Il “segreto” dell’industria militare israeliana

“La potenza militare israeliana e i solidi agganci internazionali di cui gode Tel Aviv pongono lo Stato ebraico nelle condizioni di non aderire alla conferenza indetta dall’ONU per la creazione di una zona mediorientale libera da armi nucleari, cui invece l’Iran partecipa. Lo autorizzano a tenere “200 bombe atomiche pronte al lancio su Teheran”, come confidato dall’ex segretario di Stato Colin Powell al suo partner d’affari e grande finanziatore del Partito Democratico Jeffrey Leeds in una e-mail scovata e pubblicata dal sito DcLeaks; gli permettono di produrre plutonio in quantità sufficienti a sviluppare ogni anno dalle dieci alle quindici bombe dalla potenza analoga a quella sganciata dalle forze aeree statunitensi su Nagasaki; gli consentono di fabbricare trizio, un gas radioattivo utile per le armi nucleari di nuova generazione come le mini-nukes impiegabili negli scenari bellici più ristretti, come ad esempio Gaza, o come gli ordigni neutronici, adoperabili in conflitti alle porte di casa perché capaci, grazie all’emissione di neutroni veloci, di garantire un elevatissimo grado di letalità, pur provocando un contenuto livello di contaminazione radioattiva.
Le indiscusse competenze tecnologiche acquisite nel corso dei decenni pongono l’industria bellica israeliana – che annoverà società di grande prestigio come la Elbit Systems, la Israel Aerospace Industries, la Israel Military Industries e la Rafael – nelle condizioni di ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel mercato mondiale delle armi. Composta da un misto di società sia private che statali, l’industria bellica israeliana assorbe oltre 50.000 impiegati e beneficia del rapporto di osmosi con colossi del complesso militar-industriale USA come la Lockheed Martin, che gli permette di riprodursi in maniera allargata, inserendosi sempre più addentro al sistema militar-tecnologico mondiale.
La forza di questo sistema ha consentito a Israele di accreditarsi nel 2012 come sesto esportatore di armi a livello mondiale, scavalcando colossi come la Cina e l’Italia.”

Da Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza di Giacomo Gabellini, Arianna Editrice, pp. 84-85

“Il clamoroso, enorme vantaggio competitivo accumulato dall’economia di guerra israeliana, in termini di ideazione, sviluppo e commercializzazione di dottrine tecnologiche militari, è perciò il risultato di un sistema radicato e istituzionalizzato di dominio, controllo e oppressione dei Palestinesi. Le aziende militari israeliane possono vantare una lunga esperienza nelle operazioni di contro-insurrezione, nella “lotta al terrorismo” e nella repressione delle manifestazioni, e di avere ideato, testato e perfezionato i propri prodotti sul campo di battaglia. Pertanto, i progressi delle esportazioni di armi sono legati alla crescente sofisticazione dei diversi tipi di produzione militare. Ogni operazione bellica funge sia da banco di prova per le nuove tecnologie militari, sia da vetrina per promuovere le vendite all’estero, rafforzando l’industria degli armamenti che, a sua volta, svolge un ruolo di primo piano nel sistema produttivo israeliano.”

Da Gaza e l’industria israeliana della violenza di Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi, Derive/Approdi, p. 192

La questione curda

Il ruolo della attuale dirigenza curda di fronte a un’occasione storica

Ho troppo rispetto per il popolo curdo, per la questione curda, per esprimere giudizi in quella che sarà una pura e semplice valutazione dell’attuale corso del maggior movimento curdo oggi – temporaneamente – alla guida di un territorio da essi denominato Rojava (letteralmente “Ovest”, in riferimento con ogni evidenza a un “Est” iracheno), un’area attualmente di oltre 42mila km quadrati a nord della Siria, superiore per estensione alla superficie di due Regioni come la Lombardia e il Veneto, distribuita in maniera discontinua a occidente (Afrin) e a oriente (il restante territorio) del cuneo occupato dai Turchi proprio per impedirne il ricongiungimento, unico successo ottenuto dall’operazione Scudo dell’Eufrate (Fırat Kalkanı); un’area che nel giro di tre anni è andata ben oltre i tradizionali confini dei villaggi curdi, giungendo a occupare:
– il 23% del territorio siriano;
– le sue tre maggiori dighe (importanti sia per la fornitura di energia elettrica, che per l’irrigazione);
– il 60% della sua superficie coltivabile (fonte).
Interessante, vero? Come si è arrivati a questo, temporaneo, status quo? Quali le cause, quali i presupposti, quali le possibili conseguenze e configurazioni future?
Occorre, come sempre, fare un passo indietro. Un popolo di trenta, quaranta milioni di persone (a seconda di come si considerano i Curdi della diaspora), distribuito principalmente – ma non solo – su quattro Stati indipendenti (Turchia, Siria, Iraq e Iran), la nazione più popolosa al mondo senza Stato, è da oltre un secolo che lotta per la propria indipendenza. All’inizio del secolo scorso, occorre sottolinearlo, i Curdi furono impiegati dai britannici in chiave antiturca (I conflitto mondiale) e tedesca (II conflitto mondiale), sempre con l’illusione di uno Stato promesso e mai realizzato (Dmitrij Minin, I segreti del conflitto siriano: il fattore curdo). Successivamente, si accostarono all’URSS, ma senza successo: la tragica vicenda della Repubblica di Mahabad (1946), primo nucleo di un Kurdistan indipendente in territorio iraniano, vide l’appoggio esterno dei Sovietici, che coprirono successivamente la ritirata del Molla Mustafa Barzani, padre dell’attuale capo del Kurdistan iracheno Mas’ud Barzani. Riparato in Azerbaigian, organizzò campi di addestramento a Tashkent e completò gli studi militari a Mosca (fonte). Fino a metà degli anni Cinquanta i Curdi furono gli unici alleati dei sovietici in Medio Oriente. Tuttavia, anche lì le cose stavano cambiando. L’appoggio sovietico alle rivoluzioni baathiste fece progressivamente spostare l’occhio dei Curdi verso Occidente. I britannici non c’erano più, ma c’era Israele. Sono databili da allora i primi contatti fra Mossad e Curdi (fonti: france-irak-actualite.com; the-american-interest.com), culminati nella visita vera e propria di Barzani padre in Israele. L’opzione rivoluzionaria in senso socialistico persisteva solo fra i Curdi di Turchia, culminante nel 1978 con la fondazione del PKK di Ocalan, ma risultava sempre più minoritaria, in termini di peso specifico sull’intero movimento indipendentistico curdo, a partire soprattutto dalla fine dell’URSS.

