Populisti, ancora uno sforzo!


L’ondata populista che attualmente imperversa sull’Europa presenta due caratteristiche principali. La prima è che si tratta innanzitutto di una forza negativa. Benché titolari del potere costituente, oggi i popoli fanno uso soltanto del loro potere destituente: il populismo è soprattutto un “dimissionismo”. Ne sono vittime i grandi partiti tradizionali, che affondano uno dopo l’altro per essere rimpiazzati da nuove formazioni. Questi vecchi partiti erano i vettori della contrapposizione destra-sinistra, mentre quelli nuovi si posizionano sulla base di altre contrapposizioni. È qui che il “momento populista” mostra di corrispondere anche ad un periodo di transizione.
L’altra caratteristica del populismo è che esso non reca intrinsecamente con sé alcun programma particolare. La ragione di ciò è che non esiste un’ideologia populista, ma solo uno stile populista, che può combinarsi con quasi tutte le ideologie. L’eventualità peggiore, da questo punto di vista, sarebbe che il risultato fosse una semplice combinazione di nazionalismo sciovinista, ritorno all’ordine morale e liberalismo economico. Si sarebbe tentati di suggerire ai populisti di dar prova di un po’ d’immaginazione. Facendo uno sforzo, per esempio, in almeno quattro domini differenti.
Populisti, per cominciare, ancora uno sforzo per non prendere posizione “contro l’Europa”! Quando la gente oggi parla dell’”Europa”, in genere vuol parlare dell’Unione Europea. Ora, il principale rimprovero che si può fare all’Unione Europea è di avere screditato ogni idea di costruzione europea. L’Europa è una cosa del tutto diversa. È al contempo una storia, uno spazio e una civiltà, che sono tra loro indissociabili (non esiste un’”Europa-mondo”: l’Europa non è l’Occidente). Tutti i Paesi europei appartengono a questa civiltà europea che è oggi globalmente minacciata. Di fronte a un’Unione Europea che è simultaneamente impotente e paralizzata, il ripiegamento nazionale non può essere altro che una strategia provvisoria. Le nazioni ormai detengono soltanto delle briciole di sovranità, le frontiere non sono più una barriera. Davanti alle minacce ed alle sfide planetarie, è più che mai importante ragionare in termini di “grandi spazi”, cioè anche in termini di civiltà.
Ancora uno sforzo, poi, per non trascurare l’ecologia! Come l’Unione Europea ha screditato l’Europa, così i “partiti verdi” hanno screditato l’ecologia, che tuttavia dovrebbe essere la prima delle preoccupazioni. Il rispetto per gli ecosistemi non è un lusso di radical-chic e gli scompensi climatici, con buona pace dei “climatoscettici”, non sono invenzioni della propaganda “mondialista”. Il mondo naturale non è un semplice scenario delle nostre esistenze, ma è una delle condizioni sistemiche della vita. La decisione di Donald Trump e di altri Bolsonari di ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima è perciò totalmente irresponsabile. Idem per tutte le decisioni che aggravano la situazione in nome delle esigenze del produttivismo e dello “sviluppo”. Logicamente l’ideologia dominante, la quale cerca di far scomparire tutto ciò che nell’uomo proviene dalla natura, attacca la natura stessa. La logica del profitto ha condotto all’esaurimento delle risorse naturali, alla trasformazione della Terra in un mercato-discarica. Una crescita materiale infinita è in realtà impossibile in uno spazio finito. Di qui la necessità di ristabilire quel rapporto di coappartenenza alla natura che è prevalso per secoli, finché non si è imposto un mondo-oggetto che potrebbe essere sottoposto al principio di ragione.
Ancora uno sforzo anche per non cedere alle sirene del liberalismo economico! I populismi fanno riferimento al popolo. Ora, nel sistema liberale i popoli semplicemente non esistono, perché esso vede nelle società e nelle comunità solo dei semplici aggregati di individui. Per i liberali, l’individuo si trova al primo posto, la società soltanto al secondo. D’altronde il liberalismo non ha niente da obiettare al mondialismo, perché esso cerca di sottomettere la politica all’economia, il che significa rifiutare ogni forma di sovranità, e perché esige la “libera circolazione delle persone, dei beni e dei capitali”. Fondando il suo individualismo e il suo economicismo su una concezione dell’uomo in cui l’uomo è visto come un essere desideroso soltanto di massimizzare il suo vantaggio materiale, il liberalismo rompe con ogni morale sostanziale. In un mondo in cui il supremo potere di decisione spetta ai mercati finanziari e la logica del capitale si fonda più che mai sulla soppressione di tutti i limiti, il liberalismo economico è diventato il nemico principale. I populisti farebbero bene a rendersene conto.
Ancora uno sforzo, infine, per adottare posizioni coerenti in materia di politica internazionale! Innanzitutto occorre prendere in considerazione le leggi della geopolitica. L’Europa è una potenza della Terra, ragion per cui essa privilegia tutto ciò che si riferisce ai territori, a cominciare dalla sfera del politico. Essa può solo opporsi alla potenza del Mare, la quale ignora le frontiere fisse e, come il commercio, conosce soltanto flussi e riflussi. Per questa ragione, gl’interessi europei non coincideranno mai con gl’interessi americani. La caduta del Muro di Berlino ha chiarito le cose: la Terra non si divide più tra l’impero dei Soviet e un preteso “mondo libero”. Come la contrapposizione sinistra-destra, anche quest’altra è diventata obsoleta. Ormai, da una parte c’è il mondo atlantista, dall’altra il mondo continentale europeo. Gli Stati Uniti si chiedono apertamente se possono strumentalizzare i populismi europei facendoli aderire all’asse Washington-Riyad-Tel Aviv, nella speranza di controbilanciare l’asse Mosca-Damasco-Teheran. È un allettamento evidente. Ma l’avvenire dell’Europa è dalla parte del Sole che sorge.
Alain de Benoist

