Air Algérie nello Yemen: l’operazione di salvataggio che si è quasi trasformata in tragedia

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La tensione è al suo apice tra l’Arabia Saudita e l’Algeria. Anche se nessuna dichiarazione ufficiale è giunta a confermarlo, molti segnali, a volte palesi, tradiscono la segretezza che circonda questo conflitto latente.

Prima, 250 algerini bloccati a Gedda a partire da venerdì mentre è in corso il rimpatrio, poi il divieto agli equipaggi di Air Algérie di scendere dal loro aereo e passare la notte a Gedda e, infine, la chiusura dello spazio aereo saudita agli aerei battenti bandiera algerina, sia civili che militari.
Ora gli aerei di Air Algérie dovranno bypassare l’Arabia Saudita per raggiungere Dubai e quindi allungare le distanze, aumentare il consumo di carburante e attraversare delle zone pericolose.
Il motivo di questo picco di rabbia di Riyad è l’audace operazione di espatrio, in piena guerra aerea, di oltre 200 cittadini maghrebini, tra cui 160 algerini, che si è conclusa sabato [4 Aprile u.s. – ndc] sulla pista dell’aeroporto di Algeri Houari Boumediene.

L’unità di crisi
Tutto ha inizio quando comincia l’offensiva aerea “Tempesta Decisiva”, lanciata il 25 Marzo da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi nello Yemen.
L’Algeria decide in quel momento preciso di istituire un’unità di crisi per monitorare gli eventi. La presidenza della Repubblica, il ministero della Difesa nazionale e quello degli Affari Esteri coordinano la loro azione. Il 26 Marzo, mentre alcune navi cinesi e saudite si dirigono verso Aden per rimpatriare i loro cittadini, l’Algeria inizia a studiare un piano di evacuazione.
Nessuna imbarcazione delle forze navali è nella zona. La Cina è responsabile di recuperare il 31 Marzo un gran numero di suoi cittadini, ma anche quelli di altri Paesi asiatici per via marittima. Questa opzione non rappresenta una soluzione per le autorità algerine, tanto più che il personale diplomatico e la maggior parte dei connazionali si concentrano nella regione di Sana’a.
L’Arabia Saudita, che è riuscita a coalizzare attorno a sé quasi la maggioranza dei Paesi arabi nella sua guerra allo Yemen, ha reagito male all’atteggiamento provocatorio di Algeri. Perché l’Algeria non solo rifiuta di partecipare a questa offensiva, ma difende con forza la sua decisione e osa perfino proporre un’alternativa pacifica per risolvere il conflitto.
Peggio ancora, il disprezzo con cui la diplomazia algerina ha accolto la proposta egiziana di creare una forza militare araba per “lottare contro il terrorismo” è stato sentito dall’asse Riyad-Cairo come un vero affronto, tanto più che gli eventi hanno avuto luogo in territorio egiziano e nel corso di un vertice della Lega Araba.

Pianificazione
Algeri ancora non lo sa, ma Riyad sembra volerla far pagare alla capitale ribelle. A Sana’a, i funzionari dell’ambasciata algerina sono sulle spine. Come tutti gli abitanti della capitale yemenita, essi subiscono i bombardamenti della coalizione. Sono occupati ad identificare i cittadini e a stabilire i contatti con le diverse parti sul territorio per assicurarsi della riuscita di un’operazione di espatrio. Sono entrambe missioni cruciali, poiché da esse deriva il dimensionamento dei mezzi che le autorità algerine dovranno impiegare per la riuscita dell’operazione.
Sono un po’ più di un centinaio, fra cui molte donne, cui si aggiungono i diplomatici e le loro famiglie. In tutto, 160 algerini sono nella lista delle persone da evacuare. La lista è aperta ai cittadini dei Paesi vicini che non hanno potuto lasciare lo Yemen: quaranta tunisini, quattordici mauritani, otto libici, tre marocchini e un palestinese. Si tratta, in tutto, di quasi 230 persone da evacuare.
Stabilita la portata dell’operazione, Algeri decide di inviare il più grosso aereo civile della sua flotta, un Airbus A330 d’Air Algérie. Anche se la tratta aerea Algeri-Sana’a non è mai stata servita dalla compagnia di bandiera, i piloti sono fiduciosi, nonostante le difficoltà che si annunciano.
L’ostacolo maggiore che si presenta di fronte a quest’impresa è innanzitutto il sorvolo e l’atterraggio in una zona di guerra, con un centinaio di caccia che occupano lo spazio aereo, da un lato, e una ribellione che dispiega missili anti-aerei di diversa portata, dall’altro.
Altra difficoltà, l’altitudine dell’aeroporto di Sana’a, più di 7.300 piedi [2.225 metri ca. – ndc], che fa sì che il velivolo faccia fatica a decollare col pieno carico di carburante. Il rapporto peso/portata gli è sfavorevole. Il rifornimento a Sana’a è escluso per motivi di sicurezza. L’equipaggio dovrà fare tutto il tragitto con un solo pieno, e ciò metterà l’aereo ai limiti della sua portata.

