quella, per capirci, che non solo processò Galilei, ma che mise al rogo Giordano Bruno —: chiunque ha contestato la teoria ufficiale sulla pandemia, prestigiosi scienziati compresi, è stato additato al pubblico ludibrio come squilibrato e pazzoide (sorte toccata addirittura al premio Nobel scopritore del HIV, Luc Montagnier).
Per eliminare scienziati dissidenti o nemici politici, oggigiorno, non serve bruciarli vivi: la morte civile la ottieni orchestrando una campagna di diffamazione a mezzo stampa e TV.
Ebbene, le sinistre radicali, quelle che avevano fatto della difesa dei diritti di libertà di piccole minoranze sessuali la loro cifra identitaria, non hanno alzato un dito in difesa del sacrosanto diritto di tanti scienziati a dissentire dalla vulgata ufficiale, non hanno battuto ciglio contro questa postmoderna Santa Inquisizione, neanche una parola proferita contro questa fascistizzazione della scienza.
Col pretesto di contrastare la pandemia, il governo di mezze tacche italiano, sostenuto da una asfissiante campagna di intimidazione mediatica, ha fatto strame della democrazia e dello Stato di diritto. Il Presidente del Consiglio, stracciando la funzione di primus inter pares che gli assegna la Costituzione, ha agito invece come un semi-dictator. Esautorato il Parlamento, ha assunto i pieni poteri utilizzando la modalità di decreti personali d’urgenza per dichiarare e far applicare lo Stato d’emergenza — una variante italica dello schmittiano “Stato d’eccezione” . Un fenomeno gravissimo, che non trova precedenti nemmeno ai tempi dei cosiddetti “anni di piombo”.
Così abbiamo avuto il lockdown più duro del mondo esteso a tutto il Paese, un’intera popolazione posta agli arresti domiciliari. Col corollario di intimidazioni sbirresche, editti di sapore fascista dei governatori, denuncie a tappeto, spionaggio di massa contri gli “untori”, e pure TSO a chi ha osato violare le prescrizioni. Con la conseguenza infine di aver causato qualcosa di ben più devastante di qualsiasi pandemia: il vero e proprio crollo economico dell’Italia.
Ebbene, cosa hanno detto i paladini dei diritti individuali di libertà? Niente di niente.
Hanno seppellito ogni discorso sui diritti civili di milioni e milioni di cittadini.
Hanno sostenuto l’ignobile criterio del “distanziamento sociale”.
Hanno ubbidito ai decreti che hanno abolito le manifestazioni politiche in quanto assembramenti di “untori”.
Questi sinistri radicali che al tempo hanno urlato a squarciagola contro i provvedimenti sicuritari e repressivi di Salvini, nulla hanno detto o fatto contro quelli ben più gravi di Conte.
Hanno così puntellato il potere, vigliaccamente tacendo sulla soppressione della democrazia costituzionale e sulla minaccia che questa soppressione possa diventare permanente.
Hanno finto di non sapere non soltanto che il potere è in mano nemica, che esso ha fatto e fa un uso politico spregiudicato e strategico della pandemia teso a neutralizzare e disarmare l’incipiente opposizione sociale e politica.
E siccome al peggio non c’è limite, queste sinistre radicali, dimostrando quanto fosse profondo il loro collateralismo rispetto all’élite neoliberista dominante, facendo eco ai media mainstream, non hanno esitato a passare dal connubio passivo col regime a quello attivo.
Non solo non hanno sostenuto le spontanee azioni di protesta contro l’asfissiante quarantena e la dittatura sanitaria. Hanno denunciato queste legittime manifestazioni, non solo come scellerate, ma espressione di “bottegai reazionari”.
Tragicomica vicenda quella delle sinistre radicali.
In poche settimane hanno gettato nel cesso gli ammonimenti del loro padre nobile Foucault sulla natura biopolitica e intrinsecamente totalitaria del potere e, con essi, la stessa identità libertaria e libertina di cui si erano recentemente rivestite. Vicenda che mostra dunque come il connubio, lungi dall’essere incidentale, è piuttosto risultato di un destino. Il Rubicone è stato attraversato, ora fanno parte del blocco sociale dominante, sono diventate truppe di complemento del potere neoliberista.
Ammesso che sia possibile, non sarà agevole né venir fuori da questa gabbia d’acciaio, né cancellare questa nuova macchia di disonore, poiché non è solo politica, bensì morale.
Moreno Pasquinelli

Fonte

Politicamente corretto o politicamente “americano”?