Fonte

Le fanfare demagogiche dell’onestà

“Nella demagogia dei politici che via via in Italia si sono dichiarati contro la corruzione dei predecessori, il fenomeno della corruttela è sempre riferito ad un comportamento personale di natura immorale.
Non si prende mai in considerazione la felice didascalia della pellicola di Rosi [Le mani sulla città – n.d.c.]: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.».
I personaggi, ci dice Rosi, sono poco importanti: tanto che possono essere personaggi inventati. Ciò che conta è la realtà sociale ed ambientale che “produce” tali personaggi.
La corruzione, nell’ambito della concorrenza capitalistica, altro non è che una più veloce e fruttuosa via per far figliare il denaro. Chi scopre la via privilegiata della tangente, ha un vantaggio sugli avversari o comunque sulla contingenza economica: trova un porto sicuro ai capitali che deve investire, si assicura in un colpo solo un cospicuo e sicuro margine di impresa.
Il denaro che muove i rapporti di produzione capitalistica non ha esigenze morali: l’unica sua necessità, ce lo ricorda uno dei personaggi di Rosi, è quella di non stare fermo come una macchina in garage, deve muoversi e figliare come i cavalli.
La via corruttiva diventa non solo una comoda opportunità nei rapporti capitalistici, ma un modo d’operare consueto e ricercato, perché spesso è scevro di conseguenze. Per un capitalista e per il suo capitale, che spesso agisce e si muove al di là delle singole persone, è più rischioso ingaggiare lotte di classe con i produttori operai in una fabbrica, con le loro organizzazioni, che tentare la via dell’illecito. Spesso questa, in caso di scoperta, colpisce il capitalista di turno, ma non colpisce il capitale, oppure lo colpisce in minima parte, mentre il grosso dei profitti è già partito per altri sicuri lidi.
In tal modo, di corruzione non vive solo il trasgressore-corruttore, ma anche l’intero sistema capitalistico, nella quale la nostra vita economica e sociale è immersa.
Se si ha riguardo a statistiche che si riferiscono a fenomeni reali (indagine Istat del 2015-2016 sulla sicurezza), in Italia, il 7,9 % delle famiglie (nel Lazio, dato massimo, 18 famiglie su 100) hanno avuto a che fare con fenomeni corruttivi, richieste di denaro, favori, controprestazioni non dovute per un’attività dovuta.
Tale indice ha un valore sociale e segnala che a grandi linee la via corruttiva è uno dei modus operandi più frequenti nell’ambito dei rapporti produttivi capitalistici, tanto seguita, quanto ricadente anche nella vita quotidiana di una percentuale notevole di famiglie.
D’altro canto, il profitto ottenuto col sistema corruttivo, alimenta e fonda tutto il resto delle transazioni capitalistiche ad esso connesse.
Il denaro con la corruzione figlia più facilmente: di questo ne beneficia l’intero sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Si potrebbe dire, parafrasando una frase di Peppino Impastato, che, se “la mafia (e aggiungiamo noi la corruzione) è una montagna di merda”, il capitalismo è la sua catena montuosa. Le considerazioni che abbiamo fatto prima su corruzione e capitalismo potrebbero essere riportate pari pari all’altro fenomeno che caratterizza il capitalismo italiano: il sistema criminale organizzato. L’antimafia interna a questo sistema – sempre sbandierata, dalle piazze alle scuole, dai convegni alle chiese – non solo non può intaccare minimamente il fenomeno né nella sua base economica, né nella sua sovrastruttura politica e culturale, ma spesso tragicomicamente si trova nell’imbarazzo di dover riconoscere che suoi prestigiosi “esponenti” hanno creato sistemi di controllo delle persone e dei territori che nulla hanno da invidiare alla mafia che dicevano di “lottare”, come dimostra la vicenda dell’ex presidente degli industriali siciliani ed ex delegato di Confindustria per la legalità, Antonello Montante. Il Gattopardo è vivo e lotta insieme a noi. Ma ciò sarebbe argomento di un altro articolo.
