Le mani sul rubinetto

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“L’operazione mediatica imbastita dallo “Stato Islamico” è una piccola opera d’arte. Ripugnante quanto basta per il pubblico occidentale, per spingerlo a credere alla necessità delle opzioni che i suoi dirigenti sciorineranno con disinvoltura, a dispetto del gioco delle tre carte da loro condotto dietro le quinte. Ammaliante quanto basta per parlare agli strati disperati della Umma, presso i quali i vari cartelli dell’islamismo reazionario tentano di accreditarsi come punti di riferimento, promettendo loro, grazie ad un presunto ritorno alle radici del messaggio coranico, il riscatto dalle loro condizioni umilianti. Quindi le vittime occidentali di tali bande vengono presentate alle telecamere nella tunica arancione, tristemente nota per via della famigerata base-prigione di Guantanamo, che, per inciso, Obama si è guardato bene dal chiudere.
Ovviamente a questa strada di presunto riscatto, disperata e falsa, subentra in realtà il gioco delle parti. Più che l’Occidente, queste bande hanno di mira proprio quelle realtà del mondo arabo-islamico che non si piegano all’imperialismo ed ai suoi alleati locali. Ed ecco apparire l’odio confessionale, settario, distruttivo… Tutto quanto abbiamo visto all’opera in Siria, per chi vuole vedere.
Di fronte all’avanzata dello “Stato Islamico”, Washington sostiene l’opzione dei bombardamenti, un impegno limitato. L’applicazione del trattato di amicizia tra Baghdad e Washington porterebbe a ben altre implicazioni. Ma quel trattato non è evidentemente lì perché l’Irak possa chiedere al piromane di spegnere l’incendio.
I bombardamenti chirurgici statunitensi, a detta dello stesso generale Mayville dello Stato Maggiore USA, non sono affatto efficaci per far collassare lo “Stato Islamico”; però permettono a Washington di controllare la situazione, arginando il possibile straripare delle orde del “Califfo” oltre la linea ritenuta conveniente.
(…)
I vantaggi per gli USA sono potenzialmente due. La radicalizzazione dello scontro innescata dal “Califfato” accelera il processo di sgretolamento dello Stato iracheno perseguito tenacemente da anni. Lo “Stato Islamico” è certo una minaccia: per le popolazioni della regione, per lo Stato iracheno, per la Siria, per l’Iran, per il Libano, in prospettiva per tutte le realtà contro le quali può essere giocata la carta della “guerra santa” della CIA.
(…)
In secondo luogo, l’espansione dello “Stato Islamico” potrebbe offrire il pretesto per un intervento diretto nella crisi siriana, ufficialmente contro il “Califfato”, ma di fatto contro lo Stato siriano.
(…)
La vicenda dello “Stato Islamico” e quella della crisi siriana vanno inserite nel contesto più ampio dello scontro geopolitico in corso tra la tendenza all’egemonia unipolare statunitense da una parte e le forze della coalizione antiegemonica che vorrebbe ripristinare un equilibrio di potenza per garantire al mondo un equilibrio multipolare che, solo, può essere capace di garantire la sovranità delle Nazioni e dei popoli.
Da un anno a questa parte ci siamo confrontati con un intensificarsi di crisi internazionali che hanno portato le grandi potenze a un passo dalla guerra: dalla crisi coreana a quella siriana dell’estate scorsa [2013 – ndr], a quella ucraina di oggi. In questo quadro va inserito il Vicino Oriente con il suo recente, drammatico travaglio.
Se si volesse veramente disinnescare la minaccia rappresentata dallo “Stato Islamico”, non resterebbe in realtà che una cosa da fare: chiudere i rubinetti del finanziamento e del sostegno a 360° a queste bande; dove per 360° si intende: fornitura di armi, di soldi, di assistenza tecnica e di intelligence, assistenza logistica, assistenza nell’organizzazione delle retrovie. Bisognerebbe anche far luce sulle troppe zone d’ombra che coprono le attività cosiddette caritative ed assistenziali di tante ong e di tanta brava gente che pensa di aiutare un popolo a liberarsi da una dittatura e invece si fa complice dei più efferati delitti, del collasso di uno Stato e del tracimare di bande criminali capaci di tutto.
Ma il rubinetto è nella mani di Washington e dei suoi alleati mediorientali. Se non viene chiuso, ci sarà pure un perché.”

