Elogio sì, ma di quale democrazia? Intervista a Giancarlo Paciello

Dopo la pubblicazione del monumentale No alla globalizzazione dell’indifferenza, l’amico Giancarlo Paciello pone alla nostra attenzione un volumetto Elogio sì, ma di quale democrazia?
La rivolta o forse la rivincita del demos
, ugualmente edito dalla meritevole Petite Plaisance, che ci racconta essergli stato sollecitato dall’esito “liberatorio” delle scorse elezioni parlamentari del 4 marzo, i cui risultati elettorali lo hanno spinto a recuperare quanto di meglio fosse stato scritto negli ultimi 2500 anni sulla democrazia.
Non si tratta certo della fine del sistema di potere oligarchico attualmente dominante in Occidente, ma l’esito delle ultime votazioni viene letto sicuramente come un segnale di possibile riscatto per la dignità della vita delle masse popolari e del Parlamento da queste eletto, nella prospettiva di non limitarsi ad una critica della società capitalistica in cui viviamo ma di abbozzare coraggiosamente la ricostruzione di una comunità bistrattata e vilipesa alla quale è stata tolta, per decenni, anche la possibilità di attribuire un senso alle consultazioni elettorali.
E proprio a partire dalle risultanze numeriche di tali consultazioni prende avvio il ragionamento di Giancarlo, il quale evidenzia come dato essenziale il crollo delle due coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra. Comparando i dati relativi al 2018 con quelli delle elezioni svoltesi nel 2008, infatti, ci si può accorgere che i voti persi da queste coalizioni sono stati raccolti in modo quasi esattamente aritmetico dal Movimento5Stelle ma, fatte salve alcune rare eccezioni, nessun commentatore ha voluto partire da questa constatazione per analizzare il quadro politico odierno.

La prima domanda che poniamo quindi all’autore è: si tratta di sola inadeguatezza degli analisti o magari siamo al cospetto di una buona dose di malafede? In questo secondo caso, da cosa sarebbe motivata tale malafede?

G. P.: Non credo affatto all’inadeguatezza degli analisti. Credo piuttosto che anche per loro sia predominante una tendenza ad analizzare i dati prevalentemente in base a considerazioni ideologiche, avvezzi come sono, da tempo, a valutare due entità (centro-destra e centro-sinistra) che poco hanno a che fare con la struttura sociale del Paese e quindi poco in grado di esprimere reali cambiamenti. Sono più di 25 anni che a costoro viene proposto uno schema sul quale misurare i risultati elettorali: la governabilità, introdotta con il maggioritario e presentata come il toccasana del nuovo sistema. Un concetto sconosciuto a tutti i costituzionalisti. E a questo schema riducono la democrazia, intesa come scelta del governo e non come formazione di quella entità, il Parlamento, unica espressione del popolo, in una democrazia rappresentativa. Dunque analisti incapaci di misurarsi con il nuovo, dotati, come avrebbe detto Marx, di falsa coscienza necessaria. Questo però soltanto nel “migliore” dei casi. Continua a leggere