Moshe Dayan e Molla Mustafa Barzani, 1967

Il resto è storia recente: la strumentalizzazione della questione curda come fattore destabilizzante in Iraq e in Siria, è segno distintivo della politica mediorientale a stelle e strisce (o, visti anche i precedenti storici appena citati, US-raeliana nel suo complesso). In altre parole, questi due Paesi hanno conosciuto negli ultimi tre anni un’intrusione sempre maggiore degli Statunitensi sul loro territorio con l’istallazione di basi militari nei territori controllati dai Curdi, per combattere ovviamente i propri avversari che non sono, come ormai è sotto gli occhi di tutti, l’ISIS o Al Qaeda. La base aerea siriana di Tabqah, per esempio, abbandonata a causa dell’ISIS, ripresa dai Curdi catapultati oltre l’Eufrate dai mezzi anfibi e dalla copertura aerea americani, è stata seduta stante ceduta ai loro padroni. Un’altra base, ancora più grande, è in costruzione a Kobane, per rendere più costante e consistente l’approvvigionamento ai loro alleati. Forti di questo appoggio, le milizie curde dell’YPG hanno recentemente annunciato un’offensiva verso i territori dello “scudo turco” che li separano da Afrin. A sud di Raqqa, dopo esser stati fermati a Resafa dalla perentoria avanzata dell’esercito siriano, si stanno ritagliando fette di territorio lungo la striscia a sud dell’Eufrate, ufficialmente per chiudere da sud la capitale del sedicente Stato Islamico, in pratica per sondare la possibilità di ulteriori movimenti espansivi verso Sud.
Qui però si ferma la pars construens della loro iniziativa e iniziano problemi non da poco:
1. Afrin, separata dal resto di Rojava dallo “scudo turco” e posta sotto minaccia diretta di invasione, sempre da parte turca, è appena stata “visitata” da una folta rappresentanza di ufficiali russi. Questo avvenimento non può non essere legato alla visita ad Ankara del ministro della difesa russo Šojgu del giorno prima. I Russi ad Afrin si stanno costruendo la loro base, di fatto depotenziando il resto di Rojava in mano all’YPG, garantendo di fatto il ritorno di quella fetta di territorio nell’alveo della Repubblica Araba di Siria. Questo a Erdoğan basta. E avanza. I suoi movimenti di truppe e incidenti di confine sembrano aver sortito l’effetto deterrente voluto.
2. Un diamante è per sempre, ma non l’appoggio USA. Né Londra, né Washington hanno mai dato apertamente garanzie concrete alla costituzione di un Kurdistan indipendente e sovrano. Lo stesso ex-ambasciatore USA in Siria Robert Ford, in una recente intervista, ha definito “non solo politicamente stupida, ma immorale” l’attuale politica verso i Curdi, visto che alla fine “li tradirà”. I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena. Sembrano più che altro la “cara amica di una sera” del nostro repertorio canoro. Questo Rojava, nella figura del suo presidente Salih Muslim, lo sa benissimo, e infatti cerca – piuttosto maldestramente – di tenere il piede in più scarpe, senza inimicarsi troppo Mosca (da qui la cessione della base di Afrin, anzi, di Afrin punto) e Damasco (senza indire – almeno al momento – “referendum” sulla falsariga di quello appena svoltosi in Iraq). E cerca di trarre il maggior vantaggio dalla presenza USA sul territorio che controlla, di fatto svendendolo al potente alleato… inimicandosi però le popolazioni arabe locali, e non solo.
3. A differenza del Kosovo, dove a fronteggiare la protervia NATO c’era una Serbia indomita ma debole, oggi ci sono Iraq, Iran, Siria e Turchia. La Russia non solo sta vincendo sul campo un conflitto che nei primi sei mesi di quest’anno ha visto radicalmente mutare scenario (vedasi le ultime due cartine della Siria datate 01/01 e 30/06 di quest’anno), non solo ha permesso un graduale ma decisivo ripristino della sovranità nazionale da parte dell’unico governo legittimo, quello che – piaccia o no – fa capo ad Assad (per la prima volta, per esempio, la provincia di Aleppo vede prevalere come possesso di territorio il governo siriano sui suoi nemici e oppositori, come si vede nella cartina proposta sopra le due mappe già citate), ma è riuscita nella non facile impresa di mettere d’accordo Iran e Turchia nella costituzione di unico asse anti-ISIS e anti-Al Qaeda, ovvero anti-israeliano (vedasi, per ultimo ma non da ultimo, dopo i raid aerei israeliani contro le postazioni siriane sul Golan, l’origine degli equipaggiamenti sequestrati dall’esercito siriano ad Al Qaeda, sempre sulle alture del Golan), e anti-USA (vedasi, sempre per ultimo ma non da ultimo, oltre agli attacchi USA contro le postazioni siriane fatti “per errore”, come quello che l’anno scorso ridusse enormemente le difese di Deir Ez-zor prima dell’immancabile offensiva ISIS, anche le forniture dirette via Bulgaria e Jeddah ai terroristi). Il che non significa che siamo di fronte a un blocco compatto e monolitico che fronteggia un altro blocco altrettanto compatto e monolitico. I Turchi oggi ci sono, trattano coi Russi per l’acquisto di sistemi antiaerei e antimissile S-400 Triumf, domani non si sa. Gli Iraniani oggi sono pesantemente coinvolti nelle vicende irachene (delle cosiddette milizie popolari) e siriane, cercano una loro via al Mediterraneo, sono in piena e pluriennale sintonia coi Russi, anche sul versante geopolitico del Caspio in chiave di contenimento dell’iniziativa USA nella regione, poi chissà. Tuttavia, ora sono tutti, incondizionatamente, uniti contro i Curdi e la loro svolta filoamericana.
Gli affari sono affari. E di questo stiamo parlando, meglio, stanno parlando le potenze geopolitiche attualmente presenti sullo scacchiere mediorientale. Prima i Curdi lo capiranno, meglio riusciranno a promuovere la loro causa, cercando di coordinarsi non con chi sta a un oceano di distanza, ma con chi oggi li vede sempre più come un pericolo o, peggio ancora, come una minaccia. Hanno di fronte a sé, dopo un secolo di lotte, un’occasione storica. Non la devono e non la possono perdere. L’alternativa, sarebbe la ripetizione di tragedie già viste.
Paolo Selmi

