La resistenza in Yemen: coraggio, compassione e molto cuore

Nella parte più buia dell’Arabia del sud, lontano dai riflettori, là dove nessun giornalista osa avventurarsi perché Riad ha costruito una cortina di ferro, ecco lo Yemen, un Paese spezzato – un sanguinante buco nero umanitario, e un deserto dal punto di vista istituzionale.

Nei sussulti di questo mortale attacco contro il suo popolo, la sua sovranità e il suo diritto all’autodeterminazione politica, lo Yemen è riuscito in qualche modo a resistere alla furia della coalizione militare a guida saudita; eppure, è la parte misera in un conflitto che da tempo avrebbe dovuto vincere ogni sua resistenza.
Ma lo Yemen non è un Paese qualunque. Ha già dimostrato che il suo popolo, anche quando sanguina, mantiene una forza d’acciaio che nessun conquistatore nella storia è mai riuscito a vincere. Gli Yemeniti non sono un popolo conquistato, così come non sono un popolo di conquistatori. Sono, piuttosto, un popolo gentile e armonioso.
L’anima dello Yemen, le sue mura, i suoi monumenti, le sue montagne e vallate recano la memoria dei tempi antichi, quando il profeta camminava sulla Terra e Dio parlava con i miracoli. La leggenda vuole che Sana’a, la capitale, sia stata fondata da Shem, figlio del patriarca Noè.
Gemma storica, Sana’a rischia di essere per sempre annichilita da Riad – e tutto ciò in nome di un feudalesimo politico. Il regno saudita infatti non cerca in Yemen di riportare al potere l’ex presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, che da tempo ha perso ogni possibile legittimazione alla presidenza. I reali Saud perseguono piuttosto un obiettivo di riduzione in schiavitù del Paese, dal punto di vista politico e istituzionale, e l’ancoraggio del wahabismo nell’Arabia del sud, l’ultimo bastione religioso indipendente nella regione.
Oggi lo Yemen è piagato dalla distruzione. Da dieci interminabili mesi il regno dei Saud devasta questo Paese impoverito, facendo piovere dal cielo morte, crudeltà e abominio con ogni bomba a grappolo, con ogni esplosione.
La guerra contro lo Yemen è la meno mediatizzata dell’ultimo decennio. Il Paese sta quasi letteralmente scivolando nel precipizio, ignorato e abbandonato perché la sua lotta è contro l’agenda imperialista dell’Arabia Saudita wahabita, una nazione che l’amicizia con gli Stati Uniti d’America ha reso eccezionale. Continua a leggere

La reazione è nemica della pace

12304164_10153735740586678_7771739654668076414_oComunicato del 13 gennaio 2016

L’ultimo attentato a Istanbul ha aggiunto tragedia alla tragedia vissuta dal nostro Paese e da tutta la regione.
Un attentatore suicida ha ucciso dieci persone innocenti, stavolta turisti che visitavano Istanbul. Il colpevole indicato è DAESH.
Come hanno dimostrato le stragi precedenti, il colpevole vero dietro questo attacco è l’establishment e i suoi poteri esecutivi. Questo potere in Turchia è rappresentato dal partito di governo, reazionario, AKP. L’AKP ha sostenuto non solo DAESH ma anche tutte le altre gang reazionarie in Siria e Irak, per lungo tempo. E’ del tutto evidente che la Turchia è servita come base a questi gruppi per attaccare il popolo siriano. Di conseguenza, l’AKP è al centro dei crimini di guerra perpetrati contro il popolo siriano e contro l’umanità.
L’AKP era stata vista, da alcuni movimenti progressisti e pacifisti, come una forza di democratizzazione del Paese. Questi gruppi avevano pensato che le loro richieste di pace e progresso potessero andare avanti di pari passo con richieste religiose reazionarie. La storia ha provato nuovamente che ciò è impossibile. La reazione è nemica di tutti i popoli del mondo.
Il mondo sta andando verso una guerra totale, con le varie forze che si stanno posizionando. L’AKP è alla testa delle forze reazionarie. Il governo ha imposto, già pochi minuti dopo l’attentato. il divieto di ogni copertura mediatica dello stesso.
La morte oggi percorre il nostro Paese, non solo a causa degli attentati suicidi, ma anche rispetto alla questione kurda e con l’aggressione alla Siria. Il governo uccide innocenti nelle province kurde e le sue mani grondano sangue siriano, visto il sostegno ai gruppi armati reazionari nel Paese vicino.
L’unica soluzione a questa tragedia è la lotta politica. Le forze progressiste e amanti della pace in tutto il mondo dovrebbero mostrare solidarietà alle forze loro corrispondenti in Turchia, contro la reazione che in questo Paese è diventata una delle principali nemiche della pace. Come guida della reazione, l’AKP dovrebbe essere il bersaglio della nostra comune lotta politica. Come protagonisti di pace dovremmo smettere di chiedere negoziati all’AKP o attenderci da questa formazione un qualunque rispetto della pace.
Non dovremmo lasciare in mano alle grandi potenze la questione dei crimini di guerra; l’unica forza vera che li può fermare è il popolo.
A Istanbul non è esplosa solo una bomba ma anche l’indecenza accumulata da questo sistema capitalista.
Peace Association of Turkey

