Cosa hanno in comune l’11 settembre e il fenomeno Covid-19?

L’originale contributo di Roberto Quaglia, saggista, autore de Il mito dell’11 settembre e Il fondamentalismo hollywoodista.

Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

Con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella

“E, guarda caso, mentre The Donald si aggira tra sunniti decapitatori di donne, fomentando la grande alleanza di tutti i sunniti decapitatori di donne e di tutto ciò che di non sunnita gli capita sotto la mannaia, perché facciano il favore a Israele di togliergli dai piedi l’Iran sciita che, come il resto degli sciiti, il massimo del terrorismo l’ha praticato con i fuochi d’artificio di capodanno, ecco che a Manchester viene telefatto saltare per aria un ragazzo libico con bomba. 22 ragazzi morti e oltre cento feriti mentre stavano al concerto. Target centrato: concerti, giovani incazzati con i vecchi, Corbyn (Manchester è laburista) e Brexit “con la quale Brexit sarebbe andato a ramengo il prezioso coordinamento europeo dell’intelligence per combattere terrorismo ed estremismi vari”. Effetto collaterale: un po’ di benzina sul sacro fuoco dello scontro di civiltà che ci arruola tutti, seppure al traino e in catene, nelle armate della civiltà superiore. Avete sentito? E’ ripartita la cantilena degli islamici tutti cattivi, da cui quei pochi buoni, se vogliono che non li affidiamo ai roghi salviniani, si decidano finalmente a prendere sincere distanze.
Quale è il collegamento? Beh, visto che al pupazzo giallo chiomato viene fatto proclamare che dobbiamo tutti quanti fare la guerra al terrorismo, a forza di decapitatori sunniti fuori e sorveglianza e militarizzazione totali dentro, sotto la guida di chi dall’11 settembre in qua ci fotte col terrorismo, con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella, no? Che vogliamo lasciare tutta l’incombenza ai tagliateste sunniti? Anche stavolta, come ogni volta, il terrorista era noto e seguito da Scotland Yard, Mi5 e Mi6, la più efficiente attrezzatura spionistica del mondo (oltreché, ovviamente, da CIA e Mossad), ma, a dispetto di smartphone connessi anche spenti alla Questura, delle telecamere che ci spiano perfino dai cartelloni pubblicitari e dai nostri frigoriferi (vedi “Report” di lunedì 22 maggio) e nonostante l’andirivieni di Salman Abedi tra Inghilterra e quell’oasi di pace e ordine che è la Libia, guarda un po’ la sfiga, proprio in quei giorni e momenti nessuno se ne curava. Tutti a festeggiare la rinnovata sinergia tra le democrazie d’Occidente e della penisola arabica per farla finita con quei regimi arabi, tirannici e terroristici, che si erano permessi di emancipare le donne, garantire istruzione, sanità, scuola, casa e lavoro, avviarsi a un progresso davvero blasfemo. Inaccettabili dittature, dicono a Riad e al “manifesto”.
Dopodichè si rimedia alla figuraccia, che tanto aveva innervosito la regina al suo Garden Party, figuraccia aggravata dai servizi USA e dal New York Times che ci fanno sapere di essere stati i primi a sapere tutto (noblesse oblige), rastrellando un po’ di presunti radicalizzati e stupefatti parenti. Così, almeno ex post, ci si rivela occhiutissimi e si può ringhiare dell’esistenza di una “rete”. E contro una rete che va fatto? Ma è risaputo: si mettono in strada 5000 soldati. Funzione? Individuare tra le milionate che gli passano sotto il naso agli ingressi del metrò il losco figuro dallo sguardo torvo che sicuramente nello zainetto tiene 5 chili di tritolo con chiodi.
Tutto quello che vado scrivendo odora di stantìo, di deja vu, di già detto. Come se tutti quanti non sapessimo da almeno 16 anni, dall’11 settembre, attraverso Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles, Bali, Amman, Monaco, Berlino, che quelli fanno rete. Magari differiamo un tantino su chi è che fa rete…
Invece la cosa da dire, a essere originali quanto il signor de Lapalisse, tanto che nessuno la dice per non sembrare banalotto, è una domanda. Ma visto che queste orrende forze del male, come le stampigliano Bush, Obama e ora Trump, proclamano incessantemente ai quattro venti che ci faranno fare la fine in quanto sacrilego, perverso e infedele Occidente, com’è che se la prendono sempre e solo con coloro che dell’Occidente sono meramente le comparse, i figuranti, le plebi, la massa inerte, più spesso che no le vittime? Com’è che neanche in uno dei mille attentati hanno cercato di sfondare i glutei di un solo bonzo in posizione di qualche eminenza in Occidente? O uno dei meccanismi che lo fanno funzionare. Che so, una banca, l’insegna di una multinazionale, il cuoco di Obama, Lady Gaga che perverte animi e corpi, Hillary o la sua estetista (oltretutto colpevole di inettitudine), Descalzi che intreccia danze con l’infame scita Rouhani, un capoufficio della Roche, un fattucchiere della Monsanto, qualcuno della Lockheed , quella degli F35, mentre beve mohjitos a Bahia, un broker di Wall Street che rifila derivati a poveri arabi…
Non è mai successo. Ah no, una volta è successo. Ad Amman, 9 novembre 2005, insieme ai soliti figuranti di una festa di nozze, saltarono in aria due delegazioni incontratesi in segreto nell’hotel Radisson. Ma quelli erano Palestinesi e Cinesi. E agli Israeliani era stato detto di lasciare l’albergo il giorno prima.”

Da Terrorismo islamico in Occidente: sempre comparse, mai una star, di Fulvio Grimaldi.

La più grande balla del Solstizio

10933822_812694388776698_3866024244400061186_n

Francia, gennaio 2015…

La più grande stronzata del 21 dicembre, solstizio d’inverno (ci torno dopo), la spara la TV a mezzogiorno.
Livorno, pausa pranzo in trattoria. Operai e camionisti. Silenzio e TV in attesa del pasto.
Faccia da giornalista RAI, la tettona deturpata dai lifting marci spara dal TG
SCOPERTA L’IDENTITA’ DELL’ATTENTATORE DI BERLINO: TROVATI I SUOI DOCUMENTI SOTTO IL SEDILE DEL CAMION NERO!
Notare NERO, così già ci subliminano ISIS. Bravi.
Silenzio in sala, e quindi sbotto con gran voce e risata: ma che cazzo, prima corrono dietro al musulmano sbagliato e poi, DOPO DUE GIORNI che hanno in mano il camion della strage finalmente la GRANDE POLIZIA TEDESCA guarda sotto al sedile e risolve il gran mistero?
Ci si guarda e i volti cambiano espressione, si comincia a parlarsi e qualcuno ridacchia pure. Ma che cazzo…
Vedo gente andar via discutendo.
Al mio tavolo rincaro con l’LSD: se l’inghippo è vero, e la logica dice che è vero, o la Merkel sapeva oppure ha subito. E se è vero, come la logica dice, che il tutto è servito per coprire l’omicidio di Ankara, vuol dire che la Germania è dentro la faccenda fino al collo, sia a Berlino che ad Ankara. E vuol dire che pure la Germania, come già gli USA dal Tonkino all’11/9, e l’Italia delle stragi ecc. ecc., non ha alcun riguardo a far fuori propri cittadini ignari per Ragioni di Stato.
Un mio collega si alza, vado fuori a fumare dice. Torna un po’ pallido, e mi fa: ma che cazzo… E’ uno che parla solo di calcio e di lavoro. Si è presa la legnata, e l’ha sentita bene. E approfitto per aggiornare il tavolo sulle ultime faccende internazionali…
Lavoro di base.
Ovvio che ragionare su questo, degli storici legami turco germanici, della sempiterna ricerca tedesca del petrolio che non ha mai raggiunto nè via Stalingrado nè prima via Bassora, della sua odierna possibilità di affrancarsi militarmente dagli USA in crisi e ridiventare il pivot for Asia in Europa, e di affrontare un nuovo confronto-conflitto in Medio Oriente e Caspio con la Russia, a me fa turbinare le sinapsi e tremare il resto. Scaviamo in Germania oltre la Merkel, e troviamo Bayer-Monsanto e la siderurgia, la cantieristica e il marittimo, e parecchio altro.
Andiamo sul leggero ora, così vi faccio gli auguri per il solstizio d’inverno, il senso cui diamo nella mia piccola famiglia di mangiapreti alle feste di dicembre, da santalucia del tramonto più anticipato del 13 dicembre, alla risalita del sole all’alba della Befana, il 6 gennaio. Giusto a metà ci sta il 25 dicembre, guarda caso usurpato dalla Croce e dalla Coca Cola a propri fini entrambi socio-commerciali. L’astronomia è una scienza esatta, pone dati e chiodi inconfutabili, un problema per chi pone l’uomo e le sue elucubrazioni , in epoca storica, per dolo o colpa, a guida e motivo dell’esistenza dell’universo, i cazzaroli del principio antropico. L’astronomia, e il cosmo suo oggetto di studio, è suo malgrado immutabile, in rapporto ai tempi della civiltà umanoide, e proprio per questo degna di antico rispetto. Perchè supera l’uomo in costanza e determinazione. Questo gli antichi rispettavano, rispettando prima la natura e poi, per discendenza, l’umanità. L’uomo sa, l’albero sa di più, la pietra sa quasi tutto: è stata fusa dal sole. Buon solstizio a tutti, specie alla Siria e al suo popolo, e altrettanto alla Russia e al popolo russo che oggi è sotto attacco e con forza e orgoglio, giustamente, si difende.
Un abbraccio a tutti voi, simpatici o antipatici. Ma compagni.
Jure Ellero

bloody-false-star

Questo mondo merita una rivoluzione

ff

In memoria di Costanzo Preve

“Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente “essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie. Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo Paese.”

La prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna Evidente (luglio 2012) prosegue qui.

Strategia segreta del terrore

saud

«Il nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della terra» (come lo definì nel 2001 il presidente Bush) continua a mietere vittime, le ultime a Bruxelles e a Lahore. È il terrorismo, un «nemico differente da quello finora affrontato», che si rivelò in mondovisione l’11 settembre con l’immagine apocalittica delle Torri che crollavano. Per eliminarlo, è ancora in corso quella che Bush definì «la colossale lotta del Bene contro il Male». Ma ogni volta che si taglia una testa dell’Idra del terrore, se ne formano altre.
Che dobbiamo fare? Anzitutto non credere a ciò che ci hanno raccontato per quasi quindici anni. A partire dalla versione ufficiale dell’11 settembre, crollata sotto il peso delle prove tecnico-scientifiche, che Washington, non riuscendo a confutare, liquida come «complottismo».
I maggiori attacchi terroristici in Occidente hanno tre connotati. Primo, la puntualità. L’attacco dell’11 settembre avviene nel momento in cui gli USA hanno già deciso (come riportava il New York Times il 31 agosto 2001) di spostare in Asia il centro focale della loro strategia per contrastare il riavvicinamento tra Russia e Cina: nemmeno un mese dopo, il 7 ottobre 2001, con la motivazione di dare la caccia a Osama bin Laden mandante dell’11 settembre, gli USA iniziano la guerra in Afghanistan, la prima di una nuova escalation bellica. L’attacco terroristico a Bruxelles avviene quando USA e NATO si preparano a occupare la Libia, con la motivazione di eliminare l’ISIS che minaccia l’Europa.
Secondo, l’effetto terrore: la strage, le cui immagini scorrono ripetutamente davanti ai nostri occhi, crea una vasta opinione pubblica favorevole all’intervento armato per eliminare la minaccia. Stragi terroristiche peggiori, come a Damasco due mesi fa, passano invece quasi inosservate.
Terzo, la firma: paradossalmente «il nemico oscuro» firma sempre gli attacchi terroristici. Nel 2001, quando New York è ancora avvolta dal fumo delle Torri crollate, vengono diffuse le foto e biografie dei 19 dirottatori membri di al Qaeda, parecchi già noti all’FBI e alla CIA.
Lo stesso a Bruxelles nel 2016: prima di identificare tutte le vittime, si identificano gli attentatori già noti ai servizi segreti.
È possibile che i servizi segreti, a partire dalla tentacolare «comunità di intelligence» USA formata da 17 organizzazioni federali con agenti in tutto il mondo, siano talmente inefficienti? O sono invece efficientissime macchine della strategia del terrore? La manovalanza non manca: è quella dei movimenti terroristi di marca islamica, armati e addestrati dalla CIA e finanziati dall’Arabia Saudita, per demolire lo Stato libico e frammentare quello siriano col sostegno della Turchia e di 5mila foreign fighters europei affluiti in Siria con la complicità dei loro governi.
In questo grande bacino si può reclutare sia l’attentatore suicida, convinto di immolarsi per una santa causa, sia il professionista della guerra o il piccolo delinquente che nell’azione viene «suicidato», facendo trovare la sua carta di identità (come nell’attacco a Charlie Hebdo) o facendo esplodere la carica prima che si sia allontanato.
Si può anche facilitare la formazione di cellule terroristiche, che autonomamente alimentano la strategia del terrore creando un clima da stato di assedio, tipo quello odierno nei Paesi europei della NATO, che giustifichi nuove guerre sotto comando USA.
Oppure si può ricorrere al falso, come le «prove» sulle armi di distruzione di massa irachene mostrate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 febbraio 2003. Prove poi risultate false, fabbricate dalla CIA per giustificare la «guerra preventiva» contro l’Iraq.
Manlio Dinucci

Fonte

Svizzera: pronta per una rivoluzione?

immagine-da-www_ciaocomo_it

Quando l’Islanda ha incarcerato i suoi banchieri qualcosa è cambiato. L’impensabile era accaduto: i veri criminali erano stati portati in giudizio. Ora anche la Svizzera minaccia di licenziare la riserva di valuta legale dei bankster. Ma accadrà?

Josiah Stamp ha detto una volta: “Se si vuole continuare ad essere schiavi delle banche e pagare il costo della propria schiavitù, allora lasciate che i banchieri continuino a creare denaro e controllare il credito.”
Stamp sapeva di cosa parlava. Tra i suoi successi, egli fu nominato direttore della Banca d’Inghilterra nel 1928.
Tutti i cosiddetti Paesi moderni, civili sono sotto lo stivale proprio di questo meccanismo descritto da Stamp. Pochissimi Paesi, come la Libia, l’Irak e la Siria, sono riusciti a raggiungere società altamente sviluppate senza di esso.
Questi Paesi hanno tutti qualcos’altro in comune. E così sia?
Tuttavia, altri Paesi che devono ancora diventare obiettivi di genocidio provocato nelle mani di agenzie degli Stati Uniti si stanno svegliando e annusano la tirannia in gessato.
La Svizzera, ad esempio: non certo un luogo tradizionalmente associato con allucinato fanatismo, la Svizzera è in procinto di votare sul divieto alle banche di creare denaro.
Gli Inglesi giocano a calcio, bevono birra e si picchiano a vicenda nei centri urbani la sera. I Francesi fanno il broncio e alzano le spalle e fanno cose semplici che richiedono molto tempo e costano un sacco. Gli Svizzeri forniscono al denaro un luogo sicuro, noioso dove nulla di drammatico accadrà ad esso, in modo che possa poi essere trasmesso alla generazione successiva di persone ricche – preferibilmente in un importo superiore a quando venne ricevuto – da questa generazione di gente ricca.
Quindi il denaro è al centro di quello che fa la Svizzera.
La Svizzera è anche la sede della Banca dei Regolamenti Internazionali, che – mentre suona eccitante come la contabilità a partita doppia – è, infatti, il ragno al centro di tutta la tela finanziaria. Continua a leggere

“Dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo, l’Afghanistan resta in condizioni disperate”

12314000_10207800045259860_2989602480370084045_n

Forze esterne non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi, ma questo è ciò che sta accadendo in Afghanistan, Medea Benjamin, co-fondatrice della ong progressista Code Pink ha detto a RT.
Lunedì [scorso, 21 dicembre – ndr] due attacchi sono avvenuti in Afghanistan. Tre razzi hanno colpito la zona diplomatica di Kabul poco distante dal centro della città. Ciò è successo dopo che un attentatore suicida in moto aveva effettuato un attacco alla base aerea di Bagram uccidendo sei soldati americani.
Nel frattempo, i Talebani stanno aggressivamente facendo ritorno nella provincia di Helmand. I militanti sarebbero vicini ad espugnare la città chiave di Sangin.
Il Segretario di Stato USA John Kerry ha descritto gli sviluppi in Afghanistan come positivi. Tuttavia, l’attivista politica americana Medea Benjamin non è d’accordo definendola una dichiarazione ridicola.
“Gli Stati Uniti hanno speso probabilmente un trilione di dollari in Afghanistan ed esso rimane uno dei Paesi più poveri al mondo; uno dei posti peggiori per le donne per avere figli; con uno dei peggiori tassi di analfabetismo tra le donne”, ha detto a RT.
Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001 dopo gli attacchi dell’11 Settembre effettuati sul suolo americano, e secondo la Benjamin, «non è certo un Paese che dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo ha molto da parlare a suo favore in termini di sviluppo.”
Lo Stato Islamico (già ISIS/ISIL) sta ora combattendo i Talebani, fatto che potrebbe rendere le cose ancora peggiori per il popolo afghano.
L’attivista sostiene quanto è terribile che, dopo tutti questi anni e i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella formazione delle forze afghane locali esse non sono ancora in grado di controllare il proprio Paese.
“Penso che sia un riflesso del fatto che le forze provenienti dall’esterno non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi”, ha affermato la Benjamin.
Ella suggerisce che c’è sempre stata la necessità di una soluzione politica ai problemi in Afghanistan e gli Stati Uniti dovrebbero investire i propri soldi nello sviluppo del Paese al posto dei militari.
Ragionando sulle possibili soluzioni, l’attivista ha dichiarato che ci sono stati continui tentativi di parlare con i Talebani. Tuttavia, lei crede che in merito hanno bisogno di fare sul serio.
“John Kerry dovrebbe impiegare alcune delle sue energie diplomatiche per trovare una soluzione politica che purtroppo dovrà includere i Talebani come parte di una transizione. I Talebani sono gente del posto e non possono essere cacciati via “, ha detto la Benjamin a RT.
“Ma penso che i restanti 10.000 soldati statunitensi non saranno sufficienti per dettare al governo afghano quale politica dovrebbe adottare”, ella ha continuato.
La Benjamin ha affermato che deve esserci una soluzione politica e tutta l’energia e le risorse dovrebbero essere impiegate per questo obiettivo.