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Gangsterismo e capitalismo

“Il gangsterismo è fenomeno caratteristico della società borghese. Il gangster non è per principio nemico dell’ordine capitalistico; egli semplicemente si sente compresso dai limiti che gli sono imposti dall’ordine stesso, è ben deciso a conquistarsi con la violenza quella felicità che spontaneamente non ha voluto concederglisi. Sa bene che un uomo è rispettabile solo in quanto possieda qualcosa di proprio sotto il sole; ed egli, che non è affatto contro il principio della proprietà privata, vuole semplicemente correggere a proprio vantaggio un sistema di distribuzione dei beni dal quale finora niente ha ricavato.
(…) il gangster è l’uomo che non accetta il proprio destino. Non si tratta tuttavia di un rivoluzionario: egli non pretende affatto di rovesciare gli ordinamenti borghesi, ma solo di migliorare la propria sorte individuale.
(…) Il gangster persegue lo stesso arricchimento individuale del borghese; con la differenza che lo persegue senza paludamenti legali. Ciò che il borghese strappa al prossimo suo mediante i paragrafi, il gangster se lo procura a colpi di pistola.
(…) il gangster è il borghese capitalista senza la maschera del decoro e della probità. La malavita ricalca, a linee grosse, semplici, rozze e tuttavia leggibilissime, la sostanza della complicata società capitalistica. Un capo-gangster, un barone dell’industria, un re della finanza, si possono facilmente pigliare l’un per l’altro, ché il gangster è il borghese così come appare se si volge lo sguardo nei più riposti recessi del suo spirito, se si indagano i suoi più segreti pensieri. Il gangster è il borghese in négligé, il borghese che lascia libero sfogo ai propri impulsi, e che sostituisce il bon ton con l’atto impulsivo.
(…) Nella caccia al denaro, il borghese è il cacciatore con tanto di licenza, il gangster il bracconiere; ma l’attività è la stessa, e dal punto di vista della selvaggina, non fa differenza se chi l’ammazza ha o meno il porto d’armi. Quanto meno condizionato dagli scrupoli è, all’interno di un popolo, l’impulso capitalistico, tanto più rigoglioso fiorirà alla sua ombra il gangsterismo, tanto più apertamente il borghese capitalista s’accosterà al tipo del gangster.”

Da Il regno dei demoni, di Ernst Niekisch, Nova Europa edizioni, pp. 225-230.
Ernst Niekish, nato nel 1889 nella regione tedesca della Slesia, dopo la breve esperienza bellica limitata dalle precarie condizioni di salute, nel 1917 si iscrive alla SPD e nel dopoguerra sostiene l’ala più radicale dei socialisti indipendenti con i quali partecipa all’esperimento della Repubblica sovietica bavarese. A seguito del suo fallimento, viene arrestato e condannato per alto tradimento. Scontata la pena detentiva, si trasferisce a Berlino e poi a Dresda dove, nel 1926, fonda Widerstand (Resistenza), rivista “per la politica socialista e nazionalrivoluzionaria” che diviene il centro dell’elaborazione teorica degli intellettuali antagonisti alla Repubblica di Weimar. Dal 1933 diventa infaticabile oppositore del nazionalsocialismo andato al potere, che in quell’anno emana il divieto di pubblicazione di Widerstand.
Nel 1937, subisce l’arresto e la condanna a una detenzione che trascorre in condizioni durissime fino al 1945, trasferendosi poco dopo nella neonata Repubblica Democratica Tedesca e aderendo alla SED, il partito egemone della Germania orientale. Svolge importanti incarichi politico-culturali, sviluppando un nuovo dissenso nei confronti del regime comunista e dopo la repressione dei moti operai del giugno 1953, e la pubblicazione de Il regno dei demoni, si trasferisce a Berlino Ovest. Lì muore il 23 maggio 1967, giorno del suo settantottesimo compleanno.