Il più esplosivo cocktail da guerra mondiale

566cb29ec361887e358b45dd“Stiamo per cacciarci in un’altra guerra per il petrolio in Medio Oriente, questa volta anche con possibili sviluppi nucleari. Guerre per gli idrocarburi ce ne sono state da più di un secolo, fin dagli albori dell’era petrolifera, ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Quella attuale promette però di essere di un ordine di grandezza tale da cambiare l’aspetto politico del mondo in modo assai spettacolare e distruttivo. In un certo senso è una guerra saudita, fatta per ridisegnare i confini nazionali usciti dall’accordo Sykes-Picot del 1916, la famigerata spartizione dell’Impero Turco ottomano in disfacimento. Lo stupido scopo di questa nuova guerra è quello di mettere i campi petroliferi e i relativi oleodotti in Iraq e Siria, e magari anche un’ulteriore fetta di territorio, sotto il controllo diretto dell’Arabia Saudita, con il Qatar e la Turchia di Erdogan complici del crimine di Riyadh. Sfortunatamente, come in tutte la guerre, non ci saranno vincitori.
Tanto per cominciare, il maggior perdente sarà l’Europa, come lo saranno gli attuali cittadini di Iraq, Siria e i Kurdi turchi e siriani, popolazioni assai differenti fra loro. Il “Sultanato” turco di Erdogan sarà distrutto, con grandi perdite di vite umane, e il regno pre-feudale di Re Salman perderà tutta la sua influenza nello scacchiere internazionale. Cadranno per primi in una trappola mortale, accuratamente preparata per loro dalla NATO.
Occorre guardare in modo più approfondito agli elementi ed ai personaggi chiave nella preparazione di questa nuova guerra, una guerra che arriverà molto probabilmente entro l’estate del 2016.
I giocatori principali, in questo perfido groviglio di menzogne e tradimenti ubiquitari, sono quattro gruppi, assai numerosi, ciascuno con i suoi propri obbiettivi.
Nel primo gruppo si trova il regno ultra conservatore, wahabita e sunnita, dell’Arabia Saudita, governata da Re Salman e dal figlio di 31 anni, l’eccentrico e irruente Ministro della Difesa, Principe Salman; vi è poi il bellicoso regime turco del Presidente Recep Tayyp Erdogan, dove il ruolo chiave spetta ad Hakan Fidan, a cui fanno capo i servizi di intelligence (MIT – Milli Emniyet Hizmeti) e infine il DAESH, chiamato anche impropriamente Stato Islamico (IS), una malcelata estensione dell’Arabia Saudia wahabita, finanziato da capitali sauditi e qatarioti, sostenuto e addestrato dal MIT di Fidan. A questi si è recentemente aggiunta l’appena annunciata “Coalizione Islamica contro il Terrore”, formazione saudita di 34 Stati con base a Riyad.
Il secondo gruppo è rappresentato dal legittimo governo siriano di Bashar al-Assad, l’esercito e le altre forze siriane a lui fedeli, l’Iran sciita e il 60% dell’Iraq sciita, assediato dallo stesso Stato Islamico. Dal 30 settembre il fattore sorpresa è costituito dalla Russia di Putin, con la sua coraggiosa campagna militare a sostegno di Assad. Questo secondo gruppo, che combatte in Siria contro il DAESH e gli altri gruppi terroristi anti-regime, comprende, in diversa misura, anche Iran e Iraq, alleati di Assad, inclusi gli Hezbollah sciiti, sostenuti da Teheran. Da quando la Russia è scesa in campo, il 30 settembre, a fianco di Assad, legittimo Presidente siriano, le sorti in campo del regime di Damasco sono migliorate moltissimo
Poi viene l’Israele di Netanyahu, che inganna allegramente tutti quanti mentre porta avanti i suoi progetti in Siria. Netanyahu ha appena stretto una pubblica alleanza sia con l’Arabia Saudita di Salman che con la Turchia di Erdogan. Aggiungeteci la recente scoperta israeliana di “enormi” riserve petrolifere nelle Alture del Golan siriane (sotto occupazione), giacimenti illegalmente rivendicati e scoperti, pare, dalla consociata israeliana di una piccola e sconosciuta compagnia-ombra petrolifera del New Jersey, la Genie Energie, nel cui consiglio di amministrazione si trovano Dick Cheney, Lord Jacob Rothschild e l’ex direttore della CIA James Woolsey.
Il quarto gruppo gioca per il momento il ruolo più ingannevole ed astuto di tutti quanti. E’ capeggiato da Washington e sta usando Francesi, Inglesi e Tedeschi per compiere azioni militari in Siria. Washington sta preparando una rovinosa trappola che condurrà gli incauti Sauditi, i Turchi e gli altri loro alleati wahabiti ad una bruciante sconfitta in Siria e Iraq, che verrà senza dubbio chiamata la “vittoria sul terrorismo” e la “vittoria del popolo siriano”.
Unite il tutto, agitate vigorosamente e avrete gli ingredienti per il più esplosivo cocktail da guerra mondiale dal 1945 in poi.”