Da Caos distruttivo nel Vicino Oriente di Spartaco Alfredo Puttini, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 77-79.

Irak: si avvicina la soluzione finale?

POP ART

Dall’agosto del 2014, gli Stati Uniti, col sostegno di una coalizione di 19 paesi, stanno conducendo un’intensa campagna di bombardamenti aerei contro l’Irak e la Siria – 16.000 attacchi aerei, come risulta da Defence News del 19 gennaio – con l’obiettivo di colpire i jihadisti del DAESH. Ѐ facile immaginare che questi bombardamenti abbiano fatto un gran numero di vittime. Ma i media non ne parlano e sugli effetti di questa guerra c’è il silenzio totale. Non solo dei media mainstream ma, questa volta, anche di gran parte dell’informazione ‘antisistema’. Come spiegare questo fenomeno?
Gli Stati Uniti hanno presentato il DAESH come una minaccia mondiale. Una minaccia così terrificante che potrebbe metter fine alla nostra civiltà. Nulla di nuovo, si obietterà. Dopo il nazismo e il comunismo, ecco un altro pericolo mondiale: il terrorismo islamico. Ma l’analogia è solo apparente. I pericoli del passato erano identificati in governi nemici che, per quanto demonizzati, conservavano la possibilità della trattativa.
Con l’avvento della ‘guerra infinita’ di Bush, all’indomani dell’11 settembre 2001, è nata una nuova categoria della storia: quella del nemico-con-cui-non-si-tratta. Da che mondo è mondo, qualunque guerra si era sempre conclusa con una trattativa e una ridefinizione territoriale che metteva fine alla guerra. Ora, il concetto di guerra-senza-fine necessita di un nuovo tipo di nemico: un nemico totalmente de-umanizzato, al di là di ogni possibilità di trattativa e di legalità.
Per creare un tal nemico c’è bisogno di metterne in evidenza la brutalità, la barbarie, la disumanità: ecco allora comparire i video sulle decapitazioni, i roghi nelle gabbie, le minacce alla civiltà occidentale, sempre in perfetto tempismo con l’inizio dei bombardamenti. Col Califfo del Terrore non è possibile nessuna trattativa. Dunque, la guerra continuerà. All’infinito.
Ma quest’opera di propaganda non sarebbe efficace se contemporaneamente non venissero nascosti i crimini dei ‘salvatori del mondo’ e questo spiega perfettamente perché le immagini delle migliaia di torture di Abu Ghraib non sono state più pubblicate, perché degli orrori dei bambini deformi che nascono in Irak dopo i bombardamenti con le ‘armi segrete’ degli ‘esportatori di democrazia’ non se ne parla, perché le migliaia di morti causate dagli attacchi dei droni vengono tenute nascoste. E spiega anche perché l’Irak viene giornalmente bombardato e non vediamo niente. Se vedessimo, le atrocità dei ‘liberatori’ metterebbero in ombra quelle del DAESH.
Ѐ una propaganda diabolica che è riuscita a far piazza pulita di ogni critica su questa guerra. Non c’è più nulla: né opposizione, né controinformazione, né manifestazioni. E mentre la soluzione finale per l’Irak si avvicina, anche questo drammatico articolo di Gilles Munier è stato ignorato.

