Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei

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Alan Hart, giornalista inglese, è stato corrispondente capo di Independent Television News, presentatore di BBC Panorama e inviato di guerra in Vietnam. Ha lavorato a lungo in Medio Oriente, dove, nel corso degli anni, ha conosciuto personalmente i maggiori protagonisti del conflitto arabo-israeliano. Le sue conversazioni private con personaggi quali, ad esempio, Golda Meir e Yasser Arafat gli hanno permesso di conoscere verità spesso taciute all’opinione pubblica.
Autore di una biografia di Arafat e della trilogia “Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei” è fra i promotori dell’iniziativa “La verità sull’11 settembre”.
Hart è fiero di essere un pensatore indipendente e di non essere mai stato membro di alcun partito o gruppo politico. Alla domanda sul motivo del suo impegno, lui rispose: “Ho tre figli e, quando il mondo andrà in pezzi, voglio essere in grado di guardarli negli occhi e dire: non prendetevela con me. Io ci ho provato.”

“Alan Hart, col suo agghiacciante e scorrevole racconto, rivelatore degli intrighi e dello sviluppo politico del sionismo, ha dato un contributo estremamente prezioso.”
Rabbi Ahron Cohen

“La ricostruzione puntigliosa e documentata con cui Hart illumina le trame, gli inganni e i raggiri mediante i quali i sionisti coartarono il voto delle Nazioni Unite, e come costrinsero Truman ad appoggiare il loro progetto, nonostante la sua riluttanza, mette una pietra tombale su ogni pretesa di ‘ripulire’ il sionismo dalla cloaca in cui è sempre stato.”
Diego Siragusa

“In questo straordinario libro, Alan Hart è riuscito a chiarirci i pericoli, immediati e a lungo termine, connessi al sostegno occidentale incondizionato verso il sionismo e le sue politiche oppressive contro i Palestinesi. L‘autore ci fornisce un‘esposizione agghiacciante di come questo abbraccio si è sviluppato e continua a mettere in pericolo l‘esistenza ebraica e alimenta l‘antisemitismo che rifi uta di scomparire. Motivato da una genuina preoccupazione per la pace in Israele e Palestina, e nel mondo in generale, Alan Hart ha scritto non solo un forte atto d‘accusa contro il sionismo, basato sulla ricerca e l‘esperienza personale, ma ci ha anche fornito una garanzia per un futuro migliore.“
Ilan Pappe, storico israeliano, autore de La pulizia etnica della Palestina

Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1: Il falso messia,
di Alan Hart,
Zambon, pp. 360, € 20

La criminalizzazione della democrazia in uno Stato vassallo saudita

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Catherine Shakdam per rt.com

Il 16 giugno, lo sceicco Ali Salman, un esponente di primo piano dell’opposizione alla monarchia del Bahrein dominata dai Sauditi, è stato condannato a quattro anni di carcere. La sua condanna rischia di trasformare la rivoluzione “silenziosa” del Bahrein in un’ondata torrentizia, rimodellando la regione per sempre.
Fidel Castro ha detto una volta, “Una rivoluzione è una lotta all’ultimo sangue tra il futuro e il passato.” Queste parole non potevano suonare più vere in Bahrein, dove dal 2011 un intero popolo sta lottando contro il bisecolare dominio della monarchia degli Al Khalifa, deciso a reclamare ciò che percepisce come i suoi più elementari diritti, inalienabili e caratteristici – l’autodeterminazione politica.
Messi nel tritacarne mediatico dalle potenze occidentali per il bene della correttezza politica e degli interessi geopolitici, gli eventi in Bahrein sono raramente stati tra i titoli dei media mainstream. Questo ha permesso al regime di reprimere l’opposizione a suo piacimento. Ha tenuto ferma la convinzione che le sue azioni, per quanto riprovevoli ed illegali, sarebbero rimaste velate, protetto il suo sistema e la sua eredità conservata.
E mentre è apparso, per un momento almeno, che il “piccolo uomo” non avesse speranza davanti alla forza dei poteri che siano, l’arresto e la successiva condanna di un uomo, lo sceicco Ali Salman, il capo della Società Islamica Nazionale Al Wefaq, potrebbe presto rivelarsi una offesa di troppo. Continua a leggere