Il fascismo inesistente vi seppellirà

Partiamo dal convincimento che la verità sia nel tutto, come Hegel insegna, quindi anche nelle sue necessarie interne contraddizioni.
L’antifascismo, cosi come il neofascismo, prescinde da questo tutto, trasformando il fascismo in un archetipo che è quello che gli altri hanno deciso per lui. Una valutazione unica è doverosa non certo per una volontà riabilitativa, ma soltanto per avere un’arma in più per una corretta interpretazione, non del passato, ma del presente che, stando così le cose, pesa molto di più perché drogato.
Per questo è particolarmente illuminante il significato del termine fascismo così come evocato dagli antifascisti.
Il suo uso prescinde da una valutazione storica, così come da una politica o filosofica, il suo uso non è neanche quello di un semplice aggettivo denigratorio, ma è un investimento per garantirsi sempre il diritto all’ esistenza e alla ragione. Prescinde persino dallo spazio temporale, persino da una prospettiva manichea, come se il fascismo, in quanto Male Assoluto, fosse sempre esistito. Una cloaca comunque da contrapporre alla propria autoreferenzialità. Al suo cospetto, tutto sembra svanire, dal colonialismo, alla tratta degli schiavi, allo sterminio degli Indiani d’America, al genocidio degli abitanti della Tasmania, persino lo sfruttamento sembra così sopportabile dinanzi al fascismo, la “legge bronzea dei salari” di Ricardo finisce per coincidere con una piattaforma per il rinnovo contrattuale.
L’antifascismo diventa l’abito buono che da i super poteri, un mezzo per diventare dei fuoriclasse. Già dei fuori classe, l’antifascismo è così potente da far scomparire non solo Giovanni Gentile, ma anche Karl Marx e Antonio Gramsci.
La gravità di una tale liturgica investitura risiede tutta nell’inautenticità dell’antifascismo.
Ad un primo approccio un sistema del genere, così condiviso da non essere mai messo in discussione più da nessuno, sembrerebbe spianare la via ai suoi utilizzatori, un a priori che equivale a mettersi dalla parte dei buoni, mentre i cattivi, gli altri, dall’altra. Un’illusione di farsi giudice delle regole della vita per “vincere facile”, ma a lungo andare le astrazioni che durano troppo hanno sempre il merito di chiedere il conto ai suoi ciechi sostenitori.
Vediamo qualche particolare.
Fino al 1936, malgrado tutto, al PCI il fascismo, almeno non tutto, non doveva apparire così orrido, visto “L’appello ai fratelli in camicia nera” firmato da sessanta dirigenti del Partito, compreso Togliatti. Nello stesso anno iniziano le purghe staliniane ed i processi ai trotskisti.
Con la guerra di Spagna s’assiste forse al primo tentativo di usare l’antifascismo come fosse un’arma, e questa volta l’uso che se ne fa è senz’altro politico. I compagni anarchici e trotskisti del POUM vengono massacrati perché inspiegabilmente s’erano messi al soldo del fascismo secondo l’accusa. Il format calunnioso, di una sola maschera da mettere in faccia a tutti i nemici, viene sperimentato anche altrove, sempre con buoni risultati. Si trovano infuocate pagine su l’Unità, siamo nel gennaio del 1944, che invitano a schiacciare tutti gli infiltrati, sempre trotskisti, fattisi oramai la V colonna del nazifascismo. Il messaggio probabilmente era rivolto anche al più grande gruppo partigiano di Roma, il Movimento Comunità d’Italia riunito sotto il quotidiano Bandiera Rossa che, cosa da non crederci, era più diffuso de l’Unità. Il gruppo Bandiera Rossa era distante anni luce dal CLN, cosi come dal PCI, in quanto antimonarchico, antibadogliano, ma soprattutto avrebbe voluto non consegnare Roma agli Alleati, ma bensì proclamare “La Repubblica Romana dei Lavoratori”. Stranamente questi compagni, malgrado il loro grandissimo contributo alla resistenza, non appariranno negli annali della epopea dell’ANPI, mentre molti di loro moriranno sotto le provvidenziali raffiche naziste delle Fosse Ardeatine.
Fondamentale è il documento di chiusura della III Internazionale comunista, maggio 1943, in esso scompare esplicitamente il concetto di rivoluzione socialista lasciando il posto alla necessità d’aderire al “blocco antifascista”.
Bordiga, altro fondatore del PCI, ebbe modo d’affermare che la cosa peggiore che aveva prodotto il fascismo era proprio l’antifascismo, il tronfio antifascismo che abbracciava anche l’odiato nemico borghese.
Alla affermazione di Bordiga, gli farà eco più di mezzo secolo dopo, confermando il mortale abbraccio con il nemico di classe, quella di Costanzo Preve quando disse che peggio del fascismo c’era solo l’antifascismo. Tra i due comunisti, solo qualche bagliore di lucidità, primo fra tutti quello di Pier Paolo Pasolini.
L’inautenticità dell’antifascismo risiede nel suo essere antistorico e non contestuale, quindi non un momento antitetico da opporre alla sua affermazione, ma un opporsi che diventa evanescente perché il farlo non contempla il momento della tesi reale e di conseguenza quello del divenire nella sintesi. La sua pretesa di autenticità necessaria passerà allora esclusivamente nel vedere nel qualunque altro, quello fuori da sé, un fascista.
Non si tratta più di un solo uso mistificante del termine, ma questo diventa una piattaforma psudoideologica onnivora, capace per questo di procedere ad un processo di metamorfosi genetica.
La rimozione della missione storica del corpo sociale, sedato dall’antifascismo nel tempo, è stata lenta ma costante, fino ad essere completa. Dallo scambiare il socialismo per un riformismo che nel suo procedere non aveva neanche più il coraggio di nominarlo, fino al rendere inutile tutta la critica marxiana al capitalismo.
Mentre l’orchestrina intonava “Bella Ciao”, si scoprivano nuove icone sovrastrutturali, da Kennedy ad Obama, da Blair a Clinton, da Paolo di Tarso a Papa Francesco, da Macron ad Juncker, dalla troika alla NATO, da Chicco Testa a Vladimir Luxuria.
La globalizzazione diventa l’internazionalismo realizzato, il meticciato è la società senza classi, il consumismo la distribuzione della ricchezza, il precariato altro non è che un’opportunità.
Ed allora, in fase oramai matura, al dogma dell’antifascismo, si può affiancare con orgoglio il dogma del neoliberismo, la tanto agognata lotta per la libertà e la giustizia sociale possono finalmente rispecchiarsi realizzate nelle libertà dei diritti umani e nelle pari opportunità che il mercato a tutti offre.
In conclusione, l’oscenità dell’antifascismo risiede tutta nell’aver abbandonato il Socialismo, foss’anche come sogno raggiungibile del non ancora, appiattendosi invece acriticamente su quest’attimo presuntuoso ritenuto eterno a cui non manca niente. Questo è stato il vero profondo potere di questo antifascismo inautentico, ma anche la sua più grande e indelebile colpa.
Lorenzo Chialastri