Missili all’uranio impoverito contro lo Stato Islamico
di Gilles Munier

Un portavoce del Pentagono ha annunciato ad alcuni media scelti con cura – in videoconferenza e a condizione di non essere identificato! – che l’offensiva per riconquistare Mosul allo Stato Islamico verrà scatenata in aprile-maggio. Una forza di 25.000 uomini comprendente soldati governativi, peshmerga e miliziani si opporrà ai 2.000 jihadisti che tengono la città (stima della CIA).
L’offensiva potrebbe essere avviata per il 20 marzo, data del Nowruz del 2015 (festa di primavera, il nuovo anno persiano e curdo) con l’obiettivo di terminare prima dell’inizio del mese di Ramadan (circa il 17 giugno).
Ovviamente, gli eserciti della coalizione americana metteranno la loro potenza di fuoco aerea per aiutare i loro alleati ad avanzare. A questo proposito, bisogna segnalare lo squadrone di aerei da combattimento Fairchild A-10 Thunderbolt II, soprannominato Warthog (cinghiale) – basato in Kuwait – dotato di armi e di munizioni all’uranio impoverito (1).
Nonostante il disprezzo internazionale che circonda l’uso dell’uranio impoverito nel corso dei conflitti, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e Israele si sono opposti lo scorso ottobre a una risoluzione dell’ONU, sostenuta da 143 Paesi, mirante a regolamentare l’utilizzo di armi e di munizioni contenenti uranio impoverito (2).
Sir Hugh Beach, un generale britannico in pensione, ex-comandante vice capo delle forze di terra britanniche (1976-77), mette in guardia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna contro l’uso di questo tipo di armi. La loro utilizzazione, ha detto, sarebbe “una vittoria di propaganda per i loro avversari” (3). Sapendo quello che è successo in Irak durante la seconda guerra del Golfo – e in particolare a Fallujah – bisogna temere il peggio per le popolazioni civili.

(1) http://www.aljazeera.com/humanrights/2014/10/us-deploys-du-aircraft-middle-east-201410287450282932.html
(2) http://www.un.org/press/fr/2014/agdsi3515.doc.htm
(3) http://www.bandepleteduranium.org/en/the-mods-nonsensical-faith-in-depleted-uranium

Fonte – introduzione e traduzione di M. Guidoni

“Gli USA uccisero Saddam Hussein solo per trarne profitto”

L’ex leader iracheno Saddam Hussein non fu giustiziato per i crimini commessi, ma per la sua opposizione a Wall Street, ha detto l’analista politico Caleb Maupin a RT. La messa all’asta del pezzo di corda con cui venne giustiziato ne è la prova, dice Maupin.

RT: La corda è attualmente in possesso dell’ex consigliere alla sicurezza nazionale; potrebbe dirci come sia arrivata nelle sue mani?
Caleb Maupin: Il modo in cui venne attuata l’esecuzione di Saddam Hussein è un modo pensato per fomentare la violenza settaria. Si trattò di un’esecuzione, messa in scena in modo formale. Somigliava quasi al linciaggio attuato da persone di gruppi etnici ostili che gli urlavano contro. E il fatto che la corda sia ora in vendita è proprio un’ulteriore conferma del fatto che l’esecuzione di Saddam Hussein non aveva niente a che fare con la giustizia quanto piuttosto col profitto.
L’Irak fu invaso perché aveva una compagnia petrolifera statale che faceva concorrenza alle banche e alle compagnie petrolifere di Wall Street. E Saddam Hussein fu giustiziato non per le atrocità che avrebbe commesso nel corso della guerra Irak-Iran, e nemmeno per altre atrocità attribuitegli. Egli venne ucciso per aver tenuto testa a Wall Street e per aver sfidato le forze che stanno attualmente governando il mondo, cioè le forze del denaro e del potere.

RT: Secondo i rapporti, vari richiedenti da Iran, Israele e Kuwait hanno offerto grosse somme di denaro per entrare in possesso della corda; quali sono le loro motivazioni?
CM: Quando Saddam Hussein era alleato degli USA durante la guerra Irak-Iran, almeno un milione di Iraniani perirono come risultato delle sue azioni. Ma allora era alleato degli USA. Questo è qualcosa che spesso i media USA non riportano, cioè che in un certo momento gli Stati Uniti erano vicini a Saddam Hussein ed erano alleati con lui.
Tuttavia, è importante rilevare come questo dimostri quanto la giustizia sia diventata a buon mercato, se hanno messo in offerta gli strumenti dell’esecuzione, per venderli. Il profitto domina su tutto – non c’è nulla di veramente sacro. Guardate tutti i paesi invasi dagli USA, che siano l’Irak o l’Afghanistan, la Libia, o la Jugoslavia, che hanno sofferto per i bombardamenti USA. Mai vi hanno portato stabilità, mai vi hanno portato pace, essi hanno solo aumentato il caos e la distruzione. La guerra è veramente motivata dal profitto e questo fatto ne è un’ulteriore dimostrazione.
Il popolo iracheno oggi vive in miseria; c’è una crisi di rifugiati. Almeno un milione di persone sono diventate profughi. Centinaia di migliaia sono morti. Questo è il risultato dell’invasione statunitense. E adesso il governo insediato dall’invasione USA è così corrotto da mettere addirittura in vendita su internet gli strumenti utilizzati per giustiziare Saddam Hussein.