L’ISIS contro lo Yemen

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Quattro bombe dell’ISIS contro le moschee di Sana’a

A poche ore dall’inizio del mese sacro di Rama­dan, ieri sera 4 auto­bomba hanno vio­lato di nuovo la capi­tale yeme­nita Sana’a. Almeno 31 i morti, secondo il bilan­cio a pochi minuti dall’attacco, desti­nato a salire. Kami­kaze hanno cen­trato tre moschee e il quar­tier gene­rale del movi­mento sciita Hou­thi, che da set­tem­bre ha occu­pato la capitale.
«Quat­tro auto­bomba hanno col­pito l’ufficio poli­tico di Ansa­rul­lah [il par­tito Hou­thi] e le moschee di Hashush, Kibsi e Qubat al-Khadra», ha detto un fun­zio­na­rio Hou­thi. In tarda serata è giunta la riven­di­ca­zione online di soste­ni­tori dell’ISIS che attri­bui­scono l’attacco allo Stato Isla­mico. Già prima gli Hou­thi ave­vano pun­tato il dito con­tro l’ISIS, respon­sa­bile del deva­stante attacco con­tro una moschea di Sana’a che il 20 marzo uccise quasi 150 per­sone: quel giorno il califfo mostrava di avere cel­lule attive nel paese dove ad avere il mono­po­lio dell’estremismo è al Qaeda.
Poche ore prima gli Hou­thi ave­vano fatto sal­tare in aria la casa del lea­der gover­na­tivo Abdel Aziz Jubari, impe­gnato a Gine­vra al nego­ziato ONU. Perché, men­tre lo Yemen esplode per la guerra civile e le bombe sau­dite, in Sviz­zera va in scena il silen­zio: le parti non si par­lano. Gli Hou­thi, che hanno pro­po­sto una tre­gua accet­tata dal governo uffi­ciale, rifiu­tano di discu­tere con il pre­si­dente Hadi «per­ché ille­git­timo» e chie­dono il nego­ziato diretto con l’Arabia Sau­dita, la mano che muove i fili della crisi. Hadi risponde insi­stendo con la sua pre­con­di­zione: il ritiro degli sciiti dai ter­ri­tori occupati.
Così muore il ces­sate il fuoco ane­lato da Ban Ki-moon per dare respiro alla popo­la­zione nei primi giorni di Ramadan.
Chiara Cruciati

Fonte

“Essere chiamati terroristi dagli USA è un onore”