Erdogan, Salman e l’imminente guerra “sunnita” per il petrolio, di William F. Engdahl continua qui.

Le mire della Turchia e le molte anime dei Kurdi

12304164_10153735740586678_7771739654668076414_oPersino ai nostri “mass media” più o meno “embedded” non è sfuggita l’importanza della notizia: il governo iracheno ha vivamente protestato per l’invasione effettuata da parte dell’esercito turco di una zona dell’Iraq settentrionale non lontana dalle grande città di Mosul tuttora nelle mani dell’ISIS (o DAESH, come lo chiamano gli Arabi) ed ha chiesto il ritiro immediato delle truppe fedeli al Presidente-mafioso Erdogan (circa 1.200 soldati con 25 carriarmati).
Il govero turco ha risposto che quei militari sono in Iraq per “addestrare” i “Peshmerga” kurdi fedeli al governo regionale kurdo del Nord-Iraq, cioè alla fazione kurda fedele al clan tribale di Masoud Barzani ed al partito PDK di cui Barzani è leader (oltre che Presidente dello stesso governo regionale).
Barzani, i cui stretti rapporti con gli USA, con Israele e con i Turchi sono ben noti da tempo (fin da quando i suoi “Peshmerga” hanno contribuito attivamente allo sfascio dell’Iraq), non ha smentito. Anzi, correndo in soccorso all’amico Erdogan, ha fatto dichiarare ad un suo portavoce che le foto pubblicate dai Russi, in cui si vedono enormi file di autobotti che portano in Turchia il petrolio depredato dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, ritrarrebbero in realtà autobotti che portano in Turchia petrolio venduto ai Turchi dallo stesso governo regionale kurdo del Nord-Iraq.
In queste dichiarazioni c’è qualcosa di ironico: in pratica Barzani ammette che il suo Stato semi-indipendente formatosi nel Nord-Iraq (con la copertura degli USA, della Turchia, ed Israele) vende alla Turchia petrolio che apparterrebbe allo Stato iracheno. La conquista da parte dei “Peshmerga” della zona petrolifera di Kirkuk, profittando del caos in cui si trova l’Iraq nella stretta dello Stato Islamico, ha dato ai Kurdi di Barzani un’enorme disponibilità di petrolio. Né si può escludere che il governo regionale chiuda un occhio sul contrabbando di petrolio proveniente dalle zone controllate dall’ISIS, molto richiesto in Turchia per il suo basso prezzo, e poi smerciato a vari Paesi occidentali, al Giappone, ed ad Israele.
Queste vicende, da un lato, confermano l’ignobile strategia dell’imperialismo e del neo-colonialismo, consistente nello sfruttare tutte le divisioni etniche e religiose per creare il caos nelle aree di cui si cerca di impedire uno sviluppo indipendente ed autonomo (come in Iraq, Siria, Libia, Jugoslavia, ed altre aree del Vicino Oriente, Africa ed Europa centro-orientale); dall’altro lato attirano l’attenzione sulle varie anime e fazioni, spesso anche in lotta tra di loro, in cui sono divisi i Kurdi, spesso considerati da molti attivisti occidentali come un mitico e quasi “angelico” tutt’unico.