Legenda delle cartine
Rosso: governativi e alleati
Grigio: Stato Islamico (ISIS-DAESH)
Verde: gruppi vari della galassia “ribelle” (Esercito Libero Siriano, etc.)
Bianco: gruppi derivati dallo scioglimento di Jabhat Al Nusra
Giallo: Curdi

1 gennaio 2017

30 giugno 2017

Russi, Siriani, Iraniani e la loro mossa del cavallo: qualche breve cenno su un piccolo capolavoro

Ci eravamo lasciati con un primo bilancio sulle zone di diminuzione e sull’effetto favorevole (per le forze siriane) che esse avevano avuto in termini di dislocamento su un fronte che, in pochi giorni riusciva a tornare unito da nord a sud, consentendo non solo di raggiungere la superiorità numerica in situazioni di conflitto locali fino ad allora dominate da un incerto equilibrio, ma anche di costituire la necessaria forza d’urto per rompere l’intero fronte avversario e trarre il massimo vantaggio possibile in termini di occupazione di zone cedute dal nemico e consolidamento delle stesse. Una mossa che andrà studiata molto più approfonditamente negli anni a venire e che, a prescindere dall’esito finale di questo conflitto, resterà una pietra miliare di quella guerra “liquida” che altri, senza successo, hanno tentato di applicare in Siria.
A chi mi riferisco? Agli Americani, ovviamente: apprendisti stregoni abituati a confrontarsi col nemico solo da posizioni di schiacciante superiorità: una superiorità ribadita da lanci imponenti (e milionari) di missili (inutili per lo scopo prefissato) e di madri di tutte le bombe, insieme ad altre esibizioni muscolari di dubbia efficacia nonché, sul versante più nascosto della propria azione, da massicci finanziamenti di terroristi e gruppi criminali, da robuste iniezioni di “caos creativo” nelle fila nemiche, da montature mediatiche a effetto destinate a spegnersi subito dopo l’ottenimento della risoluzione ONU prefissata; più in generale, da quel “non badare a spese” tipico di una concezione grossolana del conflitto basata sull’applicazione di ricette che si ritengono, meccanicamente, anche ingenuamente se vogliamo, uguali per tutti. Ebbene, spinti fondamentalmente dall’ingresso in campo della Russia a interrompere la propria azione offensiva, per non entrare in conflitto con un avversario decisamente più ingombrante del solo Assad, e a cambiare tattica, gli Americani entrarono in una crisi da cui non si ripresero più. La mancanza di un interlocutore pubblico credibile li costrinse a cercare una sponda amica fra i curdi dell’YPG, attirandosi così le ire di un potente alleato, quello turco, sempre più ex, e a liquidare il proprio, quantomeno ambiguo, rapporto con il sedicente Stato Islamico.
L’avanzata vittoriosa delle truppe di Assad a est della provincia di Aleppo, che aveva liquidato in un sol colpo sia la presenza dell’ISIS, sia le velleità turche in una possibile espansione verso Raqqa del cosiddetto “Scudo dell’Eufrate”, aveva preoccupato non poco i vertici americani e li aveva portati a fare quello che negli scacchi è “mossa del cavallo”: scavalcare verso la fine del lago Assad e portarsi apertamente in territorio arabo, occupando Tabqa e costituendo un argine alla discesa siriana. Discesa che non si è fatta attendere: dopo la caduta di Maskanah, il 9 giugno è avvenuto “l’incontro sull’Elba” fra Siriani e Curdi.
Tuttavia, quella che inizialmente pareva rivelarsi una mossa strategicamente azzeccata, si sta rivelando un pericoloso boomerang per la “coalizione alleata”. I Siriani li bloccano da ovest e proseguono, con la chiusura della sacca con quella “U” rovesciata creatasi nel frattempo.

Operazione di ieri, la conquista dei quindici villaggi segnalati nella cartina qui sopra, occupati dal 2013. La liquidazione di questa sacca, oltre a mettere in sicurezza Khanasir e la sua importantissima arteria, teatro non a caso di azioni diversive da parte dell’ISIS fino a poche settimane fa, tese a tagliarla in due, para il fianco anche all’offensiva verso sud. Questo metterà in ulteriore difficoltà i Curdi, impedendo loro di espandere ulteriormente la propria sfera d’influenza e obbligandoli, di fatto, a fare quello per cui avevano dichiarato di aver “sconfinato”: combattere l’ISIS liberando Raqqa. E così, mentre un alleato curdo sempre meno convinto libererà una Raqqa che resterà sempre araba e sempre ingestibile, i Siriani sfonderanno a sud puntando verso Palmira e tagliando materialmente la strada anche alle truppe ISIS in fuga da Raqqa.
Al centro, l’azione bellica appare meno veloce che al nord. La guerra-lampo lascia il terreno a uno sforzo quotidiano di avanzamento complessivo della linea di fronte su più direttrici: se è vero che solo ora ad est si punta ad Arak, che si trova ancor prima di Sukhna, ultimo centro importante prima della galoppata finale verso Deir Ez-zor, vero è anche che l’azione si è parimenti svolta verso nord e verso sud.