Minacce…
Giovedì [2 Aprile u.s. – ndc] l’aereo decolla da Algeri, direzione Sana’a, il ministero degli Affari Esteri avverte l’Arabia Saudita e l’Egitto della missione. Il piano di volo dell’aereo civile è condiviso, convenzionalmente, con tutti i Paesi che saranno attraversati o che potrebbero esserlo. Il volo procede normalmente fino alle prossimità dello spazio aereo saudita. Mentre l’equipaggio di Air Algérie si aspettava una scorta militare a partire dall’Arabia Saudita, esso rimane sorpreso dall’atteggiamento di caccia inviati per dissuaderli a penetrare nello spazio aereo.
Il controllo saudita avverte l’equipaggio del divieto e gli intima di tornare indietro. Sorpresi e pensando a un problema di comunicazione o a un qualche pericolo sopra lo Yemen, gli algerini chiedono di poter deviare verso Dubai. Ancora una volta, sono sorpresi dalla fermezza dei toni del controllo aereo. Lo spazio saudita è chiuso a tutti i velivoli algerini.

…sequestro
L’equipaggio non ha scelta: [deve] tornare indietro al Cairo e attendere che la macchina diplomatica faccia il suo corso. In meno di un’ora e mezza l’A330 atterra al Cairo. Ma la situazione peggiora. La piccola delegazione algerina viene maltrattata e i suoi membri portati all’albergo dove abitualmente sono alloggiati gli equipaggi di Air Algérie; qui viene loro imposto l’obbligo di domicilio col divieto di lasciare la struttura. Questo sequestro durerà 48 ore.
Ad Algeri il caso desta sorpresa, i sauditi fanno orecchie da mercante. La richiesta algerina per il rimpatrio della sua comunità in Yemen è respinta. Il caso prende una piega seria. Ѐ la Presidenza della Repubblica a gestire ormai il dossier. Algeri avverte Riyad che l’aereo svolgerà la sua missione in ogni caso, visto il suo carattere umanitario.
L’aereo decolla sabato e atterra a Sana’a, i funzionari dell’ambasciata sono stati in grado di riunire e portare tutti in modo organizzato all’aeroporto. Il volo di ritorno avviene senza nessun problema, ma l’equipaggio tira un sospiro di sollievo solo dopo aver raggiunto il Mediterraneo. I funzionari algerini e la direzione della compagnia aerea scelgono di non divulgare questo caso. Le poche persone che scelgono di parlarne mettono in evidenza l’audacia dell’equipaggio e la sua determinazione nell’andare fino in fondo alla missione.
Ma l’Arabia Saudita ha deciso di mantenere la pressione sull’Algeria. La compagnia di bandiera non ha tuttora il diritto di sorvolare lo spazio aereo saudita; viene mantenuto solo il servizio di Gedda, con il divieto agli equipaggi di passarvi la notte. La più piccola formalità in linea con i codici dell’organizzazione dell’aviazione civile internazionale richiede delle ore. Questo è ciò che spiega le difficoltà incontrate dalla compagnia per rimpatriare gli algerini bloccati a Gedda nelle ultime 48 ore. Al Cairo Air Algérie soffre ugualmente della lentezza delle procedure e di pressioni.
Questo sarà, in parte, il prezzo da pagare dall’Algeria per il suo rifiuto di partecipare alla guerra nello Yemen.
Kamel Abdelhamid

[Fonte – traduzione di M. Guidoni]

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L’Islam buono e quello cattivo

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La memoria genetica dei musulmani.
Sessanta anni di stermini e di milioni di morti dimenticati dalla lotta al terrorismo. La decima crociata di Papa Bergoglio.

“Il passato e il suo ricordo possono intralciare gli indirizzi politici dei governi. Vengono pertanto revisionati, ristrutturati o sepolti.
A distanza di anni e di decenni hanno comunque la pessima abitudine di riemergere, di riprodursi con sembianze a volte deformate ed effetti tali da seminare sgomento e provocare reazioni anomale e controproducenti in Occidente. Il mondo musulmano vive ancora la nostra recente esperienza in Algeria e nel Medio Oriente, ma conserva una memoria genetica di un passato non troppo lontano, di persecuzioni e del sangue versato dopo la Seconda Guerra Mondiale. E prima o poi quella memoria tornerà a tormentare la coscienza del mondo occidentale.”