“La sensibilità egualitaria del “politicamente corretto” verso le minoranze non è così neutra e universale come ce l’hanno venduta: risente del punto di vista degli Stati Uniti. Il suo trapianto in Europa fa parte del progetto di esportazione – piuttosto colonizzatore – della propria cultura che si basa sull’assunto che “i valori americani sono universali”, per citare Condoleezza Rice quando era consigliera del governo Bush per gli affari esteri.
“Eppure, proprio definire gli statunitensi come americani non è affatto politicamente corretto. L’America è un continente (o due, a seconda dei criteri di classificazione che cambiano da continente a continente), ma pare che a nessuno importi del fastidio che prova un messicano o un peruviano quando si identifica l’America con gli Stati Uniti. “Il condomino che si dichiara il padrone del continente” (per citare Gabriele Valle), come se tutti gli altri Paesi dell’America non esistessero. Come ci sentiremmo se l’Europa venisse fatta coincidere per esempio con la Germania, ed europei diventasse sinonimo di tedeschi, visto che è la nazione in questo momento più importante?
Ciononostante, gli statunitensi si definiscono americani, e noi, nel nostro servilismo, li seguiamo. Il sogno “americano” è quello degli Stati Uniti. Tutto il resto non lo vediamo (e “la faccia triste dell’America” è solo un incubo).
Anche un’espressione come “scoperta dell’America” è frutto di una visione eurocentrica e colonialistica, visto che quelle terre esistevano ben prima della nostra scoperta. Ma ancora una volta pare che nessuno si occupi più di questi dettagli linguistici. La nuova moda è invece quella di contestare il “Columbus Day” e di abbattere le statue di Colombo con un furore iconoclasta piuttosto talebano che ha che fare con il fondamentalismo e il revisionismo storico. Non fu Colombo – che come è noto ignorava di aver “scoperto l’America” e aveva sbagliato strada e continente – a compiere il più grande genocidio della storia.
Accanto al revisionismo storico e alla sensibilità per non discriminare solo ciò che fa comodo, c’è poi il revisionismo linguistico che è stato esportato e ormai trapiantato in Italia in modo profondo. Come è accaduto, per esempio, che una parola come “negro” sia diventata un tabù?
A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, dove il razzismo era ed è tangibile, parole come black, nigger o negro, considerate dispregiative, furono sostituite da afroamericano.
In Italia negro non aveva affatto questa connotazione, di africani e stranieri se ne vedevano ancora pochini a dire il vero, e il problema del razzismo nostrano era ancora legato ai pregiudizi contro i “terroni”. Negro era una parola neutra, usata da secoli nei testi scientifici, presente normalmente nel linguaggio comune e nel doppiaggio cinematografico. Negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra”, era “negro” il “tremendo” (con tutte le ragazze) Rocky Roberts, e Edoardo Vianello cantava i “Watussi altissimi negri” in modo gioioso.
Dagli anni Novanta in poi i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua, e nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto: i mezzi di informazione colonizzati, da un giorno all’altro, ci hanno inculcato l’idea che dire in un certo modo significava essere razzisti. Non era affatto vero, ma il nuovo clima culturale nato a tavolino si è imposto, aiutato dall’indice puntato contro chi non si adeguava, tacciato di razzismo. Un intervento moralizzatore sull’uso storico della nostra lingua, non giustificato, perpetuato proprio dagli stessi che si appellano alla sacralità dell’uso che non andrebbe normato in nome di un descrittivismo linguistico che è piuttosto altalenante.
In questo modo si sono affermate alternative ipocrite come “di colore” (ma di quale colore si parla? il nero!), oggi in disuso in favore di neri e afroamericani. Intanto, poco importa che si chiamino negri o neri, l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte di alcuni poliziotti, e i numerosi altri casi di analoghi soffocamenti che stanno emergendo, hanno portato alle rivolte che occupano le prime pagine di tutti i giornali. E allora che cosa è più importante? Cambiare il nome alle cose o cambiare la sostanza? Meglio parlare di negri, con rispetto, o definirli neri discriminandoli?”