In realtà nel Kurdistan convivono realtà politiche di orientamento molto diverso. Tra i Kurdi della Turchia una posizione di grande rilievo ha assunto il PKK, partito di ispirazione marxista-leninista fondato da Abdullah Ocalan, duramente represso dal governo turco, e che da oltre 30 anni conduce una lotta armata di liberazione nella Turchia sud-orientale (o Kurdistan del Nord, secondo i Kurdi) ed ha forti agganci nella società civile kurda della Turchia e nei partiti legali che partecipano alle elezioni in Turchia. Il PKK ha le sue basi in alcune zone dell’estremo Nord dell’Iraq (o Kurdistan del Sud nella versione kurda), che vengono regolarmente bombardate dai Turchi nell’ambito della particolare versione turca di “lotta al terrorismo”. I combattenti del PKK, oltre che difendere la popolazione kurda della Turchia dagli attacchi dell’esercito di Erdogan, hanno dato un contributo decisivo anche alla lotta contro l’ISIS (o DAESH) in Iraq, ben più incisivo di quello dato dai “Peshmerga” di Barzani, con cui spesso sono confusi dalla disattenta (o maliziosa?) stampa occidentale. Nello stesso Iraq altri partiti e movimenti kurdi (ad esempio quelli legati al clan dell’ex vicepresidente dell’Iraq Talabani, con centro in Suleymania) contestano il predomino e la politica di Barzani.
Legati al PKK sono anche i combattenti kurdi della Siria settentrionale (o Kurdistan dell’Ovest, secondo i Kurdi) organizzati nelle formazioni femminili JPG e maschili YPG, e nel partito PYD. Questi combattenti da circa 4 anni hanno raggiunto una tregua di fatto con l’esercito siriano, con cui hanno anzi collaborato nella battaglia di Hassaka, durante la quale l’ISIS è stato scacciato lontano da questa importante città della Siria nord-orientale. I rapporti con la Turchia sono pessimi, in quanto i Turchi, dopo che i combattenti kurdi si erano impossessati di gran parte della frontiera tra Siria e Turchia dopo la battaglia di Kobani, hanno minacciato ripetutamente un intervento militare se i Kurdi avessero superato il fiume Eufrate e avessero chiuso gli ultimi 90 Km di frontiera ancora controllati dall’esercito turco e dall’ISIS, congiungendosi con il cantone kurdo isolato di Efrin. Questo tratto di 90 Km di frontiera, controllato a Nord dall’esercito turco e a Sud da DAESH, è quello attraverso cui passa verso Nord la maggior parte del petrolio contrabbandato dallo Stato Islamico e, verso Sud, il flusso di armi e combattenti islamici fanatici e mercenari provenienti da 90 Paesi, che attraversano la Turchia con l’appoggio del governo turco.
Ma ora anche i Kurdi siriani del PYD sono corteggiati dagli USA che se ne vogliono servire come truppe di terra, e domani magari contro il governo di Bashar Al-Assad. Contemporaneamente però anche i Russi, la cui azione in Siria si fa sempre più oculata ed efficace, hanno offerto supporto alle azioni dei Kurdi locali, che si barcamenano.
Come si vede la situazione sul campo è complicata e l’imperialismo non ha rinunciato ai suoi piani di divisione, mentre i suoi infidi alleati (come Turchia ed Arabia Saudita) continuano i loro giochi di ingerenza e sopraffazione, a volte anche autonomamente dalle direttive emanate dal sempre più debole Obama, contestato anche dai “falchi” statunitensi. Gli Europei che contano (Francia, Gran Bretagna, Germania) da parte loro hanno deciso di intervenire, ma senza il consenso del governo siriano, e senza coordinarsi con l’esercito siriano, per cui la loro reale strategia non è affatto chiara e le loro azioni militari alimentano i peggiori sospetti.
L’intervento russo ha cambiato i giochi nel Vicino Oriente, ma la strada verso la piena sovranità di Paesi come l’Iraq e la Siria è ancora lunga ed irta di ostacoli.
Vincenzo Brandi