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Eisa Alì per rt.com

Diario irakeno 10° giorno

Il decimo e ultimo giorno in Irak, vado a parlare con il portavoce di Harakat Nujaba, Sayid Hashim Al Mousawi. Nujaba è guidato da Akram Al Kabi, che gli USA considerano un terrorista per il suo ruolo nella lotta contro le truppe statunitensi e britanniche durante otto anni di occupazione.
Vengo condotto in diversi luoghi e mi viene chiesto di cambiare automobile ogni volta, prima di raggiungere infine un complesso immobiliare a Baghdad, dopo vari posti di controllo presidiati da giovani combattenti, che non avranno più di 21 o 22 anni.
Entriamo e aspettiamo che arrivi Mousawi. Lui arriva dopo circa 10 minuti e si scusa perfino di averci fatto aspettare.
Mousawi è un giovane di circa trent’anni. I suoi occhi rivelano la sua giovinezza ed è gioviale e accogliente. Ѐ una delle persone più interessanti che ho incontrato durante il mio viaggio. Ѐ un uomo colto e istruito, che cita il primo leader sciita Imam Ali (“Le persone sono sia i tuoi fratelli in religione che i tuoi simili in umanità”), insieme a Gandhi (“Ho imparato da Hussain come raggiungere la vittoria pur essendo oppresso”) e anche, mentre si lamentava amaramente per i guai della sua squadra del cuore, il Real Madrid, José Mourinho (“Una squadra con Lionel Messi è inarrestabile”).
Mi dice anche della sua ammirazione per Che Guevara: “Mi piace perché era un ribelle. Mi piace la gente ribelle”.
Sollevo la questione degli USA che considerano il leader del suo gruppo un terrorista.
“Un onore! Se difendere il proprio Paese da un’occupazione è terrorismo, allora è un onore essere chiamati così. Non abbiamo alcun problema con il popolo americano, ma il loro governo non ha portato altro che miseria in Irak.”
Gli ho anche chiesto delle ripetute accuse secondo le quali i gruppi che combattono i militanti dello Stato Islamico (IS, ex ISIS/ISIL) sarebbero settari.
“Abu Bakr Baghdadi dice che dopo Ramadi arriverà a Baghdad e a Karbala. Avremo decine di migliaia di combattenti ad aspettare la sua banda. Abbiamo quattro divisioni di soli combattenti sunniti.”
Una di queste divisioni viene dalla tribù Albu Fahad, la cui opposizione allo Stato Islamico li ha fatti individuare come bersagli. Lo Stato Islamico si riferisce ad essi ed a tutti i sunniti che a loro si oppongono definendoli ‘murtadeen’ (apostati).
“Consegneremo la terra al popolo cui appartiene, i figli sunniti di Anbar,” conferma Mousawi.
Ѐ il mio ultimo giorno in Irak. Ho un’ultima possibilità di incontrare i combattenti Hashd Shabi che si stanno dirigendo verso Ramadi. Anche in questo caso sono giovani e desiderosi di unirsi alla lotta contro il cosiddetto Stato Islamico.
“Non stiamo facendo questo per il governo allo scopo di sedere sulle loro poltrone,” dice un giovane combattente che afferma di venire da Diyala. “Stiamo facendo questo per fermare DAESH (acronimo arabo per IS) prima che sia troppo tardi”.
Questo sentimento nei confronti del governo non è così raro. Possiamo individuare interi quartieri a Baghdad, che sono feudi dei diversi blocchi politici in parlamento e il fenomeno attraversa le divisioni etniche e settarie. Come si guida fuori della Zona Verde, dove hanno sede gli uffici del governo, si incontra una foto di Jalal Talabani (l’ex presidente curdo dell’Irak) da un lato e Ammar Al-Hakim (leader del blocco sciita ISCI) dall’altro. Ogni membro di partito possiede terreni, proprietà ed altri interessi economici.
Trattano anche i portafogli ministeriali del governo come loro proprietà personale. Questo spiega perché il governo iracheno è così diviso e incapace di funzionare in modo coerente.
Partiti diversi con programmi completamente diversi hanno il controllo di interi ministeri e danno lavoro ai loro sostenitori a discapito delle persone più capaci. Ѐ il sistema imposto all’Irak dalle autorità di occupazione con il pretesto di ‘condividere il potere’ ed è stato rafforzato ancor più lo scorso anno, quando il nuovo Primo Ministro Haidar Abadi è stato spinto ad essere più “inclusivo”.
Al mio ritorno a Londra, arriva la notizia di una bomba che ha sventrato alcuni alberghi di Baghdad. Dieci persone, che stavano solo cercando di godersi la serata con la famiglia e gli amici, con le loro speranze e i loro sogni, vengono spazzate via, le loro vite tragicamente stroncate.
Mentre lascio l’Irak, penso a tutti i personaggi che ho incontrato, a tutte le persone che lavorano per aiutare l’Irak a rimettersi in piedi e a tutte le speranze che esprimono. Alcune persone hanno rinunciato a questo bel Paese, dichiarandolo una causa persa, ma il popolo dell’Irak ha ancora una possibilità, nonostante tutti i gravi problemi che affliggono il Paese.
Chiudo con il desiderio di tornare un giorno per continuare a raccontare di questo luogo enigmatico, che viene chiamato ‘la culla della civiltà’.

Traduzione di M. Guidoni

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Sono stato testimone di un crimine contro l’umanità!

