Riconoscere l’albero

Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere (Mt 7,15-20).

“La vicenda del passaporto verde e del suo intento sotteso, di «accelerare le vaccinazioni e farne fare di più» (così Paolo Mieli, tra i tanti), si presta molto bene alla prova evangelica perché il suo beneficio si declina nel tempo futuro della promessa, appunto di una «profezia» non ancora realizzata ma i cui frutti pendono già maturi dal ramo. Da questi ultimi si deve oggi riconoscere l’albero, se è buono o se va «tagliato e gettato nel fuoco». Proviamo a esaminarlo qui, ramo per ramo.

Primo ramo: la tutela della salute. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità la salute è «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia» (Costituzione dell’OMS, 1946). Una discriminazione volta a limitare il godimento di alcuni diritti costituzionalmente ordinati, o una campagna denigratoria di vasta eco dove chi esprime una certa scelta diventa pubblicamente un «sorcio», un «pazzo» o un «criminale» sono evidentemente lesive del «benessere sociale», e quindi della salute. L’angoscia di chi ha perso o perderà il lavoro, lo stigma, la vergogna, il risentimento, l’emarginazione, il conflitto sono evidentemente lesivi del «benessere mentale», e quindi della salute. La mancanza di reddito e la crisi di alcuni settori economici sono evidentemente lesivi del «benessere fisico» se non proprio della sussistenza, e quindi della salute. La sospensione di migliaia di medici e di altri operatori sanitari mina proprio l’«assenza di malattia», e quindi la salute anche nella sua accezione più elementare. Quindi no, anche escludendo i danni più controversi, eventuali e specifici dei trattamenti prescritti, ciò che nuoce già così gravemente alla salute non la può anche tutelare.

Secondo ramo: ne vale la pena. Nei bollettini epidemiologici italiani si legge che da quando le coperture vaccinali hanno superato soglie significative, i decessi attribuiti alla malattia non sono diminuiti ma anzi aumentati rispetto allo stesso periodo del precedente anno «pandemico», pur caratterizzato da meno restrizioni e dall’assenza di vaccinazioni. Lo stesso nesso è stato osservato nella conta dei contagi su scala globale (cfr. l’ultimo studio di Subramanian e KumanEuropean Journal of Epidemiology). Senza trarre altre conclusioni, previsioni o interpretazioni, osserviamo galileianamente che la robustezza dei frutti promessi «nel mondo di carta» è assai lontana da quella dei frutti osservati nel «mondo sensibile».

Terzo ramola libertà. Che i provvedimenti in parola servano a ripristinare le libertà perdute negli ultimi mesi è fattualmente falso in senso assoluto, perché al contrario introducono limiti al godimento dei diritti sociali e civili. Ma lo è anche in senso relativo, perché i nuovi limiti non escludono né sostituiscono i precedenti. In questa torsione che tanto sembra parafrasare un celebre motto orwelliano, ricorre la solita fallacia discronica dell’albero della profezia (saremo più liberi) che produce frutti a sé opposti (siamo meno liberi).

Quarto ramo: un «atto d’amore». Così Papa Francesco ha definito la nuova vaccinazione, caricandola di un’aura anche spirituale. Il segretario generale della Fraternità San Pio X, roccaforte dell’ala tradizionalista cattolica, ha rilanciato l’idea in modo più contorto argomentando che sì, «le condizioni attuali possono essere considerate abusive, così come la pressione che viene esercitata per imporre la vaccinazione», ma proprio in virtù di queste condizioni «può accadere che l’obbligo di compiere un dovere di carità ci spinga ad accettare di essere vaccinati». È buffo osservare che tra i tanti frutti portati dall’albero di questi amorevoli precetti, i più evidenti siano invece proprio quelli dell’odio. Di un odio feroce come può esserlo quello che prepara le purghe e le guerre civili, che fa desiderare in pubblico l’annientamento dell’avversario.

(…) Non c’è nulla di irrazionale nel dubitare della bontà di una cosa che fa male a così tanti livelli. Nulla di illogico nelle parole della consigliera veneta che valutava di vaccinarsi «ma l’aggressività e la coercizione che adottate sono così abnormi che ho deciso che non mi vaccinerò per nulla al mondo». O dell’insegnante altoatesino che rispondeva ai microfoni della televisione: «se mi costringono e dicono ah, io ti procuro la morte economica se non ti fai vaccinare, allora è un indizio che è sbagliata la tesi». Nulla di irragionevole nel diffidare di un’offerta che non si può rifiutare: è solo l’applicazione di un criterio naturale e anche divino. Assurda è piuttosto l’idea contraria, che sia scaltro respingere sempre e comunque le apparenze e che l’immaginazione conti più dell’esperienza, col risultato di rendere indifferentemente plausibile ogni cosa, anche che l’uva cresca dalle spine e i fichi sui rovi.

Triste è il destino di una civiltà che non crede più ai suoi occhi e alle sue orecchie, «ingiunzione essenziale e definitiva» del governo distopico e violento immaginato da George Orwell. Che baratta la propria autonomia cognitiva con la promessa pelosa di elevare i semplici sui semplici stipando loro la bocca di verità controintuitive, strategie di lungo termine, arcani retroscena, latinorum scientifici, false correlazioni, garbugli logici e ideologici. Un’equazione irrisolvibile ammette tutte le soluzioni e per un popolo che crede a tutto, tutto è lecito. Eccoci al punto di questo e di qualunque altro copione. Mettere insieme i frutti con l’albero pareva dunque ovvio, pareva non dovesse scomodarsi Nostro Signore per dircelo. Invece è l’unica rivoluzione utile, urgente, possibile.”

Da Dai frutti li riconoscerete, de Il Pedante.

La salute dei lavoratori interessa ai padroni?

La Confindustria e i governi dopo aver costretto a lavorare fianco a fianco per oltre un anno e mezzo i lavoratori in piena pandemia senza fornire adeguate misure di sicurezza alle lavoratrici e ai lavoratori dispositivi di protezione individuali e collettive sembrano diventati i primi difensori della salute degli operai.

Gli stessi che considerano “normale” che ci siano oltre 1400 morti sul lavoro (omicidi) decine di migliaia di morti per malattie professionali e invalidi causate dalla mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro sembrano diventati improvvisamente anime candide, delle crocerossine che si preoccupano della salute dei lavoratori

In realtà ai padroni e ai governi di turno interessa che gli operai non si ammalino e muoiano, ma che non s’interrompa la produzione e la ripresa economica, cioè i loro profitti.

L’obbligo del Green Pass per lavorare, pena la sospensione del salario, che impongono, non è perché hanno a cuore la salute dei lavoratori e cittadini ma la produzione, lo sfruttamento che per loro é fonte di profitto.

Per raggiungere i loro obiettivi, i padroni e i governi hanno da sempre usato scienziati, medici di fabbrica sul loro libro paga, pagati lautamente per fare i loro interessi e non certo quello dei lavoratori. Questo si evidenzia ancora di più oggi con il covid19.

La medicina del padrone, del capitale che cura le malattie del lavoratore o sociali è funzionale unicamente al sistema produttivo per il profitto. Per il padrone il lavoratore è una cosa, una merce che può “guastarsi”, ammalarsi creando scompensi nel sistema produttivo. Non interrompere la produzione e la ripresa economica è il primo interesse del governo, dei padroni, di tutte le forze politiche parlamentari e dei sindacati confederali. L’ipocrisia del potere si nasconde dietro la maschera della difesa della salute dei lavoratori, quando il loro interesse primario è solo il profitto.

I responsabili di migliaia di omicidi sul lavoro, invalidi, malattie professionali oggi si ergono a paladini della salute pubblica imponendo regole e abolendo diritti costituzionali dopo averla distrutta a favore dei privati costringendo tutta la popolazione a fare quello che è interesse dei padroni.

Il covid19 è usato dagli imperialisti/capitalisti di tutto il mondo per portare avanti profonde ristrutturazioni nel sistema produttivo per cercare di contenere la crisi economica a scapito dei lavoratori e della parte più povera della popolazione.

Oggi assistiamo a uso politico della pandemia per colpire i diritti dei lavoratori. Il covid ha oscurato e fatto dimenticare tutte le altre malattie professionali creando a fianco delle vecchie nuove nocività.

Oggi più di ieri i padroni parlano unicamente di covid, di obbligo di Green Pass nascondendo le malattie professionali e ambientali degli esseri umani dividendo i proletari come degli animali.

In Italia per ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari muoiono 230mila persone l’anno (630 il giorno), In seconda posizione troviamo i tumori, che causano la morte di 180mila persone (circa 500 ogni giorno). Altre 60 mila persone ogni anno muoiono per l’inquinamento atmosferico, ma queste morti non interessano gli industriali e il governo.

La storia della difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio è quella della lotta di classe.

Nessun vaccino, nessuna cura può salvaguardare la nostra salute finché non si distrugge il virus più pericoloso di tutti; il sistema capitalista che distrugge gli esseri umani e la natura.

Michele Michelino

(Fonte)

Laboratorio Italia

Ormai l’hanno capito tutti: nella narrazione sul Covid, così come nell’adozione delle misure che ne sono derivate, l’Italia è un Paese speciale. La vicenda della moderna Tessera del Fascio, denominata Green Pass, è lì a dimostrarlo.

La tabella qui sotto è inequivocabile. Pur essendo uno dei paesi con il più alto tasso di vaccinazione, l’Italia è nettamente prima nella speciale classifica delle leggi liberticide messe in campo. Segue, ma a grande distanza, la Francia macroniana. Gli altri sono tutti staccatissimi.

Tra le altre cose brilla la sequela di NO della Danimarca, laddove troviamo invece l’infinita serie di SI’ ad ogni obbligo possibile e immaginabile del nostro Paese. Se, shakespearianamente, un tempo il marcio risiedeva in Danimarca, oggi sembra essersi spostato a Roma, laboratorio prescelto di un imbroglio e di un esperimento sociale planetario a danno dei popoli.

Perché l’Italia ha assunto questo ruolo? Ecco un punto che bisogna cercare di comprendere bene. A mio avviso le ragioni sono tre, ovviamente collegate tra loro.

Se, come pensiamo, il progetto globale è quello della transizione ad un mondo ademocratico, popolato da regimi autoritari basati sul potere di una tecnocrazia ormai liberatasi dalle stesse regole della democrazia liberale, l’Italia è il Paese perfetto per fare da apripista a questo disegno. E lo è tanto più dopo che il simbolo vivente di questa tecnocrazia globalista e ferocemente antipopolare, Mario Draghi, ha preso le redini del comando.

Se l’ex presidente della BCE è la prima e decisiva ragione della disgrazia che è toccata al nostro Paese, ciò è dovuto però ad altri due motivi: la straordinaria crisi della politica e delle istituzioni che si trascina oramai da un trentennio; la condizione di Paese eternamente ricattato via debito dentro i micidiali meccanismi della gabbia dell’euro.

Senza una politica ridotta al lumicino, e senza il perenne ricatto del debito, alimentato dalla cupola oligarchica che governa un’Unione Europea che è parte decisiva del progetto del Grande Reset, la tecnocrazia non avrebbe potuto imporsi. Di sicuro non in questa misura.

Queste semplici considerazioni ci portano a due conclusioni.

La prima è che la lotta che conduciamo in Italia ha una straordinaria importanza. Se il nostro Paese è il laboratorio avanzato delle mostruosità non solo antipopolari, ma financo anti-umane messe in campo dal blocco dominante, il suo esito avrà conseguenze che andranno ben oltre i confini nazionali.

La seconda è che dobbiamo sempre nominare il nemico. Il dissenso deve dunque diventare opposizione. In primo luogo opposizione al nuovo regime ed al suo massimo rappresentante Mario Draghi.

L’attuale presidente del Consiglio non solo ricopre infatti una posizione centrale e difficilmente sostituibile, ma gode pure di un notevole consenso. Il consenso è però merce volatile assai, e potrebbe anche indebolirsi ben prima del previsto. Proprio per questo bisogna alzare sia il livello della mobilitazione che quello della consapevolezza politica.

La lotta sarà dura, ma non impossibile. L’autoritario “Laboratorio Italia” deve fallire. La libertà, il diritto al lavoro, la democrazia deve trionfare. E’ stato questo il senso della grande manifestazione del 25 settembre. Andiamo avanti!

Leonardo Mazzei

(Fonte)

“Io sono contraria, voglio dire che sono contraria”

Il progetto di fare affari sulla salute

Brescia, Unibsdays, 23 maggio 2014, aula magna di Giurisprudenza, ore 18. Contemporaneamente, nell’aula 5 di Giurisprudenza, conferenza ““Dal bancone del laboratorio al letto del paziente oncologico”, lo slogan accattivante e demenziale della “medicina traslazionale” (I trucchi della medicina traslazionale), l’ideologia medica dello sloanismo, del getto continuo – come gli aggiornamenti Microsoft di Windows – di prodotti “innovativi” inefficaci e dannosi, funzionale all’impiego della medicina come comoda fonte di enormi profitti. Gratteri, dopo avere entusiasmato l’uditorio, me compreso, parlando di come combatte la mafia, è stato zitto e sorridente, facendo da testimonial, mentre Pecorelli esponeva il suo progetto “Health and wealth”. Il progetto di fare affari sulla salute; che non può funzionare senza frodi, senza impunità e aiuti istituzionali alle frodi, senza la soppressione delle voci di denuncia. Un progetto che la tradizione ipomafiosa delle nostre istituzioni e classi dirigenti propizia. Uno dei “laboratori” intermedi dai quali è uscita l’operazione covid; inclusa la strage di pazienti a Bergamo e Brescia (Lo knock-on dell’operazione covid in Lombardia orientale). Con la collaborazione della magistratura.