Verso nord, si può chiaramente notare la formazione di una sacca a est di Homs, ben visibile nella cartina qui sotto, che con la presa di Huwaisis si chiuderebbe e collasserebbe allo stesso tempo, sia ottenendo la scomparsa dell’ISIS a est di Homs, sia mettendo in sicurezza da nord la strada che si va, parallelamente, liberando a sud e che porta ad Arak-Sukhna-Deir Ez-zor.

Verso sud, l’azione di consolidamento e parimenti offensiva sfociava con la chiusura dell’ennesima sacca e con il raggiungimento del confine giordano. Una frangia infine si spingeva verso At Tanf ma era prontamente respinta da bombardamenti “alleati” che la dissuadevano dal proseguire verso quella base USA.

Tuttavia, mentre colonne siriane si sottoponevano al fuoco dei bombardamenti aerei USA -tre serie nel giro di pochi giorni- e terroristi addestrati e armati dagli USA tentavano, senza successo, di arginare l’avanzata verso sud dei Siriani (le frecce blu della prima cartina qui sotto), ecco avvenire l’inaspettato: la mossa del cavallo dei Siriani: un veloce scarto a nord-est e un’altrettanto fulminea calata a sud-est (vedi seconda cartina) a soli 20 km dalla base USA!


Questa operazione, se non risolutiva, è di estrema importanza. Consente, infatti di:
– impedire l’ulteriore espansione a est dei “ribelli” filoamericani, chiusi ora su tutti i versanti e costretti a ripiegare verso la Giordania;
– togliere ogni ragion d’essere alla stessa base di At Tanf (centro di addestramento e non base operativa);
– ampliare ancor più la linea di fronte verso Deir Ez-zor,
– ricongiungersi alle milizie popolari sciite irachene e ripristinare linee d’approvvigionamento interrotte da anni.
A questo proposito, si ripristina anche il cosiddetto corridoio iraniano al Mediterraneo.

In conclusione, in una condizione di conflitto assolutamente “liquida”, laddove la linea di fronte è altamente instabile a causa del crollo di una delle parti in conflitto e della susseguente avanzata delle restanti, questa “mossa del cavallo” ha assestato un gravissimo colpo ai già precari equilibri, minati da dissidi e contrasti interni, della cosiddetta “coalizione alleata”. Una compagine in crisi netta, che si trova scoperta su più fianchi, vulnerabile proprio laddove intendeva partire per la conquista, palmo a palmo, della Repubblica Araba di Siria, invisa alle grandi potenze regionali confinanti (Turchia e Iran). In questo frangente, essa dovrà tirar fuori ben più di un coniglio dal cilindro per ribaltare la situazione. E, al momento, non sembra esservi alcun presupposto per tale colpo di scena. Stiamo in campana.
Paolo Selmi