Un messaggio di Caleb Maupin dal porto di Gibuti

Dal porto di Gibuti in Nord Africa, è con grande tristezza e bruciante indignazione che annuncio che il viaggio della nave di salvataggio Iran Shahed si è concluso. Non raggiungeremo la nostra destinazione al porto di Hodiedah in Yemen per consegnare aiuti umanitari.
La conclusione senza successo della nostra missione è il risultato di una sola cosa: il terrorismo saudita appoggiato dagli Stati Uniti.
Ieri [23 maggio 2015 – ndr], come il nostro arrivo apparve imminente, le forze saudite hanno bombardato il porto di Hodiedah. Essi non hanno bombardato il porto solo una volta, o anche due. Le forze saudite hanno bombardato il porto di Hodiedah un totale di otto volte in un solo giorno!
Il numero totale di innocenti lavoratori portuali, marinai, scaricatori di porto, e passanti uccisi da questi otto attacchi aerei è ancora da calcolare.
Inoltre, i rivoluzionari yemeniti hanno arrestato 15 persone ieri, che facevano parte di un complotto per attaccare la nostra nave. Il piano era quello di attaccare l’Iran Shahed al nostro arrivo, e uccidere tutti a bordo, me compreso.
Con le sue tante minacce e azioni criminali, il regime saudita stava mandando un messaggio alla squadra di medici, tecnici medici, anestesisti, e altri volontari della Mezzaluna Rossa a bordo della nave. Il messaggio era: “Se tentate di aiutare i bambini affamati dello Yemen noi vi uccideremo”.
Queste azioni, progettate per terrorizzare e intimidire coloro che cercano di portare aiuti umanitari, sono una chiara violazione del diritto internazionale. Posso dire, senza alcuna esitazione, che ho assistito a un crimine contro l’umanità.
Nel contesto delle estreme minacce saudite, dopo lunghi negoziati che hanno avuto luogo tutto il giorno a Teheran, è stato stabilito che la Società della Mezzaluna Rossa non può completare questa missione. Le 2.500 tonnellate di forniture mediche, cibo e acqua vengono scaricati, e consegnati al Programma Alimentare Mondiale, che ha accettato di distribuirle per nostro conto entro il 5 giugno.

Gibuti e l’imperialismo statunitense
Qui a Gibuti, posso vedere chiaramente ciò contro cui i popoli di Yemen e Iran hanno combattuto per così tanto tempo. A differenza di Teheran, qui a Gibuti vedo masse di gente disperata che soffre la fame. Impoveriti Africani, alla disperata ricerca di una giornata di lavoro, sono allineati al di fuori del porto. Essi sono insieme a profughi yemeniti che sono fuggiti dai combattimenti, e hanno attraversato il mare. I profughi yemeniti vivono in tendopoli.
C’è una enorme base militare americana qui a Gibuti, e questo piccolo Paese di soli 3 milioni di persone è ben sotto il controllo del neo-liberismo occidentale. Questo Paese è stato fondamentalmente scolpito sulle mappe del mondo dagli imperialisti. Mentre i saccheggiatori europei si spartivano il continente africano, hanno creato questo piccolo Paese in modo che basi navali possano essere comodamente collocate in una posizione strategica.
Gli imperialisti hanno falsamente disegnato i confini del continente africano nello stesso modo in cui hanno diviso i popoli arabi e i popoli dell’America Latina. Le mappe sono state disegnate per servire i colonizzatori, e determinare chi abbia il diritto di rubare e sottomettere la popolazione di ogni regione specifica.
Le condizioni di vita che vedo qui a Gibuti sono terribili rispetto all’Iran. L’Iran ha rotto le catene dell’imperialismo, e si sta sviluppando in modo indipendente. In Iran, ho visto poche persone mendicare un lavoro, e le poche che ho visto sono rifugiati provenienti dall’Afghanistan.
Dal momento dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, la Repubblica Islamica ha aperto le porte a 3 milioni di rifugiati, e la maggior parte di loro sono costantemente impiegati. Le risorse petrolifere dell’Iran sono nelle mani di un governo nato da una massiccia rivoluzione popolare. I ricavi del petrolio sono stati utilizzati per creare un vasto apparato di programmi sociali.
Uno dei volontari della Mezzaluna Rossa mi ha detto: “Il governo iraniano ha un dipartimento per fare in modo che nel nostro Paese tutti quelli che vogliono lavorare, possano farlo”. Alle madri iraniane viene dato un sussidio garantito per ciascuno dei loro figli. L’istruzione nelle università iraniane è assolutamente gratuita, e il Ministero della Sanità offre assistenza medica gratuita a tutti nel Paese.
Rispetto ai milioni di lavoratori stranieri schiavizzati in ​​Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, o la gente immiserita in tutto il continente africano, anche gli Iraniani più poveri sono molto, molto ricchi. Rompendo con il neoliberismo, l’Iran è stato in grado di garantire a tutti i suoi cittadini una grande quantità di sicurezza economica.
Il Leader Supremo della Rivoluzione Islamica ha denunciato a gran voce il sistema del capitalismo, e ha detto che i principi religiosi e la compassione per i bisognosi, dovrebbero sempre avere la priorità rispetto ai profitti e alla finanza.