Sovranità o barbarie

Sovranità o barbarie è il primo titolo di una nuova collana dell’editore Meltemi, diretta da chi scrive e intitolata “Visioni eretiche”. Titolo paradossale, ove si consideri che le “eresie” in questione altro non sono che la riproposizione di princìpi, teorie, concetti, ideali e punti di vista che, fino agli anni Settanta del secolo scorso, rappresentavano un patrimonio comune a tutto il movimento operaio internazionale (sia pure con varie sfumature, a seconda dei partiti e dei movimenti che si sforzavano di metterlo in pratica nei diversi contesti nazionali). Se oggi quelle idee appaiono eretiche, al punto da esporre chi le sostiene alle accuse di “rossobrunismo” da parte della nuova ortodossia, è perché tutte le sinistre – dai socialdemocratici più moderati agli antagonisti più radicali – hanno subìto, nel giro di qualche decennio, una mutazione culturale, politica, direi quasi “antropologica”, di portata tale da cambiarne il codice genetico. La collana intende condurre una battaglia senza quartiere contro tale mutazione, denunciandone l’impatto devastante sui rapporti di forza e sulle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne. Tuttavia l’obiettivo non è solo evidenziare il contributo decisivo che queste sinistre “degenerate” hanno dato al successo della controrivoluzione neoliberista: si tratta anche di recuperare strumenti politico-culturali in assenza dei quali non è pensabile condurre una controffensiva popolare contro le élite politiche e finanziarie transnazionali. Non credo si sarebbe potuto trovare un lavoro più adatto a inaugurare questa impresa di Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, di Thomas Fazi e William Mitchell, un libro che già dal titolo prende il toro per le corna, affrontando di petto quello che è il tasto più dolente della perdita di orientamento delle sinistre mainstream, vale a dire la rimozione della consapevolezza che lo Stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possano sperare di migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia.”