Quattro mesi dopo la conferenza Pecorelli era a Washington, da dove ha portato la consegna di fare dell’Italia la capofila mondiale dell’imposizione dei vaccini. Che è ciò che abbiamo vissuto in questi mesi e stiamo vivendo in questi giorni, e che Gratteri appoggia esprimendosi in tv per l’obbligatorietà. Nonostante che il suo ruolo di PM e la popolarità – che i media allineati alimentano – comportino il non pronunciarsi a favore di ciò che deroga dai principi costituzionali e che da molti viene contestato come un grave abuso.

Alla suggestio falsi si aggiunge la suppressio veri con l’eliminazione di chi si oppone. In particolare di chi si oppone alla medicina iatrogena, e si sarebbe quindi opposto, se non fosse stato fatto fuori, alla gestione “clinica” iatrogena che ha prodotto la strage knock-on in Lombardia orientale. Eliminazione attuata mediante i consumati sistemi obliqui dell’ipomafia, e con metodi nuovi d’importazione come il gaslighting. Tramite “fratelli” e clericali che nella Presila cosentina, a Lamezia, a Brescia, hanno pochi gradi di separazione dalla mafia di ndrina alla quale invece Gratteri è avverso.

Come minimo pratica forme di ragionamento circolare il magistrato – Gratteri non è il solo – che senza conoscere il merito ma dando per certi i benefici si dice a favore dell’obbligatorietà dell’introduzione nel corpo di tutti cittadini di sostanze ad attività farmacologica non ben nota e dotate comunque di una accertata capacità di ledere, anche gravemente (meglio, introduzione nelle cellule, i nuovi vaccini potendosi definire “intracellulari”). Sostanze per di più sbucate fuori in maniera anomala da una vicenda tumultuosa e opaca, che dovrebbe portare a interrogarsi sulla asserita necessarietà e centralità delle vaccinazioni e sull’asserito loro essere “l’unica via di salvezza”. Una obbligatorietà o un costringere che viola non solo il dettato Costituzionale sulla tutela della salute, ma la stessa ontologia implicita nella Costituzione, sostituita con un modello del mondo psicotico, dove il cittadino non ha salute ma deve riceverla dalla case farmaceutiche tramite lo Stato (L’esproprio della salute da parte della medicina dei banchieri). Dove si definisce il cittadino come un uomo inerme, privo di difese, che necessita dei farmaci come chi non abbia i reni della dialisi. In una finzione che criminalmente la malattia la crea (v. es. “Vaccinating people who have had Covid-19: why doesn’t natural immunity count in US?”, BMJ, 13/9/2021). Ragionamenti di infimo livello, discorsi da richiesta di pizzo, tanto più indegni per chi giudica per professione, che ottengono la circolarità col bulverismo (Il bulverismo giuridico e giudiziario su questioni mediche) e con la fallacia del saltare alla conclusione “selecting on the dependent variable”. Pratiche diffusissime, costanti, tra chi conduce e appoggia la campagna covid, e segno certo di cattivo giudizio, per inadeguatezza morale o intellettuale.

Da L’ipomafia, di Francesco Pansera.

Le élite ci governano con la paura: la sovranità va ridata al Popolo

L’ultima volta che mi sono interessato di politica è stato 5 anni fa (2016) durante il dibattito per la riforma della Costituzione, voluta fortemente da Matteo Renzi.
Fu un’esperienza positiva e, per molti versi, entusiasmante. La nostra Costituzione era sotto attacco da parte delle élite economiche internazionali. In particolare J.P. Morgan aveva espresso il suo dissenso nei confronti delle Costituzioni del sud Europa, definendole socialiste e cioè non neutrali ma politicamente orientate.
Il fronte del NO era compatto e attraversava i partiti favorevoli alla riforma da destra a sinistra. Gli Italiani si schierarono in maggioranza a difesa della Costituzione. Preso atto della irriformabilità della Costituzione, le élite sembrano aver trovato la soluzione nel metterla fuori gioco, nel bypassarla in nome dell’emergenza. Per superare questo ostacolo si è ricorsi, fin dall’inizio della pandemia Covid, a strumenti capaci di oltrepassare il problema: D.P.C.M. e Decreti legge.
È vero che tali decreti per diventare definitivi dovrebbero essere tradotti in legge dal Parlamento, ma il trucco è stato presto aggirato: un D.P.C.M. o un Decreto legge non convertito decadono, ma basta sostituirli con un nuovo decreto e, alla scadenza un altro, sino a fare apparire questo sistema legittimo, sino a far penetrare il popolo in una nuova normalità . Quest’uso disinvolto è stato definito da giudici come Angelo Giorgianni uno “stupro della Costituzione”.
Il movimento che si sta formando contro il Green Pass ha preso le mosse dai ricatti subiti dai cittadini sui luoghi di lavoro. Si tratta di violazioni gravissime dell’art. 3 della Costituzione che vieta ogni discriminazione.
Perché di fronte a questo provvedimento non c’è la stessa reazione attiva che c’è stata contro la riforma della Costituzione? Ho tentato di darmi una risposta ed essendo attivo nell’ambito della comunicazione questa risposta mi è stata data dai media, ma è una risposta estrema.
Come veterano della tv generalista non potevo non vedere come le reti RAI e commerciali ed i giornali fossero impegnati in un massiccio sforzo di propaganda. Si potrebbe rispondere che anche all’epoca di quel referendum la propaganda per il potere era preponderante, ma fu inutile. Qui però c’è qualcosa di diverso e questo qualcosa di diverso è la paura. Con la pandemia il dibattito si è spostato in campo sanitario. È bastato trasferire dalla politica alla sanità l’attenzione dell’elettorato, per ottenere quel consenso che sul piano politico non era possibile conseguire. Per l’essere umano, nella sua fragilità, la morte viene prima della Costituzione che perde importanza di fronte alla malattia. Si è trattato di un esperimento di ingegneria sociale basato su un movente fortissimo: la paura della morte.
Goebbels, teorico della propaganda nazista, interrogato sui metodi per conseguire il consenso popolare, è stato in merito chiarissimo: non si tratta di contenuti specifici, non si tratta di destra o di sinistra, in ogni caso il consenso si ottiene con la paura. Se un governo è in grado di promuovere la paura, il popolo obbedirà. Gli Italiani stanno obbedendo. Aderendo alle richieste del governo ci spogliamo volontariamente di qualsiasi difesa nei confronti di un potere sempre più pervasivo.
In realtà le élite transnazionali stanno decidendo per noi e lo fanno ormai a carte scoperte, come se ritenessero già conseguita la vittoria. Sta a noi decidere se le loro scelte sono anche le nostre.
I documenti sono visibili a tutti.

Carlo Freccero

Fonte

Chi cerca il Cielo è un po’ stufo

“Senza addentrarci oltre in queste e altre coincidenze teoretiche, poco appassionanti nel merito ma istruttive nel metodo, torniamo ai più tangibili fatti dell’epidemia globale da Covid-19 e delle sue politiche di contenimento, che per molti hanno rappresentato il punto sinora apicale dell’identità Chiesa-mondo. Nella storia della cristianità le sospensioni dei servizi religiosi cum populo sono state rarissime e circoscritte. Tra tante guerre ed epidemie, l’unico precedente certo in Italia è quello della peste del 1576-77 a Milano, che in pochi mesi fece 18.000 morti in una città di 130.000 (come se oggi morissero 8,2 milioni di italiani) e durante la quale il card. Borromeo organizzava processioni e imponeva ai prelati di portare i conforti della fede nelle case dei milanesi in quarantena. Si comprende lo sgomento di chi, come il non certo tradizionalista Andrea Riccardi, ha visto riproporre le stesse misure ma in scala più severa, nazionale e internazionale, per un’epidemia i cui tassi di mortalità si approssimano allo zero per la maggior parte della popolazione.
La prontezza con cui la Chiesa ha ritirato i suoi presidi è pari a quella con cui ha fatto suo il discorso pandemico iniziato dal mondo e lo ha trasmesso alle chiese lasciando che occupasse ogni spazio, fisico e spirituale. Nei templi impregnati di cloro, con l’acqua «ad effugandam omnem potestatem inimici» sostituita dagli impiastri alcoolici del supermercato e i pasdaran dell’igiene a castigare la prossimità del prossimo, queste orecchie hanno udito dal pulpito che «oggi Elia e Gesù ci direbbero di tirare le mascherine fin sul naso». Hanno ascoltato mese dopo mese invocare ascolto al Signore per medici, paramedici, infermieri, farmacisti, ricercatori, OSS ecc. ma anche per «la scienza» e «affinché ci siano vaccini per tutti». Questi occhi hanno visto i fedeli fregarsi le mani coi disinfettanti portati da casa pochi istanti prima di prendere il Corpo di NSGC dalle mani già disinfettate del prete, nemmeno fosse la crosta di un lebbroso. Più che i corpi, il virus infettava le omelie e non mancava mai di ispirare alla fantasia del predicatore metafore, appelli e nuove categorie dottrinali. Il lockdown diventava un periodo di riflessione e purificazione (?), la pandemia un’occasione «per interrogarsi sull’essere comunità», il distanziamento una «riscoperta del prossimo». La via medicale alla secolarizzazione procedeva per facili contaminazioni: tra quarantena e quaresima, sacrifici sanitari e ascesi, isolamento e preghiera, guarigione e conversione, isolamento e carità fraterna, salute del corpo e dell’anima.
L’apice dell’apice si è raggiunto con l’arrivo dei nuovi vaccini. Sullo stesso tema la Chiesa si era invero già espressa qualche anno prima rispondendo a un’altra chiamata del mondo. Allora, era il 2017, si trattava di estendere per decreto gli obblighi di profilassi per l’infanzia sulla spinta di una presunta epidemia di morbillo, il cui vaccino polivalente è stato sviluppato utilizzando anche tessuti di feti umani abortiti volontariamente. C’era però un problema: in un parere del 2005 la Pontificia accademia per la vita aveva censurato questi prodotti raccomandando di «usare i vaccini alternativi e di invocare l’obiezione di coscienza riguardo a quelli che hanno problemi morali». Soluzione: poco più di un mese dopo l’entrata in vigore del decreto italiano la stessa Accademia pubblicò un successivo parere che ribaltava il precedente, questa volta negando «che vi sia una cooperazione moralmente rilevante tra coloro che oggi utilizzano questi vaccini e la pratica dell’aborto volontario». Alle stesse conclusioni sarebbe poi giunta anche la Congregazione per la dottrina della fede con una tempestiva Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19 del 21 dicembre 2020.
Questi viraggi dottrinali pro re nata non erano che il preludio di una poderosa discesa in campo tra le fila del mondo per abbracciarne la nuova battaglia e ricondurre i recalcitranti al suo ovile, affidando agli altari la missione improbabile di spingere una campagna farmacologica. Qui possiamo solo offrire una scarna antologia degli eventi, partendo dall’alto. Nell’ultimo messaggio di Natale il Pontefice apriva le danze celebrando accanto alla «luce del Cristo che viene al mondo» anche «diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini». Due settimane dopo era già passato all’imperativo: «C’è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare, ma oggi si deve prendere il vaccino». A Pasqua esortava i capi di Stato «nello spirito di un internazionalismo dei vaccini» e il mese dopo ribadiva il concetto in un videomessaggio indirizzato al pubblico del concerto Global Citizen (sic) VAX Live, allestito coi quattrini del gotha capitalistisco planetario «per celebrare gli incontri e la libertà che il vaccino ci sta portando». Negli stessi giorni Anthony Fauci e i CEO di Pfizer e Moderna partecipavano a una conferenza sulla salute (ovviamente) globale organizzata dalla Santa Sede. In agosto lanciava un altro spot ai presuli sudamericani e al mondo: «Vaccinarsi è un atto d’amore».
Il coinvolgimento delle gerarchie ecclesiastiche non è stato né casuale né spontaneo. In marzo il nuovo dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale diffondeva un “Kit per rappresentanti della Chiesa” nelle cui pagine si trovano le risposte da dare ai fedeli dubbiosi, «risorse per omelie e conversazioni» e contenuti preconfezionati da diffondere sui social per trasformare ogni sacerdote in un apostolo della missione. I vescovi rispondevano con lo zelo di chi deve dare l’esempio. Quello di Pinerolo farà il testimonial in una campagna pubblicitaria della ASL per convincere gli indecisi, quello di Treviso promuove il siero nei TG, quello di Nuoro si fa i selfie con l’hashtag #iomivaccino, quelli campani promettono al presidente della loro regione «tutta la collaborazione possibile per velocizzare e rafforzare la campagna di immunizzazione attraverso la sensibilizzazione dei fedeli», quello di Macerata denuncia dal pulpito le fake news che si leggono in rete, quello di Rovigo aggiunge nuove definizioni al catechismo («chi si oppone al vaccino con motivazioni etiche e religiose, rifiuta la dottrina della Chiesa cattolica»), quello di Tempio Pausania esclude religiosi e laici non vaccinati dai servizi comunitari. In alcune diocesi le iniezioni si fanno direttamente nelle chiese consacrate, una scelta oggettivamente senza necessità e senza senso, se non appunto quello di rinsaldare il cerchio tra fiducia nel mondo e fede nell’oltremondo, di sacramentalizzare l’atto secolarizzando il tempio.
***
Qui possiamo e vogliamo tralasciare i giudizi sulla direzione di questi interventi. Non ci interessa quanto siano desiderabili la riduzione del biossido di carbonio, l’internazionalismo, le vaccinazioni contro la polmonite, le mascherine chirurgiche, le migrazioni dai Paesi poveri. Da abitatori del mondo, ragioniamo di queste e altre cose nel mondo. Da cristiani, cerchiamo nelle chiese l’Eterno. Non ci disturbano la militanza e l’applicazione dei messaggi eterni alla comprensione e alla correzione dei tempi, al contrario! Ci rattrista la loro assenza, il loro liquefarsi nella ripetizione dei dettati del secolo e dei pruriti dei suoi padroni. Non bisogna stupirsi se le chiese si svuotano. Perché andare a messa se gli stessi messaggi li si può leggere su un giornale a caso o ascoltare in un monologo a caso di un politico a caso? Chi cerca il mondo non sa che farsene di un’imitazione sghemba appesantita da riferimenti sacri tutt’al più retorici, ma fuori contesto. Chi invece cerca il Cielo è un po’ stufo di dover setacciare una particola di eternità rovistando tra educazione civica, veline editoriali, consigli per la profilassi, ciarle filosofiche, logorrea pastorale, fantasie ermeneutiche, patetismo mediatico e contaminazioni spacciate per «dialogo».”