Siria e terrorismo

Se l’Occidente persevera nei suoi errori, il nostro futuro è tragico…

Mentre scriviamo, nel sud della Siria, presso Al Zagif (tra Al Tanf e il fiume Eufrate), forze speciali USA e britanniche mettono a punto un campo di addestramento avanzato per le cosiddette Guardie Rivoluzionarie, un gruppo islamista nato sulle ceneri del disciolto New Syrian Army, ex perla della CIA. I due gruppi, nati ufficialmente per combattere l’ISIS, in realtà sono stati istituiti con l’obiettivo di sottrarre ad Assad i confini tra Siria e Iraq, di cui il valico di Al Tanf è uno dei perni principali.
In queste ore, i ribelli, equipaggiati dagli USA con gli stessi materiali forniti agli arabo-curdi delle Syrian Democratic Forces, contrastano l’avanzata dell’esercito siriano che con l’aiuto di Russi e filoiraniani cerca di riprendere il controllo delle frontiere meridionali. I recenti raid aerei della Coalizione anti-ISIS, parlano chiaro (leggi articolo 1 e articolo 2).
Sempre mentre scriviamo, persiste l’abominevole campagna mediatica mainstream che davanti agli attentati di Londra e a decine di morti innocenti, continua a mascherare l’unica scomoda realtà: la jihad sunnita che alimenta il terrorismo internazionale è stata creata dall’Occidente (USA e UE con l’occhiolino di Israele), a cui è poi sfuggita di mano. Anziché colpire i responsabili e arginare il flusso che li foraggia, si continua a contrastare gli unici che combattono lo Stato Islamico, cioè il governo siriano e i suoi alleati. L’obiettivo principale è assecondare l’Arabia Saudita, proprietaria di molti assets finanziari in USA ed Europa, nel suo gioco di opposizione all’Iran sciita, unica potenza regionale “fuori controllo”.
Chiariamo alcuni aspetti.
Piuttosto che dibattere sulle ragioni di Assad, pedina di un gioco evidentemente più grande, o quelle di un Iran comunque non immune da responsabilità politiche e storiche, sembra più opportuno non perdere il lume della ragione, ormai sfuggito a molti.
Andiamo per passi.
Su queste pagine, da anni ricordiamo che lo Stato Islamico è nato dalle macerie del regime sunnita iracheno di Saddam Hussein. La geniale mossa americana del 2003 di sciogliere gli apparati politici e militari di un Paese a maggioranza sciita ma governato da un clan sunnita, è stato il primo passo; il secondo è stato approfittare del caos post-bellico per favorire una struttura parastatale (lo Stato Islamico appunto), che arginasse la crescita dell’Iran, unico vero incubo di Israele e dei suoi partner arabi (Arabia Saudita e Paesi del Golfo). La principale conseguenza dell’anarchia seguita a Iraqi Freedom è stata proprio il ritorno in cattedra degli sciiti arabi, maggioranza in Iraq ma abbastanza forti anche in Arabia Saudita, Bahrein e Yemen.
Ecco quindi il punto. Se comprendiamo che dietro lo sciismo incombe l’ombra della Persia, spauracchio di tutti i seguaci della Sunna, allora ne deriviamo una realtà incontrovertibile: la Seconda guerra del Golfo si è dimostrata un errore di calcolo di portata secolare dell’amministrazione Bush.
A quanto pare però, gli errori sono come le ciliegie: l’uno chiama l’altro. La violenza incontrollata della jihad sunnita, sfociata in atti di terrorismo inaccettabili per l’opinione pubblica globale, ha costretto l’Occidente a prendere le armi contro l’ISIS nel 2014. Inherent Resolve, l’armata dei buoni arrivata a togliere le castagne dal fuoco in Iraq, è nata però come un salto nel buio che ha indotto generali e politici in un inevitabile cul de sac: la crociata internazionale contro il terrorismo islamico in Iraq e Siria, prima o poi si sarebbe rivelato un boomerang.
Per capire meglio il perché, offriamo ai lettori uno spunto di riflessione: perché non si parla più della liberazione di Mosul in Iraq da parte della Coalizione anti-ISIS? La grande copertura mediatica e il rullo di tamburi scattati a ottobre 2016 sono improvvisamente cessati… Facendo una rassegna stampa di quei giorni, sembrava che il giudizio universale fosse prossimo e che il mondo libero avesse ormai in pugno i cattivi tagliagole di turno; passati sei mesi, le notizie di Mosul ormai liberata arrivano col contagocce.
Un caso? Niente affatto. La ragione è evidente.
Il grosso dello sforzo militare nell’Iraq nordoccidentale non lo fanno più le truppe irachene a guida americana, ma le PMU, le milizie sciite equipaggiate e controllate direttamente dall’Iran, con l’appoggio ambiguo del governo iracheno, il cui premier Al Abadi è sciita. Le milizie sciite hanno già raggiunto il confine tra Iraq e Siria all’altezza del territorio controllato dai curdi del Rojava (Kurdistan siriano). L’intenzione di scacciare l’ISIS per controllare i valichi fra i due Paesi con l’aiuto diretto iraniano, non è più un tabù. La presenza di alti ufficiali di Teheran al fronte per ispezionare le linee dei miliziani, è stata segnalata più volte nelle ultime settimane.
I nodi a quanto pare, sono arrivati al pettine. Non si potrà sfuggire per molto tempo ancora alla domanda cardine: per l’Occidente è più importante distruggere l’ISIS e il terrorismo islamista o arginare l’Iran e i suoi alleati?
La risposta nemmeno troppo maliziosa è semplice: se noi occidentali avessimo voluto chiudere la partita con lo Stato Islamico, lo avremmo fatto in due settimane al massimo.
Chiudiamo l’articolo mentre da Deir Ezzor, in Siria, arrivano notizie di una controffensiva jhadista contro le forze di Assad. La guerra non si fa solo con miliziani drogati e fucili: ci vogliono mezzi, equipaggiamenti, intelligence, esperienza, infrastrutture e soprattutto tanti, tantissimi soldi. Gli aiuti al Califfato continuano a piovere dal Governatorato iracheno di Anbar che arriva fino ai confini dell’Arabia Saudita. Lo sappiamo tutti, ma fingiamo che non sia così. Nel festival dell’ipocrisia non poteva mancare la notizia bomba dell’ultim’ora: Riad accusa il Qatar di finanziare Al Qaeda, l’ISIS e la jihad in genere. Si parla addirittura di rottura diplomatica con Doha. La corsa al capro espitario evidentemente è iniziata…
Il punto di non ritorno sembra dunque arrivato. Mentre a Londra si piange per gli attentati, una politica estera suicida continua in silenzio nella stessa direzione di sempre. Il fronte atlantista, pur nelle sfumature e nelle diversità che lo caratterizzano, insiste a trafficare con i Paesi che finanziano nemmeno troppo in sordina l’estremismo islamico. Per pura etica umana, sarebbe il caso di raccontarlo, cercando di spiegarlo magari alle famiglie di decine di innocenti che in Europa continuano a morire secondo un rituale macabro ormai passivamente accettato da tutti. Rinnoviamo le sanzioni alla Russia e bombardiamo Assad; seguiamo come un gregge intontito delle linee che ci portano verso non si sa quali interessi.
La nostra ipocrisia è più colpevole di mille bombe; i tramonti di morte della nostra civiltà hanno sempre più il colore rosso della vergogna.
Giampiero Venturi

Fonte

Siria: svolta decisiva?