L’anarchia produttiva del capitalismo contiene al suo interno tutte le contraddizioni che alimentano dialetticamente il fenomeno della corruzione.
A sua volta, il fenomeno della corruzione è anche una di quelle contraddizioni che il capitalismo porta dentro di se: fenomeno che dà luogo a diseguaglianze, differenze di potenziale tra i vari soggetti sociali, che potenzialmente possono portare al superamento dialettico del capitalismo, se solo ci si rendesse conto del suo ruolo causale nella generazione delle diseguaglianze.
Perché non succede?
(…) Lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle contraddizioni ambientali, così di moda.
Prendiamo la costruzione – ad un livello gradito dal sistema – del soggetto Greta Thunberg: ricevuta dal Presidente Mattarella, accolta nei consessi istituzionali dell’Unione Europea e delle organizzazioni dove si concentra formalmente il potere globale, come il Forum di Davos. La bambina prodigio viene mostrata mentre stringe la mano a Juncker, a Cristine Lagarde. Nel nostro paese, i fogli tradizionalmente mainstream e legati a precisi interessi finanziari ed industriali (La Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa) hanno promosso a gran voce la manifestazione da lei ispirata con lo slogan emotivo “We don’t have time”, opponendo il significato “globale” del problema climatico, agli asseriti “egoismi” delle politiche nazionali (leggasi “sovrane”).
A monte della manifestazione, è intervenuta la beatificazione istituzionale con la proposta a Nobel per la Pace. Da ultimo, in uno dei suoi discorsi, alla bambina delle treccine viene fatto dire che l’Unione Europea ha “garantito 70 anni di pace”.
Già tali fatti dovrebbero spingere a farsi una serie di precise domande.
Quanti ambientalisti tarantini (o quanti sindaci Notav o Nomuos) sono mai stati ricevuti dal Presidente Mattarella?
Greta Thunberg è stata invitata da uno dei fogli del movimento Notav in Valsusa per abbracciare la lotta contro il tunnel di base, ci andrà?
L’utilizzo del bambino quale veicolo di comunicazione politica non è certo una novità. Tuttavia, è novità quando viene costruito come “soggetto” promotore e autore della comunicazione politica. Non è solo un tentativo di deviare le contraddizioni sull’ambiente, caratterizzandole come conflitto tra generazioni, anziché conflitto tra le classi.
V’è di più: si è di fronte ad uno dei tanti tentativi di “semplificare” le contraddizioni, relegandole in un recinto asseritamente non politico, o comunque in una politica dai confini ben determinati: quelli esistenti, dati per immutabili.
Il messaggio veicolato dalle labbra di Greta Thunberg non delegittima mai il potere, ne chiede semplicemente la “sensibilizzazione”, nell’illusione che una pacifica pressione possa informare di virtù i potenti della Terra, senza dover rubare loro il potere. Uno schema sempre adottato da chi il potere e l’anarchia produttiva la vuole mantenere, sotto altre forme.
Il messaggio emotivo non menziona mai, tra le contraddizioni ambientali, le guerre imperialiste, molte condotte proprio da soggetti come l’Unione Europea. Un amico ricordava che pochi giorni fa era la giornata mondiale dell’acqua; lo Stato di Israele deruba da decenni l’acqua ai Palestinesi: a nessuna Greta è interessato questo.
Insieme alla retorica dell’onestà, questi non sono altro che tentativi di usare egemonia culturale per mettere in salvo il vero assassino.
Sarebbe allora di organizzare detective e polizia indipendenti e coscienti, per giungere ad arrestarlo: questo vero ed impunito assassino, dotato di numerosi complici.”

Da La corruzione del capitalismo e la politica della percezione emotiva, di Enzo Pellegrin.