Trascriviamo queste note su quanto ci disse Ben Bella nel 1998. Ci aveva presentato all’eroe dell’Armata Popolare di Liberazione Luciana Castellina a Ginevra durante la marcia con cui veniva celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non volle parlarci del suo ruolo ad Algeri, della sua prigionia, dell’esilio dopo il colpo di Stato di Boumedienne, ma insistette a lungo sulle sue apprensioni per quanto ci teneva in serbo un futuro incerto, non solo di guerre ma anche di ingiustizia sociale. Parole accorate e profetiche di un personaggio famoso che non si considerava certo un vinto, ma neanche un vincitore trionfante della storia.
A rintracciare quelle note ci ha indotto un eccellente articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto del 5 aprile scorso. C’è una distrazione generale, scrive, sull’ecatombe dei combattimenti e dei bombardamenti scatenati in Irak, Pakistan e Afghanistan dall’11 settembre 2001 al primo semestre del 2014: più di un milione e trecentomila morti, quasi tutti civili, senza contare le altre centinaia di migliaia di vittime in Siria e a Gaza. Morti che non hanno nome, che non contano niente. Stati Uniti e alleati europei, continuano a sganciare bombe accompagnati dal ritornello dei leader occidentali “Siamo in guerra contro il terrorismo, non contro l’Islam”. Il terrorismo di turno, almeno da otto mesi a questa parte, è quello dei tagliagole dello Stato Islamico, degli sciiti contro i sunniti e viceversa, armati e finanziati in alternanza o contemporaneamente dalla NATO, dagli Emirati, dall’Arabia Saudita e in misura decrescente dall’Iran mentre lo Stato israeliano di Netanyahu se ne sta a guardare più o meno compiaciuto.
Abbiamo poi l’Islam buono e quello cattivo, il primo che cerca invano l’integrazione nelle periferie desolate del mondo occidentale, il secondo minoritario, impermeabile alla cultura occidentale che fa strage di infedeli, cristiani e musulmani pacifici, in Medio Oriente, nel Nord Africa e in misura limitata anche in Europa. Tutti d’accordo perché come ha osservato a febbraio persino Time, il settimanale dedicato al primato di civiltà e allo “eccezionalismo” del popolo statunitense, questo vive in “un presente eterno in cui ogni riflessione è limitata a Facebook e la narrazione storica è delegata a Hollywood”.
Rischiamo ben volentieri di farci assegnare il ruolo di improbabili sostenitori dei tagliagole e ricordiamo per sommi capi alcuni eventi del dopoguerra che nelle parole di Ben Bella sono entrati nella “memoria genetica” del mondo musulmano, un mondo in quegli anni aperto, pacifico e generalmente incline ad abbracciare i valori della giustizia sociale.
In Indonesia, dopo l’indipendenza, è vero, era presente un partito comunista: bastò a Londra e Washington per abbattere con un colpo di stato il governo progressista del Presidente Sukarno per sostituirlo con la dittatura di Suharto e con l’invio di truppe scelte e l’impiego di fazioni dissidenti islamiche e cristiane per scatenare una guerra di sterminio in tutto il paese che provocò da un milione e mezzo a tre milioni di morti musulmani tra il 1965 e il 1966. Le ingenti risorse minerarie e petrolifere dell’Indonesia vennero così assicurate agli USA e alla Gran Bretagna. Per il Grande Impero d’Occidente i movimenti indipendentisti, postcoloniali e progressisti, nel Medio Oriente islamico ed arabo erano diventati inaccettabili e da abbattere con qualsiasi mezzo: venne rafforzato con armamenti e finanziamenti diretti il Wahabismo, una setta islamica ultraconservatrice nell’Arabia Saudita e fiumi di sangue precedettero e accompagnarono l’installazione dello Shah in Iran. Dopo la sua caduta, Saddam Hussein, allora nei favori di Washington fu finanziato ed armato nella guerra di otto anni contro l’Iran di Khomeini (un milione di morti). Un milione e mezzo poi le vittime – tra caduti e per fame da sanzioni – della prima guerra contro l’Irak del 1992, di cui nessuno oggi parla. E poi gli attacchi e le guerre di Israele contro la Palestina, l’Egitto, la Giordania e la Siria, sempre nella memoria della Shoah e in nome del diritto alla sopravvivenza con i quattro miliardi di dollari USA all’anno che hanno fatto di questo Stato la nuova Prussia atomica del Medio Oriente.
E’ questo l’humus del risentimento del mondo musulmano in cui germinano i semi del fanatismo estremo dell’IS. E’ stato detto e ribadito da osservatori di noi ben più autorevoli che ignorare le cause del terrorismo vuol dire perpetuarlo.
Come combattere il Califfato? Suggerimenti razionali e ridimensionamenti del fenomeno abnorme nei suoi aspetti più efferati, vengono offerti da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes “Chi ha paura del Califfo”. Non è comunque un mistero per chi sa far di conto che il primo passo dovrebbe essere quello del taglio dei finanziamenti indiretti e del riciclaggio dei petrodollari dell’IS di cui sono responsabili gli Emirati Arabi (il Dubai si è aggiudicato il titolo di Bancomat del Califfato). Qualche pressione su questi regimi “criminogeni” sono state esercitate negli ultimi mesi dall’Amministrazione Obama, ma “pecunia non olet”, gli affari sono affari e “the business of America is business”.
Facile comprendere invece le ragioni dell’appello ad una Decima Crociata di chi ha sempre parlato del denaro come “sterco del diavolo”, di pace universale, di Dio che tutto e tutti perdona, di misericordia, di amore per i poveri, di cristiana pietas verso i diseredati colpevoli e meno, e cioè di papa Bergoglio. Giusto che il non più sontuoso erede del pescatore di Tiberiade condanni la persecuzione dei cristiani quale pastore del gregge, ma da qualche giorno a questa parte la denunzia del silenzio complice dell’inerzia occidentale suona come un esplicito invito a sterminare i lupi, tutti i lupi.
Se ha assunti i toni di Urbano II e di Pietro l’Eremita – Deus le volt – un altro motivo è più che opinabile: l’alta missione dei Gesuiti, dettata dal fondatore Francesco di Sales (non di Assisi), quella del proselitismo e delle conversioni di massa, la stessa che lo ha portato sul soglio pontificio in piena crisi di vocazioni e di chiese semi vuote aveva trovato in Bergoglio un predicatore popolare e di gran successo. I lupi del Califfato hanno spaventato il gregge e bloccato la missione. Vanno quindi ammazzati in gloria in excelsis Deo.
Lucio Manisco