Per non dimenticare. 25 anni fa, Cuba e Yemen soli contro la prima guerra del Golfo

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Autunno 1990: il Consiglio di Sicurezza dice sì al sequestro dell’ONU da parte statunitense, nella preparazione della devastante «Tempesta del deserto» contro l’Iraq, scatenata a partire dal 17 gennaio 1991.

Il 29 novembre dovrebbe essere una delle tante “giornate del ringraziamento” a Cuba per la funzione storica che ha avuto, spesso da sola, piccola gigante, contro l’imperialismo delle guerre e dei privilegi. Vediamo cosa accadde nei mesi dell’autunno-inverno 1990, mentre l’Occidente (e l’Italia dell’art. 11 della Costituzione…) scivolavano verso una atroce guerra all’Iraq. Uno spartiacque nella storia recente. E forse nella vita di alcuni di noi. Appartenere a un Paese guerrafondaio è atroce.
Il 2 agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait, che accusa di condurre una guerra economica perché invadendo il mercato con il suo petrolio ha contribuito ad affossarne il prezzo, con enormi perdite per gli iracheni appena usciti dalla disastrosa guerra con l’Iran. Pochi giorni prima, l’ambasciatrice statunitense April Glaspie ha dato al presidente Saddam Hussein una sorta di (ingannevole) via libera all’azione militare.
Nei mesi che seguono, gli Stati Uniti mettono i bastoni fra le ruote a qualunque possibile soluzione diplomatica e preparano la legittimazione dell’ONU alla loro guerra aerea, la «Tempesta nel deserto» che distruggerà l’Iraq, a partire dalla notte del 16 gennaio 1991, con la partecipazione di diversi Paesi arabi e occidentali fra i quali l’Italia. Ma già da agosto Bush manda in Arabia Saudita centinaia di migliaia di uomini; è l’operazione «Scudo nel deserto».
Lo Yemen è l’unico Paese arabo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, prendendo sul serio il compito di rappresentare l’insieme della regione, rifiuta di partecipare al voto sull’immediata risoluzione 660 che chiede il ritiro dell’Iraq dal Kuwait. Intanto la Giordania cerca una soluzione negoziale presso la Lega Araba, ma dopo una prima riunione, con divisioni nette (unici a non sposare la posizione USA sono Libia, Giordania, Algeria e Yemen), gli USA procedono come carri armati al Consiglio di Sicurezza e la Lega Araba è estromessa.
Al Consiglio di Sicurezza George Bush e alleati rifondano l’ONU trasformandola in strumento del volere e del potere statunitense. Come scrive Phillis Bennis nel libro Calling the Shots. How Washington Dominates Today’s UN (Olive Branch Press, 1995), le Nazioni Unite sono fra le «vittime della guerra del Golfo», «diventando agente legittimante per le decisioni unilaterali dell’unica superpotenza rimasta»: «Del resto, Washington aveva bisogno di un confronto militare, con una chiara vittoria garantita, e con l’avallo ONU, per far capire che, pur rimanendo l’unica superpotenza strategica, non aveva intenzione di piegare le tende; e che Mosca ormai era in linea con il nuovo ordine mondiale».