Da Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [1], di Antonio Zoppetti.

Testimonianza e resistenza

Una strategia intellettuale sensata per l’individuo contemporaneo

La scelta di testimonianza e di resistenza, che apparentemente è una “soluzione personale”, una nicchia di sopravvivenza, un qualcosa di puramente privato, in realtà è un modello universalizzabile di comportamento culturale in un’epoca di grande oppressione.
(…) il rifiuto sociale a partecipare a un gioco truccato è la premessa di qualunque altro comportamento alternativo, e non si è mai “alternativi” semplicemente impersonando il ruolo ufficiale dell’alternativo consentito. Il rifiuto sociale di partecipare ad un gioco truccato parte così sempre da una modesta scelta individuale.
(…) Oggi bisogna pensare ed agire in mancanza di gruppi intellettuali consolidati ed organizzati, pensare ed agire fuori da ogni organicità e da ogni retorica dell’impegno.
(…) Viviamo in un momento storico in cui l’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente, senza passare per la mediazione di gruppi intellettuali organizzati e riconosciuti. Si tratta di intellettualizzare direttamente la propria prassi culturale e sociale, non si tratta più di essere riconosciuti da una casta degli illuminati o da una corporazione dei colti.
(…) Saremo giudicati dai presenti e dai posteri solo per le nostre opere, non per le chiacchiere di identità e di appartenenza che avremo prodotto, conformisticamente, in coro.
Costanzo Preve

Fonte:

La Risistemazione Globale

Di Peter Koenig per Global Research

Peter Koenig, economista e analista geopolitico, ha lavorato per la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei settori dell’ambiente e delle risorse idriche. Tiene lezioni nelle università in USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research e diverse altre testate.
È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – romanzo basato sui fatti e su trenta anni di esperienza alla Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche coautore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

Immagina, stai vivendo in un mondo che ti hanno detto sia una democrazia – e tu puoi persino crederci – ma in effetti la tua vita e il tuo destino sono nelle mani di pochi oligarchi ultra ricchi, ultra potenti e ultra disumani. Possono essere chiamati lo “Stato Profondo”, o semplicemente la “Bestia”, o qualsiasi altra cosa di oscuro e non rintracciabile – non ha importanza. Sono meno dello 0,0001%.
Per mancanza di una migliore espressione, per ora chiamiamoli “Oscuri Individui”.
Questi oscuri individui che pretendono di gestire il mondo non sono mai stati eletti. Non abbiamo bisogno di nominarli. Capirete chi sono, e perché sono famosi e perché alcuni di loro sono totalmente invisibili. Hanno creato strutture e organismi senza alcuna struttura legale. Sono pienamente al di fuori della legalità internazionale. Sono un’avanguardia per la Bestia. Può essere che ci siano svariate Bestie in competizione. Ma esse hanno lo stesso obiettivo: un Nuovo Ordine Mondiale (NOM) o un Unico Ordine Mondiale (UOM).
Questi oscuri individui stanno gestendo il Forum Economico Mondiale (in cui si riuniscono i rappresentanti della grande industria, dell’alta finanza e le grandi celebrità), il Gruppo dei 7 – G7, il Gruppo dei 20 – G20 (in cui si riuniscono i leader delle nazioni “economicamente più forti”). Ci sono anche entità minori, chiamate Bilderberg Society, Council on Foreign Relations (CFR), Chatam House e altre ancora.
I membri di tutte loro si sovrappongono. Persino la combinazione di questa avanguardia ampliata rappresenta meno dello 0,0001%. Si sono tutti sovraimposti sui governi nazionali sovrani eletti e sui governi costituzionali, e sulla struttura multinazionale a livello mondiale, l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Continua a leggere