Fonte

Al-Kowa…, piccola NATO cresce

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Nella foto, il presidente yemenita Abdrabbuh Mansour Hadi in fuga dal proprio Paese viene accolto a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, dalle autorità locali.

La Lega Araba ci riprova: forze armate in comune per “contrastare le minacce alla sicurezza regionale e combattere i gruppi terroristici”. Non, si badi bene, come al primo tentativo del 1964 quando (comprensibilmente) identificò il “pericolo” negli Ebrei che avevano imposto in Palestina (con totale appoggio di USA, Regno Unito e Francia) lo Stato di Israele.
Ma, cambiando i tempi ed avendole buscate sonoramente nel 1967 dalle truppe israeliane, oggi identifica il pericolo negli sciiti Houti dello Yemen e nel Califfato cattivissimo dell’ISIS… per ora!!
Possibilmente i pazienti lettori pensano: ma che ce ne frega?? Errore…, ce ne deve fregare per forza : questi sono “tutti” nostri alleati, in via diretta o meno… è a conoscenza di tutti?
Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e pure Qatar fanno parte della grande “coalizione” anti ISIS guidata da Obama e di cui l’Italia fa parte assieme a tanti Stati pure musulmani.
Quindi,a rigor di logica e vista la “benedizione” politica, economica e militare impartita dal già Nobel per la Pace (???) a nome della intera NATO, saremo coinvolti in qualunque iniziativa guerresca che i signori Al Sisi, Abdullah, Salman (e come caspita si chiamano tutti gli altri partecipanti) hanno già intrapreso o metteranno in atto.
Cosa, fino ad oggi, tollerabile perché Obama ha mandato gli aerei sauditi dell’ancora non ufficializzata al-Kowa ad ammazzare sciiti ad Aden e Sanaa (che siano miliziani o donne e bambini poco importa). Mentre le forze di terra egiziane son pronte all’invasione con carri armati e truppe scelte.
Ci sarebbe pure (in Yemen) il “dettaglio” dell’ISIS ma questo non può costituire problema perché almeno mezzo mondo vuole morto (a parole) il Califfo, pertanto tutti d’accordo.
Infatti è in quello che non c’è scritto a chiare lettere il pericolo della formazione di questa piccola NATO panamericana e pure sunnita: “contrastare le minacce alla sicurezza regionale”.
Tradotto per i distratti: l’Iran ed i suoi alleati e protetti… Siria e sciiti iracheni, libanesi e yemeniti in primis.
È la Repubblica Islamica di Teheran il vero bersaglio di Egitto, Giordania ed Arabia Saudita che, approfittando della lotta mondiale all’ISIS, cercano di mettere nel calderone infernale gli ayatollah con tutte le loro truppe militari e religiose.
E proprio qui ritengo caschi l’asino. Se è vero che Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Qatar sono satelliti americani, e dagli USS dipendono a cominciare dagli armamenti, è pur vero che non è possibile immaginare il buon BombObama trascinare l’Occidente in un conflitto contro Teheran… neppure per favorire Israele (che con gli Stati arabi ex nemici è pappa e ciccia).
Anche perché la Russia di Putin, tanto per non sbagliare, ha già ammonito tutti dal muover guerra alla Siria di Assad.
Quanto sopra è sintesi ristrettissima del complicatissimo scenario medio-orientale che investe pure Africa del Nord ed altre zone strategiche.
Spero possa servire almeno a far conoscere maggiormente la formazione di questa piccola NATO musulmana (sunnita) chiamata al-Kowa da parte della Lega Araba (non tutta).
Già la creatura madre, la mitica OTAN, ha creato e crea (vedi Ucraina) tanti gravissimi problemi per la pace e la sicurezza… speriamo che quella in crescita non sia una filiazione pure peggiore.
Vincenzo Mannello