RT: Alcuni attivisti dicono che quest’asta è disumana e che il denaro raccolto dovrebbe andare in beneficenza in Irak. Qual è la sua opinione?
CM: Tutta la faccenda di mettere all’asta gli strumenti di esecuzione è veramente perversa e illustra ciò di cui sono veramente capaci il neoliberismo e il capitalismo. Gli USA hanno detto che stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia. In realtà non stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia; essi stavano invadendo l’Irak per imporre il capitalismo occidentale e per imporre il ruolo delle banche occidentali al popolo iracheno. E questo è ciò che stiamo vedendo qui nel mondo occidentale: il mondo neoliberista; tutto è in vendita, tutto è in funzione del profitto. Ci sono prigioni per fare profitti, ci sono forze di polizia private, ci sono masse di poveri e senzatetto. Questa è la realtà, questo è il sistema che gli USA stavano esportando in Irak, e questo è solo un chiaro esempio di questo sistema.

Fonte – Traduzione di M. Guidoni

Lo strano caso di Liaquat Ali Hazara

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Eisa Ali per rt.com

L’Occidente dice ai Musulmani di condannare il terrore, ma il Regno Unito vuole rimpatriare in Pakistan un prominente esponente anti Talebani. Così facendo lo condannerebbe al suo destino.
Alla fine dello scorso anno il mondo ha espresso il suo orrore dopo che i Talebani pakistani lanciarono un attacco ad una scuola di Peshawar uccidendo 145 persone, la maggior parte delle quali figli di appartenenti alle forze armate della nazione.
Ciò accadde sullo sfondo di una campagna governativa contro i militanti nelle regioni tribali del Paese che aveva fino a quel momento condotto alla morte di migliaia di civili innocenti. Nei giorni successivi agli attacchi, i leader mondiali si unirono nel condannare le bombe, cogliendo anche l’occasione di parlare della minaccia rappresentata dai gruppi estremisti che seguono l’ideologia wahabita, sostenuta dai Sauditi e nel contesto pakistano rappresentata dalla scuola di pensiero dei Deobandi.
La settimana scorsa, mentre tutti guardavano in diretta televisiva i tragici eventi di Parigi, già veniva richiesto a innocenti Musulmani di “condannare” le azioni dei terroristi. Mentre tali richieste ridicole meritano tutto il disprezzo che hanno incontrato, si ignorano delle grandi verità. La prima è che, come uno studio del 2009 dimostra, i gruppi estremisti in stile Al-Qaeda uccidono otto volte di più musulmani che non musulmani. Questa ricerca fu realizzata prima dell’ascesa, la scorsa estate, del cosiddetto Stato Islamico che ha principalmente colpito Musulmani, in particolare Sciiti, considerati eretici e apostati, istruendo i propri giovani seguaci ad ucciderli.
La seconda è che esistono numerosi Musulmani coraggiosi che si sono opposti agli estremisti mettendo seriamente a rischio la propria sicurezza personale. Essi vivono sotto minaccia di morte e affermano la propria opposizione non perché spinti da politici ipocriti o da media demagoghi dell’estrema destra, ma perché considerano un dovere religioso resistere alla tendenza estremista che sta distruggendo la loro fede.