‘L’Amministrazione Obama vuole nascondere sotto il tappeto gli abusi dei SEAL in Afghanistan’
Nel frattempo, un rapporto del New York Times ha accusato la US Navy di coprire l’abuso di detenuti afghani che ebbe luogo nel maggio 2012.
Il Naval Criminal Investigative Service aveva avviato un’indagine su un caso in cui la tortura provocò la morte di un uomo arrestato dai US Navy SEALS. Nonostante testimonianze oculari contro i militari statunitensi, l’indagine della Marina ha respinto le accuse, sostenendo che le prove non hanno dimostrato la presunta cattiva condotta.
L’avvocato penalista ed ex ufficiale della CIA Jack Rice parlando di abusi sui detenuti ha detto che in un caso come questo non si sarebbe dovuta svolgere un’indagine minimale.
“Questa avrebbe dovuto essere una indagine penale in piena regola, che è molto più grave sul piano militare”, ha dichiarato a RT.
Ha aggiunto che se volevano portare ciò all’estremo, avrebbero potuto portare l’addebito alla Corte Federale, che è un tribunale civile negli Stati Uniti.
“Sulla base del fatto che ci fu una morte in questo caso non c’è stata una indagine come si dovrebbe”, ha detto Rice.
Rice sostiene che l’indagine potrebbe essere riaperta “in base alla gravità del caso e al fatto che essenzialmente è stato respinto.”
“E ‘inquietante che sembrano prendere una decisione di trattarlo in maniera tanto illogica quanto lo hanno realmente basato sulla morte di uno dei detenuti”, ha continuato.
Il comandante dei SEAL ha detto che le prove fornite nel rapporto sono inconsistenti.
Rice ha replicato che è possibile che ci siano incongruenze nel rapporto. “Ma ciò in sé non significa che non si deve andare avanti con un’indagine”, ha aggiunto.
Secondo Rice, egli ha a che fare regolarmente con resoconti che mostrano contraddizioni al loro interno.
«Ciò non ferma l’inchiesta, non ferma l’accusa; solo perché alcune cose non tornano completamente non significa che non si deve continuare a scavare; ciò non significa che non si dovrebbe potenzialmente anche indagare qualcuno per reati gravi “, ha aggiunto.
L’ex funzionario della CIA ritiene che il governo degli Stati Uniti stia cercando di seppellire l’indagine stessa.
“Il fatto che quello che hanno compiuto è stato deviare il caso a un’indagine minimale ed al tipo di inchiesta e processo per eventi insignificanti, piuttosto che qualcosa di molto più serio davvero mi dice che sono in procinto di spingerlo via, per cercare di metterlo sotto il tappeto “.
Nel 2009 il presidente Obama disse che riteneva di non dover diffondere 2000 immagini fotografiche di tortura perché questo avrebbe messo a repentaglio le truppe USA all’estero. Rice sostiene che il presidente Obama abbia deciso che non era il caso di diffondere le foto di Abu Ghraib.
“Quando era in corsa per il ruolo promise che voleva la trasparenza e che il popolo americano e il mondo vedessero le foto stesse”, ha detto a RT.
In conclusione, ha affermato che “la probabilità di successo nella riapertura del caso non è molto certa, a questo punto.”
“La mia aspettativa è che esso non sarà riaperto”, prevede Rice.

[Fonte – traduzione di F. Roberti]

Per l’avvio di un programma di ricerca collettiva

dollar

L’élite mondialista è terrorista e “demoniaca”. Come e perché?

Juan Alberto Guerrero Della Malta, alias Emanuele Montagna, membro fondatore di Faremondo lancia una proposta minima per una comunità di ricerca, rivolta a coloro che hanno condiviso interesse verso le recenti iniziative pubbliche realizzate a Bologna.
I contenuti di questa proposta saranno sviluppati anche qui.

Premessa
Dopo i recenti fatti parigini credo non ci sia più bisogno di portare ulteriori argomenti a sostegno delle idee intorno alla natura criminale e “demoniaca” dell’élite mondialista che domina l’attuale Occidente e un pianeta ormai quasi completamente intossicato dai suoi nefasti maneggi.
Se ad un discreto numero di “attivisti” e “uomini di scienza” le innumerevoli, probanti conferme che al riguardo si sono accumulate dall’11 settembre ad oggi non sono ancora bastate a far sorgere una chiara consapevolezza di questa cosa, vuol dire, con tutta probabilità, che nelle loro teste operano alcuni potenti “sbarramenti” psicologici ed ideologici aventi quanto meno un’intima valenza omeostatica. Se è così, con queste persone non c’è niente da fare, almeno in questa fase: l’opera di una loro paziente “rieducazione” dovrà purtroppo aspettare tempi migliori.
Con questo scritto non intendo quindi rivolgermi a questo genere di persone. Mi rivolgo invece a quanti, a partire da una certa consapevolezza di base della natura specifica dell’élite mondialista, sono disposti a farsi ulteriori e più appropriate domande. Continua a leggere

La fabbrica del terrore

Le parole di Webster G. Tarpley.
Oggi come allora.

Un finale hollywoodiano – ovvero come ti fabbrico il terrorista

10922602_818833921496078_2114228574764541805_n

Un “finale hollywoodiano” era quello che ci si aspettava dal piano terroristico del ventisettenne di origine kosovara, instabile mentalmente, che avrebbe dovuto farsi saltare in aria in un affollatissimo Casinò di Tampa in Florida.