Da La messa in latino, di Stefano Mantegazza.

L’ipomafia di Stato

“Col loro credere, per insufficienze intellettuali o morali, che sia “la scienza” ad animare le decisioni sul covid, i giuristi accettano e attuano il sovvertimento ontologico della Costituzione. Il sovvertimento della concezione della realtà materiale e sociale che la Costituzione riconosce come autentica.

Nella narrazione covid gli efficienti sistemi di difesa, come i meccanismi di immunità innata individuali e quello dell’immunità di gregge, vengono censurati come inesistenti; sostituendoli con i preparati dell’industria, “miracolosamente” tirati fuori dal cilindro, e invocati e imposti come “unica salvezza”. Si dipinge un uomo nudo, biologicamente privo di difese, analogo al nude mouse di laboratorio. In realtà lo si vuole nudo, cioè inerme, sul piano psicologico, sociale e politico.

Non furono credenze ingenue e superate quelle di coloro che scrivendo la Costituzione considerarono una realtà nella quale di norma si è in uno stato di salute, da tutelare, per evitare di cadere malati e se possibile per evitare di rimanere malati. E’ al contrario psicotica ed eversiva l’attuale concezione per la quale l’intera cittadinanza è in uno stato perenne tale da necessitare la medicalizzazione, così che ad ogni cittadino non è riconosciuto il suo stato di salute, ma è considerato e trattato come portatore di grave malattia in atto, o sull’orlo di essa (L’esproprio della salute da parte della medicina dei banchieri). Prima che la liceità di trattamenti obbligatori, la questione è la cancellazione del diritto alla tutela della salute manomettendone il presupposto di realtà; è la conseguente espropriazione, sulla base di quattro balle sgangherate, dello stato di salute di ciascun cittadino per rivenderglielo dietro denaro e sottomissione a restrizioni schiaviste. Espropriazione che, agendo tramite la leva della paura e della disinformazione, non potrebbe avere luogo se fossero presenti l’immunità intellettuale innata aspecifica, quella che dovrebbe essere rappresentata da intellettuali, e da magistrati, che senza conoscere la biologia e la medicina conoscano il mondo, siano dotati di colonna vertebrale, e non considerino la logica come facoltativa. E se fosse lasciata libera l’immunità intellettuale specifica, gli “anticorpi”, data da persone del settore oneste; come chi scrive, che deve passare la vita a registrare come viene sistematicamente ostracizzato, censurato, minacciato, impestato e imbrattato dall’ipomafia di Stato.”

Da Il sinallagma ipomafioso e la giustizia a cricchetto nell’operazione Shylock, di Francesco Pansera.

Alle armi, cittadini

Cosa sta veramente accadendo in Francia

L’amministrazione del Piccolo Re, quel modesto ragazzo messaggero dei Rothschild che si nasconde sotto la gonna della Mamma, è irremovibile nel marginalizzare tutti quelli che sono contrari alla neo orwelliana imposizione del passaporto “sanitario”, per qualsiasi ragione.

Ciò è stata una prima pagina di Le Monde questa fine settimana. Lo stesso titolo, di mattina presto, non conteneva la parola “marginalizzare” ma conteneva in effetti la parola “screditare” (“decrédibiliser”). Poi hanno ricevuto ordini superiori per sostituirla – come se la parola “marginalizzare” non sia già abbastanza brutta.
Per ordine di un altro modesto funzionario – Veran, il ministro francese della Sanità – ora ufficialmente “rifiutare la vaccinazione che protegge” NON è considerato un esercizio di libertà. Perciò l’attuale politica ufficiale governativa in Francia: prendere di mira (“cibler”) la gente che non è stata vaccinata o che è contro la vaccinazione. Non una parola sulla gente che non si può vaccinare per serie ragioni mediche.

Perciò a livello pratico, ora abbiamo una politica governativa per screditare, marginalizzare, e segregare i suoi stessi elettori. Nella migliore delle ipotesi è controproducente. Nella peggiore delle ipotesi è una minaccia altamente sediziosa per la pace e la quiete in qualsiasi Paese, SPECIALMENTE in Francia: “une véritable provocation”. Una enorme provocazione.
Ormai chiunque con un cervello funzionante sa pure che il Piccolo Re è un modesto agente provocatore per conto dei giacobini liberali e della classe politica dominante – e qui sono stato MOLTO diplomatico.

Quando è stato chiesto all’Assemblea Legislativa e al Senato di votare il pacchetto apartheid inserito nel passaporto vaccinale ( senza il quale non puoi entrare nei trasporti pubblici, centri commerciali, teatri, musei, ristoranti, fino alla nausea ), questi campioni hanno varato un’effettiva eccezione alla regola – indovina per chi – per LORO STESSI.

Così le classi politiche hanno salvato sé stesse dalle regole alle quali vogliono che le plebi aderiscano. Oh, eccetto per i bambini sotto i 12 anni, hanno detto al Senato. Oh, ad eccezione dei pazienti che stanno per andare negli ospedali, hanno detto all’Assemblea Legislativa. E Oh Oh Oh, e questo a seguire è cosììììììì scandaloso, c’è anche una FORTE eccezione alle regole per le “forze dell’ordine” e per la polizia stile NATO del Piccolo Re in tutto il Paese.

Non hai bisogno di un dottorato di ricerca in storia per capire quello che verrà dopo. E ciò è arrivato LO STESSO GIORNO in cui stavano implementando le nuove leggi per tutta la nazione, persino PRIMA che il voto all’Assemblea Legislativa e al Senato fosse concluso.
Mi sono preso la briga di passare in rassegna la sezione dei “commenti liberi” di Le Figaro – il quotidiano della Grande Borghesia – ed è stato piacevole trovare parecchi cittadini molto intelligenti che casualmente facevano delle osservazioni del tipo, uhm, uh, uh, può darsi che questo genere di comportamento da parte della classe politica potrebbe, uhm uh, forse, condurre a cioè, uhm uh, alla GUERRA CIVILE.
Che orrore! Una volta che questi commenti sono cominciati ad apparire nel forum sono stati fatti sparire rapidamente, una cosa da non sentire e vedere di nuovo perché come sai, uhm, uh, Le Figaro è un quotidiano molto onesto.

Precedemente avevo segnalato su Telegram che il Ministro degli Interni ha i numeri REALI delle proteste attraverso la Francia questo sabato [24 luglio – n.d.c.]: più di DUE MILIONI E MEZZO DI PERSONE. La banda del Piccolo Re è nel panico totale. Alcuni dei media mainstream francesi ad alto tasso di concentrazione mediatica – come Le Figaro e Le Monde – in effetti ne ha fatto un dramma, proclamando che questo nuovo movimento di cittadini che manifestano potrebbe essere considerato come…. I GILET GIALLI SOTTO STEREOIDI
Per una volta, l’hanno azzeccata. I Gilet Gialli sono ora affiancati dagli irriducibili gruppi anti vaccinazione; sindacati (che hanno perso tesserati a causa della vaccinazione obbligatoria); e un amalgama di forze sia di sinistra che di destra, con gli anarchici mobilitati fianco a fianco con i libertari. Il nemico è la classe giacobina liberale borghese, e il complesso costituito dalle grandi banche, giganti della tecnologia e multinazionali farmaceutiche che hanno comprato la classe medica dirigente.

Questo è solo l’inizio. Il Piccolo Re – come pure Super Mario Draghi di ‘Goldman Sachs’ in Italia – stanno soltanto rinforzando l’agenda dei loro datori di lavoro. E se la nazione precedentemente conosciuta come la nave madre della libertà, uguaglianza e fraternità è ora trasformata in un ignobile regime medico di apartheid – al completo con reali politiche di segregazione? Non gliene importa niente. Comportati bene – o SARAI cancellato.

Ci vediamo nelle barricate.

Pepe Escobar

Fonte

Cuba in 30 secondi

Fumatevi un Cohiba mentre prendete in considerazione il cuore del problema.

La ragione principale che porta al patetico tentativo di rivoluzione colorata a Cuba – con il pieno sostegno del Dipartimento di Stato dello Stupidistan – è stato il BLOQUEO, cioè l’embargo americano, recentemente condannato da virtualmente ogni nazione dell’Assemblea Generale dell’ONU. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha rimarcato il fatto che il BLOQUEO è costato non meno di 9 miliardi di dollari all’economia cubana dal 2019 (il 10% del PIL) e non meno di 17 miliardi di dollari durante gli ultimi cinque anni. E pur tuttavia un’isola orgogliosa con un PIL di soltanto 90 miliardi di dollari fa tremare di paura il codardo Impero del Caos. Lo scandalo del BLOQUEO include tali semplici malvagità come ad esempio proibire a Western Union di gestire le rimesse straniere verso Cuba. E poi ci sono quelle miriadi di sanzioni imperiali applicate contro il Venezuela, storico alleato cubano.

Il governo cubano di Diaz Canel ha tentato ogni cosa. L’anno scorso hanno cambiato la politica monetaria con doppia circolazione e quest’anno hanno proibito l’uso del dollaro statunitense per le transazioni locali. I salari sono aumentati del 500% a gennaio. Ma quando abbiamo avuto quegli eccessi di pesos in combinazione con produzione calante e deficit fiscale si è generato un disastro sconosciuto a Cuba: l’inflazione. L’Avana stava mettendo in conto delle cose che non sono mai accadute: una distensione con gli USA (i supervisori di Crash Test Dummy [perifrasi scherzosa riferita al Presidente Joe Biden – n.d.c.] non lo hanno permesso); una ripresa del turismo internazionale (non possibile con l’isteria da Covid ancora scatenata); e un rialzo del prezzo delle merci (al contrario: lo zucchero, la principale fonte di export di Cuba, è collassato al più basso livello dei più bassi livelli raggiunti nei primi anni duemila). Nel frattempo, le rimesse nel 2020 sono scese del 37% rispetto al 2019.

La Russia e la Cina possono essere d’aiuto? Non molto – perché hanno esportazioni più che a sufficienza da Cuba sotto forma di servizi (nei campi della medicina ed istruzione). È tutta un’altra storia rispetto al secolo scorso, quando il 72% del commercio dipendeva dall’Unione Sovietica. Poi venne il PERIODO ESPECIAL, in cui il genio di Fidel riuscì a tenere aperta la partita. Attualmente il Venezuela – l’alleato strategico – conta solo per il 17% del commercio cubano, seguito da Cina, Spagna, Messico e Canada. Tuttavia ciò non è sufficiente per pagare i conti.

Ma voglio che sia chiaro quando finirete di fumare il vostro Cohiba: la crisi cubana si basa tutta sul BLOQUEO dello Stupidistan.

Pepe Escobar

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Cittadini di seconda classe

Come avviene ogni volta che si istaura un regime dispotico di emergenza e le garanzie costituzionali vengono sospese, il risultato è, come è avvenuto per gli Ebrei sotto il fascismo, la discriminazione di una categoria di uomini, che diventano automaticamente cittadini di seconda classe. A questo mira la creazione del cosiddetto green pass. Che si tratti di una discriminazione secondo le convinzioni personali e non di una certezza scientifica oggettiva è provato dal fatto che in ambito scientifico il dibattito è tuttora in corso sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, che, secondo il parere di medici e scienziati che non c’è ragione di ignorare, sono stati prodotti in fretta e senza un’adeguata sperimentazione.
Malgrado questo, coloro che si attengono alla propria libera e fondata convinzione e rifiutano di vaccinarsi verranno esclusi dalla vita sociale. Che il vaccino si trasformi così in una sorta di simbolo politico-religioso volto a creare una discriminazione fra i cittadini è evidente nella dichiarazione irresponsabile di un uomo politico, che, riferendosi a coloro che non si vaccinano, ha detto, senza accorgersi di usare un gergo fascista: “Li purgheremo con il green pass”. La “tessera verde” costituisce coloro che ne sono privi in portatori di una stella gialla virtuale.
Si tratta di un fatto la cui gravità politica non potrebbe essere sopravvalutata. Che cosa diventa un Paese al cui interno viene creata una classe discriminata? Come si può accettare di convivere con dei cittadini di seconda classe? Il bisogno di discriminare è antico quanto la società e certamente forme di discriminazione erano presenti anche nelle nostre società cosiddette democratiche; ma che queste discriminazione fattuali siano sanzionate dalla legge è una barbarie che non possiamo accettare.