Ecco cosa è veramente accaduto nello spazio aereo siriano il mese scorso

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Secondo fonti molto affidabili, la Siria aveva accettato tramite terzi un accordo segreto per l’utilizzo da parte degli aerei da combattimento della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti di tre corridoi aerei finalizzati a bombardare le postazioni del “DAESH”, acronimo arabo dell’organizzazione terroristica denominata “Stato Islamico”, sul suo territorio.
Tuttavia, nel mese di gennaio del 2015, in flagrante violazione degli accordi segreti fra i Paesi della coalizione e la Siria, aerei da guerra israeliani hanno utilizzato uno dei corridoi designati e penetrato lo spazio aereo siriano. Gli aerei israeliani avevano proceduto al lancio di cinque missili terra-aria “Popeye” (prodotti da Rafael Advanced Industries, Lockheed e Turkish Aerospace Industries, conosciuti anche con la designazione AGM-142 Have Nap negli Stati Uniti) contro obiettivi precisi in zone non colpite dalla guerra in Siria. La difesa anti-aerea siriana è riuscita a distruggere tre dei cinque missili in volo. Gli altri due hanno raggiunto i loro obiettivi.
Molto irritati a seguito di quest’incidente, alcuni ufficiali siriani hanno chiesto a un grande Paese terzo di avvisare i Paesi della coalizione dell’esistenza di alcune zone in Siria dove gli aerei della coalizione sarebbero stati sistematicamente abbattuti. Queste zone comprendono la capitale Damasco, tutta la costa del Mediterraneo e le zone sotto controllo delle forze armate siriane.
Immediatamente, tutti gli aerei della coalizione coinvolti nella campagna di bombardamenti aerei contro le postazioni del DAESH nella parte orientale e settentrionale della Siria hanno cominciato ad essere sistematicamente “contrassegnati” o “illuminati” in modo potente dai radar dell’esercito siriano e da quelli di nuova generazione, in dotazione alla base di guerra elettronica russa sita a Tartus. Dopo quest’incidente, l’utilizzo di caccia F-22 Raptor sulla Siria è stato interrotto. Londra, Parigi e Ankara hanno rilanciato allora le loro campagne e dichiarazioni ostili nei confronti della Siria.
Il 14 febbraio del 2015, in una mossa senza precedenti e molto audace, i cacciabombardieri siriani, scortati da velivoli MIG-29, sono penetrati a quota molto bassa nello spazio aereo del Libano prima di deviare verso sud in direzione della frontiera israeliana, per virare infine verso est ed entrare in Siria sulle alture del Golan e prendere in contropiede le postazioni ribelli del Fronte al-Nusra.
Il 17 marzo 2015, un aereo non identificato è penetrato dalla Giordania nello spazio aereo siriano. Ѐ stato immediatamente identificato come un drone del tipo MQ1 B Predator e monitorato come lo sono tutti gli aerei della coalizione. Ma il drone ha deviato dal suo corridoio designato per dirigersi su Latakia, sorvolando una zona vietata ai velivoli della coalizione internazionale. Dopo un avvertimento, il drone ha cominciato a fare dei cerchi sopra la zona di Latakia. Il comando della difesa aerea del territorio ha ordinato allora a una batteria di missili terra-aria Sol-Air del tipo S-125 Neva/Pechora 2M di abbattere il drone. Un solo missile è stato lanciato. I resti del Predator sono caduti su un edificio civile, e sono stati rapidamente recuperati da un’unità speciale dell’esercito siriano.
La domanda posta da molti analisti è quella relativa al comportamento assai singolare del drone. Perché ha persistito a sorvolare in cerchio una zona dove le difese antiaeree lo avevano illuminato? Quale era lo scopo di questa manovra? Quale l’obiettivo (umano) di questa missione a Latakia? Era un tentativo di spingere i Siriani ad aprire il fuoco per primi? A quale scopo? La risposta all’ultima domanda sembra inserirsi nel quadro di un casus belli per giustificare l’inizio di una nuova strategia in preparazione. Una tesi rafforzata dalla assai prevedibile rielezione del Primo ministro israeliano ultra-estremista Benjamin Netanyahu, dopo votazioni farsa, mentre Israele si considera in guerra totale, guidato da un “dittatore” (nell’accezione dei tempi della Repubblica Romana ) non dichiarato.
Gli Stati Uniti hanno riconosciuto di aver perso i contatti con uno dei loro droni sulla Siria. Damasco non ha commentato l’annuncio, ma un media ufficiale ha reso pubblica la notizia che un drone statunitense è stato abbattuto dalla difesa antiaerea siriana.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Obama concede ai jihadisti la capacità di ordinare attacchi aerei