Prima di passare a una veloce disamina della situazione, regione per regione, occorre fornire un dato importantissimo, che è proprio di oggi. Per la prima volta, le forze siriane hanno creato verso est un unico fronte (che si può vedere qui). Ovviamente, il fronte orientale unito da nord a sud è stato possibile solo grazie ai travolgenti successi di questa settimana, resi a loro volta possibili dalla creazione delle quattro zone di diminuzione da cui migliaia di soldati siriani sono stati tratti per successivo dislocamento su questo fronte: peraltro, la creazione delle zone di diminuzione non ha significato, come qualcuno invece ritiene, la cessazione delle attività belliche in tali territori: è notizia di ieri la liberazione di Bayt Na’im nella sacca a est di Damasco facente parte delle zone di diminuzione (notizia delle ore 9:00, cartina annessa); una liberazione ottenuta impiegando le cosiddette “seconde file”, certo, ma che significa da un lato che non si tratta di uno status quo destinato a durare a lungo e, dall’altro, che gli assediati sono ora in una situazione di maggior debolezza di prima, dal momento che nulla garantisce loro l’incolumità una volta risolto il conflitto se, come auspicano gli estensori della proposta di queste zone, le truppe ora impegnate sul fronte unico orientale, torneranno a finire il lavoro lasciato a metà. Continuando invece sui vantaggi di un’unica linea di fronte, è altrettanto ovvio, ma vale la pena notarlo, che disporre di questo consente, per la prima volta:
1. maggior coordinamento nelle operazioni militari;
2. maggiore ottimizzazione delle forze in campo, sia come impiego che dislocamento;
3. maggiore efficacia nell’azione sia offensiva che difensiva e preventiva.
Ecco quindi la situazione di quest’unico fronte alla luce dei recenti sviluppi:
A nord, il fronte a est di Aleppo è crollato e le forze siriane si dirigono verso Masknah, ultimo avamposto ISIS su quel fronte (sono a 1,5 km dalla città, avendo già raggiunto la locale stazione ferroviaria): una manovra a tenaglia che allarga il fronte sempre più a sud chiudendolo, di fatto, in una morsa. Caduta Masknah, avverrà velocemente il ricongiungimento a Tabqa, ovvero la “stretta di mano sull’Elba” con gli “alleati” di sempre. Una “stretta di mano” vista molto, molto male oltreoceano. Non tanto l’YPG, che cerca solo la miglior condizione politico-territoriale e rapporti tutto sommato amichevoli da cui far partire eventuali negoziati a fine conflitto sullo “status” più o meno particolare di Rojava e Afrin, quanto gli USA, che considerano la caduta di Assad prioritaria, vedranno di malocchio il “passaggio delle consegne”, richiesto dai Siriani, nei confronti di un territorio arabo, non curdo, su cui i Curdi però sono arrivati prima. Ancora più a monte: permetterà la “coalizione alleata” il passaggio dei Siriani verso sud? O li bloccherà a Tabqa (con conseguente, anche se al momento improbabile, possibilità di innesco di conflitto diretto fra Curdi-USA e Siriani-Russia, ma anche Turchia che non si farà scappare l’occasione di intervenire)? Lo scopriremo nelle prossime puntate. Di certo, il fronte a Tabqa si è stabilizzato con l’occupazione di quella casella, in vista dell’attacco finale a Raqqa e, mentre i “gialli” dell’YPG si preparano, i “rossi” delle forze armate siriane procedono da nord-ovest e da sud-ovest, all’altezza dell’arteria Hanaser-Itriya, con l’evidente, duplice, scopo di:
1. allargare il più possibile la fascia di sicurezza su questa strada, puntualmente occupata dal nemico con operazioni suicide (l’ultima pochi giorni fa) tese a impegnare il maggior numero di truppe speciali per lo “sblocco” di questa importante arteria, l’unica che collega efficacemente nord e sud del Paese;
2. sfondare verso nord-est e puntare a Raqqa da sud; operazione che non solo proteggerebbe Palmira da nord ma, ricongiungendosi alle truppe provenienti da una Masknah liberata, porrebbe i Curdi a Tabqa in una condizione di evidente inferiorità (completamente circondati da nord-ovest a sud dai Siriani e non ancora ricongiunti con il grosso del contingente curdo-americano a nord, essendoci ancora Raqqa in mezzo) riducendone enormemente il potere negoziale.
Vedremo. Nel frattempo, i Russi stanno già prendendo contromisure nei confronti dell’ennesimo sgambetto a stelle e strisce: favorire, tramite un “corridoio” sicuro a sud di Raqqa, la fuga di migliaia di soldati ISIS verso Palmira. Ennesima mossa sleale, smentita subito dall’YPG, ma parte, nei fatti, della strategia militare “alleata” verso i Siriani. O dobbiamo dimenticare che i miliziani che ripresero Palmira a dicembre dell’anno scorso venivano, in migliaia, da Mosul attraverso l’unico corridoio “casualmente” rimasto libero, nonché da Raqqa? Del resto, cosa ci facevano ieri 27 pick-up bombardati dall’aviazione russa, con a bordo 120 miliziani ISIS sulla strada che da Raqqa porta a Palmira? Una gita fuori porta?
E’ comunque al centro-sud, che la situazione è notevolmente cambiata nel giro di una settimana. A est di Palmira, la conquista della strada che conduce a Deir Ez-zor procede, lentamente ma procede: siamo a 37 km da Al Sukhna, importante avamposto la cui conquista permetterebbe un’avanzata ancora più decisa su questo fronte. La cartina appena citata permette di apprezzare anche la creazione, ancora in essere all’alba del 25 maggio, di una sacca fra il “gancio” a sud di Palmira che punta verso sud-ovest e una flangia la cui punta più avanzata a sud-est è quella recentemente bombardata a 47 km dalla base USA in territorio siriano di Al Tanf (ibidem). Assistiamo peraltro, ancora più a sud, al tentativo di creazione di un’altra sacca. Anche qui sottolineiamo, per chi non avesse un minimo di memoria storica, o un parente caduto o miracolosamente sopravvissuto dalla Russia, per cui il nome Nikolaewka non significhi qualcosa di più di un semplice indirizzo civico, che il termine “sacca” non è usato a caso e richiama alla strategia militare di terra preferita dai Russi, impiegata recentemente con successo nel Donbass. Ebbene, tale strategia “venuta da lontano” ha consentito in un giorno la conquista di 27 mila kmq con la chiusura della prima, importante, sacca (Lazio e Marche messe insieme, per dare un ordine di grandezza; cartina qui). Cosa significa questo, in termini di strategia verso l’infido vicino giordano? Una cosa sola. Come mostra quest’altra cartina con vista invertita rispetto ai punti cardinali (per intenderci, base di Tanf e confine giordano-iracheno in alto), i “verdi” foraggiati da Washington e Amman sono totalmente in scacco, chiusi in sacche e attaccati da più fronti, costretti a cedere terreno, incapaci di reagire (l’ultimo attacco, condotto venerdì 25 contro la riserva di Zuluf con droni suicida Switchblade e altri ammennicoli gentilmente forniti da Washington è miseramente fallito. Vedasi). Se a questo aggiungiamo che già domenica scorsa erano 50 i km di confine con la Giordania tornati sotto il controllo siriano, il tanto auspicato (da Washington) aiuto dei “verdi” nell’accerchiamento dei “rossi”, nonostante le incursioni yankee da sud, nonostante il continuo foraggiamento a perdere in termini di tecnica, consiglieri militari e attacchi diretti, stanti così le cose è e rimarrà sempre più un auspicio.
E Deir Ez-zor, l’enclave che eroicamente resiste all’accerchiamento totale dei “neri” dell’ISIS? Tiene, aspettando che arrivino, prima o poi, i nostri. Ancora oggi ha respinto un tentativo di sfondamento. Ma la situazione è tutt’altro che stabile. Appare chiaro come sia gli USA, che l’ISIS (accostamento affatto casuale) vedrebbero assai di buon occhio la caduta di questa città, teatro appena qualche mese fa di un attacco terribile che solo per poco non è culminato nella disfatta.
In conclusione, i fatti sul campo stanno mostrando l’efficacia, per il momento vincente, di una scelta coraggiosa, in assoluta controtendenza rispetto a quanto finora occorso. Il bombardamento sulla colonna siriana in avvicinamento ad Al Tanf, piuttosto che l’assegno di 110 miliardi di dollari staccato dai Sauditi per forniture di armi a stelle e a strisce, sono da leggere anche in questa chiave: reazione – tardiva – a una situazione che ha colto e sta cogliendo tutt’ora molti di sorpresa. Ci riaggiorniamo. Nel frattempo, stiamo in campana e non perdiamo il polso di una situazione arrivata, forse, a una svolta decisiva.
Paolo Selmi