La digitalizzazione prossima ventura

“Il mondo sta combattendo la pandemia oppure il pianeta e il virus sono un campo di battaglia di un’altra gigantesca guerra di dimensioni planetarie? Qualche volta, nel liquidare con un’alzata di spalle il cosiddetto “complottismo”, un rischio grave c’è, bisognerà pur dirlo. È quello di appiattire a certe tesi caricaturali molte evidenze tutt’altro che fantasiose. Michel Chossudovskj, direttore di Global Research, il centro canadese di ricerca sulla globalizzazione, considerato uno dei massimi esperti internazionali di economia e geopolitica e collaboratore dell’Enciclopedia Britannica, sostiene da tempo che lo sganciamento delle risorse umane e materiali dai processi di produzione, scatenato dal confinamento paralizzando l’economia reale, è stato un atto di guerra. Un’operazione pianificata con cura, che è parte di un piano militare e di intelligence degli Stati Uniti e della NATO, per indebolire Cina, Russia e Iran e destabilizzare il tessuto economico dell’Unione Europea. Chossudovsky trova conferma della sua tesi in certe affermazioni “leggere” di Mike Pompeo, segretario di Stato USA. Ci si creda o meno, spiega Carlos Fazio su La Jornada, la disputa geopolitica per il controllo di zone di influenza fra le potenze – Stati Uniti e Cina, in particolare -, ha avuto nell’emergenza mondiale vincitori e sconfitti. È la solita fake news perché i morti sono ovunque? Difficile crederlo, Amazon e Jeff Bezos, per fare un esempio, in sole tre settimane di pandemia hanno accresciuto il patrimonio di 25 miliardi di dollari. Non sono i soli, né quelli che hanno guadagnato di più. Tutte le corporation della Silicon Valley, le grandi protagoniste di quello che Shoshana Zuboff chiama il capitalismo di sorveglianza, così come il primo fondo di investimenti del pianeta, BlackRock – che possiede il 5% di Apple e di Exxon Mobil e il 6% di Google ed è più grande di GoldmanSachs, J.P. Morgan e Deutsche Bank messi insieme – vivono una vera e propria Grande Abbuffata. Pechino risponde, intanto, lanciando la prima moneta digitale nazionale e la Via digitale della Seta. La guerra per la leadership digitale nel mondo – con i suoi assi portanti principali: l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, le reti 5G e il Big Data – era già in corso molto prima dell’irruzione del coronavirus (in particolare, naturalmente, tra Cina e Stati Uniti), ma di certo il Covid-19, magari indipendentemente dalla sua genesi, non gli è estraneo. Nulla gli è estraneo. Lo si vede da tempo anche con la forsennata corsa al business sul vaccino. La colonizzazione digitale, quella che trasforma tutto quel che pensiamo e facciamo lasciando tracce nella rete in merce informativa da vendere e comprare, resta però il piatto forte delle nuove forme del dominio e della guerra, senza alcuna esclusione di colpi, per conquistarne l’egemonia.”

Così il sito comune-info.net presenta l’articolo di Carlos Fazio, Sul capitalismo della sorveglianza, di cui consigliamo attenta lettura.