Dalla prefazione di Carlo Formenti.

I volti dell’informazione atlanticamente corretta… a nostre spese

Biancamaria Berlinguer
Conduttrice di “#cartabianca” – Rai3
Retribuzione lora percepita – anno 2017
€ 240.000

 

 

 

Giovanna Botteri
Corrispondente, responsabile dell’ufficio di New York per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dagli Stati Uniti
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 205.499

 

 


Antonio Di Bella
Direttore Rai News
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 240.000

 

 

 


Carmen Lasorella
Già Vicedirettore di New Media Platforms, in ambito Direzione Digital
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 211.557

 


Monica Maggioni
Già Presidente della Rai
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 239.989

 

 

 


Pietro Marrazzo
Corrispondente, responsabile ufficio per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dal Medio Oriente
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 240.000

 

 


Claudio Pagliara
Corrispondente, responsabile per i Servizi Giornalistici Radiofonici e Televisivi dalla Cina, dal Giappone e dai Paesi del Sud-Est asiatico
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
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Carlo Paris
Corrispondente per i servizi radiofonici e televisivi dal Medio Oriente
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 219.317

 

 

 


Marco Varvello
Corrispondente, responsabile dell’ufficio per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dal Regno Unito
Retribuzione lorda percepita – anno 2017
€ 220.934

 

Fonte

ONG

“Con questo notevole e documentato libro Sonia Savioli ci rende edotti del ruolo effettivo che queste organizzazioni svolgono aprendoci gli occhi sulle infinite menzogne che, quotidianamente, ci sono riversate dall’informazione a senso unico in cui siamo immersi e da cui siamo soffocati.
E’ un libro di piacevole lettura, l’autrice possiede una forte carica ironica che rende la lettura oltre che istruttiva anche molto gradevole.
Lo scritto della Savioli, oltre ad informarci sulle varie ONG, traccia una mappa in cui sono evidenziati e dimostrati i rapporti e le interconnessioni esistenti tra di loro e tra i finanziatori sia privati che statali, con i relativi obiettivi, sia quelli dichiarati sia quelli non dichiarati, ma reali.
Scopriamo così un mondo di conquistatori e di sfruttatori mascherati da integerrimi benefattori.
Molti, se non tutti, iniziano ad avere dubbi sull’efficacia e sul ruolo delle ONG, sui costi, sulle continue richieste di firme e di aiuti in denaro che queste strutture, quotidianamente, richiedono ai cittadini tramite annunci, volantini e soprattutto via internet; una forma di elemosina a tutto campo, una S. Vincenzo universale di cui siamo vittime, non conosciamo l’utilizzo di queste donazioni che però ci fanno sentire con la coscienza a posto, ci danno la sensazione, in qualche modo, di dare un contributo per risolvere i problemi del mondo.
Possiamo dire che questo libro ci apre gli occhi sugli effetti nefasti che le ONG provocano nelle varie parti del mondo e sul loro spregiudicato modo di operare dall’Africa alla Birmania, ci parla del cinismo assoluto che distrugge intere popolazioni costringendole a una miseria, prima mai vista, con la distruzione delle culture locali che le rende schiave, che le usa come cavie umane, obbligandole a sperimentare farmaci dannosi, spacciandoli per una insperata salvezza, mettendole in condizioni di emigrare per giungere in Europa con un sogno che non si realizzerà, ma diverrà un doloroso incubo.
E’ un libro che smitizza falsi miti e finte buone azioni con gli aiuti internazionali, non richiesti, che giovano solamente alle grandi multinazionali, aumentandone a dismisura i guadagni.”

Dalla recensione di Luigi Cecchetti.