Così appare a stento credibile il fatto che il governo britannico stia lavorando al fine di rimpatriare un attivista nel natio Pakistan. Liaquat Ali Hazara è stato un grande critico dei Talebani negli ultimi quattro anni. Inizialmente nel Regno Unito come studente, ha cominciato la sua attività politica dopo che il gruppo estremista sunnita Tehrik Taliban Pakistan (TTP) lanciò un attacco dinamitardo che colpì la minoranza sciita degli Hazara, uccidendo un mucchio di persone innocenti. Ma Liaquat non ha limitato le sue campagne agli sciiti, ma si è regolarmente battuto per i diritti dei Cristiani, degli Ahmedi e dei Sunniti in Pakistan.
Liaquat ha guidato proteste presso l’ambasciata pakistana chiedendo alle autorità di prendere provvedimenti per fermare l’ondata di proiettili, bombe e attacchi suicidi che regolarmente colpivano i pakistani sciiti e in particolari gli Hazara, facilmente riconoscibili per la loro fisionomia mongola. Per questo i militanti in Pakistan hanno indirizzato verso di lui minacce di morte, arrivando finanche a consegnarle a mano a casa dei suoi genitori, a Quetta, la capitale della regione del Baluchistan.
Molto è stato scritto e detto in merito al ruolo giocato dalle agenzie di sicurezza pakistane nella crescita e nel supporto di gruppi estremisti come i Talebani. Non c’è alcuna garanzia che la polizia o l’esercito possa proteggere la vita di Liaquat. Anche egli crede che non sarà capace di arrivare a casa sua senza venir rapito e poi ucciso. Ciò è testimoniato anche dalle organizzazioni per i diritti umani che hanno documentato l’inarrestabile campagna di terrore dichiarata contro la comunità sciita pakistana.
Il Ministero per gli Affari Interni del Regno Unito sostiene di aver analizzato il caso di Liaquat e – nonostante le minacce di morte, gli abusi documentati in Pakistan, la mancanza di provvedimenti da parte delle autorità locali per gestire la situazione e la testimonianza dei gruppi per i diritti umani e dei leader di ogni tipo di comunità religiosa – di non vedere una minaccia alla sua vita. Egli è stato così detenuto in un centro per l’immigrazione nei pressi dell’aeroporto di Gatwick per diversi mesi, vivendo nel costante timore di esser messo su un aereo e rimpatriato.
Ad ottobre il rimpatrio sembrava essere prossimo e Liaquat stava per essere messo su di un volo per il Pakistan, ma all’ultimo momento è giunta una breve sospensione. In seguito un paio di settimane fa, un giudice ha lasciato che Liaquat tornasse a casa in attesa che il suo ricorso contro la deportazione sia discusso.
Se il Ministero per gli Affari Interni riesce a deportare Liaquat e altri in condizioni simili alla sua, l’unico risultato sarà una maggiore perdita di fiducia da parte della comunità musulmana verso il governo. Dimostrerebbe come da un lato il governo invita la comunità musulmana a combattere gli estremisti e dall’altro rimpatria quelli che prendono una chiara posizione che li porta a rischiare la propria vita. E con le misure del governo che già contribuiscono a creare un clima di tensione e sospetti, nessuno vincerebbe in un tale scenario.

[Traduzione di M. Janigro]

A tutti i giovani in Europa e negli Stati Uniti d’America

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Messaggio dell’Imam Khamenei a tutti i giovani d’Europa e Stati Uniti
21 Gennaio 2015