Nel corso degli otto minuti del “video da martire”, girato nel Days Inn di Tampa, il giovane, Sami Osmakac, promette, infatti, di vendicare le uccisioni di fratelli musulmani in Afghanistan, Irak, Pakistan e in ogni altra parte del mondo.
“Occhio per occhio, dente per dente, una donna per ogni donna, un bambino per ogni bambino”.
Registrato il video, Sami aveva in programma di recarsi all’Irish bar di Tampa e poi al Casinò locale, dove avrebbe preso degli ostaggi prima di farsi esplodere all’arrivo della polizia.
Per questo piano, peraltro non portato mai a termine, oltre che per possesso di armi di distruzione di massa – un’auto-bomba, sei granate, un giubbotto esplosivo e varie armi tra cui un AK-47 – il giovane è stato condannato, il 26 Novembre scorso, a 40 anni di carcere dalla corte di Tampa (1).
Fin qui nulla di strano.
Solo che oggi emerge – da un clamoroso scoop di The Intercept, il nuovo giornale di Glenn Greenwald, meglio noto come colui che realizzò le prime interviste ed il ‘lancio’ di Edward Snowden – che il giovane squilibrato kosovaro era stato irretito, condizionato, finanziato e armato niente meno che da una rete di agenti FBI sotto copertura.
Dov’è la novità? direte voi.
La novità è che questa volta c’è la smoking gun, la pistola fumante, vale a dire le intercettazioni che mettono nei guai i federali.
Il meccanismo è sempre lo stesso. S’individuano giovani instabili mentalmente, preferibilmente di origine araba, spesso in disperate condizioni economiche e li si trasforma, con tecniche di controllo mentale, in informatori e talent scout di potenziali terroristi. I soggetti che questi infiltrati trovano vengono poi armati e motivati per compiere attentati o – come nel caso di Sami – per divenire capri espiatori per la war on terror, che ha bisogno di divorare quotidianamente nuove vittime per mantenere sempre alto il livello dell’emergenza, della paura instillata nelle masse.
Pronte a barattare sempre maggiori spazi di libertà a fronte di una presunta sicurezza.
Le operazioni condotte da informatori sotto copertura sono dunque al centro del programma antiterrorismo dell’FBI. Dei 508 imputati processati per casi terrorismo nel decennio dopo l’11 Settembre, in ben 243 casi erano coinvolti informatori dell’FBI, mentre 158 sono stati gli obiettivi di operazioni sotto copertura. In questi ultimi un informatore dell’FBI o un agente sotto copertura ha spinto 49 imputati a realizzare o pianificare atti di terrorismo, in modi analoghi a quello che è stato attuato con Sami Osmakac.
Naturalmente, l’FBI ufficialmente pretende di pagare informatori e agenti sotto copertura per sventare gli attacchi prima che si verifichino. Ma le prove indicano chiaramente – e un recente rapporto di Human Rights Watch lo dimostra (2) – che l’FBI, piuttosto che acciuffare aspiranti terroristi imbranati, induce ad azioni terroristiche soggetti malati di mente o economicamente disperati. Individui che da soli non potrebbero mai realizzare piani criminali complessi.
Nel caso di Osmakac, gli stessi agenti dell’FBI confermano pienamente questo stato di cose, anche se non lo ammetteranno mai pubblicamente. In questa operazione, l’agente sotto copertura dell’FBI agisce con lo pseudonimo di “Amir Jones”. È il tipo dietro la telecamera nel video che annuncia il martirio di Sami. Amir, che si presenta come il rivenditore delle armi da utilizzare nell’azione terroristica, nasconde su di sé un registratore.
Oltre ai dialoghi con Sami, il dispositivo registra però anche le conversazioni che si svolgono nella sede dell’FBI a Tampa, tra agenti e collaboratori che credono di parlare in assoluta privacy.
Ora, queste conversazioni permettono di ricavare un’immagine estremamente precisa e accurata di quella che sono le operazioni anti-terrorismo dell’FBI, e mostrano come, a volte, anche agli occhi degli stessi agenti dell’FBI coinvolti, i soggetti di queste operazioni sotto copertura non siano sempre inquietanti e minacciosi come li si vuole far apparire.
Nell’audio – del 7 Gennaio del 2012 – che segue la registrazione del video del martirio di Sami, l’informatore “Amir” e altri si fanno beffe di tale video, che l’FBI ha realizzato per Osmakac.
Ecco alcune battute:
“Quando stava indossando la roba, si muoveva in modo nervoso” dice qualcuno ad Amir. “Continuava a indietreggiare …”
“Sì”, risponde Amir.
“Sembrava nervoso davanti alla telecamera” qualcun altro aggiunge.
“Sì, era eccitato. Penso che si sia eccitato quando ha visto la roba”, risponde Amir, riferendosi alle armi che erano lì sul letto della stanza dell’hotel.
“Oh, sì, lo puoi dir forte” dice una terza persona. “Era proprio come, come, come un bambino di sei anni in un negozio di giocattoli”.
In altre conversazioni registrate, Richard Worms, il supervisore della squadra dell’FBI, descrive Osmakac come un “mentecatto ritardato” che non “riuscirebbe neppure a pisciare nel vaso”.
Poi ci sono degli agenti che sottolineano che la pubblica accusa – nonostante gli obiettivi di Osmakac siano “inconcludenti”, e le sue ambizioni terroristiche dei “miraggi” – ha bisogno di avere un “finale Hollywoodiano” dell’operazione.
La registrazione del colloquio indica, poi, come gli agenti dell’FBI facciano fatica persino a mettere 500 dollari in mano a Sami per dare un acconto sulle armi.
Quelle stesse armi che il Tribunale ha poi considerato la dimostrazione delle capacità terroristiche di Osmakac e del suo impegno a compiere la strage pianificata.
“Il denaro è la prova che lui è disposto a farlo, perché anche se non siamo in grado di farlo ammazzare qualcuno, possiamo mostrare che paga le armi” afferma l’agente speciale dell’FBI, Taylor Reed, in una conversazione.
Chi avrebbe mai immaginato che queste trascrizioni potessero essere rese pubbliche?
Ma a volte il diavolo, come si sa, fa le pentole…
Naturalmente, appena ciò è avvenuto, grazie al coraggio di un bravo giornalista, Trevor Aaronson, il governo ha sostenuto che le registrazioni potrebbero danneggiare il governo degli Stati Uniti, rivelando le “strategie e i metodi di indagine delle forze dell’ordine”.
Ma esse, fornite da una fonte confidenziale a The Intercept in collaborazione con l’Investigative Fund, costituiscono una preziosa rivelazione di ciò che accade dietro le quinte di una operazione antiterrorismo sotto copertura dell’FBI, rivelando come gli agenti federali abbiano sfruttato il loro rapporto con un informatore prezzolato, lavorando per mesi con l’obiettivo di trasformare lo sventurato Sami Osmakac in un terrorista.
Naturalmente né l’FBI di Tampa né il quartier generale dell’FBI a Washington hanno risposto alle richieste da parte di The Intercept di un commento sul caso Osmakac o sulle osservazioni fatte da agenti e collaboratori dell’FBI sull’operazione sotto copertura.
Guardate il filmato con le trascrizioni delle intercettazioni, è davvero istruttivo.
Purtroppo per l’FBI e per la fortuna di decine di persone innocenti, in questo caso il “finale hollywoodiano” è mancato, ma non certo per merito dei difensori della legalità e della giustizia, ma solo perché il capro espiatorio scelto era troppo imbranato persino per farsi esplodere in un bar.
Piero Cammerinesi

Fonte

Irak: si avvicina la soluzione finale?

POP ART

Dall’agosto del 2014, gli Stati Uniti, col sostegno di una coalizione di 19 paesi, stanno conducendo un’intensa campagna di bombardamenti aerei contro l’Irak e la Siria – 16.000 attacchi aerei, come risulta da Defence News del 19 gennaio – con l’obiettivo di colpire i jihadisti del DAESH. Ѐ facile immaginare che questi bombardamenti abbiano fatto un gran numero di vittime. Ma i media non ne parlano e sugli effetti di questa guerra c’è il silenzio totale. Non solo dei media mainstream ma, questa volta, anche di gran parte dell’informazione ‘antisistema’. Come spiegare questo fenomeno?
Gli Stati Uniti hanno presentato il DAESH come una minaccia mondiale. Una minaccia così terrificante che potrebbe metter fine alla nostra civiltà. Nulla di nuovo, si obietterà. Dopo il nazismo e il comunismo, ecco un altro pericolo mondiale: il terrorismo islamico. Ma l’analogia è solo apparente. I pericoli del passato erano identificati in governi nemici che, per quanto demonizzati, conservavano la possibilità della trattativa.
Con l’avvento della ‘guerra infinita’ di Bush, all’indomani dell’11 settembre 2001, è nata una nuova categoria della storia: quella del nemico-con-cui-non-si-tratta. Da che mondo è mondo, qualunque guerra si era sempre conclusa con una trattativa e una ridefinizione territoriale che metteva fine alla guerra. Ora, il concetto di guerra-senza-fine necessita di un nuovo tipo di nemico: un nemico totalmente de-umanizzato, al di là di ogni possibilità di trattativa e di legalità.
Per creare un tal nemico c’è bisogno di metterne in evidenza la brutalità, la barbarie, la disumanità: ecco allora comparire i video sulle decapitazioni, i roghi nelle gabbie, le minacce alla civiltà occidentale, sempre in perfetto tempismo con l’inizio dei bombardamenti. Col Califfo del Terrore non è possibile nessuna trattativa. Dunque, la guerra continuerà. All’infinito.
Ma quest’opera di propaganda non sarebbe efficace se contemporaneamente non venissero nascosti i crimini dei ‘salvatori del mondo’ e questo spiega perfettamente perché le immagini delle migliaia di torture di Abu Ghraib non sono state più pubblicate, perché degli orrori dei bambini deformi che nascono in Irak dopo i bombardamenti con le ‘armi segrete’ degli ‘esportatori di democrazia’ non se ne parla, perché le migliaia di morti causate dagli attacchi dei droni vengono tenute nascoste. E spiega anche perché l’Irak viene giornalmente bombardato e non vediamo niente. Se vedessimo, le atrocità dei ‘liberatori’ metterebbero in ombra quelle del DAESH.
Ѐ una propaganda diabolica che è riuscita a far piazza pulita di ogni critica su questa guerra. Non c’è più nulla: né opposizione, né controinformazione, né manifestazioni. E mentre la soluzione finale per l’Irak si avvicina, anche questo drammatico articolo di Gilles Munier è stato ignorato.

Missili all’uranio impoverito contro lo Stato Islamico
di Gilles Munier

Un portavoce del Pentagono ha annunciato ad alcuni media scelti con cura – in videoconferenza e a condizione di non essere identificato! – che l’offensiva per riconquistare Mosul allo Stato Islamico verrà scatenata in aprile-maggio. Una forza di 25.000 uomini comprendente soldati governativi, peshmerga e miliziani si opporrà ai 2.000 jihadisti che tengono la città (stima della CIA).
L’offensiva potrebbe essere avviata per il 20 marzo, data del Nowruz del 2015 (festa di primavera, il nuovo anno persiano e curdo) con l’obiettivo di terminare prima dell’inizio del mese di Ramadan (circa il 17 giugno).
Ovviamente, gli eserciti della coalizione americana metteranno la loro potenza di fuoco aerea per aiutare i loro alleati ad avanzare. A questo proposito, bisogna segnalare lo squadrone di aerei da combattimento Fairchild A-10 Thunderbolt II, soprannominato Warthog (cinghiale) – basato in Kuwait – dotato di armi e di munizioni all’uranio impoverito (1).
Nonostante il disprezzo internazionale che circonda l’uso dell’uranio impoverito nel corso dei conflitti, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e Israele si sono opposti lo scorso ottobre a una risoluzione dell’ONU, sostenuta da 143 Paesi, mirante a regolamentare l’utilizzo di armi e di munizioni contenenti uranio impoverito (2).
Sir Hugh Beach, un generale britannico in pensione, ex-comandante vice capo delle forze di terra britanniche (1976-77), mette in guardia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna contro l’uso di questo tipo di armi. La loro utilizzazione, ha detto, sarebbe “una vittoria di propaganda per i loro avversari” (3). Sapendo quello che è successo in Irak durante la seconda guerra del Golfo – e in particolare a Fallujah – bisogna temere il peggio per le popolazioni civili.