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I “ribelli” che hanno promesso alleanza all’ISIS controlleranno i bombardamenti aerei in Siria.

Mikael Thalen per infowars.com

L’amministrazione Obama si sta preparando a concedere ai cosiddetti ribelli siriani “moderati” la possibilità di ordinare attacchi aerei statunitensi, nonostante la riconosciuta alleanza del gruppo con lo Stato Islamico.
Membri dell’Esercito Libero Siriano (ELS) saranno dotati di radio per chiamare l’intervento degli aerei bombardieri americani B-1B così come di camion pickup armati con mitragliatori, in seguito alla realizzazione del piano –in fase di finalizzazione da parte del Presidente- di addestrare circa 3.000 ribelli in Giordania e in Turchia entro la fine del 2015.
“Le negoziazioni sono state concluse e un testo di accordo sarà firmato con gli Stati Uniti in merito all’addestramento dell’Esercito Libero Siriano nel prossimo periodo”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic.
Gli aerei, a quanto è stato detto, useranno munizioni simili a quelle viste in Afghanistan, metteranno nel proprio mirino qualsiasi cosa che vada dai piccoli veicoli ai carri armati, con bombe guidate che vanno dalle 500 alle 2.000 libbre.
Oltre ai pickup Toyota Hi-Lux, diversi gruppi di ribelli riceveranno in dotazione mortai e probabilmente anche armi anticarro.
Un alto ufficiale parlando con il Wall Street Journal ha dichiarato che la decisione sarà probabilmente quella di emulare le recenti campagne di bombardamento contro lo Stato Islamico in Irak.
“La maniera in cui immaginiamo l’intervento è molto simile a Kobani” ha dichiarato l’ufficiale.
Ritrattando in maniera ridicola le dichiarazioni precedenti, con il rivendicare di non essere in guerra con il governo siriano, gli ufficiali statunitensi sostengono che gli attacchi non saranno mirati verso l’esercito siriano.
Nonostante gli annunci dell’amministrazione Obama, numerosi funzionari militari e dell’intelligence hanno affermato che essenzialmente i ribelli “moderati” non esistono, e che ben oltre il 90% dei ribelli appartiene a gruppi terroristici o è ideologicamente allineato ad essi.
Proprio lo scorso settembre un comandante dell’Esercito Libero Siriano ha ammesso di aver combattuto assieme a diverse organizzazioni terroristiche nella regione, compreso lo Stato Islamico.
“Stiamo collaborando con lo Stato Islamico e il Fronte Al Nusra nell’attacco all’esercito siriano raccolto presso… Qalamun” ha detto Bassel Idriss, comandante di una brigata di ribelli guidati dall’Esercito Libero Siriano. “Diciamocelo: il Fronte Al Nursa è la più grande potenza presente in questo momento a Qalamun e noi come Esercito Libero Siriano collaboreremo a qualsiasi missione essi lancino finchè le stesse coincideranno con i nostri valori”.
Jamal Maarouf, il leader del Fronte Rivoluzionario Siriano, ha anche detto ai giornalisti lo scorso aprile che i suoi combattenti avevano lavorato regolarmente con Al Qaeda e con Al Nusra.
Durante lo stesso periodo è stato riportato che “diverse fazioni all’interno dell’Esercito Libero Siriano, incluse Ahl Al Athar, Ibin al-Qa’im” hanno deciso di consegnare le proprie armi allo Stato Islamico prima di giurare fedeltà all’organizzazione.
Un combattente dello Stato Islamico a colloquio con Al-Jazeera nel 2013 ha rivelato che l’Esercito Libero Siriano ha regolarmente venduto loro le sue armi, immediatamente dopo aver ricevuto le spedizioni direttamente dagli Stati Uniti.
“Stiamo comprando armi dall’Esercito Libero Siriano” ha detto Abu Atheer. “Abbiamo comprato 200 missili antiaereo e armi anticarro Koncourse. Abbiamo buone relazioni con i nostri fratelli dell’Esercito Libero Siriano”.
Alla fine del 2014, i ribelli di Obama e lo Stato Islamico sono arrivati anche a firmare un patto di non aggressione per marciare contro il governo di Assad.
Infatti, con migliaia di ribelli che hanno apertamente disertato per associarsi alle schiere dello Stato Islamico, il Presidente Obama, senza alcuna vergogna, è stato costretto ad abrogare parti di una legge statunitense che vietava la fornitura di armi a gruppi riconosciuti come terroristici, per mantenere il flusso di armi attivo.
Le azioni di Obama hanno suscitato una grande reazione all’interno dell’esercito alla fine del 2013, con la conseguenza che numerosi soldati statunitensi hanno pubblicato sulle reti sociali proprie foto con cartelli su cui c’era scritto che non avrebbero mai combattuto a fianco di terroristi in Siria.
Il senatore texano Ted Cruz con lungimiranza nel 2013 aveva avvisato che il Presidente Obama stava velocemente trasformando gli Stati Uniti nella forza aerea di Al Qaeda man mano che la situazione di guerra in Siria aumentava di intensità.
“Dovremmo essere concentrati nella difesa degli Stati Uniti d’America” disse Cruz. “Questo è il motivo per cui giovani uomini e giovani donne si arruolano nell’esercito, non per servire come aviazione di Al Qaeda”.