Col Nome d’Iddio Clemente e Misericordioso

A tutti i giovani in Europa e negli Stati Uniti d’America,
gli avvenimenti accaduti recentemente in Francia e altri simili avvenuti in alcune nazioni occidentali mi hanno convinto a parlarvi direttamente al riguardo. Mi rivolgo a voi giovani non perchè trascuri i vostri genitori, ma piuttosto perchè il futuro delle vostre Nazioni e Paesi sarà nelle vostre mani, e perchè ritengo che il senso di ricerca della verità sia più vivo e vigoroso nei vostri cuori.
In questo scritto non mi rivolgo ai vostri politici e uomini di Stato, perché credo che essi abbiano consapevolmente separato il percorso della politica da quello della sincerità e verità.
Vorrei parlarvi dell’Islam, ed in particolar modo dell’immagine che vi viene presentata come Islam. Negli ultimi due decenni sono stati fatti innumerevoli tentativi – dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica – per collocare questa grande religione nella posizione di “nemico spaventoso”. Suscitare un sentimento di orrore e odio e poi utilizzarlo è qualcosa che ha sfortunatamente una lunga storia nella politica dell’Occidente.
Qui non voglio affrontare le diverse fobie inculcate alle Nazioni occidentali. Con un rapido sguardo agli studi critici di storia vedrete che il comportamento mendace e ingannatore con le altre Nazioni e culture da parte dei governi occidentali è stato criticato nella nuova storiografia.
La storia dell’Europa e degli Stati Uniti si vergogna dello schiavismo, si imbarazza del periodo coloniale ed è a disagio per l’oppressione della gente di colore e non-cristiana. I vostri ricercatori e storici si vergognano profondamente delle stragi compiute in nome della religione tra Cattolici e Protestanti o delle rivalità nazionali ed etniche durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Questo approccio è ammirevole.
Nel menzionare una parte di questa lunga lista, il mio obiettivo non è quello di rimproverare la storia; vorrei piuttosto che voi chiediate ai vostri intellettuali perchè la coscienza pubblica in Occidente si deve svegliare sempre con un ritardo di decenni e a volte di secoli. Perchè la revisione della coscienza collettiva deve applicarsi al passato remoto e non ai problemi correnti? Perchè in una questione importante come il confronto con la cultura e il pensiero islamico si cerca di prevenire la formazione di una consapevolezza pubblica?
Voi sapete bene che l’umiliazione e la diffusione di odio e paura illusoria dell’”altro” sono stati la base comune di ogni sfruttamento oppressivo. Vorrei che vi chiedeste ora perchè stavolta la vecchia politica della diffusione di fobia e odio ha colpito l’Islam e i musulmani con un’intensità senza precedenti. Perchè la struttura del potere nel mondo di oggi vuole emarginare il pensiero islamico e disattivarlo? Quali concetti e principi nell’Islam disturbano i programmi delle superpotenze e quali interessi vengono salvaguardati all’ombra della distorsione dell’immagine dell’Islam? La mia prima richiesta è quindi: studiate e cercate i motivi dietro questo offuscamento dell’immagine dell’Islam.
La mia seconda richiesta è che, in reazione alla marea di pregiudizi e campagne propagandistiche, cerchiate di ottenere una conoscenza diretta e di prima mano di questa religione. La logica corretta richiede che almeno sappiate quale è l’essenza e natura di ciò da cui vi fanno fuggire e spaventare.
Io non insisto che voi accettiate la mia, o di chiunque altro, lettura dell’Islam. Quello che voglio dirvi è di non permettere che questa realtà dinamica ed efficace nel mondo di oggi venga presentata a voi attraverso intenzioni e scopi loschi. Non permettetegli di presentare ipocriticamente i terroristi da loro reclutati come rappresentanti dell’Islam.
Ricavate la conoscenza dell’Islam dalle sue fonti prime e originali. Ottenere informazioni sull’Islam attraverso il Corano e la vita del suo grande Profeta. Vorrei chiedervi se avete letto direttamente il Corano dei musulmani. Avete studiato gli insegnamenti del Profeta dell’Islam e le sue dottrine umane ed etiche? Avete ricevuto il messaggio dell’Islam da altra fonte oltre quella dei mass media?
Vi siete chiesti come e sulla base di quali valori l’Islam ha stabilito la più grande civiltà scientifica e intellettuale del mondo ed elevato i più eminenti scienziati e intellettuali nel corso dei secoli?
Vorrei che non permettiate che, con la creazione di immagini false e odiose, sii crei un ostacolo emotivo e sensibile tra voi e la realtà, privandovi della possibilità di un giudizio imparziale. Oggi i mezzi di comunicazione hanno rimosso i confini geografici, non permettete quindi loro di assediarvi all’interno di confini fabbricati e virtuali.
Sebbene nessuno possa individualmente colmare i vuoti creati, ognuno di voi può costruire un ponte di pensiero ed equità sulle lacune per illuminare voi stessi e l’ambiente circostante. Anche se questa tensione pre-pianificata tra l’Islam e voi giovani è sgradevole, può sollevare nuove questioni nelle vostre menti curiose ed esploratrici. Cercare di trovare risposte a queste domande vi fornirà un’opportunità per scoprire nuove verità.
Non perdete quindi l’occasione di ottenere una comprensione appropriata, corretta e imparziale dell’Islam, in modo che forse, grazie al vostro senso di responsabilità verso la verità, le future generazioni possano scrivere la storia di questa corrente interazione tra Islam e Occidente con una coscienza chiara e minore disagio.
Seyyed Ali Khamenei

[Fonte]

Scontro di civiltà?