(1) http://www.aljazeera.com/humanrights/2014/10/us-deploys-du-aircraft-middle-east-201410287450282932.html
(2) http://www.un.org/press/fr/2014/agdsi3515.doc.htm
(3) http://www.bandepleteduranium.org/en/the-mods-nonsensical-faith-in-depleted-uranium

Fonte – introduzione e traduzione di M. Guidoni

Lo spirito del tempo o l’islamofobia radicale

10934027

Il presente articolo è apparso in rete il 12 Settembre 2012.

La grande questione del XXIesimo secolo è e sarà quella dell’islamofobia. L’islamofobia è il vero male del nostro secolo, a immagine di quello che fu l’antisemitismo nel secolo passato. Se l’odio ha cambiato bersaglio, esso non ha però cambiato il suo metodo. La ‘bestia infame’ è sempre là e si aggira attorno alla sua preda con lo stesso appetito predatorio. I lupi sono entrati a Parigi, a Washington, a Londra e a Gerusalemme. Oggi sono i Musulmani i principali capri espiatori dell’odio ordinario dei popoli occidentali e delle loro élites, e rischiano di pagare un prezzo molto alto per la scarsa importanza che noi, cittadini dei Lumi e bambini viziati della democrazia, diamo ai loro poco invidiabili destini.
L’Occidente, una volta gettato il cadavere del comunismo nei bassifondi della storia, ha saputo fare dell’Islam il male assoluto, il nemico da combattere, il nuovo totalitarismo che minaccerebbe le nostre libertà, le nostre terre, le nostre identità. Mezzo astuto per deviare la rabbia legittima dei popoli occidentali contro le predazioni ripetute delle loro élites che, per arricchirsi oltre misura, non hanno trovato migliore soluzione che quella di spostare i posti di lavoro dei loro concittadini in lontane contrade, dopo aver aperto le porte dell’immigrazione economica per far pressione sui salari dei loro lavoratori. Di fronte al fallimento di un sistema liberale dominato dalla finanza e dal profitto, bisognava brandire una minaccia che potesse canalizzare tutti i vecchi risentimenti del popolo, frutto di successivi fallimenti delle nostre società capitaliste.
L’islamofobia ha i suoi teorici rispettati e riconosciuti all’interno della ristretta cerchia delle nostre élites atlantiste: un esempio è Samuel Huntington con il suo “scontro delle civiltà” che è, in qualche modo, un invito alla guerra eterna, un breviario dell’odio dell’altro in nome degli interessi geostrategici di un pugno di Occidentali; oppure una Bat Ye’or con il suo concetto di “Eurabia” (“Eurabia : l’asse euro-arabo), che vorrebbe estendere all’Europa il modello di apartheid e di discriminazione già in opera in Israele al fine di resistere all’invasione dei nuovi ‘barbari’.
Le nostre élites islamofobe non hanno solo i loro teorici, esse hanno anche i loro guerrieri, che sono andati a portare la guerra in terre musulmane per mettere in pratica le loro ripugnanti teorie. Occorreva dare sostanza alla loro paranoia, dar prestigio alla loro volontà di nuocere e praticare la fisica del crimine dopo aver esaurito tutte le risorse della metafisica della paura. I loro signori della guerra sono ritornati dalla loro crociata afghana, irachena, libica, gonfi d’eroismo sanguinario, dopo aver massacrato innocenti, torturato bambini che difendevano i loro villaggi con una pietra o con un pezzo di legno, dopo aver devastato le campagne e le città con armi proibite dalle convenzioni internazionali, dopo essersi impadroniti delle ricchezze dei Paesi aggrediti; sono tornati, dunque, proclamando senza vergogna: “Essi ci detestano”, “essi ci odiano”, “essi ci maledicono”. Continua a leggere

Governare è far credere

10933822_812694388776698_3866024244400061186_n

Con tempestività e grande visibilità, poche ore dopo gli attentati di Parigi, venne diffusa la notizia che i responsabili erano stati identificati, ma non per la fervente attività delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dei confronti internazionali… NO! L’identificazione era avvenuta grazie alla carta di identità che i fratelli attentatori avevano graziosamente lasciato o smarrito nell’auto usata per la fuga.
Veramente non proprio di fuga si è trattato, perché ci hanno mostrato uno spezzone di film dove i due, per niente eccitati, anzi chiaramente sotto effetto di droghe calmanti, predicavano pubblicamente le ragioni del loro gesto, quindi saltati in macchina sono partiti… ma, c’è sempre un “ma” che complica le cose, perché la macchina dei fuggitivi, appena compiuti pochi metri, si ritrovò bloccata da una macchina della polizia; i due fratelli elegantemente cominciano a sparare, mentre l’auto della polizia, poco elegantemente, ingranò la retromarcia, preferendo evitare un dibattito, diciamo, piuttosto acceso.
Ma non desidero soffermarmi sui singoli fatti che vanno emergendo, piuttosto su ciò che, particolarmente, non mi convince.
Nel “Manuale dei giovani terroristi” a pag. 1, cap. 1, primo rigo sta scritto che i terroristi in azione non debbono portare alcunché possa tornare utile alla loro identificazione; se l’attentato va a buon fine (secondo il loro punto di vista), allora la carta di identità, vera o fasulla, la ritroverebbero nel covo prestabilito, altrimenti sia in caso di cattura che di morte, non debbono risultare identificabili, anche per non fornire informazioni che potrebbero portare ai complici. I due fratelli, non solo ebbero cura di portarsi appresso la carta d’identità, ma addirittura, pur senza essere stati catturati, di lasciarla nella macchina che avrebbero abbandonato.
La cosa che mi intriga parecchio è il silenzio assordante su tale carta d’identità ritrovata; nessuno ne parla più, come se un tardivo pudore cercasse di nascondere altre possibili versioni che non siano quelle predisposte e fornite agli organi di informazione del mondo intero.
Si tratta di una forma di depistaggio già in uso, ma con risultati deludenti.
Come quando si volle far credere al mondo, atterrito, preoccupato e attirato nell’attenzione da versioni ufficiali, che un aereo, vero gigante dell’aria, con una apertura alare di 20 mt., schiantandosi su un importante fabbricato super sorvegliato, a 300 km/h. abbia lasciato un forellino di soli sei metri, senza danneggiare il restante; non solo, ma i due motori di sette tonnellate cadauno, sparirono come per magia; neanche a Napoli sarebbero stati capaci di sottrarre due motori di tal genere in così breve tempo; o ancora, un altro aereo, dirottato, in mano a terroristi decisi a schiantarsi sul più importante edificio delle Istituzioni, passò di mano e cadde sotto il controllo dei passeggeri, il pilota non cambiava rotta, allora i passeggeri, non più atterriti, decisero di far cadere l’aereo, sacrificando se stessi, ma non senza, prima dell’impatto fatale, che un passeggero telefonasse alla moglie per avvertirla che… non sarebbe rientrato per cena. “Ma cosa accade?” chiede la moglie e l’uomo-passeggero a spiegare di trovarsi su un aereo dirottato e di avere deciso di far cadere l’aereo, la moglie conclude la telefonata: “Stai attento, sii prudente!”.
Tutto ciò fa parte delle brillanti deduzioni di una commissione parlamentare, che ha messo un deciso punto alle critiche, diffidando di ogni altra più credibile interpretazione.
E’ intervenuto Cossiga, a suggerire una svolta che nessuno ha voluto verificare.
Così si è espresso Cossiga in una intervista al Corriere della Sera, della quale accludo il link per facilitare una lettura integrale.
“Da ambienti vicini a Palazzo Chigi, centro nevralgico di direzione dell’intelligence italiana, si fa notare che la non autenticità del video è testimoniata dal fatto che Osama Bin Laden in esso ‘confessa’ che Al Qaeda sarebbe stato l’autore dell’attentato dell’11 Settembre alle due torri in New York, mentre tutti gli ambienti democratici d’America e d’Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Irak sia in Afghanistan. Per questo – conclude Cossiga – nessuna parola di solidarietà è giunta a Silvio Berlusconi, che sarebbe l’ideatore della geniale falsificazione, né dal Quirinale, né da Palazzo Chigi né da esponenti del centrosinistra!”
Governare è far credere, e per imporre la linea progettata, ogni anno ce lo ricordano con commemorazioni varie.
Abbiamo così una ulteriore commemorazione annuale, durante la quale tutti diremo “Je suis Charlie”, con tutto il rispetto per le vittime, incolpevoli di essere diventate un mezzo per disegni sovversivi.
Rosario Amico Roxas

“Causerà violenza e morte”

waterboardingMentre negli Stati Uniti non si placano le polemiche (e le proteste) per l’operato delle forze dell’ordine alle prese con cittadini di colore, oggi la Commissione Intelligence del Senato promette di diffondere una sintesi della pluriennale ricerca condotta sull’utilizzo di tecniche di tortura su presunti terroristi, a partire dal fatidico 11 Settembre.
Dopo un lavoro di indagine costellato da episodi surreali, quali indebiti accessi da parte della CIA alle strumentazioni informatiche degli stessi senatori, ora i Repubblicani -forti della maggioranza parlamentare- avvertono che la diffusione del rapporto “causerà violenza e morte”.
Resta il dubbio se si tratti di un timore o di un auspicio.