Giorgio Agamben

Fonte

Lascienzah

In questa ennesima emergenza, che ha sempre più le sembianze della hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere” in cui la scissione dalla realtà si mostra davvero delirante, ci viene chiesto di avere fiducia nella scienza e di difenderla. Tuttavia, chiedere di riporre fiducia nella scienza prescindendo del tutto dal contesto storico-sociale nella quale essa è prodotta, significa non cogliere l’estrema complessità del problema. Si è già approfondito l’argomento in apposita sede e non si vuole certo riproporne in questa l’intero ragionamento che lo supporta, bensì ribadire soltanto che la SCIENZA È UNA CATEGORIA STORICA e che, come tale, sconta tutto il condizionamento dei rapporti di produzione e di forza storicamente costituiti, nonché gli scopi delle forze sociali egemoni di volta in volta considerate. Perciò, in un contesto socio-economico globalizzato e capitalistico-finanziarizzato che “si esprime … nella subordinazione di ogni aspetto della vita sociale a vantaggio del profitto” [sono parole di A. BARBERA, Commento all’art. 2, in Commentario della Costituzione, a cura di G. Branca, Principi fondamentali (art. 1‐ 12), Bologna, 1975, 112] chiedere di difendere questa scienza, più che un atto di fiducia, equivale a pretendere l’adorazione di un feticcio. 

Francesco Maimone

Fonte

Il virus è politico

Introdotto l’apartheid nel Paese dei diritti dell’Uomo. L’Italia seguirà. Ricordiamo che i regolamenti dell’Unione Europea vietano discriminazioni dirette o indirette per chi non desidera farsi benedire. Tuttavia, ciò sembrerebbe non interessare a Macron, Draghi, Figliuolo e CTS. Mi auguro che ci siano fior di avvocati che inondino di ricorsi e denunce le procure di tutti i Paesi coinvolti in queste politiche discriminatorie. L’azione legale è importantissima. P.S.: l’apartheid viene introdotto da quelle stesse classi dominanti che per 30 anni ci hanno spaccato i coglioni con la litania “mai più discriminazioni”. Curioso assai ma bbono a sapesse…

Paolo Borgognone

Diffondere i “diritti umani” sulla punta della baionetta: l’agenda LGBT è diventata una strumento della politica estera occidentale nel mondo

Di Glenn Diesen, docente presso l’Università della Norvegia sud-orientale e redattore della rivista Russia in Global Affairs.

Quando si tratta di questioni di “diritti umani” e libertà individuali, ogni Paese del mondo prende una posizione diversa. Cultura, religione e nazionalità giocano tutti i loro ruoli, ma ora è chiaro che l’Occidente vuole cambiare questo.

Martedì [30 giugno u.s. – n.d.c.], il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha twittato un’immagine della bandiera dell’orgoglio arcobaleno issata fuori dal Dipartimento di Stato a Washington, scrivendo che la commemorazione di due importanti eventi LGBT “ci ricorda quanto lontano siamo arrivati – e quanto ancora abbiamo bisogno da raggiungere, a casa e in tutto il mondo.” La parola chiave qui è “in tutto il mondo”.

Mentre l’Occidente eleva le questioni LGBT a misura più alta della moralità, riorganizzando di conseguenza la sua cultura, si pone la domanda: come si manifesterà questo nella politica estera? I valori sono schierati come uno strumento efficace nella politica del potere occidentale, con la democrazia liberale additata come una norma egemonica che consente a Paesi come gli Stati Uniti di guidare il mondo e di esentarsi dal diritto internazionale.

Anche la CIA ora si sta ribattezzando come un’organizzazione guidata dalla difesa dei diritti LGBT, il che è una chiara indicazione che la celebrazione dei “nostri” valori retti sarà presto espressa come derisione e attacco all'”altro”.

Qual è la differenza tra una politica estera “basata sui valori” e una missione civilizzatrice volta a minare la sovranità e le culture di altri Stati? Nell’era post Guerra Fredda, l’Occidente legittima esplicitamente l’egemonia, le gerarchie e la disuguaglianza di sovranità nella difesa dei valori universali liberali democratici. Il mondo si sta dirigendo verso una forma sveglia di imperialismo?

Risvegliare i valori come norma egemonica?

Le ideologie tendono a fare appello a grandi ideali come la libertà e la ragione, ma allo stesso tempo possono dividere il mondo in buoni e cattivi, lasciando poco spazio alla libertà o alla ragione.

Manca un dibattito aperto e democratico sulla misura in cui i valori liberali moderni sono universali. È, ad esempio, ragionevole chiedersi se la chirurgia di riassegnazione di genere o il trattamento ormonale per i bambini sia un valore universalmente riconosciuto che abbraccia tutte le culture e come i diversi Stati bilanciano il consenso e il coinvolgimento dei genitori.

Sembra anche ragionevole discutere se le persone nate maschi dovrebbero essere autorizzate a competere negli sport come donne e l’impatto che ciò avrebbe sugli sport femminili. L’ideologia ha ridotto queste discussioni all’amore contro l’odio, il che suggerisce che il dissenso è inammissibile. Qui sta il potere dell’ideologia che è troppo seducente per tenersi fuori dalla politica estera.

L’Ungheria ha recentemente approvato una legge che vieta la promozione degli stili di vita LGBT ai bambini. Il suo primo ministro, Viktor Orban, sostiene di essere stato in precedenza un forte promotore dei diritti dei gay e questa legge ha lo scopo di proteggere bambini e genitori da materiale sessuale. Poiché l’UE ritiene che si tratti di una questione di valori universali, ogni discussione sfumata è stata saltata e si è invece passati direttamente a parlare di punizione.

Mark Rutte, il primo ministro dei Paesi Bassi, ha dichiarato: “Il mio obiettivo è mettere in ginocchio l’Ungheria su questo tema” e ha chiesto l’espulsione dell’Ungheria dall’UE. Il presidente francese ha sostenuto che Bruxelles non dovrebbe mostrare “nessuna debolezza” nell’affrontare l’Ungheria. Nessun senso di ironia era evidente quando l’UE ha condannato l’Ungheria per “autoritarismo”. Il mantra ideologico di “diversità e inclusione” ironicamente non accetta diversità di valori per culture millenarie e non include Stati con valori compatibili.

Russia contro Occidente

Nel corso della storia, l’Occidente ha cercato di dimostrare la propria superiorità di civiltà paragonandosi alla presunta barbarie russa. Per secoli, l’etnicità è stata al centro mentre l'”Europa” civilizzata era in contrasto con la Russia “asiatica”. Il presunto opposto della libertà e della civiltà occidentale era questa schiavitù e barbarie orientali, che gradualmente divennero una parte fondamentale dell’ideologia liberale.

Attraverso questo prisma, alla Russia è stato permesso di svolgere due ruoli: o un umile apprendista della civiltà occidentale, o una forza contro la civiltà che deve essere contenuta o sconfitta.

All’inizio del XVIII secolo, Pietro il Grande stabilì la Russia come una grande potenza e avviò una rivoluzione culturale per europeizzare il suo Paese. Gli europei occidentali hanno applaudito Pietro per aver adottato il ruolo di “studente” che avrebbe civilizzato la Russia, secondo gli standard europei.

All’inizio degli anni ’90, la Russia mirava ancora una volta a “tornare” in Europa adottando il capitalismo e una forma di democrazia. L’Occidente ha nuovamente applaudito all’accettazione da parte di Mosca della relazione insegnante-studente, sebbene abbia rifiutato l’inclusione della Russia nell’architettura di sicurezza europea in qualsiasi misura tale da comportare l’uguaglianza di sovranità.

Il rifiuto del ruolo di secondo violino della civiltà per l’Occidente, e l’implicita disuguaglianza di sovranità che ne deriverebbe, ha comportato ancora una volta un ritorno al contenimento e al confronto. Mosca rimane quindi scettica su qualsiasi politica estera inquadrata come una missione civilizzatrice.

L’autoritarismo liberale

Da allora, l’impegno dell’Occidente per un sistema internazionale “basato sui valori” ha significato riorganizzare e propagandare artificialmente tutta la politica come competizione tra democrazia liberale e autoritarismo. Il diritto internazionale, con uguale rispetto per gli Stati, viene smantellato e sostituito con il cosiddetto ‘sistema internazionale basato su regole’. Questo è dipinto come un’estensione del diritto internazionale, ma in realtà ne è l’antitesi. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha recentemente commentato: “La bellezza di queste ‘regole’ occidentali sta proprio nel fatto che mancano di un contenuto specifico”.

Gli standard strategicamente ambigui sono progettati per consentire ai Paesi della NATO di decidere quando le regole sono state infrante e quindi punire unilateralmente coloro che sono contrari ai loro valori.

Il sistema internazionale basato su regole è utilizzato dall’Occidente per sorvegliare il resto del mondo, motivo per cui non si applica all’arresto del fondatore di WikiLeaks Julian Assange o alle accuse di tradimento mosse contro il leader dell’opposizione ucraina Viktor Medvedchuk. Esenta anche Guantanamo Bay, la saga di Stuxnet, la sorveglianza di massa della NSA, la censura digitale, lo smembramento della Serbia o le centinaia di migliaia di persone che sono morte nelle “guerre umanitarie” illegali degli Stati occidentali. La responsabilità dei Paesi della NATO di sostenere il sistema basato su regole viene invece utilizzata come motivo per esentarsi da queste regole.

Sotto il velo della responsabilità di sostenere disinteressatamente i valori, i membri del blocco possono discutere in modo così casuale dei modi per rovesciare i governi stranieri con sanzioni economiche o potere militare.

Verso il risveglio dell’imperialismo?

L’imperialismo umanitario si evolverà nella nuova forma di imperialismo? Non sembra inverosimile che i valori risvegliati saranno assorbiti nell’attuale missione di civilizzazione liberaldemocratica di rifare il mondo a immagine dell’Occidente. L’obiettivo “mettere in ginocchio l’Ungheria” può trasformarsi in sovversione, operazioni di cambio di regime o guerre LGBT?

Nell’attuale era di autoritarismo liberale, gli Stati Uniti stanno collaborando con l’Arabia Saudita per combattere per i diritti umani siriani occupando il territorio del Paese, collaborando con gruppi jihadisti, rubando il petrolio di cui Damasco ha bisogno per finanziare la ricostruzione e rubando il grano necessario per la sopravvivenza dei civili.

I diritti delle minoranze sessuali sono un argomento importante per qualsiasi società, ma c’è ovviamente un grave problema di cinismo quando la bandiera arcobaleno viene issata sulle basi militari statunitensi.

[Fonte – alcune lievi modifiche alla traduzione dell’originale in lingua inglese sono del curatore del blog]

Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce

“Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che «le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l’epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell’esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell’ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c’è stata l’epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l’indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell’intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell’infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l’anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c’entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l’esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell’aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all’uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un’altra, e ben più colossale: “Che i germi dell’influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un’accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L’epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All’origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c’erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c’era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all’annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell’odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell’articolo sul Washington Times era stata un’autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile USA, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell’influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I Tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c’è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l’America”». 

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.”

Da Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus, di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

Fauci chiede scusa ai pipistrelli

Sempre più di questi tempi viene voglia di darsi dei pizzicotti per essere certi di non stare sognando, che per quanto la realtà sembri stravagante, grottesca e onirica è pur sempre realtà. Dopo un anno e mezzo di prediche sul fatto che il virus era completamente naturale, dopo che i debunker come feroci barboncini hanno azzannato a più non posso chi osava proporre una simile ipotesi, peraltro più che plausibile visto che al mercato di Wuhan non vedono pipistrelli dal 3000 avanti Cristo, dopo che i social in nome delle “regole della comunità” hanno decimato quelli che osavano proporre questa ipotesi , il clero pandemico comincia a cambiare versione e lo fa anche il primate  del Covid, ossia Anthony Fauci che appare sempre più confuso e via via travolto dalla sua stessa arroganza. Ora alla faccia di fedeli intenti a recitare un credo sempre più incredibile, di sacerdoti dell’informazione che ripetono instancabilmente le parole del messale messo loro in mano dal potere,  dice che è possibile che il virus sia artificiale.

Maggio è stato un mese tremendo per Fauci: all’inizio è stato costretto ad ammettere , durante un’udienza al Senato USA, che il suo National Institutes of Health (NIH) ha  finanziato collaborazioni “rischiose” e “inappropriate°” presso l’Istituto di virologia di Wuhan, una cosa che aveva sempre tenuto nascosta proprio per paura che si stabilisse un collegamento tra la comparsa dei virus e le ricerche che finanziava, poi pochi giorni fa ha cambiato completamente versione: quando Katie Sanders di Politifact gli ha chiesto se era ancora convinto che Sars Cov 2 avesse un’origine naturale ha risposto: “No davvero, non sono convinto di questo, penso che dovremmo continuare a indagare su quello che succedeva a Wuhan per scoprire cosa è successo. Sono assolutamente a favore di qualsiasi indagine che esamini l’origine del virus“.