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Leggere, riflettere, diffondere…

“Personalmente non ho mai creduto nell’esistenza di nessuno scontro tra civiltà. Innanzitutto non mi risulta che gli Stati Uniti d’America abbiano mai avuto o preservato alcuna cultura, figuriamoci quindi se si può parlare di civiltà… Piuttosto l’America è promotrice di una “non-cultura”, uno stato di “non-essere” filosoficamente parlando, che non potrà mai “affermarsi” se non dopo l’annullamento e la distruzione di tutte le culture e civiltà esistenti. Lo scontro è quindi tra la civiltà da un lato (rappresentata dalla sapienza, dalla cultura, dalla spiritualità, eccetera) e la barbarie dall’altro (rappresentata dall’offuscamento del pensiero, dalla mancanza dei valori, dall’immoralità, eccetera). Detto questo, è doveroso però ribadire che per “Stati Uniti d’America” non intendo riferirmi al singolo cittadino americano, tante volte anch’esso cosciente della situazione internazionale e di quello che l’amministrazione del suo Paese sta progettando ai danni delle persone ancora di buona volontà. Piuttosto l’allusione riguarda quello che le persone religiose definiscono “il grande satana”: un sistema e una struttura manovrata da un volere sottile alla cui radice si situa il sentimento dell’arroganza, che è proprio il peccato originale di Satana, secondo quanto ci parlano le Scritture, quando si rifiutò di prostrarsi innanzi ad Adamo. L’arroganza è quanto di più antitetico vi possa essere al significato di “abbandono”, che è il significato letterale di “Islam”, ed è quindi normale che vi sia uno scontro tra chi coltiva una di queste caratteristiche e chi invece ne coltiva l’altra. Si tratta dell’inevitabile scontro tra le forze del bene e quelle del male, come è stato detto da celebri personalità religiose e spirituali e che altri traducono come lo scontro tra verità e falsità, giustizia e oppressione, realtà e inganno, eccetera. Sia chiaro però che questo scontro non è affatto cercato e voluto. La persona di fede soffre nel testimoniare la mancanza di cognizione di certi individui e per questo cerca di guidarli nei limiti delle sue possibilità e disposizioni naturali. Anche quando purtroppo la suddetta mancanza di cognizione diventa insopportabile per una cerchia ristretta di credenti, a questi è chiesto di pazientare e cercare di riportare le pecore smarrite al loro gregge. Si giunge però a un punto in cui un’intera società viene messa in pericolo, l’anormale viene percepito come normale e viceversa, il giusto e lo sbagliato diventano concetti del tutto relativi; ecco dunque che una reazione viene legittimamente richiesta, poiché porgere l’altra guancia, in questo caso, significherebbe accettare passivamente quanto di più ignobile l’uomo possa produrre. Il fatto che quando si parla di scontro di civiltà non ci si voglia direttamente riferire ad uno scontro militare non cancella la necessità di una sana reazione sotto il profilo materiale, intellettuale, culturale e spirituale. Si tratta di un’importante sfida anche per lo stesso mondo islamico: seguire il modello americano e le sue lusinghe imitando tutte le sue trovate oppure rimanere indipendenti da tutto ciò e sostenere un sistema alternativo incontaminato da uno invece già precipitato nell’abisso del collasso.”

Da Intervista all’Hujjatulislam Hajj Abbas Di Palma, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012, pp. 198-199.
Damiano Abbas di Palma, nato a Firenze nel 1980, dopo aver abbracciato all’età di 18 anni la religione musulmana, ha studiato scienze islamiche sia in scuole religiose tradizionali (a Londra, Damasco e Qom) che in istituti accademici. Primo italiano ad aver raggiunto il grado di Hujjatulislam della gerarchia religiosa sciita, è presidente dell’Associazione Islamica “Imam Mahdi” sin dalla sua fondazione nel 2005.