E il popolo vincerà di sicuro

“Alain Soral sarebbe un’ottima persona per guidare questa nuova forza. È già noto ai lettori inglesi; in Francia è molto popolare, anche se è meno conosciuto dei suoi principali contendenti. Soral ha sostenuto fin dall’inizio il movimento dei GG. Sul suo sito ha pubblicato un interessante mandala politico che illustra la sua posizione e quella degli altri [esponenti politici].
[Soral] posiziona il proprio movimento fra il socialismo e il nazionalismo, tra il laburismo e il tradizionalismo, in opposizione a Macron, che difende il capitalismo e il globalismo, fra il profitto e gli LGBT; mentre la Le Pen preferisce il nazionalismo (come Soral) e il capitalismo (come Macron), Melenchon segue il percorso più familiare del socialismo e del globalismo. Sul mandala, Soral è il nord vero, una posizione altamente simbolica.
Sulla cornice del mandala, si possono leggere dei nomi; i banchieri George Soros e Jacques Attali stanno dietro Macron; il sopra menzionato Cohn-Bendit sta alle spalle di Melenchon; Finkelcraut e Zemmour sono raffigurati dietro a Marine Le Pen; e (sono orgoglioso di farlo notare) i nomi di tre scrittori di Unz Review sono riportati a fianco di Alain Soral, Norman Finkelstein, Gilad Atzmon, et moi, Israel Shamir. Anche Soral ha pubblicato i miei libri e sono molto ottimista nei suoi confronti. Un uomo che non ha paura di usare l’appellativo nazionalsocialista ha decisamente del fegato, sopratutto perché ci sono molti giovani neri e nordafricani nel suo movimento, prevalentemente bianco, nativista e virile.
Le richieste dei GG sono già migliori di qualsiasi altra proposta dei partiti politici di sinistra e di destra. Vogliono che anche i ricchi paghino, non solo la classe media. Vogliono annullare le privatizzazioni, in particolare quella delle ferrovie, reimpiegare i lavoratori e i dipendenti licenziati, reclutare medici per gli ospedali e insegnanti per le scuole per porre fine allo smantellamento dello Stato Sociale. Lasciare l’UE, uscire dalla NATO, fermare le guerre all’estero. Frenare la massiccia immigrazione verso il Paese e, allo stesso tempo, bloccare il saccheggio della ex Africa Francese, perché è questa devastazione che sta spingendo gli Africani ad una fuga in massa verso la Francia. Estromettere dalle gare [pubbliche] chiunque faccia più concessioni del necessario alle aziende e ai loro proprietari, per esempio, tassare le società internazionali.
In breve, gli insorti chiedono di ribaltare le riforme degli ultimi anni, dal momento che tutte le precedenti amministrazioni, quella di destra di Sarkozy, quella di sinistra di Hollande e quella di Macron l’outsider, avevano fatto a gara a chi avrebbe fatto di più per le aziende e meno per la gente (lo chiamano “aumentare la competitività”). Vogliono ritornare alla Francia pre-1991. A quei tempi, i ricchi avevano una paura atavica del comunismo, tenevano in considerazione i lavoratori e permettevano loro di vivere e di prosperare. I ribelli chiedono anche di sganciare i media dal controllo delle élites, dar voce alle persone, ascoltare i loro desideri, e questa è una rivendicazione molto importante.
A giudicare da queste richieste, la Francia è di nuovo alla guida del mondo. Sulle barricate di Parigi, è crollata la distopia neoliberista per la creazione di uno Stato per i super-ricchi. Anche se la rivolta verrà alla fine soffocata, le sue richieste di base serviranno da faro per nuove insurrezioni e nuove rivoluzioni, fino alla vittoria. E il popolo vincerà di sicuro.”

Da Gilets Jaunes – La fine della distopia, di Israel Shamir.