Il fatto è che chi lavorava a Wuhan sui coronavirus dei pipistrelli era proprio lui e il suo NIH con una serie di progetti alcuni dei quali senza l’approvazione di un ente di controllo del governo. Infatti nel 2014, l’amministrazione Obama aveva sospeso temporaneamente i finanziamenti federali per la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli, ma quattro mesi prima di tale decisione, il NIH di Fauci aveva trasferito questa ricerca (chiamata Understanding The Risk Of Bat Coronavirus Emergence) al laboratorio di Wuhan tramite una sovvenzione di 3,7 milioni di dollari del  gruppo no profit EcoHealth Alliance, guidato da Peter Daszak. Per inciso costui è stato quello che ha preparato e redatto una lettera di un gruppo di virologi comparsa su Lancet il 19 febbraio del 2020, nella quale si negava un’origine artificiale del virus  che ha poi dato il là a tutta la successiva narrazione ufficiale. Insomma non ci vuole a capire perché Fauci e tutto il concistoro pandemico negassero la possibilità di una creazione artificiale del coronavirus: perché questa ipotesi metteva immediatamente sul banco degli imputati proprio coloro che gridavano all’apocalisse e il gran sacerdote delle mascherine e dei confinamenti.

Ricordo a chi se lo sia dimenticato che alcuni ignobili operatori della cosiddetta informazione avevano attaccato il premio Nobel Luc Montagnier proprio per aver fatto l’ipotesi di una origine artificiale del virus. Che naturalmente era contro la Scienza e le Sacre Scritture oltre che contro le omelie di Fauci. Mi chiedo se si possa essere più imbecilli di così e se costoro non debbano chiedere scusa ai pipistrelli.

Fonte

L’impero del male al traguardo finale

“Il Forum Economico Mondiale in Event201 auspicava con grande fervore che nella futura pandemia (allora, ottobre 2019, era futura) tutti i media fossero “inondati” dai pareri e dalle concioni degli “esperti del settore privato”. Cioè dai loro dipendenti e/o dirigenti, che a noi vengono presentati solo come virologi, medici, primari di ospedali e simili. Le merci sanitarie oggi hanno un valore e determinano un potere paragonabile a quello del petrolio negli anni cinquanta. Così come il capitalismo del petrolio forgiò una società a sua misura, in cui il consumo di tale prodotto diventò indispensabile in quantità stratosferiche già soltanto per far funzionare i meccanismi della produzione e della vita quotidiana, così il capitalismo sanitario ha forgiato una società della malattia cronica e generalizzata, della medicalizzazione di ogni aspetto della vita umana. E ambedue, attraverso la realizzazione dei loro progetti e profitti, hanno distrutto terre e mari e atmosfera, la società e la salute umana, e persino la nostra cultura e il nostro spirito. Ridotti in molti casi e in questi ultimi tempi, alla stregua dei virus e dei batteri con cui ci terrorizzano, a considerare la mera sopravvivenza fisica come unico scopo e bene supremo della nostra esistenza.

(…) Il capitalismo globale ha tessuto una rete di istituzioni, organizzazioni, associazioni sovranazionali, con l’obiettivo di far passare le sue politiche esautorando governi nazionali, istituzioni locali e, conseguentemente, popoli. Una rete che costituisce un accentramento di poteri di tipo imperiale ma, per la prima volta nella storia dell’umanità, di un impero mondiale. Questo impero è arrivato al punto che, per sopravvivere, deve ingannare e danneggiare tutti i popoli e tutte le classi sociali. Per questo motivo possiamo pensare che sia arrivato al traguardo finale. E lo dimostra il fatto che la salute umana sia diventata, in questa logica, un inconveniente; che la malattia sia diventata il presupposto per i profitti delle finanziarie globali; che per le multinazionali dei farmaci i vaccini o definiti tali siano stati eletti a prodotti di largo, infinito consumo, a costo di doverli imporre per legge.”

Da Il capitalismo sanitario e la miniera d’oro dei vaccini, di Sonia Savioli.

L’abbraccio mortale di scienze e politica

“Non smette mai di sorprendere il modo in cui le scienze naturali, dacché le si è imbracciate per imporre i provvedimenti più radicali mai osati in tempo di pace, stanno fornendo non solo il combustibile del rogo su cui bruciano intere pagine della nostra carta costituzionale, ma anche i loro stessi statuti, le basi cognitive che le rende praticabili. È, quello tra scienze e politica, l’abbraccio reciprocamente mortale di due naufraghi che si avvinghiano, si intralciano e si trascinano insieme negli abissi, come dimostra l’ultimo anno trascorso nel segno della «crisi pandemica».

Consideriamo le chiusure, i coprifuoco e le restrizioni. Ne è valsa la pena? Ci stanno proteggendo dai danni della nuova malattia? Non potendosi fare una contro-osservazione in laboratorio sarebbe impossibile dare una risposta apodittica, ma è onesto riconoscere che le prove analogiche accumulatesi dall’esordio dell’emergenza sono molto lontane dal promuoverli in modo statisticamente solido. Sui mezzi di informazione si è parlato del paradosso svedese, di praticare un lockdown leggero senza perciò patire conseguenze peggiori di altri Paesi che hanno chiuso con più rigore. Ma senza piluccare nei casi particolari, la generale assenza di correlazioni significative tra intensità delle restrizioni e impatto clinico della malattia non è un segreto: ribadita fin dall’inizio da numerosi studi (qui l’ultimo in ordine di tempo), è approdata anche in televisione. È toccato pochi giorni fa al giornalista Federico Rampini rivelare in prima serata che «quei Paesi che sono praticamente usciti indenni, con dei numeri della mortalità microscopici, non hanno usato lockdown a tappeto». Lo stesso dato è accessibile a chiunque incollasse su un foglio elettronico i numeri sulla pandemia nel mondo diffusi quotidianamente dall’Università di Oxford. L’ho fatto anch’io nel mio piccolo e ho scoperto che la correlazione tra la severità media dei lockdown e i decessi totali attribuiti al SARS-Cov-2 per milione di abitanti è addirittura positiva (cioè all’aumentare dell’una aumentano i secondi), anche se in modo scarsamente significativo (R2 = 3%).

Pur con ogni eccezione e cautela, come si può continuare a subordinare con certezza redditi, sussistenza e benessere a nessi di questa qualità? Quale consolatio scientiae si può rivolgere ai ristoratori senza clienti, agli albergatori senza lavoro e agli adolescenti reclusi, a quali dure leggi naturali dovrebbero rassegnarsi i nostri lavoratori della neve costretti alla disoccupazione mentre, pochi chilometri più a nord, i loro colleghi svizzeri facevano correre gli skilift pur contando quest’anno meno della metà dei nostri decessi attribuiti SARS-Cov-2 (377 vs 804 su milione di abitanti)? Che cosa sono allora questi sacrifici se non scongiuri o fioretti pasquali, digiuni propiziatori fatti con la pancia degli altri? È questa la società che ascolta solo il nudo verbo della scienza?

Ora però qualcuno alza voce e dice: basta con le chiusure, avanti con le vaccinazioni, perché non c’è altro modo di «venirne fuori». Ma la musica non cambia. Come già i chiusuristi, anche i vaccinisti comprimono la complessità e le incognite del nuovo scenario in una manciata di slogan che tutti devono ripetere. Bisogna perciò parlar piano quando si ricorda che i nuovi farmaci sono soggetti a un’autorizzazione condizionata (conditional marketing authorisation) che ne consente l’uso pur mancando al regolatore tutti i dati necessari alla loro piena valutazione. E che nelle more di questi studi si è sinora stabilito che possono sì scongiurare gli esiti gravi della malattia, ma «gli studi per stabilire se le persone vaccinate, infettate in modo asintomatico, possano contagiare altre persone sono in corso», sicché «le persone vaccinate e quelle che sono in contatto con loro devono continuare ad adottare le misure di protezione anti COVID-19» (dalle FAQ Aifa). Nel frattempo si indaga anche sulla durata dell’immunizzazione, sull’efficacia protettiva verso le mutazioni del patogeno, sull’eventuale ruolo della profilassi nello sviluppo di nuove varianti per pressione selettiva, sul perché «aumentano i casi di operatori sanitari vaccinati che si ricontagiano», anche in modo sintomatico, sulla frequenza e le caratteristiche degli effetti collaterali non rilevati dai primi studi, sull’opportunità di ripetere le somministrazioni e altro.

Globalmente, i dati sugli effetti della campagna di immunizzazione in corso non possono dirsi conclusivi. Se è vero che in Inghilterra e Israele, dove più della metà della popolazione ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, i decessi giornalieri sono crollati dalla fine di gennaio ad oggi, dinamiche simili si osservano però anche in Albania con lo 0,2% di vaccinati, o in Sud Africa con lo 0,6%. Altri Paesi come Giappone (2,2%), Thailandia (1,6%) e Taiwan (0,14%) hanno registrato fin dall’inizio dell’anno tassi di mortalità da SARS-Cov-2 uguali o inferiori a quelli raggiunti da inglesi e israeliani, pur con coperture vaccinali prossime allo zero. All’opposto, alcune delle nazioni più vaccinate hanno invece visto crescere in modo preoccupante i decessi, come ad esempio il Cile (43%), l’Uruguay (35%) e l’Ungheria (43%), che è anche il Paese oggi più colpito dalle morti associate alla malattia. Estendendo l’analisi, non si riscontra fino a questo momento una correlazione significativa tra i tassi di vaccinazione e i decessi attribuiti a livello globale.”

Superior stabat lupus, de Il Pedante continua qui.

Il complottista

“Appiccicare l’etichetta di complottista a qualcuno serve, più che altro, a evitare un confronto: “sei solo un complottista” diventa una frase magica che annulla la possibilità di interlocuzione del destinatario.”

“La scienza o è complottista o è qualcosa di diverso dalla scienza.”

“Spesso glossato come “paranoico”, il complottista ha in realtà in sé la vocazione anti-seriale a voler vagliare le informazioni, e questo si mostra tanto più vero in questi mesi nei quali la pandemia è, a ben guardare, soprattutto una pandeMedia: lo è in quanto una crisi, per sua natura complessa, può diventare un’isteria collettiva attraverso una semplificazione narrativa sistemica. Il complottista diffida proprio di questo: egli diffida della narrativa sistemica.”

“Il complottista sceglie di continuo di non sentirsi suddito di un’ideologia autoritaria dominante e di farsi portavoce di un colpevole dissenso. Il complottista, insomma, è il più feroce nemico del negazionismo autoritario.”

Brani liberamente tratti da…

La cura batte la paura

Uccisi da malattie non trasmissibili. È il paradosso di questa pandemia

La storia del primo anno d’età del Covid19 in Italia è una dimostrazione dei guai che affliggono l’uomo moderno, spesso fino a farlo morire, e non solo di coronavirus. Il fenomeno principale è stato, anche quest’anno come negli ultimi trenta, il fatto che i grandi killer dei nostri tempi non sono più le infezioni, con i loro virus e batteri, ma le Malattie Non Comunicabili (NCD, Non-Communicable Disease) che indebolendo l’organismo consentono la diffusione di batteri e virus. Sono queste malattie la prima causa del 70% delle morti, e non vengono trasmesse attraverso infezioni ma siamo noi a svilupparle nel nostro corpo, indebolendo così la forza del nostro sistema immunitario. Ciò avviene con l’attenta e interessata assistenza del sistema dei consumi, che influenzando gli orientamenti culturali, politici e economici determina gran parte della nostra vita, dai comportamenti alimentari all’uso di sostanze e droghe, alla sedentarietà, alle convinzioni morali, sessualità e tutto il resto. Sono state infatti le malattie indotte da questi comportamenti distruttivi che hanno indebolito e intossicato gravemente nel corso dei decenni anche l’organismo della gran parte dei morti “di Covid”. I quali, prima di venire a contatto con il virus, erano nella stragrande maggioranza dei casi ammalati dell’una o l’altra delle micidiali NCD: il diabete, i disturbi cardiovascolari, le malattie polmonari croniche (asma compresa), i tumori, le malattie degenerative. Sono loro, le NCD, a produrre, ogni anno, la grande maggioranza dei decessi per malattia in tutto il mondo sviluppato. Come sono state loro ad aver minato l’organismo delle vittime del Covid, generalmente anziane (ma a volte anche giovani). Lo fanno lentamente, attraverso le semplici scelte della vita quotidiana: quanto mangiamo, quanto stiamo fermi invece di muoverci, quante fatiche fisiche ci evitiamo, quante porcherie inaliamo nei polmoni, e così via. (L’ho raccontato in: Sazi da morire; San Paolo, 2016).