Alle risoluzioni sull’Iraq, l’Unione Sovietica, in totale declino, prossima alla dissoluzione, fortemente dipendente dagli aiuti occidentali, non oppone mai il veto cui ha diritto in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza: «Chi siamo noi» risponde mestamente l’ambasciatore sovietico all’ONU a un giornalista, «per dire che il Pentagono non può prendere tutte le decisioni di una guerra che sarà condotta in nome dell’ONU?». Anche la Cina asseconda, non opponendosi a Washington sia per avere un ruolo diplomatico più influente, sia per ottenere un alleggerimento delle sanzioni di cui è gravata dopo i fatti di piazza Tienanmen (1989).
La risoluzione clou che porta alla guerra, il cosiddetto ultimatum all’Iraq, è la 687 del 29 novembre 1990, che autorizza i Paesi membri a cooperare con il Kuwait usando tutti i mezzi necessari, quindi la forza. Gli Stati Uniti e le petromonarchie preparano per bene il terreno utilizzando il bastone e la carota per acquisire il consenso dei membri non permanenti. Fra questi ultimi, a parte i Paesi occidentali (Canada, Finlandia) e la Romania post-muro, uniformemente schierati a favore delle decisioni USA, gli altri membri di turno, appartenenti al gruppo dei non allineati vengono convinti a suon di pacchetti di aiuti, militari e non: Costa d’Avorio, Colombia, Etiopia, Malaysia, Zaire. L’Unione Sovietica, agli sgoccioli, e pronta a tutto pur di avvicinarsi all’Occidente, ottiene 4 miliardi dai Sauditi.
Cuba e Yemen sono i due membri di turno del Consiglio di Sicurezza che fin dall’inizio della crisi hanno puntato i piedi, spesso in solitudine, ricordando al Consiglio la Carta dell’ONU che invoca soluzioni pacifiche alle controversie, e cercando di convincere altri membri ad allontanarsi dalla linea belligerante di Washington. Contro Cuba e Yemen, gli USA e i Sauditi usano il bastone. Alla vigilia della risoluzione cruciale, la pressione sui due disobbedienti si intensifica.
Veramente il bloqueo contro Cuba dura da decenni, quindi gli Stati Uniti non hanno molti strumenti diplomatici ed economici ancor da giocare. Ma ci provano lo stesso: alla vigilia del voto, si svolge a Manhattan il 28 novembre il primo incontro a livello ministeriale fra Washington e l’Avana da 30 anni. E’ chiaramente una verifica della possibilità di convincere i Cubani a desistere. Niente da fare: Cuba e Yemen votano no alla 687 (la Cina si astiene, tutti gli altri dicono sì).
Lo Yemen, il Paese più povero della regione, da poco unificato, paga un prezzo altissimo per il coraggio di violare il consenso ordinato dagli Statunitensi. Pochi minuti dopo il voto, gli USA informano l’ambasciatore Abdallah Saleh al-Ashtal: «Sarà il no più caro che abbiate mai detto»; e cancellano il piano di aiuti di 70 milioni di dollari. Non basta: dal canto suo, l’Arabia Saudita espelle centinaia di migliaia di lavoratori yemeniti. Una ritorsione nazista.
La notte del 16 gennaio 1991 USA e alleati iniziano a bombardare, malgrado la risposta positiva dell’Iraq agli ultimi tentativi negoziali, da parte del segretario generale dell’ONU, dell’Iran (appoggiato da Mosca), e di Nicaragua, India e Germania (Daniel Ortega fu l’ultimo capo di Stato a recarsi a Baghdad per scongiurare la guerra).
Mentre le città irachene vengono distrutte dalle bombe poco intelligenti, e i soldati che si stanno ritirando dal Kuwait vengono sepolti vivi nel deserto dai marines, Mosca appoggia l’accettazione da parte irachena della risoluzione 660: il ritiro dal Kuwait. Ma USA e Gran Bretagna chiedono di più e subito; e continuano a bombardare.
Marinella Correggia