Il premio degli USA per i governi che si disarmano

487739_512309288815211_439031248_n

L’America ama i nemici. Senza i nemici è un Paese privo di scopi e di direzione. Le diverse componenti della Sicurezza nazionale hanno bisogno di nemici per giustificare i loro bilanci gonfiati, per esagerare l’importanza del loro lavoro, per proteggere le proprie cariche, per assegnarsi una missione dopo il crollo dell’Unione Sovietica:
in una parola, per reinventare se stesse.
William Blum,
Con la scusa della libertà

Il 29 Gennaio 1991, in un celebre discorso davanti al Congresso riunito in seduta plenaria, George Bush senior proclamava un Nuovo Ordine Mondiale. L’Unione Sovietica era in dissoluzione e gli Stati Uniti d’America si avviavano ad estendere la loro supremazia sul mondo intero.
Era da poco iniziata la Guerra del Golfo e gli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, erano riusciti a mettere insieme un’enorme coalizione internazionale dove le due superpotenze non erano schierate su fronti contrapposti.
Terminata la guerra, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nell’Aprile del 1991, approvava la risoluzione n. 687 che creava l’UNSCOM (United Nations Special Commission), l’organizzazione per le ispezioni militari. Lo scopo era quello di rendere illegali le armi di distruzione di massa per l’Irak. Secondo tale risoluzione, Baghdad avrebbe dovuto consegnare tutte le proprie armi alle Nazioni Unite. L’Irak sceglieva di distruggere unilateralmente le proprie apparecchiature belliche. In seguito l’ONU avrebbe verificato la demolizione attraverso una lunga serie di ispezioni.
Il disarmo non servirà a Saddam Hussein per difendersi da una nuova aggressione americana. Continua a leggere

Le ragioni dell’altra parte

nemicoDavanti alle immagini angoscianti e ossessive della guerra senza fine al ‘terrorismo’, che l’America ha decretato all’indomani dell’11 Settembre, mi torna alla mente un pezzo che Tiziano Terzani scrisse alla vigilia dell’attacco all’Afghanistan. Raccontava le impressioni di due mezze giornate passate fra i seguaci di Osama bin Laden, in uno dei campi di addestramento al confine fra Pakistan e Afghanistan:
“Ne uscii sgomento ed impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e a tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell’Islam.
Avevo provato sulla mia pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine che, con l’America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato era quella versione fondamentalista e militante dell’Islam.” [1]
C’erano in quelle parole una volontà di capire, di andare oltre la verità ‘ufficiale’, di vedere anche le ragioni dell’altra parte, che oggi, a tredici anni di distanza, sembrano molto lontane.
Un califfato medievale che muove all’assalto dell’Occidente, teste mozzate, donne rapite, cristiani seppelliti vivi o crocefissi, intere etnie annientate.
Terrore, sgomento, angoscia: questi i messaggi trasmessi dai media, il cui fine consiste nell’inculcare nella mente della gente semplice una fiducia totale nei confronti del potere salvifico degli Stati Uniti e dei suoi alleati, unici depositari dei ‘valori’ umani minacciati.
Quale dialogo ci può essere con un ‘Califfato del Terrore’? Nessuno, non serve dirlo. Nessuno, se l’altro viene ridotto a non umano, a terrore allo stato puro.
Con queste parole non voglio giustificare nessuno. Voglio solo far sentire un’altra voce, cercare di andare oltre l’apparenza ci ciò che ci viene mostrato. Come è possibile far finta di non sapere che in questo momento in Irak migliaia di persone stanno vivendo nel terrore o morendo sotto i bombardamenti americani? Come è possibile considerare giusto attaccare con i droni un popolo o anche un esercito di guerriglieri, senza scendere sul campo di battaglia, cioè da vigliacchi, e pensare o pretendere che non ci sia alcuna reazione? Come è possibile credere che lo Stato Islamico abbia conquistato i suoi territori in un mese e sia pronto a conquistare il mondo intero se la sua fondazione fu annunciata già dal 2006? E se lo Stato Islamico voleva attuare il genocidio delle minoranze, perché dopo otto anni tali minoranze occupano ancora i loro territori? E se persecuzioni in passato ci sono state, perché il democratico e umanitario Occidente non ha battuto ciglio?
Stranamente, tutti gli eccidi, tutte le atrocità, ancora una volta, compaiono quando gli Stati Uniti si apprestano a scatenare l’ennesima guerra. E per convincere, la minaccia si fa sempre più grande. E non penso sia un caso che il premio Nobel per la pace Obama abbia impedito di pubblicare le foto di Abu Ghraib: sono così orrende, così indecenti, così vergognose, come ha detto il generale che ha condotto l’inchiesta, che metterebbero a rischio non solo le truppe americane, ma la stessa politica estera statunitense.
In Occidente, la gente, così plagiata dai mezzi d’informazione da far apparire più libera la Corea del Nord, può essere ancora convinta, ma siamo sicuri che il mondo islamico, soprattutto quei Paesi che tanto hanno sofferto per le invasioni americane, siano ancora disposti a continuare a subire ogni sorta di sopruso? E perché dovrebbero crederci?
Dell’Occidente, finora, hanno visto solo il volto rapace e assassino.
Marcella Guidoni