Da allora la situazione non ha fatto che peggiorare, e il Covid19 è, per ora, l’ultima di queste stragi seriali, già segnalate da anni, con ampie documentazioni, dal Council on Foreign Relations americano. Il Coronavirus sars-covid-19 è stato l’ultimo attore in scena, ma il fenomeno clinico cui è dovuto il disastro è molto più antico, ha già fatto enormi danni, ed è destinato a durare. Si tratta dell’estrema debolezza delle difese immunitarie dell’uomo contemporaneo e dei comportamenti che la provocano. Un fenomeno visibile almeno già dalla fine degli anni ’80, e annunciato dall’epidemia dell’AIDS fra le minoranze sessuali e dei tossicodipendenti per via iniettiva. Col Covid19 ci si sarebbe dunque potuto aspettare che nella prevenzione e gestione dell’epidemia venisse affrontata la causa, i comportamenti all’origine della debolezza del corpo di fronte al virus: la sedentarietà, l’eccesso di zuccheri, la povertà dell’alimentazione industriale, le intossicazioni da sostanze, i comportamenti a rischio. (Anche questo sarebbe: Transizione ecologica). Ma di tutto ciò le Autorità sanitarie, dal ministro della Salute in giù, non hanno fatto parola, pretendendo di curare il fenomeno senza occuparsi della sua causa. Non l’hanno fatto perché sono essi stessi aspetti del problema, con la loro cultura burocratica e opportunistica, i loro ridicoli consulenti, la loro lontananza stellare dal mondo della cura individuale e dalla conoscenza di cosa provochi la salute e la malattia nella persona umana. Il tutto goffamente compensato dalla retorica guerresca e dal parlar di battaglie quando poi l’unica proposta, ripetuta fino alla nausea, è il confinamento, il lockdown, la ritirata incondizionata.

Per fortuna c’erano, e ci sono ancora in giro per l’Italia, sempre più riconosciuti da pazienti grati, anche migliaia di medici (molti dei quali anche intervenuti più volte su questo giornale), che non si formano solo sui bollettini o viaggi premio dei Big Pharma, ma leggono, studiano, verificano, si confrontano tra loro. Questi medici sapevano dalla loro esperienza clinica che il vero killer non era il virus ma le malattie su cui si appoggiava nel suo diffondersi, e che decisivi erano quindi i rimedi per sostenere gli organi vitali deboli, e ripristinare uno stile di vita sano: il cibo naturale, il movimento, l’aria fresca, le relazioni affettive positive. Servono non confinamenti, ma depuratori dell’aria: ma su quello (guarda caso) non una parola. Il “nemico” vero, di cui scrupolosamente tacevano i bollettini di guerra dei commentatori ufficiali, erano appunto le grandi malattie intossicanti e croniche di cui muore il 70% delle persone. Però riconoscerlo, oltre a comportare precise terapie mediche, ignote ai burocrati politici, implicava la diagnosi di quale sia il male della società che esprime quei ministri, e quei “tecnici”. L’origine del male era (è) infatti la depressione, l’antico “tedium vitae” di cui parlavano già i grandi medici e filosofi latini a incominciare da Seneca. La malattia delle società ricche, come già la Roma tardo imperiale, che smarriscono nelle gratificazioni materiali i valori profondi, le forze e gli affetti duraturi, indebolendo con l’anima anche il corpo, che era stato prima lo strumento del guerriero. Perdono così anche la voglia di vivere, e quel tanto di aggressività indispensabile a combattere davvero e non solo a parole, o per finta. La soppressione di ogni spinta aggressiva è stata infatti decisiva, come sempre accade, anche nella pessima gestione dell’epidemia. Come ci ricorda Konrad Lorenz: “Se si elimina la pulsione aggressiva sparisce dalla vita umana il comando ‘attacca!’ (nel senso più originario e vasto) non spingendoci più ad affrontare un compito o un problema, fino alla creazione artistica o scientifica”.

Sono invece state le anticonformiste e operose legioni di medici bravi e appassionati a curare con discrezione e abnegazione un popolo di “infetti” come li chiamavano spregiativamente i media del potere. Lo hanno fatto aiutandoli a non avere paura, a rafforzare il corpo con buone pratiche, trattandolo bene, usando rimedi a volte tradizionali ma efficacissimi. Ma soprattutto muovendosi, respirando (possibilmente aria buona), e amando generosamente vecchi e bambini. I confinamenti, corredati dalle minacce governative e funzionariali, e accompagnati dalla proibizione delle relazioni e del movimento fisico, furono il contrario della cura, e il teatro delle depressioni (a quel punto difficilmente evitabili), spesso accompagnate dal rimpinzarsi di zuccheri, cibo e alcol, con grande gioia delle nefaste Malattie Non Comunicabili, già apripista al Covid19 (come documentato da Lancet e Nature).Certo, è difficile spiegare che il tuo stile di vita rischia di ucciderti più che il virus, soprattutto quando ci si racconta che basta un vaccino per far fuori il secondo. Ma, come sanno i medici che hanno trattato anche il Covid19: basta dire la verità. Accompagnata dai rimedi giusti.

Claudio Risé

[Fonte]

L’uscita da questa situazione non sarà indolore


Molti ingenui attendono l’arrivo del vaccino pur di uscire da questa situazione, illudendosi che questo comporti la fine di tutto quello che da un anno stiamo vivendo.
Ora, io ho subito l’esperienza del racket e ho sempre rifiutato massicciamente di pagare. Ne ho subito gravi conseguenze, mi hanno incendiato due automobili, mi hanno tagliato i cavi della fibra ottica su cui si reggevano i server del mio lavoro, arrivai a subire danni attorno ai 30.000 euro e conseguenze di non poco conto che si riverberarono anche sulla mia famiglia. Si può dire che mia madre si sia ammalata proprio per colpa di quello stress. Per non parlare di chi, attorno a me, mi dava del pazzo perché rifiutavo di pagare. Per anni ho girato con una pistola in tasca, timoroso che da un momento all’altro qualcuno mi venisse incontro e mi sparasse, ben consapevole che se questo fosse accaduto, manco la pistola mi sarebbe servita.
Ne sono uscito in una maniera che qui in pubblico non posso scrivere, per varie ragioni.
Perché ho tenuto dritta la barra? Non perché io sia un cuor di leone ma perché se si paga il prepotente, questi si sente autorizzato ad alzare il prezzo.
Noi tutti dobbiamo convincerci che l’uscita da questa situazione non sarà indolore e soprattutto non potrà avvenire rispettando le regole dell’attuale democrazia perché sono proprio queste regole ad aver consentito questa situazione.
Poi non capisco, volete l’autorizzazione a vaccinarvi da me? Ma vaccinatevi! Chi vi trattiene. Siete sicuri che una volta vaccinati, poi non alzeranno il prezzo?
Queste sono cose che ho già visto e che mi hanno insegnato, una volta e per tutte, che quando qualcuno ci minaccia, mostrare debolezza è il modo migliore non per rabbonirlo ma al contrario incattivirlo.
Di fronte ai prepotenti esiste un unico atteggiamento: un fermo e deciso no, anche a costo di rischiare la vita.
Chi di fronte al prepotente sceglie la strada di piegarsi, illudendosi che tra il disonore e la guerra si possa scegliere, scegliendo il disonore avrà lo stesso la guerra.
E’ questo quello che nessuno ha ancora capito di tutta questa storia.
Voi vi illudete che una volta vaccinati finirà tutto? Siete dei poveri fessi. Il vaccino sarà la resa che li ecciterà ancora di più e li convincerà che ci potranno fare cose ancora peggiori.
Io non dico no al vaccino perché sono un irresponsabile o un antivaccinista. Ma perché non ho nessuna fiducia in questa classe politica. Perché in primo luogo non mi fido di ciò che c’è nel vaccino e in secondo luogo so che non finirà qui la faccenda.
E la fiducia nella popolazione, in una democrazia, non si conquista col ricatto, con la violenza ma con la forza della persuasione, la cui radice etimologica è, non a caso, derivante da “soave”. Perché è con la pazienza, la calma, la dolcezza che si convincono le persone, non intimorendole, facendo valere il proprio potere.
Questo se voi ambite ad una civiltà in cui valgano le regole democratiche e non la violenza.
Fidatevi di uno che i prepotenti li ha conosciuti. E fidatevi anche del fatto che quelli che ci governano sono molto peggiori dei prepotenti che mi hanno reso la vita impossibile per anni.
Non esistono sottili strategie politiche, non esistono piani elaborati che farebbero pensare a strappi futuri.
Questa è gente che deve andarsene via, a calci, dalle istituzioni, che va arrestata e processata in massa come a Norimberga.
PUNTO E BASTA.
Franco Marino

Da Maidan a Myanmar

La spettacolarizzazione delle rivoluzioni colorate

Perché il saluto a tre dita è stato adottato da schiere di manifestanti, dalla Tailandia a Myanmar? Perché i rivoltosi di Hong Kong portavano con sé archi e frecce come parte del loro arsenale e dichiaravano “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”? E perché ancora lo slogan “Hunger Games* dal 1994. Morte al regime” apparve sugli striscioni in Bielorussia?
Per rispondere a queste domande, occorre considerare il modo in cui le rivoluzioni colorate e l’industria dei media creano spirali che si alimentano a vicenda in un contesto di imperialismo culturale, quella sistematica disseminazione di prodotti culturali, valori e comportamenti conformi agli interessi del centro egemonico. È anche utile considerare come il reiterare particolari narrazioni a livello inter-mediatico contribuisca indirettamente alla formazione dell’identità sociale e politica dei soggetti coinvolti.
Quando una rivoluzione colorata fu istigata in Ucraina alla fine del 2013, i mezzi di comunicazione occidentali evidenziarono da subito le analogie fra le rivolte di Kiev e la ribellione contro la tirannide che era al centro di un film che aveva battuto i record d’incasso l’anno precedente. Con la fusione retorica tra le proteste di piazza Maidan e Hunger Games, un franchise cinematografico di Hollywood, i media crearono un ibrido facilmente commerciabile, l’ “Ukraine-ger Games” – per una parte fatti, per due parti fiction – che poi si sarebbe rivelato modello estremamente utile per la promozione globale di successive rivoluzioni colorate.
Poiché le strategie di marketing ruotano attorno alla montatura pubblicitaria, creare il clamore necessario richiedeva una precisa pianificazione comunicativa soprattutto online, attraverso l’utilizzo di canali di informazione già consolidati e la creazione di nuovi, l’aumento di visibilità sui social media grazie al reclutamento di influencer, blogger, opinion leader e dulcis in fundo, celebrità.
Siccome prendere parte a un cambio di regime finanziato dall’estero non è eroico come difendere libertà, giustizia e democrazia, questi concetti di solito vengono evocati per mobilitare le masse: privati di qualsiasi connotazione ideologica potenzialmente divisiva (le rivoluzioni colorate sono interclassiste per definizione), questi ideali rimangono aperti ad ogni interpretazione e possono così stimolare l’immaginario politico. Se gli ideali astratti da soli non si traducono in un movimento di massa, l’industria dei media può facilmente reclutare personaggi ‘cool’ come modelli di comportamento: ed ecco che la pop star ucraina Ruslana Lyzhychko, vistosamente in prima linea durante le proteste, viene paragonata da Newsweek all’eroina Katniss Everdeen di Hunger Games. Grazie a una vaga somiglianza con l’attrice protagonista del film, risultava perfetta per la parte di icona rivoluzionaria.
Chiunque può recitare un ruolo negli “Ukraine-ger Games” e ottenere riconoscimento mediatico, sia esso migliaia di “likes” e followers sui social oppure un’intervista sulla CNN. Nessuna precedente esperienza politica è richiesta: la trilogia cinematografica fornisce un repertorio di tematiche visuali e di battute da copione tanto ricco da essere facilmente convertito in materiale propagandistico: “L’Ucraina è il tredicesimo Distretto nel Centro Europa. Faccio a voi un appello: Ribellatevi!! Richiedete subito sanzioni per l’Ucraina!”. Il riferimento al tredicesimo distretto della fiction non passa inosservato al pubblico giovanile sia nel proprio Paese che all’estero, poiché tutti consumano la stessa cultura pop globale che ne colonizza l’immaginario.
Nel 2014 questo format di successo fece la sua comparsa in Tailandia e a Hong Kong, dove i manifestanti adottarono il saluto a tre dita assieme a cartelli e slogan in Inglese per attrarre l’interesse di un pubblico mondiale. Sebbene questo saluto risalga ai tempi della Rivoluzione Francese, coloro che cominciarono a usarlo a Hong Kong, Bangkok e Yangon lo conoscevano soltanto come il saluto di Hunger Games.
Il Movimento degli Ombrelli si affievolì ma quando una seconda rivoluzione colorata fu tentata nel 2019 il franchise cinematografico di Hollywood diventò nuovamente fonte d’ispirazione. I rivoltosi di Hong Kong scandivano lo slogan “laam chau”, traduzione in cantonese della battuta “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”, usavano arco e frecce, l’arma tipica dell’eroina del film, costruivano enormi falò, incendiavano edifici e veicoli, lanciavano centinaia di bombe molotov, davano fuoco alle persone. Queste azioni, piuttosto che attirare condanne, venivano glorificate dai corrispondenti esteri soddisfatti che i contestatori esprimessero “la Katniss che era in loro”. I fotogiornalisti sceneggiarono, inquadrarono ad arte e manipolarono digitalmente le immagini con effetti luce drammatici per alimentare l’identificazione emotiva con i ribelli, al punto che diventava impossibile stabilire se le foto fossero state fatte su un set cinematografico oppure durante una rivolta. Una tale spettacolarizzazione delle proteste dovrebbe far sorgere delle domande di carattere etico sul fotogiornalismo contemporaneo ma ciò è improbabile che accada quando coloro che commissionano e ricompensano questo lavoro sono gli stessi che hanno il compito di promuovere le rivoluzioni colorate.
Nel momento in cui le proteste sono viste dai partecipanti come modo per ottenere un riconoscimento globale, assistiamo all’erosione del confine fra il Sé e il suo riflesso, con le tragiche conseguenze di produrre narcisismo, alienazione e perdita d’identità. Quando i manifestanti di Hong Kong orgogliosamente sostengono ”Noi non siamo Cinesi” vediamo una conferma di questa alienazione. E quando Joshua Wong, il ragazzo copertina di questa farlocca “Rivoluzione dei Nostri Tempi”, dichiara “essere famoso è parte del mio lavoro” nella biografia romanzata di Netflix, Joshua: Teenager vs. Superpower, dovremmo prestare attenzione perché le sue parole rivelano non soltanto un‘eccessiva considerazione di sé, tipica del carattere narcisistico, ma anche una particolare soggettività politica che si nutre di fama mediatica.
Servendosi di ghostwriter per i suoi libri, recitando se stesso in documentari finanziati dagli Stati Uniti, apparendo sulle copertine di riviste straniere, pronunciando slogan banali, non sorprende che Joshua Wong abbia potuto raggiungere fama mondiale. Ma così facendo involontariamente dimostra quanto il suo attivismo politico abbia in comune con lo show business e quanto quest’ultimo venga ormai utilizzato come un’arma.
Laura Ruggeri