“Stare con gli oppressi”
Se le forze della resistenza hanno successo nella loro lotta contro l’attacco saudita, lo Yemen si unirà presto all’Iran nel diventare un Paese indipendente. Il logo dell’organizzazione Ansarullah mostra una mano che tiene un fucile per rappresentare la resistenza armata. Perpendicolare al fucile sul logo Ansarullah è uno stelo di grano, a rappresentare lo “sviluppo economico”.
Non è un segreto che lo Yemen ha vaste risorse petrolifere, non sfruttate. Se le forze di resistenza sono vittoriose, possono valersi di queste risorse, e iniziare a utilizzarle per costruire la società yemenita. Lo Yemen può quindi cominciare a fare ciò che il popolo del Venezuela ha fatto, e trasformare il Paese con il controllo pubblico delle risorse naturali.
Il gruppo religioso che guida Ansarullah, gli Zaidi, ha uno slogan. Dicono: “Un vero Imam è un Imam che combatte”.
Essi oppongono le loro credenze religiose a quelle dei Wahabiti che guidano l’Arabia Saudita. I leader religiosi sauditi affermano che i musulmani devono evitare la ribellione e la protesta perché ciò porta a instabilità e caos. Essi sottolineano l’obbedienza al governo e alle figure autorevoli.
Gli Zaidi, che guidano Ansurrullah e sono al centro dell’attuale rivoluzione yemenita, sottolineano che un capo religioso non sta veramente facendo il lavoro di Dio, a meno che non prenda una spada o una pistola e “combatta per gli oppressi”.
Mentre mi preparo a tornare a Teheran sono diventato ancora più convinto della necessità di rovesciare il sistema del capitalismo monopolistico occidentale. Sto rafforzandomi nella convinzione che ci deve essere un’alleanza globale di tutte le forze che si oppongono all’imperialismo. Che si tratti di marxisti-leninisti, bolivariani, anarchici, sciiti, sunniti, cristiani, o nazionalisti russi, tutte le forze che si oppongono alla continua dominazione sul pianeta dei banchieri di Wall Street devono fermamente stare insieme.
Il popolo dello Yemen, come le forze della resistenza in tante altre parti del mondo, si è rifiutato di arrendersi. Come si trovano ad affrontare un attacco terribile con le bombe saudite di fabbricazione USA, mi auguro che la notizia della nostra pacifica, missione umanitaria li abbia raggiunti. Spero che siano consapevoli del fatto che nella loro lotta contro il re saudita, i banchieri di Wall Street, e tutte le grandi forze del male, essi non sono soli. Ci sono milioni di persone in tutto il pianeta che stanno dalla loro parte.
L’imperialismo è condannato, e l’intera umanità dovrà presto essere libera!

Fonte – traduzione di F. Roberti.
Nel video che accompagna questo articolo, alcune interviste con i componenti del convoglio umanitario, realizzate da Jonathan Moadab di Agence Info Libre prima della partenza dall’Iran.