Traduzione di M. Janigro

Come può uno scienziato tollerare tali mostruosità?

OperationIraqiFreedom“Molti medici iracheni, da anni stanno cercando di allertare la comunità internazionale per ottenere aiuto, attraverso figure di spicco a livello internazionale. Invano. A seguito del blocco del rapporto dell’OMS, 58 esperti del mondo scientifico, intellettuali, operatori sanitari e difensori dei diritti umani hanno scritto nel maggio 2013 all’OMS e al ministero della sanità iracheno per chiedere la pubblicazione immediata del rapporto. Nessuna reazione a questo appello firmato da studiosi provenienti da tutto il mondo, tra cui Noam Chomsky, Ken Loach, John Tirman, la dottoressa Mozhgan Savabieasfahani e organizzazioni come Human Rights Now Giappone, Health Alliance International e molte altre persone eminenti del mondo scientifico e intellettuale. Davanti questo deliberato ostruzionismo, Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite e membro del Tribunale BRussels ha dichiarato: “Il governo degli Stati Uniti ha fatto di tutto per evitare che l’OMS indagasse nelle zone del sud dell’Irak, dove è stato utilizzato l’uranio impoverito che ha causato gravi danni alla salute e rischi ambientali”.
Le autorità statunitensi ammettono di aver utilizzato 320 tonnellate di uranio impoverito, cifre contestate dalla fondazione LAKA di Amsterdam che stima la quantità reale più vicina alle 800 tonnellate, lanciate in Irak durante la guerra del 1991, e 1.200 tonnellate durante l’invasione del 2003. Nel 1991, l’esercito statunitense ha lanciato quasi un milione di ordigni all’uranio impoverito in tre giorni su migliaia di profughi e soldati iracheni in ritirata sulla strada per Bassora. Molto rapidamente, alcune zone del sud dell’Irak hanno visto un incremento annuo del 350% dei casi di leucemia, deficienze immunitarie, cataratta e disfunzioni renali. Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che prima dello scoppio della prima guerra del Golfo, nel 1991, il tasso dei casi di cancro era di 40 su 100.000. Nel 1995 era salito a 800 su 100.000, e nel 2005 era raddoppiato ad almeno 1.600 persone su 100.000.
Le stime più recenti indicano un innalzamento regolare continuo. “Il mondo deve sapere che gli iracheni sono stati vittime di aggressioni inflitte con l’uso di munizioni all’uranio impoverito da parte delle truppe statunitensi e inglesi durante la guerra. Questo è un genocidio”, ha detto il dottor Jawad al-Ali, oncologo del Cancer Treatment Centre di Bassora. Egli stima che vi siano 300 siti in tutto l’Irak contaminati da radiazioni da munizioni all’uranio impoverito. “Prima della guerra del Golfo, avevamo due o tre casi di pazienti affetti da tumore al mese, ora 30-35 persone muoiono ogni mese. I nostri studi indicano che una percentuale compresa tra il 40 e il 48% della popolazione avrà un cancro entro cinque anni”. Considerando che l’OMS quantificava la popolazione irachena attorno ai 33.765.000 abitanti nel 2013, si può stimare che circa 15 milioni di persone riceverà una diagnosi di cancro nei prossimi anni.