Hasta la victoria, siempre

Fenomenologia dell’iconoclasta

Il tema dei moderni iconoclasti che nel nome dell’antirazzismo abbattono o imbrattano un po’ di statue deve essere ben inteso.
E’ vero che le occasioni storiche di rivoluzione, o rivolgimento sociale profondo, sono caratterizzate spesso anche dall’abbattimento di simboli precedenti, monumenti, ecc.
Questo fatto crea in alcuni amici un comprensibile imbarazzo nel condannare l’iconoclastia corrente, visto che anche passaggi storici di cui hanno un’opinione positiva sono stati caratterizzati da atti simili.
Per sciogliere questo ‘crampo del pensiero’ è necessario comprendere un punto di fondo.
L’attuale ondata iconoclasta, lungi dal rappresentare l’anteprima di un rivolgimento profondo, di un cambiamento di paradigma o di regime, è in effetti la diretta espressione del regime e del paradigma corrente, nel suo pieno trionfo.
Qualcuno potrebbe pensare che il regime dominante in Occidente, il regime liberal-liberista, sia caratterizzato, come tutti i regimi della storia, da un patrimonio di memorie condivise, venerate dai suoi e diverse da chi la pensa altrimenti.
E quel qualcuno potrebbe perciò pensare che abbatterne o deturparne i simboli sia una sorta di atto rivoluzionario, almeno in nuce.
Niente di più lontano dalla realtà.
Ciò che caratterizza il pensiero unico liberal-liberista non è la venerazione di modelli, magari indigesti, non è la venerazione di Montanelli o del generale Graziani, di Cecil Rhodes o di Winston Churchill.
No, l’essenza del corrente regime mondiale è la cancellazione sistematica di ogni passato, la mancanza di ogni memoria, l’imposizione di un eterno presente-futuro immediato, la dedizione alla quotidiana oscillazione di borsa, senza passato e senza futuro. Tutto il resto sono mezzi rimpiazzabili.
Il pensiero liberal-liberista non ha davvero spazio per santi né eroi, non ha spazio per la venerazione e neppure per l’odio.
Si tratta di una forma di vita che macina e sputa ogni cosa trasformandola in merce, in patacca vendibile.
Può vendere con piacere magliette prodotte in serie da bambini pakistani con sopra scritto “No Pasaran”, “Hasta la victoria siempre”, o con la faccia del Che o di Marx.
Il vero, il primo distruttore di ogni monumento (da “monere” = “ricordare”) è il regime liberal-liberista.
Lo spazio di desiderio e aspirazione personale che questo regime concede peraltro è molto chiaro.
Esso concede la momentanea protesta scomposta, il petardo anarchico, la linguaccia irriverente in tutte le sue varianti più o meno autoreferenziali, nel nome della ‘libertà individuale’.
Ed esso concede come temi percorribili di protesta tutti e soli i temi che preservano una provvidenziale conflittualità interna a ciascun ceto, ciascuna classe, ciascun gruppo sociale. Dunque temi in cui si riproducono scissioni interne tra soggetti che magari potrebbero essere invece accomunati dai medesimi interessi materiali: neri contro bianchi, donne contro uomini, giovani contro vecchi, ecc.
Perciò quelli che oggi gesticolano, e imbrattano, e ribaltano “monumenti” che non ricordano più niente a nessuno salvo ai piccioni, si muovono perfettamente nei binari che gli sono stati concessi dal regime dominante:
La storia non si studia, si cancella;
La libertà si esprime in forma negativa, come sfogo, intemperanza infantile;
Ideali validi sono quelli socialmente evirati, neutri per il potere reale (che è potere economico).
E così tutta questa grande sceneggiata “iconoclasta” mondiale, dopo aver occupato per qualche giorno le pagine dei giornali riconfermerà le forme e i centri di potere stabiliti.
I nostri terribili iconoclasti, dopo aver dato sfogo alla propria insofferenza rompendo le vetrine di altri, non meno sofferenti di loro, ritorneranno a portare il proprio basto.
La tempesta nella ciotola si esaurirà e l’acqua ritornerà stagnante, nel proprio eterno presente senza memoria e senza speranza.
Andrea Zhok

(Fonte)