[1] Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Milano 2002, p. 24

Noi e gli altri

coca cola

Come l’Occidente ha rappresentato gli altri mondi

Fin dalle sue origini, la storia delle relazioni degli Stati Uniti con gli altri popoli fu caratterizzata dalla volontà di dominio e dal disprezzo dell’altro. La prima cultura con cui al principio si incontrarono o, meglio, si scontrarono fu quella degli Uomini Rossi.
Era questo uno dei popoli più nobili che mai siano esistiti sulla faccia della terra: viveva in armonia con la natura, rispettava ogni creatura vivente e credeva nella sacralità della Terra. Un modello di vita e di pensiero agli antipodi del nostro. Forse i pionieri non lo capirono. Ma è più probabile che non gli interessasse: erano animati dall’arroganza e dalla cupidigia, assetati dalla brama di conquista e di possesso.
La conquista del West fu rappresentata come la lotta dei civili uomini bianchi contro i selvaggi uomini rossi. La civiltà contro il mondo selvaggio. Già allora fu la lotta del Bene contro il Male e il selvaggio uomo rosso veniva rappresentato come spietato e violento. Da questo scontro, il mondo primitivo dei selvaggi non poteva non uscirne sconfitto. Il risultato fu il genocidio di un popolo meraviglioso.
Agli inizi del Novecento, dopo una lunga serie di guerre, gli Stati Uniti si affacciavano alla ribalta della storia come nuova potenza mondiale. Ma fu la seconda guerra mondiale ad avere un ruolo decisivo per gli eventi drammatici che stiamo oggi vivendo, perché fu allora che nacque il mito di fondazione dell’uomo occidentale. Fu il mito che servì a giustificare tutte le guerre successive perché fece degli americani i paladini della libertà e di ogni guerra una guerra di liberazione. Nella titanica lotta del Bene contro il Male, noi siamo sempre stati dalla parte giusta, l’altro sempre dalla parte sbagliata. Noi, gli umani, gli altri, i non umani. Gore Vidal, nel suo libro Le menzogne dell’impero ci racconta di come venivano rappresentati i giapponesi ai soldati americani: una razza non umana, che ha un’attrazione verso il suicidio, una razza quasi demoniaca, con quegli occhi a mandorla che impediscono di ben utilizzare l’aviazione moderna.
Dopo la seconda guerra mondiale, quando ormai il Bene aveva trionfato sul Male, ecco che un nuovo mostro comparve sul palcoscenico della storia: era l’Unione Sovietica. Le guerre continuarono. Corea, Vietnam, Guatemala, Nicaragua, e tante altre. Milioni di civili inermi uccisi, villaggi di contadini bruciati, squadroni della morte e torture, in tutti gli angoli del pianeta.
Tutto continuò ad essere giustificato dalla rappresentazione demoniaca del nemico. Il Mondo Libero lottava per contenere l’Impero del Male.
Quando l’Impero del Male crollò, qualcuno si illuse che il mondo sarebbe vissuto finalmente in pace. Ma così non fu.
Uno strano incantesimo aveva mutato colui che aveva combattuto il Male.
Ѐ l’11 Settembre 2001: il nuovo spartiacque della storia. La più grande superpotenza planetaria viene attaccata, per la prima volta, sul suo territorio. Il nemico viene immediatamente identificato: è Osama bin Laden, il vecchio amico. Bush dichiara la guerra infinita al terrorismo. Ѐ nato un nuovo mostro. Si nasconde nelle impervie montagne dell’Afghanistan e il destino di quel Paese è subito segnato. Interi villaggi di contadini vengono rasi al suolo, centinaia di prigionieri massacrati e torturati.
Oggi, dopo tredici anni di guerra e la fine di Osama bin Laden, il Paese più ricco e potente del mondo è ancora là, a bombardare il Paese più povero e disperato della Terra. Una guerra di un nemico invisibile, una guerra di macchine telecomandate contro uomini inermi. Una sproporzione gigantesca. Oggi l’Afghanistan è un cumulo di rovine e quel nobile popolo di guerrieri vive indicibili sofferenze. Ma le televisioni e i giornali, avvitati sugli interessi occidentali, tacciono o ripetono formule retoriche.
Dal 2001 l’Occidente non ha smesso più di attaccare e devastare i Paesi islamici. La guerra infinita proclamata da Bush è tuttora in atto. E non se ne intravede nemmeno una fine lontana.
La primavera del 2003 inizia con l’attacco all’Irak. Una nuova minaccia incombe sul mondo: le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Viene ordito l’enorme inganno, trasmesso in diretta mondiale. Parte “Colpisci e terrorizza”. Baghdad è in fiamme. Il 1 maggio, Bush dichiara: “Missione compiuta”.
Le armi non ci sono. Ma non importa. C’è un dittatore da eliminare. Inizia l’opera di demonizzazione, di riduzione dell’umano a non umano. A cominciare dal linguaggio. Parte la caccia. Sì, la caccia, perché il nemico è una bestia. Anzi, la Bestia. E le bestie non abitano in dimore umane, ma in tane, in covi. Quindi si parla di stanare, scovare.
E quella Bestia verrà mostrata in pubblico, sporca, pidocchiosa, vinta, di fronte al Teatro del Mondo.
Qualcuno non ci avrà forse visto l’umiliazione dell’uomo arabo?
L’umiliazione raggiunse il livello massimo con Abu Ghraib. Non ho memoria di una cosa peggiore: lì si è toccato il fondo dell’umano degrado, dell’orrore e del disprezzo. Quelle immagini hanno cambiato per sempre il mio pensiero sul mondo occidentale: quel mondo che celebra la giornata della memoria e seppellisce nelle sabbie dell’oblio e dell’indifferenza un orrore così grande. Da allora, la “giornata della memoria” l’ho ribattezzata la “giornata dell’ipocrisia”.
L’Islam fu una splendida civiltà, che raggiunse le più alte vette della scienza, delle lettere e della filosofia. Certo, per affermarsi compì anche degli eccidi, come il Cristianesimo, anzi, molto meno. Come è possibile, oggi, assistere impotenti all’umiliazione di una civiltà, un tempo così grande, che si vede umiliata e offesa dall’arroganza dell’Occidente?
Ho visitato molti Paesi islamici, parlo la lingua degli arabi e ho conosciuto personalmente tanti musulmani. Ho notato più volte che all’inizio la gente dice quel che un interlocutore occidentale vuol sentir dire, sui terroristi, sui dittatori, sulla democrazia. Ma quando ti conosce meglio e sente che c’è un interesse sincero per il loro mondo, allora si apre e ti trovi davanti tutto un altro mondo.
Un giorno, un iracheno mi disse: “Sono sempre stato un laico e odiavo i partiti religiosi, ma dopo le atrocità americane penso che non ci sia alternativa alla gihad”.
Eppure, dietro alla retorica, pare riconoscerlo anche il governo italiano che, non appena invia altre armi in Irak, eleva l’allerta terrorismo. Forse lo sa, che quelle armi non potranno portare che altra rabbia, altro dolore, altra vendetta.
Ma l’Occidente è prigioniero delle sue sole ragioni. Quelle degli altri non esistono mai.
Marcella Guidoni

Come si misura la sofferenza in Afghanistan?

sanctions.si

“Non esiste un dolorometro. La combinazione di macelleria-inferno – creata dalla NATO e dai talebani nel penultimo paese meno sviluppato del mondo, per la lotta tra i signori della guerra occidentali e quelli locali, l’inettitudine di un regime criminale formato da famiglie mafiose e protetto dalla NATO – ha strappato la vita a decine di migliaia di civili e costretto a fuggire dalle loro case milioni di loro.
Nell’Ospedale dei Bambini Indira Gandhi di Kabul il numero di bambini ricoverati per denutrizione severa si è quadruplicato dal 2012. Sono apparsi bimbi-vecchi, con la pelle che cade dal viso piena di rughe, a causa del marasma (Decadimento progressivo delle funzioni dell’organismo provocato da vecchiaia o da gravi malattie, n.d.t.), risultato di un forte deficit calorico.
Alle società occidentali che vivono dell’affare della guerra non importa neppure della morte di circa 3.400 soldati della NATO o lo sconvolgente dato che una media di 18 veterani delle guerre in Iraq e Afganistan si tolgano ogni giorno la vita. Alcuni, forse, per aver partecipato alla mattanza “per errore” di 16-23.000 afgani.
Il Nobel per la Pace Obama sostiene di essere l’artefice della “prima transizione democratica” afgana, una farsa dove la gente non potrà neppure scegliere tra un signore della guerra e l’altro; dalle urne uscirà quello deciso dallo Studio Ovale.”

Da Obama ha mentito: la NATO non se ne andrà dall’Afganistan, di Nazanín Armanian, politologa ispano-iraniana.

La debacle dell’unipolarismo

526_ObameShhh

“Il retrogusto lasciato da questo 11/9, con la lettera di Putin come elemento rivelatore simbolico, è un dato che informa sul miopismo dell’elite, aggrappata con forza al “secolo XX”, ai fasti effimeri della globalizzazione, a cui non è ancora “pervenuto il multipolarismo”. Contrapposti alla sensazione di sollievo diffusa alla base quasi come uno “scampato pericolo”. Diffondere il grido di “Annibale alle porte” è un fragile scudo difensivo, perchè non è il trionfo di Putin. E’ peggio. E’ la debacle di chi ha centralizzato tutto il potere nel Pentagono e Wall Street, minimizzando la democrazia in casa e la convivenza pacifica all’estero.
Analogie da brivido con il periodo agonico dell’URSS, con ricambi vertiginosi e frequenti dei vertici militari, ricorso a leggi speciali e vessatorie, e protagonismo smisurato di troppe polizie politiche segrete. Cominciò tutto quell’11/9 e le Torri: nelle Americhe molti lo identificaro come un golpe, e non si è più fermato. Fino a trattare capi di stato, governi terzi, sedi di organismi internazionali, ambasciate e compagnie concorrenti straniere alla stregua delle discriminate minoranze interne. In nome di un “antiterrorismo” divenuto un grimaldello passepartout. No, non è solo il crepuscolo d’un presidente o dell’occidente.
E’ l’appannato processo decisionale degli Stati Uniti approdato visibilmente all’egemonismo relativo perchè scricchiola il sistema liberista, ormai privo dell’aura del progresso inarrestabile e obbligatorio. Il ritorno alle origini ataviche anglosax, cioè all’arrembaggio della filibusta e alle ardite gesta corsare, disvela e svaluta l’espansionismo globalista come un vuoto messianismo. Gli abiti di scena de couturier liberista, non nascondono più le zanne del nichilismo economico. Inconciliabile con le maggioranze sociali, con le nazioni e i popoli, con l’umanesimo e la tradizione.”

Da USA/11-9: crisi della struttura reale del potere, di Tito Pulsinelli.