Lo Stato confiscato e la riconquista della sovranità

Il paradosso del Robin Hood trasposto e l’egemonia finanziaria

La cosa veramente bizzarra, ma che bizzarra non è solo se ci soffermiamo un secondo, é quella di chiederci come mai i paladini dell’austerità e del rigore, i seguaci fedeli dello spread, gli ossessionati del debito pubblico e dall’inflazione, quelli del contenimento e della parsimonia, sono gli stessi che vivono in una condizione non di semplice agio, ma in uno sfarzo sfrenato senza pudore, senza uguali in nessuna corte d’altri secoli.
Ci viene detto che manca il lavoro, anzi no, é che manca il denaro e quindi di conseguenza il lavoro.
E sì, perché il lavoro a guardarci intorno ce ne sarebbe d’ogni tipo e in gran misura. Pubblico o privato, hai voglia a faticare, ma come dice una pubblicità di prestiti “senza lillari non si lallera” e noi siamo in deflazione.
Mentre non si ha più rispetto per il lavoro e per chi lavora, diritti deregolamentati e salario di sussistenza, al denaro oramai ci approcciamo in modo dogmatico e riverente, quasi fosse una manna dal cielo che cade a volte sì e a volte no, per ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere. Il suo comparire è come se dipendesse solo dal potere di un dio onnipotente e capriccioso che ne sfarina una manciata a suo gradimento.
Ma il denaro un tempo non era un elemento neutro, senza alcun valore naturale? Una misura equivalente al valore di un bene? La sua esistenza e dignità non dipendeva forse dal nostro saperlo riconoscere e accettarlo come tale misura? Ed ancora, la sua massa non era la rappresentazione fenomenica solo del nostro creare che si ottiene con il lavoro?
Immaginiamo un naufrago, il buon Crusoe su di un isola deserta, che abbia con sé tutte le sue carte di credito e un baule di banconote. Come potrà usarle al fine della sua sopravvivenza? Nella migliore delle ipotesi, le carte di credito potrebbero essere utili per raschiare pelli da concia e le banconote per avviare il fuoco.
Il denaro è solo una convenzione accettata che trasporta in sé un valore convenzionale e nient’altro, questo dovremmo tenerlo sempre bene a mente.
Con queste riflessioni, Ezra Pound ebbe a dire che la mancanza di denaro è una follia perché è come dire che non si possono costruire le strade perché mancano i chilometri.
L’economia, quella fondata sul lavoro, che ebbe già antichi nemici e approfittatori nei seguaci della crematistica, é stata ora completamente disumanizzata avendo rimosso per intero l’uomo e le sue attività. La disciplina economica della finanza ha preso il suo posto, ed il monetarismo espressione del tutto e del niente, novello apeiron, governa. Il denaro, cartaceo o anche di più il virtuale, esiste prima di tutto, a prescindere, addirittura senza lavoro. Non serve più il controvalore aureo, neanche più la carta per la sua stampa. La massa monetaria nella sua totalità non ha limiti ma neanche più pudori.
La ricchezza non ha più il senso della misura, ma di rimando neanche la povertà; come scrive il professor Fusaro, il nostro è un tempo in cui abbiamo perso il “metro”.
La distribuzione della ricchezza mai come in questi ultimi anni ha visto una polarizzazione così sfrenata, mai come in questi tempi l’indice di Gini tende in modo crescente verso l’unità. Alla concentrazione della ricchezza segue la concentrazione del potere nelle stesse poche mani. Malgrado tutto, alla violenza economica viene risparmiata ogni critica, perché ci viene detto che il problema non è in questo sistema imposto e fallimentare, ma in noi che lo subiamo. Una crisi dettata da quel famoso debito pubblico che grava come un senso di colpa già dalla nascita, una colpa da espiare ed espiabile solo tendenzialmente, perché il debito oltre ad appartenere a tutti come l’aria che respiriamo, si é eternizzato con gli interessi, pertanto ripianarlo è impossibile. Abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità e la stretta é una condizione dovuta, necessaria e riparatoria. Se prima lavorando onestamente potevamo vivere permettendoci di acquistare una casa e far studiare i figli, ora lavorando di più, magari in due, non basta, dobbiamo avere meno per restituire di più, riconsegnare il maltolto ai legittimi proprietari, fosse anche solo per gli interessi. Dobbiamo imparare a vivere facendo sacrifici perché il denaro è poco e il rimedio al problema é proprio permanere nella sua rarità; questo è ciò a cui l’establishment ci ha educato, insieme alla funzione pedagogica del mercato.
Certamente una disaffezione dal denaro è un nobile principio quando è un’aspirazione morale ed etica, e fintantoché le condizioni di contorno sono tali da limitarne il bisogno.
Ma qui si apre una voragine pericolosissima perché ciò che un tempo era garantito da uno Stato Sociale, oggi con la spending review e il pareggio di bilancio, viene messo tutto in discussione, quando non soppresso, quindi ci troviamo nella contraddizione fatale di non aver più disponibilità economica da un lato, mentre dall’altro siamo costretti a pagare servizi o diritti.
Questa doppia tenaglia, scarsità di reddito da una parte e rimozione di una rete pubblica di protezione dall’altra, produce un processo di polarizzazione agli estremi. Ulteriore aggravio é il fatto che l’ascensore sociale è bloccato, il sistema é rigido e monolitico, castale e fortemente impersonale, non facilmente identificabile ma blindato.
Mentre il mantra ossessivamente ci ricorda che i debiti vanno onorati, chi ha meno deve far sacrifici per chi ha di più.
Anche lo Stato non deve fare eccezioni.
L’abominio più grande é il declassamento dello Stato. Il confronto e il contrasto tra pubblico e privato non viene risolto in modo armonico: quando i ruoli non sono deliberatamente invertiti – il privato che si appropria di ciò che é pubblico, mentre al pubblico viene lasciata la sola intimità morbosa del privato – l’aporia viene rimossa con la soppressione del primo termine. Ciò coincide con il derubricare lo Stato a soggetto privato, svuotandolo del suo aspetto costitutivo, quello pubblico. Lo Stato confiscato, trattato come un qualunque privato, deve rimettere i suoi debiti senza eccezioni, pena il fallimento, piani di risanamento e il commissariamento più forte di ogni democrazia.
Cosi come Marx nella critica agli economisti classici, Smith e Ricardo, intravvede come questi, nel riconoscere nel capitale circolante il giusto recupero del capitale anticipato, nascondano invece come il valore, cioé il plusvalore, nasca dal lavoro non retribuito, dallo sfruttamento, allo stesso modo possiamo ritenere come oggi le Banche Centrali, il FMI, le agenzie di rating, nella loro narrazione di rigore monetario, indicando nel debito il giusto dovuto, nascondano l’espropriazione ai danni degli Stati e dei popoli di ogni libertà politica e civile.
Anche se la conseguenza antropologica della finanziarizzazione dell’economia é stata quella del funambolo, l’uomo sospeso che ha perso ogni sua certezza se non la sua condizione precaria, avanza gradatamente la percezione dell’inganno paradossale e il desiderio per l’uomo di riconquistare la sua centralità e sovranità, così come per lo Stato la sua Res-Pubblica, ma questa è già storia dei nostri giorni.
Lorenzo Chialastri