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L’Arabia Saudita mette l’Algeria su una lista nera di Paesi «poco impegnati» nella lotta contro il terrorismo

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L’informazione può sembrare tratta da un film di fantascienza, tanto è impensabile vedere una monarchia, il cui solo nome evoca l’estremismo e il terrorismo, mettere fuori legge un Paese, l’Algeria, che ne è stato la prima vittima e il cui tributo pagato per combattere le orde organizzate dagli sponsor wahabiti è stato molto pesante. Dunque, l’informazione è ufficiale. Il Ministero degli Esteri saudita ha appena incaricato le autorità competenti del Paese (i ministeri dell’Industria e del Commercio e il Consiglio della valuta saudita), chiedendo loro di dar prova di «maggior vigilanza» nelle transazioni finanziarie con undici Paesi, fra cui l’Algeria, al fine di «contrastare i rischi di coinvolgimento in casi di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo». L’informazione è riportata dal giornale saudita Mekka, nella sua edizione di domenica 17 maggio. Il governo saudita accusa questi paesi (Algeria, Ecuador, Etiopia, Indonesia, Myanmar, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen) di «non rispettare gli impegni assunti nel quadro del Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (Gafi). Il rapporto cita anche l’Iran e la Corea del Nord nella sua lista di Paesi «che rifiutano ogni forma di cooperazione» nella lotta contro questi due flagelli. Nella sua direttiva alle istituzioni interessate, il Ministero degli Affari Esteri saudita elenca otto misure da «applicare rigorosamente» nelle loro relazioni finanziarie con gli undici Paesi citati. Prima di queste misure, «l’applicazione di condizioni più rigorose nell’identificazione dei clienti, al fine di conoscere l’identità del vero beneficiario prima di qualsiasi transazione con le persone fisiche o giuridiche nei Paesi che presentano una debolezza nei loro dispositivi o che non applicano le raccomandazioni del Gafi contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo». A questo proposito, il ministero raccomanda anche di «rispettare scrupolosamente le note di avvertimento stabilite dal Gafi e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o della commissione incaricata dell’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in materia». Altra misura notificata dalle autorità saudite, «fornire un aggiornamento istantaneo delle condizioni enunciate nel quadro della lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, e prendere le misure preventive necessarie per una migliore sicurezza di tutte le transazioni effettuate con le parti attinenti ai Paesi in questione». La nota chiede anche di «assicurarsi che tutte le transazioni commerciali stabilite con le parti relative ai Paesi oggetto dei bollettini di avvertimento siano a fini economici e chiaramente legali» e di «identificare i veri beneficiari». Ultime misure, infine, «consultare i siti web delle organizzazioni individuate in maniera regolare e periodica, cercare altre fonti d’informazione affidabili e prendere le misure adeguate a seguito di quanto vi è diffuso». Il rapporto indica, inoltre, che questo nuovo dispositivo sarà trasmesso al segretariato del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’Arabia Saudita aveva impedito a un aereo di Air Algérie di atterrare a Sana’a per il rimpatrio di cittadini algerini e nordafricani dallo Yemen. Un’informazione confermata dal pilota della compagnia aerea nazionale, ma smentita dal nostro Ministero degli Affari Esteri. Questo nuovo episodio – che i nostri leader si affretteranno probabilmente a smentire ancora una volta – è una chiara indicazione che i Paesi del Golfo classificano l’Algeria come un Paese «recalcitrante» da «sorvegliare attentamente», per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare contro gli Houthi. Prova ne è che Stati arabi come il Marocco e la Giordania non sono interessati dalla lista nera di Riyadh che ha come chiari obiettivi regimi non monarchici. Ma su questo ci torneremo.
R. Mahmoudi

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Una bomba saudita sul divano di casa?