La missione dell’ISIS

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“Nel breve termine – come dichiarato all’indomani dell’eccidio di Charlie Hebdo, dall’organo officiale di ISIS, la rivista online Dabiq, “i musulmani in Occidente si troveranno presto di fronte ad un bivio” visto che l’effetto dell’attacco è stato quello di polarizzare le reazioni della società, eliminando la “zona grigia” rappresentata da coloro che professano la pacifica coesistenza di culture e religioni diverse.
In sostanza l’organizzazione ha inteso dichiaratamente estremizzare le posizioni dei fedeli, mirando a far sì che la reazione della popolazione cristiana faccia sentire i musulmani non più benvenuti nei Paesi che li ospitano. Insomma il califfato vuole spingere i musulmani che vivono nei Paesi occidentali o a rinnegare l’Islam o “a emigrare verso lo Stato Islamico per sfuggire alla persecuzione dei governi crociati e dei propri concittadini”. Con il secondo attacco di Parigi – peraltro già anticipato da Dabiq – si è in sostanza inteso manifestamente suscitare una sempre crescente ostilità tra i musulmani e le popolazioni di altre confessioni religiose all’interno dei Paesi occidentali in cui vivono.
Nulla di nuovo in questo, è una strategia che già aveva usato Al-Qaeda nell’Iraq post-invasione, favorendo lo scoppio della guerra civile.
In una lettera a Osama Bin Laden, Abu Musa’b al Zarqawi espressamente propose di provocare tale conflittualità, con un attacco alla maggioranza scita da parte della minoranza sunnita. “Se riusciremo a trascinarli – scriveva Zarkawi – nell’arena della guerra di sette sarà possibile risvegliare i sunniti visto che si sentiranno in pericolo imminente di annientamento e morte.”
La strategia sembra in parte funzionare, viste le reazioni di parte della cosiddetta società civile che ha iniziato a inneggiare all’espulsione o al non accoglimento dei profughi o alla demonizzazione dei musulmani in generale, nonostante la maggior parte di questi ultimi non nutra simpatia alcuna per le posizioni del Califfato.
Appare pertanto evidente come il cosiddetto ‘scontro di civiltà’ venga attivamente perseguito non soltanto dalle élite occidentali ma anche dalla strategia dello Stato Islamico.
Ciò conferma l’ipotesi di una convergenza d’interessi di coloro che stanno pianificando lo scontro tra l’Occidente materialista e l’Oriente dell’idealismo capovolto.
(…)
L’unico possibile intervento efficace – come alcuni sagaci commentatori politici sostengono – sarebbe quello di realizzare un efficace embargo intorno alle aree occupate dal califfato, privando i militanti di approvvigionamenti, armi ed energia.
Ma un tale embargo, come sappiamo, sarà di difficile realizzazione per un motivo ben preciso.
Vale a dire per il fatto che l’ISIS è in realtà una creatura dell’Occidente, creata, organizzata e finanziata con lo scopo di mantenere alto il livello di paura e di insicurezza di interi popoli, pronti a rinunciare a porzioni sempre maggiori di libertà ed autonomia.
Attraverso la manipolazione mediatica si vuole palesemente ottenere determinati effetti, si vuole alimentare l’odio e la paura e, al tempo stesso, far ingrassare sempre più le corporation delle armi che oggi dispongono di budget stratosferici, che altrimenti, senza un nemico da combattere, sarebbero palesemente ingiustificabili di fronte all’opinione pubblica mondiale.
(…)
Gli USA sono il vero e proprio ‘cervello’ di tutta questa operazione. Dopo aver causato, con l’invasione dell’Iraq del 2003, ma soprattutto con l’eliminazione – dalla sera alla mattina – di tutti i quadri dell’esercito iracheno, che sono passati armi e bagagli alle schiere dei ribelli, ha consentito l’uso delle proprie basi militari in Turchia, Giordania, Qatar, Iraq e Arabia Saudita. Arma i cosiddetti ‘ribelli siriani’ che poi passano all’ISIS. Senza parlare di testimonianze di ufficiali iracheni che sostengono che l’aeronautica USA rifornisca l’ISIS con lanci di materiali ed armi dal cielo.
Le azioni di questi Paesi, affiancati dalla manipolazione mediatica e dai servizi segreti collusi ha reso possibile ai cittadini dell’Occidente la percezione di una nuova contrapposizione tra due blocchi avversari, procedendo nel percorso verso un Nuovo Ordine Mondiale nel quale una sempre maggiore egemonia dei superstati sostituirà le autonomie delle nazioni e i margini di libertà dei popoli.
E l’ISIS è un prezioso alleato in questo percorso.
Perché dovrebbero privarsene?”

Da Nel nome dell’ISIS, di Piero Cammerinesi.