Aggiornato il 14/12/2018

Elogio sì, ma di quale democrazia? Intervista a Giancarlo Paciello

Dopo la pubblicazione del monumentale No alla globalizzazione dell’indifferenza, l’amico Giancarlo Paciello pone alla nostra attenzione un volumetto Elogio sì, ma di quale democrazia?
La rivolta o forse la rivincita del demos
, ugualmente edito dalla meritevole Petite Plaisance, che ci racconta essergli stato sollecitato dall’esito “liberatorio” delle scorse elezioni parlamentari del 4 marzo, i cui risultati elettorali lo hanno spinto a recuperare quanto di meglio fosse stato scritto negli ultimi 2500 anni sulla democrazia.
Non si tratta certo della fine del sistema di potere oligarchico attualmente dominante in Occidente, ma l’esito delle ultime votazioni viene letto sicuramente come un segnale di possibile riscatto per la dignità della vita delle masse popolari e del Parlamento da queste eletto, nella prospettiva di non limitarsi ad una critica della società capitalistica in cui viviamo ma di abbozzare coraggiosamente la ricostruzione di una comunità bistrattata e vilipesa alla quale è stata tolta, per decenni, anche la possibilità di attribuire un senso alle consultazioni elettorali.
E proprio a partire dalle risultanze numeriche di tali consultazioni prende avvio il ragionamento di Giancarlo, il quale evidenzia come dato essenziale il crollo delle due coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra. Comparando i dati relativi al 2018 con quelli delle elezioni svoltesi nel 2008, infatti, ci si può accorgere che i voti persi da queste coalizioni sono stati raccolti in modo quasi esattamente aritmetico dal Movimento5Stelle ma, fatte salve alcune rare eccezioni, nessun commentatore ha voluto partire da questa constatazione per analizzare il quadro politico odierno.

La prima domanda che poniamo quindi all’autore è: si tratta di sola inadeguatezza degli analisti o magari siamo al cospetto di una buona dose di malafede? In questo secondo caso, da cosa sarebbe motivata tale malafede?

G. P.: Non credo affatto all’inadeguatezza degli analisti. Credo piuttosto che anche per loro sia predominante una tendenza ad analizzare i dati prevalentemente in base a considerazioni ideologiche, avvezzi come sono, da tempo, a valutare due entità (centro-destra e centro-sinistra) che poco hanno a che fare con la struttura sociale del Paese e quindi poco in grado di esprimere reali cambiamenti. Sono più di 25 anni che a costoro viene proposto uno schema sul quale misurare i risultati elettorali: la governabilità, introdotta con il maggioritario e presentata come il toccasana del nuovo sistema. Un concetto sconosciuto a tutti i costituzionalisti. E a questo schema riducono la democrazia, intesa come scelta del governo e non come formazione di quella entità, il Parlamento, unica espressione del popolo, in una democrazia rappresentativa. Dunque analisti incapaci di misurarsi con il nuovo, dotati, come avrebbe detto Marx, di falsa coscienza necessaria. Questo però soltanto nel “migliore” dei casi. Continua a leggere

Gangsterismo e capitalismo

“Il gangsterismo è fenomeno caratteristico della società borghese. Il gangster non è per principio nemico dell’ordine capitalistico; egli semplicemente si sente compresso dai limiti che gli sono imposti dall’ordine stesso, è ben deciso a conquistarsi con la violenza quella felicità che spontaneamente non ha voluto concederglisi. Sa bene che un uomo è rispettabile solo in quanto possieda qualcosa di proprio sotto il sole; ed egli, che non è affatto contro il principio della proprietà privata, vuole semplicemente correggere a proprio vantaggio un sistema di distribuzione dei beni dal quale finora niente ha ricavato.
(…) il gangster è l’uomo che non accetta il proprio destino. Non si tratta tuttavia di un rivoluzionario: egli non pretende affatto di rovesciare gli ordinamenti borghesi, ma solo di migliorare la propria sorte individuale.
(…) Il gangster persegue lo stesso arricchimento individuale del borghese; con la differenza che lo persegue senza paludamenti legali. Ciò che il borghese strappa al prossimo suo mediante i paragrafi, il gangster se lo procura a colpi di pistola.
(…) il gangster è il borghese capitalista senza la maschera del decoro e della probità. La malavita ricalca, a linee grosse, semplici, rozze e tuttavia leggibilissime, la sostanza della complicata società capitalistica. Un capo-gangster, un barone dell’industria, un re della finanza, si possono facilmente pigliare l’un per l’altro, ché il gangster è il borghese così come appare se si volge lo sguardo nei più riposti recessi del suo spirito, se si indagano i suoi più segreti pensieri. Il gangster è il borghese in négligé, il borghese che lascia libero sfogo ai propri impulsi, e che sostituisce il bon ton con l’atto impulsivo.
(…) Nella caccia al denaro, il borghese è il cacciatore con tanto di licenza, il gangster il bracconiere; ma l’attività è la stessa, e dal punto di vista della selvaggina, non fa differenza se chi l’ammazza ha o meno il porto d’armi. Quanto meno condizionato dagli scrupoli è, all’interno di un popolo, l’impulso capitalistico, tanto più rigoglioso fiorirà alla sua ombra il gangsterismo, tanto più apertamente il borghese capitalista s’accosterà al tipo del gangster.”