Inoltre, mai prima era stato rilevato un tasso così alto di spina bifida nei bambini, per esempio a Bassora e il tasso continua ad aumentare. Il numero di idrocefali (acqua nel cervello) nei neonati è sei volte superiore a Bassora che negli Stati Uniti e si riscontrano malformazioni note solamente nei manuali di medicina riscontrate nei bambini nati nei pressi dei siti dei test nucleari nel Pacifico: bambini con monconi al posto degli arti, intestini fuori dell’addome, tumori enormi, occhi fuori dalle orbite o con un solo occhio come ciclopi, o senza occhi, senza arti, bambini anencefalici (assenza di una gran parte del cervello e del cranio), o con gravi problemi respiratori, con tumori maligni molto aggressivi che implicano amputazioni. Questi sono solo alcuni esempi tra i tanti. Una specialista in pediatria presso il Fallujah General Hospital, la dottoressa Samira Alani, ha condotto un’indagine a seguito della proliferazione dei difetti di nascita a seguito dei bombardamenti degli Stati Uniti dal 2005.
La sua ricerca l’ha portata in Giappone dove ha incontrato i medici giapponesi che studiano il tasso di malformazioni nei neonati a causa delle radiazioni dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Il tasso di incidenza delle malformazioni a Hiroshima e Nagasaki è attualmente tra l’1 e il 2%. La dottoressa Alani ha rilevato che i casi di malformazioni congenite è pari al 14,7% sui bambini nati a Fallujah, vale a dire più di 14 volte la frequenza delle zone colpite in Giappone. I medici iracheni ritengono che i difetti di nascita siano aumentati in un range compreso tra le 2 e le 6 volte, e tra le 3 e 12 volte la probabilità per un bambino di sviluppare un cancro o la leucemia dal 1991. Un rapporto pubblicato su The Lancet nel 1998 dichiarava all’epoca che circa 500 bambini morivano ogni giorno a causa della guerra e delle sanzioni e che il tasso di mortalità dei bambini iracheni sotto i 5 anni di età era aumentato dal 23 per mille nel 1989 al 166 per mille nel 1993. Che dire nel 2015, sapendo che questa tendenza è in crescita?
(…)
Alla luce di questa tragedia oscurata dalle organizzazioni internazionali, ci sorge una domanda: qual è il ruolo preciso dell’OMS? La funzione di questa organizzazione che alimenta il pianeta con le sue campagne fasulle contro la polio, la lebbra, ecc. e impartisce lezioni a destra e a manca, è quella di nascondere un rapporto che incrimini un qualche governo? Lo sterminio del popolo iracheno mediante l’uso di uranio su larga scala da parte degli eserciti americani e britannici è un argomento che non rientra nelle norme dell’OMS e delle ONG dei “diritti”, facciate che l’Impero ha usato per radere al suolo l’Irak e molti altri Paesi e i cui effetti devastanti continueranno a colpire per secoli? Cos’è un’organizzazione che osa nascondere un rapporto che coinvolge i mostri che gestiscono Washington e Londra e nascondono i crimini efferati commessi contro le famiglie irachene, la natura e gli animali? Come può uno scienziato tollerare tali mostruosità?”

Da Insabbiato il rapporto dell’OMS sui crimini statunitensi in Irak, di Mohsen Abdelmoumen.
All’articolo originale è allegata la documentazione fotografica di alcuni esempi di malformazioni neonatali, la cui visione è sconsigliata ai deboli di stomaco.

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