*Hunger Games è un film del 2012 basato su una storia ambientata in un futuro distopico post apocalittico

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Siamo in guerra


“Siamo in guerra. Sì. E non intendo l’Occidente contro l’Oriente, contro Russia e Cina, né il mondo intero contro un invisibile coronavirus. No. Noi, la gente comune, siamo in guerra contro un sistema globalista elitario sempre più autoritario e tirannico, governato da un piccolo gruppo di multimiliardari, che già decenni fa aveva pianificato di prendere il potere sulle persone, controllarle, ridurle a quello che una minuscola élite crede sia un “numero adeguato” per abitare Madre Terra, e per digitalizzare e robotizzare il resto dei sopravvissuti, riducendoli a una sorta di schiavi. È una combinazione di “1984” di George Orwell e “Brave New World” di Aldous Huxley. Benvenuti nell’era dei transumani. Se lo permettiamo. Ecco perché la vaccinazione è necessaria a velocità supersonica, per iniettarci sostanze transgeniche che possono cambiare il nostro DNA, per timore che possiamo svegliarci e che una massa critica possa diventare cosciente e cambiare le dinamiche. Perché le dinamiche non sono prevedibili, soprattutto non a lungo termine. La guerra è reale e prima ce ne rendiamo conto tutti, prima quelli con la mascherina e quelli che rispettano il distanziamento sociale prendono coscienza delle situazioni distopiche “anti-umane” mondiali, con cui abbiamo permesso ai nostri governi di sottometterci, maggiori sono le nostre possibilità di riprenderci la nostra autonomia e sovranità.”

Pandemia, confinamento, disastro economico: siamo in guerra?, di Peter Koenig continua qui.

Ricchi e buoni?

“Perché l’élite dell’1% del pianeta, la classe più predatoria della storia umana, è anche la più socialmente impegnata a sostenere cause nobili come salute, educazione, lotta alla fame, con la scusa di cambiare il mondo? Che cosa si nasconde dietro la rinascita della filantropia a vocazione globale? L’impegno sempre più pervasivo dei filantropi è davvero la soluzione alle sfide della contemporaneità o non è piuttosto un ambiguo e problematico effetto delle disuguaglianze strutturali che rendono la nostra epoca la più ingiusta di tutti i tempi? E che cosa è il «filantrocapitalismo», la versione più sofisticata della filantropia che da due decenni domina la scena internazionale e che si consolida oggi nel tempo di Covid19?
Sono queste, e molte altre, le domande che la giornalista Nicoletta Dentico, esperta di salute globale e cooperazione internazionale, affronta nel suo formidabile saggio-inchiesta Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Editrice Missionaria Italiana, pp. 288, euro 20, già in libreria). Si tratta del primo libro in Italia dedicato al tema del filantrocapitalismo, un’abile strategia inaugurata all’inizio del nuovo millennio da una ristretta classe di vincitori sulla scena della globalizzazione economica e finanziaria. Grazie alle donazioni erogate tramite le loro fondazioni in nome della lotta alla povertà questi imprenditori, nuovi salvatori bianchi, hanno cominciato a esercitare un’influenza sempre più incontrollata sui meccanismi di governo del mondo e sulle loro istituzioni, modificandole profondamente. Il tutto, in un intreccio di soldi, potere e alleanze con il settore del business che i governi non sanno più arginare né possono più controllare. Anzi, sono i leader del mondo politico ad accogliere i ricchi filantropi a braccia aperte, ormai, senza più fare domande.”

(Fonte)

Nicoletta Dentico, giornalista, è esperta di cooperazione internazionale e salute globale. Dopo una lunga esperienza con Mani Tese, ha coordinato in Italia la Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1997, e diretto in Italia Medici Senza Frontiere (MSF) – premio Nobel per la Pace nel 1999 – con un ruolo di primo piano nel lancio e promozione della Campagna internazionale per l’Accesso ai Farmaci Essenziali.
Co-fondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), ha lavorato a Ginevra per Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDI) e poi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Più di recente è stata per alcuni anni responsabile della sezione internazionale della Fondazione Lelio Basso. Dal 2013 al 2019 è stata consigliera di amministrazione di Banca Popolare Etica e vicepresidente della Fondazione Finanza Etica. Dalla fine del 2019 dirige il programma di salute globale di Society for International Development (SID).

La communitas è incompatibile con l’immunitas


“Come abbiamo scritto poc’anzi, in certi momenti, è necessario, per il sovrano, ostacolare o impedire tutte le forme nelle quali l’uomo può manifestarsi nella sua veste di zoon politikon, perché queste potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza del “regno” e, in particolare, della ratio status che ne è il fondamento.
Nella fattispecie odierna, visto che il contenuto esclusivo dell’opera di governo (almeno formalmente), è quello della protezione della vita (zoè) della popolazione/gregge, è necessario (almeno secondo la motivazione “fattoidale”), impedire la vita comunitaria delle persone (bios), nella quale si manifestano, non solo, tutte le forme di attività politica, ma anche l’asseverazione della realtà secondo sensus communis, che viene generata dall’incontro e dall’interazione coi propri simili, nel mondo comune.
Ovvero, per dirla con Artaserse, bisogna impedire il formarsi conventicole, anche fatte di sparuti aggregati di persone, che possano mettere in dubbio, non solo, la legittimità e l’azione del sovrano, ma anche l’immagine della realtà che risponde ai suoi desiderata, quella confezionata quotidianamente dalle solerti fabbriche di fattoidi al suo servizio.
A maggior ragione, questo è indispensabile se vi è l’ulteriore pericolo che queste conventicole possano assumere una forma e una “consistenza” politica tale da manifestare i dubbi a gran voce. Per limitare questo rischio, non vi è nulla di più efficace che impedire, di fatto, la vita comunitaria, “distanziando socialmente” gli individui, rendendoli impauriti e diffidenti nei confronti dei propri simili, in modo che non abbiano contatti tra loro se non quelli “funzionali”, necessari alla sopravvivenza.
Un tempo, le “contestazioni” prendevano origine nei luoghi che, per definizione implicano una collettività: le fabbriche (e i luoghi di lavoro in senso lato), le università, le scuole. Ora, la “necessità” profilattica di distanziamento fisico ottiene l’effetto di rendere impossibili questi tipi di aggregazione collettiva divenendo appieno un “distanziamento sociale”, che è il reale obiettivo del Sovrano.
Le norme che impediscono gli assembramenti hanno soppresso, di fatto, qualsiasi di forma associativa e comunitaria e, quindi, politica in senso lato. Il contatto tra le persone è stato sostituito e monopolizzato da una comunicazione mediata dai dispositivi elettronici, come nel caso del lavoro e della didattica “a distanza”.
A questo punto non appare così peregrino il pensare che, dal punto di vista del Sovrano, quest’epidemia sia stata provvidenziale, poiché tutte le misure profilattiche impediscono il manifestarsi della comunità, della polis, per lasciare in essere solo il rapporto verticale tra sudditi e Sovrano, dato che, la scomparsa di qualunque tipo di azione politica “intermedia”, così come si manifesta e si è sempre manifestata nell’essere sociale, è resa possibile dall’eliminazione di «ogni rapporto sociale estraneo allo scambio individuale tra protezione e obbedienza».
La sfera politica tutta si è condensata nella mera azione di governo (il Sovrano) e questa ha, come unico oggetto, la protezione della vita biologica della popolazione, di fronte ad una minaccia esibita sotto forma di fattoide. Ciò che costituisce un rischio, di fronte all’epidemia, è la communitas, in quanto tale, e, pertanto, è la communitas, il nemico da combattere, che va eliminato e sostituito da una forma politica nella quale vi possa essere soltanto una relazione tra individui isolati e il potere sovrano, che deve regnare incontrastato, senza limitazione alcuna da parte dei “contrappesi” previsti dalle democrazie liberali, allo scopo di proteggere la popolazione dalla minaccia incombente.
Data la natura della minaccia, non è più possibile, quindi, l’esistenza di una comunità politica che si manifesti nelle modalità di vita comune dell’“essere sociale”, ma può esservi solamente una popolazione di monadi isolate, in balia della realtà fantasma confezionata dall’arbitrio del potere sovrano, nella quale la desocializzazione allontana il pericolo che questo potere venga messo in discussione.
(…) di fatto, tutto ciò che esuli dalla sfera della mera conservazione della vita è, oggi, negato.
La liturgia biopolitica è fatta di simboli che danno una forma e un indirizzo alla società, e determinano l’inclusione e l’esclusione in una sublime, quanto assurda, antinomia: si può essere inclusi nell’essere sociale, determinato dal Sovrano, solo escludendosi dalla vita comune, perché la communitas è incompatibile con l’immunitas.”

Da L’annichilimento dell’essere sociale e l’ontologia fantasma, di Pier Paolo Dal Monte.