Da Il regno dei demoni, di Ernst Niekisch, Nova Europa edizioni, pp. 225-230.
Ernst Niekish, nato nel 1889 nella regione tedesca della Slesia, dopo la breve esperienza bellica limitata dalle precarie condizioni di salute, nel 1917 si iscrive alla SPD e nel dopoguerra sostiene l’ala più radicale dei socialisti indipendenti con i quali partecipa all’esperimento della Repubblica sovietica bavarese. A seguito del suo fallimento, viene arrestato e condannato per alto tradimento. Scontata la pena detentiva, si trasferisce a Berlino e poi a Dresda dove, nel 1926, fonda Widerstand (Resistenza), rivista “per la politica socialista e nazionalrivoluzionaria” che diviene il centro dell’elaborazione teorica degli intellettuali antagonisti alla Repubblica di Weimar. Dal 1933 diventa infaticabile oppositore del nazionalsocialismo andato al potere, che in quell’anno emana il divieto di pubblicazione di Widerstand.
Nel 1937, subisce l’arresto e la condanna a una detenzione che trascorre in condizioni durissime fino al 1945, trasferendosi poco dopo nella neonata Repubblica Democratica Tedesca e aderendo alla SED, il partito egemone della Germania orientale. Svolge importanti incarichi politico-culturali, sviluppando un nuovo dissenso nei confronti del regime comunista e dopo la repressione dei moti operai del giugno 1953, e la pubblicazione de Il regno dei demoni, si trasferisce a Berlino Ovest. Lì muore il 23 maggio 1967, giorno del suo settantottesimo compleanno.