False flag in Siria?

E se non fosse stato Assad

Attenzione, se oggi ci mettiamo a discutere su chi ha lanciato i gas a Khan Sheikun, rischiamo di cadere in una trappola mediatica. Le convinzioni le lasciamo a quel coro di benpensanti ‘politicamente corretti’ che, lanciando anatemi, puntano il dito contro Bashar al-Assad. Nessuno si può esimere, è il bersaglio più facile. I gas si diffondono con vari mezzi: aerei, granate speciali (obici e mortai), oppure, come nelle battaglie sul Carso, generatori posti sottovento. Nella Coalizione che non solo combatte quella parte dei ribelli non presente agli accordi di Astana, ma fa anche altre cose, gli aerei li hanno tutti. I Siriani, certo, ma anche i Russi, i Turchi, i Sauditi e i Qatarioti. I ribelli no, né i ‘buoni’ né i ‘cattivi’. Le armi terrestri gassificanti, quelle, per intenderci, sparite in massa nel 2011 dagli arsenali di Gheddafi, con alta probabilità sono in mano ai ribelli jihadisti non-ISIS. Restringendo il campo, sembrerebbero nella disponibilità dell’ex al-Qaeda, ex al-Nustra e oggi Jahbat Fatah al-Sham. Allora ragioniamo, partendo da Astana e da un fondamentale quesito: cui prodest? Ovvero: a chi giova. Forse non arriveremo a nulla, ma ci chiariremo un po’ le idee. In prospettiva, i ribelli del Free Syrian Army (quelli ‘buoni’) avranno un loro limitato spazio a nord, con tutela turca. Assad e Putin mirano a distruggere (con la sporadica partecipazione degli USA) tutti i gruppi jihadisti, concentrati ormai nella provincia di Idlib. Se perdono quell’area, sono praticamente finiti. Assad, se l’avanzata prosegue, ha già la vittoria in tasca. L’offensiva, allora, va delegittimata agli occhi del mondo con ogni mezzo. Indovinello: chi può aver interesse a farlo?
Mario Arpino