Il senso politico ultimo della pandemia


All’incirca dal mese di novembre, sto scrivendo ripetutamente che il senso politico ultimo della pandemia si è ormai palesato, ch’è visibile a chiunque tranne alla massa di zombie assoggettati alla narrazione dominante.
La pandemia, ho scritto a più riprese, è il terreno su cui si sta giocando la partita dell’ingresso diretto delle multinazionali nella governance tanto globale quanto delle singole nazioni.
Non più influenza e potere d’indirizzo come nei decenni scorsi, ma diretta funzione amministrativa e normativa della sfera pubblica. Tutto questo è ravvisabile nelle trattative in corso fra Stati-nazione e corporation intorno ai vaccini, intorno al tracciamento biometrico, intorno ai social media.
Ed è riscontrabile, altresì e nella formulazione più esplicita possibile, in saggi teorico-strategici quali COVID 19 – The Great Reset di Klaus Schwab.
E questo – ho scritto sempre in questi mesi – è infine il motivo per cui le corporation, fin dall’inizio dell’emergenza ovvero da quasi un anno, stanno ripetendo in maniera martellante, tramite i loro opinion leader e tramite spot pubblicitari, che “non si tornerà più al mondo di prima”, ovvero che il distanziamento sociale rimarrà per sempre.
Infatti, tutte le trattative economico-normative fra governi nazionali e aziende multinazionali volte a far sì che le seconde possano amministrare la società attraverso i propri strumenti tecnologici, sono ancora aperte. Un’eventuale soluzione sanitaria dall’emergenza, manderebbe all’aria tutto.
La necessità di portare avanti la strategia d’ingresso diretto delle corporation nella governance della società, fa dunque sì che l’emergenza debba essere permanente. Questo obiettivo viene perseguito dalle èlite economiche attraverso tre strumenti:
a) attraverso il possesso dei media tradizionali, tutti allineati a costruire una narrazione altamente allarmistica, volta a minimizzare i costi sociali ed economici dei lockdown, impegnata nella criminalizzazione di ogni pensiero dissenziente bollato come “negazionismo”;
b) attraverso il possesso dei social media, volti a tenere sotto controllo e quando è il caso reprimere le posizioni avverse;
c) attraverso la casta dei tele-virologi, ovvero figure tecniche che, facendo da consulenti dei governi e avendo garantita una presenza onnipervasiva sui media, svolgono intermediazione a favore delle corporation e stimolano l’opinione pubblica ad accettare la prospettiva del distanziamento permanente.
Partecipando al World Economic Forum – una partecipazione peraltro anomala e il cui senso politico andrebbe quindi decifrato – Vladimir Putin ha esposto una lettura pressoché identica a quella sopra esposta.
“Ci sono alcuni giganti economici che sono già, de facto, in competizione con gli Stati. Dov’è il confine tra un business globale di successo, servizi richiesti e consolidamento dei big data – e tentativi di governare la società in modo aspro e unilaterale, sostituire istituzioni democratiche legittime, limitare il diritto naturale delle persone di decidere da soli come vivere, cosa scegliere? quale posizione esprimere liberamente?”
Oltre a mettere a fuoco il problema delle multinazionali, Putin ha altresì tracciato un quadro allarmante sostenendo di “sperare che una guerra mondiale non sia possibile in linea di principio” ma che i rischi di uso unilaterale della forza militare sono in aumento e che sussiste dunque il rischio di “un collasso dello sviluppo globale che potrebbe sfociare in una guerra di tutti contro tutti.”
Il discorso di Putin non esprime una prospettiva contro la globalizzazione in quanto tale o anti-liberista bensì manifesta, esattamente come nel caso di Trump, una visione politica che vorrebbe far ancora coesistere paradigma neoliberale e sovranità nazionali.
Il punto è che questa coesistenza, oggi, è probabilmente impossibile.
Per questo, a mio parere, figure come Trump o Putin possono essere ascoltate con interesse in quanto forze ostacolanti e rallentanti determinati processi del capitalismo globalista, ma non essere viste – come spesso accade – come i latori di un’autentica prospettiva di alternativa sociale e sistemica.
Ad ogni modo, un discorso così apertamente contrapposto alla narrazione dominante nei Paesi occidentali, fa inevitabilmente tornare alla memoria un’altra esternazione del presidente russo, ovvero quella pronunciata in occasione del Forum di Valdai nel settembre 2013. In quel contesto, infatti, Putin delineò una visione alternativa ai capisaldi del liberalismo occidentale quali multiculturalismo e superamento degli Stati-nazione.
Pochi mesi dopo quel discorso, gli Stati Uniti e l’Unione Europea promossero la sommossa anti-russa in Ucraina capeggiata dalle formazioni neonaziste e incrementarono i finanziamenti al terrorismo jihadista in Siria, facendo così tornare il mondo alla Guerra Fredda e al riarmo nucleare.
Pertanto, senza bisogno di pensare a una relazione diretta causa-effetto col discorso di Davos, è lecito supporre che, analogamente a quanto accaduto nel 2014, nei prossimi mesi vedremo incrementarsi la campagna dei media occidentali a favore del fascista xenofobo e antisemita Navalny e, soprattutto, assisteremo al preoccupante spettacolo delle fiamme della guerra in Siria che tornano a divampare.
Contrastare in tutti i modi la propaganda anti-russa dei governi e dei media occidentali, dunque, non implica considerare Putin e il sistema di governo russo come un modello da seguire (come invece pensano i cerebrolesi della sinistra o, per ragioni opposte, i rossobruni affascinati dall’autoritarismo).
Significa, invece, comprendere che le stesse èlite che vogliono sottomettere la nuda vita alla tecnologia e gettare fuori dal mercato del lavoro un terzo della popolazione, sono le stesse che vogliono incendiare il mondo con la guerra.
Il campo atlantista occidentale – e soprattutto la parte ideologicamente progressista di quest’ultimo – rappresenta la più grande minaccia per l’umanità dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
E spetta ai popoli che ci vivono – oggi tenuti reclusi e privati dei loro diritti costituzionali – il compito di abbatterlo.
Riccardo Paccosi

La militarizzazione della pandemia

Leggi emergenziali, limitazioni delle libertà costituzionali e militarizzazione delle strade e delle corsie degli ospedali consentono un colpo d’acceleratore del processo di militarizzazione e sicurizzazione della società e dell’economia come non sarebbe mai stato possibile in tempi di “normalità”. Se poi a questo processo si accompagna l’attacco globale alla politica e agli spazi di aggregazione sociale appare ancora più evidente che il creare le condizioni e utilizzare il linguaggio e le narrazioni di “guerra” consente un attacco mortale alle sempre più ridotte forme di partecipazione e lotta democratica. E, come dicevo prima, la militarizzazione dell’intervento sanitario anti-Covid, (invece della scelta di interventi di compartecipazione democratica, decentramento e potenziamento dei centri per la salute e la prevenzione distribuiti e/o prossimi territorialmente), assicura il ruolo “imprescindibile” e “insostituibile” delle forze armate nella gestione della crisi-conflitto. Siamo di fronte a un modello culturale, ben costruito soprattutto in ambito mediatico, del tutto opposto a quanto accadde 40 anni fa con il terremoto in Irpinia, quando l’associazionismo di base, il volontariato e le forze sociali e politiche vive del paese ebbero la capacità di denunciare e documentare l’assoluta inefficienza delle forze armate nelle fasi post-sisma e di ricostruzione e dunque di proporre modelli del tutto differenti di gestione di emergenze naturali-ambientali e sanitarie. L’Irpinia impose il dibattito sulla de-militarizzazione delle crisi e di una protezione civile democratica, diffusa, partecipata e decentrata. Oggi sembrano passati millenni da quella importante fase di confronto politico generale su diritti ed “emergenze”. E così le forze armate e il complesso militare-industriale e finanziario possono oggi “battere cassa” con più arroganza di prima, imponendo schemi e linee di spesa pubblica ancora più insostenibili.
Antonio Mazzeo

(Fonte)

Le tensioni sociali secondo Klaus Schwab ed il Forum Economico Mondiale

Da Covid-19: the Great Reset, di Klaus Schwab e Thierry Malleret, Forum Publishing, pp. 65-68.

Uno dei pericoli più profondi a cui si va incontro nell’era post-pandemia è l’agitazione sociale. In alcuni casi estremi, potrebbe condurre alla disintegrazione della società e al collasso politico. Innumerevoli studi, articoli e avvertimenti contengono l’evidenziazione di questo particolare rischio, basato sull’ovvia osservazione che quando la gente non ha lavoro, non ha reddito e non ha prospettive per una vita migliore, spesso ricorre alla violenza. La citazione a seguire cattura l’essenza di questo problema. Si applica agli USA, ma le sue conclusioni sono valide per la maggior parte dei Paesi in giro per il mondo:
“Quelli che sono lasciati senza speranza, senza lavoro, e senza beni potrebbero facilmente rivoltarsi contro quelli che stanno meglio. Già qualcosa come il 30% di Americani ha una ricchezza pari a zero o negativa. Se più gente emergerà dalla crisi corrente con né soldi, né posti di lavoro, né accesso alle cure sanitarie, e se questa gente diventa disperata e arrabbiata, scene tali come la recente fuga di prigionieri in Italia o i saccheggi che seguirono dopo l’uragano Katrina a New Orleans nel 2005 potrebbero diventare accadimenti abituali. Se i governi dovranno ricorrere all’uso di forze paramilitari e militari per sedare, ad esempio, rivolte o attacchi alle proprietà, le società potrebbero cominciare a disintegrarsi.”
Ben prima che la pandemia avesse travolto il mondo, le agitazioni sociali erano state in aumento a livello globale, quindi il rischio non è nuovo ma è stato amplificato dal Covid-19. Ci sono differenti modi di definire cosa costituisce tensione sociale ma nel corso dei due anni passati più di 100 significative proteste antigovernative sono avvenute in giro per il mondo, dalle rivolte dei gilet gialli in Francia alle dimostrazioni contro gli uomini forti in Paesi come Bolivia, lran e Sudan. La maggior parte di queste proteste furono soppresse da brutali repressioni e molte sono andate in letargo (come l’economia globale) quando i governi hanno costretto le loro popolazioni a stare in isolamento per contenere la pandemia. Ma dopo che il blocco di riunirsi in gruppi e manifestare in strada sarà revocato, è difficile immaginare che le vecchie rimostranze e il malcontento sociale temporaneamente soppressi non esploderanno di nuovo, possibilmente con forza rinnovata. In questa era post-pandemia, i numeri dei disoccupati, preoccupati, tristi, risentiti, malati ed arrabbiati aumenteranno drammaticamente. Si accumuleranno tragedie personali, fomentando rabbia, risentimento ed esasperazione in diversi gruppi sociali, compresi i disoccupati, i poveri, gli immigrati, i detenuti, i senza tetto, tutti quelli lasciati fuori… Come potrebbe tutto questo non finire in un’esplosione? I fenomeni sociali spesso mostrano le stesse caratteristiche come le pandemie e, come osservato nelle pagine precedenti, i punti critici si applicano in entrambi i casi allo stesso modo. Quando la povertà, la sensazione di essere emarginati ed impotenti raggiungono certi punti critici, l’azione sociale dirompente spesso diventa l’opzione di ultima istanza.
Nei primi giorni della crisi, persone importanti hanno fatto eco a tali preoccupazioni e messo in allerta il mondo sul crescente rischio di agitazioni sociali. Jacob Wallenberg, l’industriale svedese, è uno di loro. Nel marzo del 2020, scrisse: “Se la crisi continuerà per lungo tempo, la disoccupazione potrebbe raggiungere il 20-30 per cento mentre le economie potrebbero contrarsi del 20-30 per cento… Non ci sarà ripresa. Ci saranno agitazioni sociali. Ci sarà violenza. Ci saranno conseguenze socioeconomiche: disoccupazione a livelli drammatici. I cittadini soffriranno drammaticamente: alcuni moriranno, altri si sentiranno malissimo.” Siamo ora oltre la soglia di ciò che Wallenberg considerava essere “preoccupante”, con un tasso di disoccupazione superiore del 20% fino ad arrivare oltre il 30% in molti Paesi del mondo e con la maggior parte delle economie che si sono contratte nel secondo trimestre del 2020 oltre a un livello che precedentemente era considerato un livello di preoccupazione. Come questo andrà a finire e dove i disordini sociali avverranno più probabilmente e in che misura?
(…)
È importante enfatizzare che nessuna situazione è scolpita nella pietra e che non ci sono cause scatenanti “meccaniche” per i disordini sociali – essi rimangono un’espressione di una dinamica umana di carattere collettivo e di uno stato d’animo che è dipendente da una moltitudine di fattori. Fedeli alle nozioni di interconnessione e complessità, le esplosioni di tensioni sociali sono tipici eventi non lineari che possono essere scatenati da un’ampia varietà di fattori politici, economici, sociali, tecnologici e ambientali. Variano da cose così diverse come gli shock economici, avversità causate da eventi atmosferici estremi, tensioni razziali, scarsità di cibo e persino sentimenti di ingiustizia. Tutti questi inneschi, e altri ancora, quasi sempre interagiscono l’uno con l’altro e creano effetti a cascata. Quindi, specifiche situazioni di tumulto non possono essere previste, ma possono, comunque, essere anticipate. Quali Paesi sono più suscettibili? A prima vista, i Paesi più poveri con nessuna rete di sicurezza e Paesi ricchi con deboli reti di sicurezza sono più a rischio perché non hanno nessuna o pochissime misure politiche come benefici per la disoccupazione per attenuare la perdita di reddito lavorativo. Per questa ragione, società fortemente individualistiche come gli USA potrebbero essere più a rischio rispetto a Paesi europei o asiatici che o hanno un grande senso di solidarietà (come nell’Europa meridionale) oppure hanno un migliore sistema sociale per assistere gli svantaggiati (come nell’Europa settentrionale). Alcune volte, le due cose avvengono assieme. Paesi come l’Italia, per esempio, posseggono sia una forte rete di sicurezza che un forte senso di solidarietà (particolarmente in termini intergenerazionali). In modo simile, il Confucianesimo prevalente in così tanti Paesi asiatici mette un senso del dovere e di solidarietà intergenerazionale prima dei diritti individuali; esso da anche grande valore alle misure e alle regole che beneficiano la comunità nel suo insieme, Naturalmente, tutto questo non vuol dire che i Paesi europei ed asiatici sono immuni dalle agitazioni sociali. Tutt’altro! Come il movimento dei gilet gialli ha dimostrato in Francia, forme violente e continue di tensioni sociali possono esplodere in Paesi dotati di una robusta rete di sicurezza sociale ma dove le aspettative sociali sono lasciate insoddisfatte.
L’agitazione sociale influenza negativamente il benessere sia da un punto di vista economico che da un punto di vista sociale, ma è essenziale enfatizzare che non siamo impotenti di fronte a potenziali agitazioni sociali, per la semplice ragione che i governi e in minore misura le aziende od altre organizzazioni possono prepararsi per mitigare il rischio tramite l’attuazione di giuste politiche. La più grande causa sottostante delle agitazioni sociali è la disuguaglianza. Gli strumenti politici per combattere inaccettabili livelli di disuguaglianza esistono ed essi spesso risiedono nelle mani dei governi.

Traduzione a cura della redazione

 

Lode alla crisi

“Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.
Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.
Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.
Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.
Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:
«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».
Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.”

Da La sfida dell’avvenire, di Moreno Pasquinelli.

Scienza e religione

Esiste l’opinione, generalmente accettata, che scienza e religione siano opposte l’una all’altra. Esse in effetti lo sono, ma solo nel tempo, vale a dire, quello che i contemporanei considerano scienza, diviene religione per i loro discendenti. Quello che di solito viene designato come religione non è in gran parte che la scienza del passato, mentre quello che generalmente è chiamato col nome di scienza non è che la religione del presente.
Lev Tolstoj

In realtà fra la religione e la vera scienza non esiste parentele, né amicizia e neanche inimicizia: esse vivono su pianeti diversi.
Friedrich Nietzsche

Può sembrare bizzarro, ma a mio parere la scienza offre un percorso più sicuro a Dio che la religione… la scienza è avanzata al punto tale che può seriamente affrontare questioni che originariamente erano religiose.
Paul Davies