Il fascismo inesistente vi seppellirà

Partiamo dal convincimento che la verità sia nel tutto, come Hegel insegna, quindi anche nelle sue necessarie interne contraddizioni.
L’antifascismo, cosi come il neofascismo, prescinde da questo tutto, trasformando il fascismo in un archetipo che è quello che gli altri hanno deciso per lui. Una valutazione unica è doverosa non certo per una volontà riabilitativa, ma soltanto per avere un’arma in più per una corretta interpretazione, non del passato, ma del presente che, stando così le cose, pesa molto di più perché drogato.
Per questo è particolarmente illuminante il significato del termine fascismo così come evocato dagli antifascisti.
Il suo uso prescinde da una valutazione storica, così come da una politica o filosofica, il suo uso non è neanche quello di un semplice aggettivo denigratorio, ma è un investimento per garantirsi sempre il diritto all’ esistenza e alla ragione. Prescinde persino dallo spazio temporale, persino da una prospettiva manichea, come se il fascismo, in quanto Male Assoluto, fosse sempre esistito. Una cloaca comunque da contrapporre alla propria autoreferenzialità. Al suo cospetto, tutto sembra svanire, dal colonialismo, alla tratta degli schiavi, allo sterminio degli Indiani d’America, al genocidio degli abitanti della Tasmania, persino lo sfruttamento sembra così sopportabile dinanzi al fascismo, la “legge bronzea dei salari” di Ricardo finisce per coincidere con una piattaforma per il rinnovo contrattuale.
L’antifascismo diventa l’abito buono che da i super poteri, un mezzo per diventare dei fuoriclasse. Già dei fuori classe, l’antifascismo è così potente da far scomparire non solo Giovanni Gentile, ma anche Karl Marx e Antonio Gramsci.
La gravità di una tale liturgica investitura risiede tutta nell’inautenticità dell’antifascismo.
Ad un primo approccio un sistema del genere, così condiviso da non essere mai messo in discussione più da nessuno, sembrerebbe spianare la via ai suoi utilizzatori, un a priori che equivale a mettersi dalla parte dei buoni, mentre i cattivi, gli altri, dall’altra. Un’illusione di farsi giudice delle regole della vita per “vincere facile”, ma a lungo andare le astrazioni che durano troppo hanno sempre il merito di chiedere il conto ai suoi ciechi sostenitori.
Vediamo qualche particolare.
Fino al 1936, malgrado tutto, al PCI il fascismo, almeno non tutto, non doveva apparire così orrido, visto “L’appello ai fratelli in camicia nera” firmato da sessanta dirigenti del Partito, compreso Togliatti. Nello stesso anno iniziano le purghe staliniane ed i processi ai trotskisti.
Con la guerra di Spagna s’assiste forse al primo tentativo di usare l’antifascismo come fosse un’arma, e questa volta l’uso che se ne fa è senz’altro politico. I compagni anarchici e trotskisti del POUM vengono massacrati perché inspiegabilmente s’erano messi al soldo del fascismo secondo l’accusa. Il format calunnioso, di una sola maschera da mettere in faccia a tutti i nemici, viene sperimentato anche altrove, sempre con buoni risultati. Si trovano infuocate pagine su l’Unità, siamo nel gennaio del 1944, che invitano a schiacciare tutti gli infiltrati, sempre trotskisti, fattisi oramai la V colonna del nazifascismo. Il messaggio probabilmente era rivolto anche al più grande gruppo partigiano di Roma, il Movimento Comunità d’Italia riunito sotto il quotidiano Bandiera Rossa che, cosa da non crederci, era più diffuso de l’Unità. Il gruppo Bandiera Rossa era distante anni luce dal CLN, cosi come dal PCI, in quanto antimonarchico, antibadogliano, ma soprattutto avrebbe voluto non consegnare Roma agli Alleati, ma bensì proclamare “La Repubblica Romana dei Lavoratori”. Stranamente questi compagni, malgrado il loro grandissimo contributo alla resistenza, non appariranno negli annali della epopea dell’ANPI, mentre molti di loro moriranno sotto le provvidenziali raffiche naziste delle Fosse Ardeatine.
Fondamentale è il documento di chiusura della III Internazionale comunista, maggio 1943, in esso scompare esplicitamente il concetto di rivoluzione socialista lasciando il posto alla necessità d’aderire al “blocco antifascista”.
Bordiga, altro fondatore del PCI, ebbe modo d’affermare che la cosa peggiore che aveva prodotto il fascismo era proprio l’antifascismo, il tronfio antifascismo che abbracciava anche l’odiato nemico borghese.
Alla affermazione di Bordiga, gli farà eco più di mezzo secolo dopo, confermando il mortale abbraccio con il nemico di classe, quella di Costanzo Preve quando disse che peggio del fascismo c’era solo l’antifascismo. Tra i due comunisti, solo qualche bagliore di lucidità, primo fra tutti quello di Pier Paolo Pasolini.
L’inautenticità dell’antifascismo risiede nel suo essere antistorico e non contestuale, quindi non un momento antitetico da opporre alla sua affermazione, ma un opporsi che diventa evanescente perché il farlo non contempla il momento della tesi reale e di conseguenza quello del divenire nella sintesi. La sua pretesa di autenticità necessaria passerà allora esclusivamente nel vedere nel qualunque altro, quello fuori da sé, un fascista.
Non si tratta più di un solo uso mistificante del termine, ma questo diventa una piattaforma psudoideologica onnivora, capace per questo di procedere ad un processo di metamorfosi genetica.
La rimozione della missione storica del corpo sociale, sedato dall’antifascismo nel tempo, è stata lenta ma costante, fino ad essere completa. Dallo scambiare il socialismo per un riformismo che nel suo procedere non aveva neanche più il coraggio di nominarlo, fino al rendere inutile tutta la critica marxiana al capitalismo.
Mentre l’orchestrina intonava “Bella Ciao”, si scoprivano nuove icone sovrastrutturali, da Kennedy ad Obama, da Blair a Clinton, da Paolo di Tarso a Papa Francesco, da Macron ad Juncker, dalla troika alla NATO, da Chicco Testa a Vladimir Luxuria.
La globalizzazione diventa l’internazionalismo realizzato, il meticciato è la società senza classi, il consumismo la distribuzione della ricchezza, il precariato altro non è che un’opportunità.
Ed allora, in fase oramai matura, al dogma dell’antifascismo, si può affiancare con orgoglio il dogma del neoliberismo, la tanto agognata lotta per la libertà e la giustizia sociale possono finalmente rispecchiarsi realizzate nelle libertà dei diritti umani e nelle pari opportunità che il mercato a tutti offre.
In conclusione, l’oscenità dell’antifascismo risiede tutta nell’aver abbandonato il Socialismo, foss’anche come sogno raggiungibile del non ancora, appiattendosi invece acriticamente su quest’attimo presuntuoso ritenuto eterno a cui non manca niente. Questo è stato il vero profondo potere di questo antifascismo inautentico, ma anche la sua più grande e indelebile colpa.
Lorenzo Chialastri