Fonte

Gli yankee e la mossa del cavallo: qualcuno a Washington usa il cervello

Soldati russi a Manbij

Ci eravamo lasciati qualche settimana fa con una situazione tipicamente di stallo, se non di affanno, da parte dell’iniziativa targata a stelle e strisce in Siria: forze speciali dislocate in territorio di Rojava costrette ad accorrere a Manbij per fare da deterrente alla dichiarata offensiva turca nell’unico territorio amico rimasto in terra di Siria e, per giunta, umiliate dal successivo dietrofront curdo che riteneva, molto più pragmaticamente, più efficace un’area cuscinetto di qualche decina di chilometri ceduta direttamente ai Siriani; ripresa quindi dell’offensiva su Raqqa e su Mosul con estremo dispendio di energie e chiudendo entrambi gli occhi sui crimini di guerra commessi cammin facendo; ciò nonostante, stivali troppo fermi nel fango mentre il vero nemico, l’esercito siriano, nonostante la maggior scarsità di mezzi (ritorneremo anche su questo), chiudeva Turchi e Curdi a nord raggiungendo, dopo tanti anni, il Lago Assad (per i non ferratissimi in geografia, come me del resto, consiglio la visione contemporanea di una mappa dettagliata della Repubblica Araba di Siria come questa).
Una situazione decisamente favorevole all’esercito siriano e sintetizzata da questi ultimi dati recenti: con la liberazione di Dayr Hafir (23-25/03; fonte) l’ISIS perde l’ultima grande città nella provincia di Aleppo; le forze siriane liberano una media di 26,2 kmq al giorno (3426,1 da inizio anno, fonte), tengono a Dejr Ez-zor (Dayr az Zawr), nonostante le difficoltà di comunicazione fra città e aeroporto, avanzano a Deraa (Dar’ā), sul confine con la Giordania. Unica nota dolente, l’offensiva violenta verso Hama da parte di Jabhat Fatah al Sham (ex Al-Nusra, ovvero Al Qaeda), con l’utilizzo di riserve (oltre 500 soldati pro-turchi utilizzati nella operazione “Scudo dell’Eufrate”), armi turche e bottini di guerra siriani (tra cui non è passato inosservato agli analisti russi un caro, vecchio T-90 di loro fabbricazione, fonte): offensiva massiccia, che ha costretto i battaglioni d’élite Tigre siriani impegnati nell’assedio di Dayr Hafir a dividersi in due ed a dislocarsi nella difesa e nel contrattacco lungo il perimetro della periferia della città (in particolare, questa cartina mostra i progressi dei “verdi” dal fronte del 21/03 e il reale pericolo di sfondamento rappresentato dalla loro offensiva). In altre parole, i Siriani continuano a “riempire di rosso” zone che, dall’inizio del conflitto, erano passate sotto il controllo dell’ISIS o di Al-Nusra (mappa aggiornata a ieri).
Tuttavia, in quest’ultima mappa, si nota già un po’ più di “giallo”, in un punto dove non lo si sarebbe mai aspettato. Torniamo al Lago Assad: gli yankee, pardon, i “Curdi” (anche se dopo questo fatto, non ci crede ormai nessuno), tra il silenzio generale dei media occidentali, hanno passato il Lago nel suo punto più a sud e hanno preso il controllo della zona immediatamente prima della diga Al Tabqah (fonte che propone cartine aggiornate e foto di prima mano dell’operazione a cura di truppe speciali poco, molto poco, “curde”). Tutto questo macello per un pallino giallo a sud del lago, che sarà mantenuto di quel colore a prezzo di continui bombardamenti aerei e massicci rinforzi, forse più che per altre operazioni offensive… a che pro?
Riprendiamo la prima cartina, quella politica della Siria. Individuiamo Aleppo e Ar Raqqah. Notiamo la linea viola che le unisce, costeggiando l’Eufrate sia quando diventa Lago Assad, sia dopo. È l’unica strada. La guerra siriana è una guerra di strade in mezzo al deserto, dove il controllo dell’unica via di comunicazione da un punto a un altro diviene questione ben più strategica, rispetto per esempio all’andamento di un conflitto bellico in Val Padana o nell’Île-de-France. Riprendiamo di nuovo la nostra cartina e vediamo che, a Raqqa, ci si arriva anche in altro modo, ma per un giro più lungo e strade secondarie, da Hama (guarda caso teatro di scontri fra terroristi e Siriani proprio in questi giorni) ed a sud da As-Sukhnah (non a caso obbiettivo primario dei Siriani dopo la liberazione di Palmira, sia per questo motivo, sia perché sulla strada diretta verso Dejr Ez-zor).
Insomma, come in ogni partita a scacchi che si rispetti sono entrati in gioco i cavalli: un-due-tre, scavalcando le linee nemiche e andandosi a mettere nel punto peggiore, dal punto di vista dell’ISIS (ma non solo!): infatti, i “neri” si trovano ora tagliati nell’unica via di comunicazione fra ovest ed est della zona a ridosso di Al Tabqa. E’ vero che hanno perso Dayr Hafir, ma così i Siriani non tarderanno a papparsi tutto il resto fino, per l’appunto, ad arrivare a questo sbarramento. E qui verrà il bello: inutile dire che gli yankee hanno già provato, senza successo, di chiudere Al Tabqa a tenaglia, da sud e da nord (nel già citato articolo di Colonel Cassad, è stata dedicata una cartina solo per illustrare quest’ultima azione, l’ultima prima delle foto). I “neri” non mollano. Sanno benissimo che, finché rimane giallo solo quel fazzoletto di strada a ridosso dell’aeroporto di Tabqa, il giorno che le difese “dormono” un po’ più del solito, sarà sempre possibile scagliargli addosso uno stormo di shahid-mobile imbottite di tritolo e quant’altro e provocare lo stesso danno con cui si ripresero – temporaneamente – Palmira. Ma se questo fazzoletto dovesse estendersi all’aeroporto (e questo è il primo obbiettivo yankee per la costruzione di un avamposto stabile, approvvigionato e sicuro) e ricongiungersi a nord col territorio di Rojava tramite la diga sull’Eufrate (che alcuni siti occidentali, cantando presto vittoria, danno già per presa) ogni corridoio a ovest sarebbe immediatamente chiuso. Su questi obbiettivi, quindi, si gioca in questi giorni il consolidamento di questa mossa del cavallo.
Tuttavia, non può non sfuggire l’altro, vero, significato di questa operazione a stelle e strisce. Raqqa è nostra. Controlliamo noi la strada per arrivarci (un domani anche la base militare a ridosso e tutta la zona a sud del Lago Assad, leggi: il Kurdistan a stelle e strisce inizia qui) e voi, Siriani, arriverete qui e poi vi fermerete, né più né meno di come avete appena bloccato voi Turchi e Curdi. Intento chiaro, ma mossa – forse – ancora tutt’altro che decisiva. Anzi tutto perché non è detto che i Curdi, in virtù del ruolo che i Siriani svolgono da cuscinetto contro i Turchi (e che potrebbero anche smettere di svolgere…), non lascino passare i Siriani, specialmente se i territori raggiunti non riuscissero presto a unirsi territorialmente a Rojava e quel fazzoletto restasse solo, per l’appunto, un’enclave rifornita dal cielo (e circondata per il resto dai Siriani). Per questo i soldati a stelle e strisce (che compaiono col volto oscurato nei fotogrammi “celebrativi” dell’impresa) hanno una maledetta fretta di chiudere la faccenda PRIMA che i Siriani facciano capolino da nordovest (e, probabilmente, ci riusciranno). Inoltre se, come appare, la regione Aleppo sarà presto completamente bonificata dai “neri”, i reparti speciali siriani, Tigre e non solo, potranno essere impiegati a sud, accelerando notevolmente l’avanzata da Hama e da Palmira. E se la presa di Raqqa continuerà a essere tutto fuorché una passeggiata (considerando anche i raggruppamenti derivati dal concentramento delle energie restanti su un territorio più ristretto), questo “tutti contro tutti” avrà ancora molti colpi di scena.
Paolo Selmi

P.S.: aeroporto di Tabqa conquistato.