Civili yemeniti miracolati da una bomba inesplosa caduta sulla loro abitazione

Dozzine di residenti nella capitale dello Yemen hanno evitato probabili ferite o conseguenze ben peggiori dopo che una bomba, che si pensa sia stata lanciata dalla coalizione a guida saudita, è caduta in una zona residenziale senza esplodere. Un testimone ha raccontato a RT che l’azione mirava ad un’area abitata esclusivamente da civili.
Appena un giorno dopo che il “cessate-il-fuoco umanitario” era terminato in Yemen, gli abitanti di una zona densamente popolata al centro di Sana’a sono scampati fortunosamente alla morte dopo che una bomba di un metro e mezzo ha distrutto il soffitto di un appartamento, devastando le mura ed il mobilio.
I residenti terrorizzati sono accorsi presso l’abitazione per esaminare la scena dopo essersi accertati della mancata detonazione. Foto surreali sono state postate dai testimoni su Twitter, con la bomba ferma su ciò che sembra essere un divano.
RT ha contattato un testimone, Hussein Al-Bukhiti, che racconta che la bomba è stata sganciata su di un palazzo vicino a dove vive e che al momento era pieno di persone.
“E’ una zona completamente civile, non ci sono edifici militari, o postazioni anti-aereo”, sottolinea Al-Bukhiti, aggiungendo che se la bomba fosse scoppiata ci sarebbero state “centinaia” di vittime, principalmente donne e bambini.
Non esistono rifugi anti-bombardamento, quindi l’unico posto in cui i civili yemeniti possono cercare protezione durante i raid aerei sono le proprie case, dice Al-Bukhiti.
L’incidente ha avuto luogo durante le prolungate incursioni aeree contro i ribelli sciiti Houthi, lanciate dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati in Yemen, e la popolazione locale ne ha considerato responsabile la coalizione.
Secondo Al-Bukhiti, “l’aggressione saudita sta colpendo tutta la nazione, nonostante il Paese sia popolato da 25 millioni di persone… dall’alto numero di morti si capisce che stanno attaccando qualsiasi cosa in Yemen”. Egli poi descrive gli incessanti attacchi che hanno colpito Sana’a “ogni giorno se non ogni ora” dal 26 marzo, ad eccezione del recente periodo di 5 giorni di cessate-il-fuoco.
Comunque egli aggiunge che la coalizione non ha rispettato il cessate-il-fuoco altrove, con la parte settentrionale della provincia di Saada, una roccaforte Houthi, quotidianamente sotto attacco.
Il testimone ha accusato la coalizione a guida saudita per crimini di guerra: “L’unica cosa che loro hanno fatto a Sadah, capitale della provincia di Saada, è stata quella di lanciare dei volantini in cui si chiedeva a tutta la popolazione della provincia di lasciare l’intera zona perché essa sarebbe stata dichiarata obiettivo militare e ogni luogo sarebbe stato bombardato. Questo è un crimine contro l’umanità perché come puoi tu chiedere ad un milione di persone di partire dopo un blocco di due mesi, senza che la gente abbia benzina per l’uso delle proprie auto, con tutti i ponti e le strade del Paese che sono stati distrutti. Non c’è modo per molta gente di andare via o di rifugiarsi, perché ogni area è stata colpita.”
Gli attacchi sono ricominciati nonostante una richiesta delle Nazioni Unite di estendere la tregua per permettere la consegna di cibo, benzina e medicine alle regioni devastate dello Yemen. Centinaia di persone sono fuggite dalle zone più colpite di Sana’a, mentre gli aerei della coalizione colpivano ripetutamente i depositi e le postazioni militari tenute dai ribelli. Gli attacchi hanno anche colpito la città meridionale di Aden, dove le forze leali al presidente rimosso Abd-Rabbu Mansour Hadi hanno combattuto con gli Houthi e le forze leali all’ex uomo forte Ali Abdullah Saleh.
Secondo l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite UNHCR, in un bilancio che data il 15 maggio, 1.849 persone sono state uccise e 7.394 ferite.
Con l’Arabia Saudita che addestra i combattenti anti-Houthi al confine yemenita, nonostante le trattative con l’ONU e la promessa di un impegno a trovare una soluzione diplomatica alla crisi, i cittadini di Sana’a temono che il peggiore degli scenari, con battaglie in strada e la completa devastazione, stia per arrivare.
“Presto Sana’a sarà come Aden e Taiz… C’è stata una grande preparazione già da prima del cessate-il-fuoco e credo che adesso ci sarà una grande battaglia”, un membro di una tribù della provincia centrale di Ibb ha detto al Financial Times.
I rapporti informativi dicono che un capo militare sunnita, il General Maggiore Ali Mohsen Al-Ahmar, sia diventato una figura di spicco nelle forze anti-Houthi finanziate dai Sauditi. Si pensa che Al-Ahmar, ritenuto un’islamista, sia uno degli orchestratori nella pianificazione della campagna militare in Yemen, sollevando preoccupazioni a riguardo del fatto che gli Islamisti possano prendere il potere nella nazione del Golfo se l’operazione di terra contro gli Houthi avesse succcesso.

Fonte – traduzione di M. Janigro