I debiti della CIA

Washington, 1 settembre – Una causa civile in una piccola corte dello Stato di New York ha fatto emergere nuovi dettagli sui voli segreti CIA su cui venivano trasferiti i presunti terroristi catturati in giro nel mondo. E dal processo emerge che erano usati piccoli aerei privati e che il loro affitto sta causando una controversia commerciale tra intermediari.
Si tratta del famoso e controverso programma di ‘rendition’ attuato dall’amministrazione Bush nell’ambito della cosiddetta guerra al terrore, avviata dopo l’11 settembre. Dalle 1500 pagine del processo, scrive il Washington Post, emerge che i servizi segreti americani per queste operazioni riservate utilizzavano piccoli aerei di compagnie private, come un Gulfstream IV che nell’agosto del 2003 decollo’ da Washington con sei passeggeri, alla volta di Bangkok. Fece tappa di rifornimento in Alaska e a Osaka in Giappone. Quindi, prima di far ritorno 4 giorni dopo, atterro’ in Afghanistan, Sri Lanka, Emirati e in Irlanda. Quel volo servi’ a trasportare un sospetto terrorista catturato in Thailandia e poi trasferito nelle prigioni segrete della CIA dove passo’ i successivi tre anni. Quell’operazione, come emerge da questo processo, costo’ ai contribuenti americani 339.228 dollari.
Sempre nel mese di agosto 2003, la CIA pago’ voli simii in altre localita’ come Bucarest, Baku, in Azerbaijan; Cairo; Gibuti; Islamabad, Pakistan e Libia. I viaggi erano organizzati con la collaborazione di Sportsflight, una ditta gestita da un solo titolare di Long Island, che ancora non ha visto un centesimo. In altri casi simili il governo si e’ difeso dietro il segreto di Stato. Ma questo, nella Columbia County e’ arrivato a processo. Gia’ nel 2009 il titolare di questa compagnia aveva ottenuto dal giudice il diritto di essere risarcito di un milione di dollari. Ora pero’ nessuno ha onorato gli impegni, ed e’ tornato alla carica, nella speranza di ricevere il dovuto compenso di quelle spedizioni segrete.
(ANSA)

La spaventosa sorte di Abou Elkassim Britel

Quando incontrai la signora Khadija Anna L. Pighizzini, tre anni fa, e mi raccontò la sua storia inaudita, mi si spezzò il cuore. Viveva una vita serena e tranquilla fino a quando, nel novembre 2001, fu improvvisamente assalita da ondate di giornalisti che, dopo aver diffuso ripetute menzogne, con lo scopo di associare suo marito al terrorismo, pretendevano sue dichiarazioni. Avevano ripreso quelle menzogne provenienti da servizi segreti, da un articolo di Guido Olimpio, giornalista al Corriere della Sera.
Fu l’inizio di un calvario tutt’ora in atto.
Era il periodo in cui ordinari cittadini che frequentavano la moschea, venivano sospettati, calunniati da giornalisti legati a servizi segreti, la cui missione era di diffondere notizie false nel quadro della guerra di propaganda contro l’Islam. Si trattava di preparare l’opinione pubblica a percepire come utile la guerra contro l’Islam.
Da allora, Khadija, una signora dolce e discreta, cresciuta in una stimata famiglia italiana di Bergamo, è stata costretta a lottare per difendere l’onore della sua famiglia e far conoscere la spaventosa sorte di suo marito Abou Elkassim Britel, una persona rispettabile ingiustamente associata al terrorismo, e mantenuto in prigione senza nessuna colpa.
Rapito nel 2002 da agenti della CIA, Abou ElKassim Britel, ha subito la sorte terrificante di migliaia di musulmani nell’ambito di quelle attività segrete e illegali chiamate “extraordinary rendition”, denunciate sin dal 2004 dal senatore svizzero Dick Marty.
Imprigionato e torturato in un luogo segreto in Pakistan, Abou ElKassim Britel è stato in seguito trasportato da agenti della CIA in Marocco, consegnato ai servizi segreti marocchini per essere di nuovo torturato e mantenuto in segreto nella sede dei servizi di intelligence a Témara. Sottoposto a trattamenti violenti e umilianti per oltre 8 anni, Abou Elkassim Britel ha intrapreso lunghi e rischiosi scioperi della fame per rivendicare la sua innocenza e il diritto di essere trattato umanamente.
Sua moglie, vive con sempre maggiori difficoltà la realtà crudele che colpisce il suo sposo incarcerato in Marocco, un paese assai attraente per i turisti che ignorano tutte le violazioni commesse dal Regno. Di ritorno dalla sua ultima visita al marito in prigione racconta:
“(…)
Mio marito è cittadino italiano, ma non ha mai avuto alcun sostegno decisivo dal nostro governo. Io sono qui in Italia, devo lavorare per mantenere lui e me e per andarlo a trovare ogni tre mesi. Sono preoccupata, nulla è certo in Marocco.
Il Console d’Italia, che aveva incontrato mio marito dopo il trasferimento e aveva visto com’era ridotto, mi ha accompagnato alla prima visita ed è riuscito a strappare un permesso di visita giornaliero, spero che continuerà ad aiutarci. Ora si è reso conto della gravità della situazione, che non sfugge nemmeno ai responsabili delle carceri. Gli scioperi della fame di coloro che sono incarcerati con mio marito – i cosiddetti “islamisti”, musulmani radicali – continuano; come pure le proteste dei loro familiari.
Oltre un centinaio di prigionieri “islamisti”, fra i quali mio marito, sono stati deportati da sei diverse prigioni e rinchiusi in questo nuovo reparto, costruito proprio per loro. Sembra che lo stato marocchino pretenda delle ammissioni di responsabilità prima di liberarli, o voglia provocare reazioni forti per poi tenerli ancora in carcere.
Molti di loro, arrestati nel 2003, sono quasi al termine della pena. Queste persone, trattenute arbitrariamente sono per la maggior parte assolutamente innocenti. È un’ingiustizia. I processi sono stati iniqui, come denunciano i militanti che si battono da allora per la loro liberazione. Lo dicono e lo ripetono le organizzazioni nazionali e internazionali, ci sono molte prove.
È una denuncia impressionante che descrive gli stessi metodi brutali e fuori dalla legge toccati a mio marito e a tanti altri.
Sono otto anni di torture per i prigionieri e le loro famiglie. Il Marocco ha rifiutato ogni richiesta di dialogo e di revisione; anzi da anni prima delle occasioni di grazia reale compare la solita notizia “smantellata cellula terroristica”, spesso poi non se ne sa più nulla. Non so cosa aspettarmi.
Mio marito è uno delle decine di migliaia di persone rapite da agenti della Central Intelligence Agency (CIA) dopo l’11 Settembre cui è toccata questa dura sorte. Alcuni sono spariti per sempre; altri sono rientrati a casa distrutti, dopo anni rinchiusi a Guantanamo.
A noi manca il sostegno italiano, mai nessun governo ha chiesto con forza la liberazione di questo cittadino incensurato che è mio marito. Avrebbero dovuto farlo; la loro indifferenza mi ha fatto capire l’utilizzo che si fa dell’attività di servizi segreti che hanno inventato menzogne, che hanno mentito per fare di mio marito un criminale. La sorte di cittadini italiani di religione musulmana non ha nessun valore per loro.
Temo per la vita di mio marito e mi sento impotente. Ogni giorno mi chiedo se e come tornerà a casa.
Nonostante tutto insisto. In rete comunico le informazioni che i giornali non danno, contatto le ONG. Ma mi sento molto sola e non vedo una soluzione. Quello che manca è la presa di posizione esplicita di qualche personalità conosciuta; penso a esperti nel capo del diritto e dei diritti umani in particolare, qualcuno che possa aiutarmi a comunicare con lo Stato italiano.
È assurdo che di fronte al pericolo di vita che mio marito corre ogni giorno, all’ingiustizia che lo tiene detenuto da quasi nove anni, l’azione della diplomazia italiana si limiti a un colloquio con il direttore del carcere.
Questa esperienza ci ha molto provato. Mio marito è completamente innocente. Si è trovato coinvolto, senza ragione, solo perché di religione musulmana, quando gli Stati Uniti volevano accreditare l’idea di una minaccia terroristica. Il Pentagono doveva fornire un certo numero di persone da definire “terroristi”. È così che vennero incriminati uomini innocenti come lui.”
Questa vicenda terrificante, che ha distrutto la vita di queste brave persone, ha fatto emergere il ruolo inquietante di giornalisti “esperti in terrorismo”, “esperti in servizi segreti” che, a volte all’insaputa dei giornali che pubblicano i loro articoli, sono in realtà agenti la cui principale attività à di diffondere notizie false, far regnare la paura fondata sulla falsa minaccia dell’Islam, in modo da far accettare come necessarie per la “sicurezza” le guerre più crudeli e sanguinose contro i musulmani.
Gli Stati in guerra si sono sempre serviti di giornalisti come copertura per i loro agenti segreti. Ma da quando alcuni giornalisti sono stati identificati e denunciati dalle vittime delle loro menzogne, è nostro dovere portare alla luce fatti così gravi e dolorosi.

Da Marocco: la realtà crudele di musulmani imprigionati e torturati, di Silvia Cattori.
[grassetto nostro]

Parole parole parole…

Washington, 9 dicembre – La Camera dei rappresentanti USA ha bloccato ieri, di fatto, la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo, prevista nel 2011, e la possibilità che la mente degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti sia giudicato sul suolo americano: la decisione, se confermata in Senato, sarebbe un duro colpo per il presidente Barack Obama, che aveva incluso la chiusura di Guantanamo tra gli obiettivi principali del sul mandato.
Con 212 voti contro 206, la Camera ha approvato il progetto di legge finanziaria per il 2011, destinato a fornire fondi al governo americano fino a settembre del prossimo anno. Un paragrafo del testo, però, “proibisce l’utilizzo di fondi per trasferire o liberare sul suolo americano Khaled Sheikh Mohammed (la mente degli attentati dell’11 settembre, ndr) e qualunque altro prigioniero di Guantanamo”. Un altro paragrafo del progetto di legge assicura che “nessun fondo fornito al ministero della Giustizia da questa legge o da altre potrà essere utilizzato per l’acquisizione di prigioni allo scopo rinchiudere persone detenute alla base navale di Guantanamo, a Cuba”.
La prigione di Guantanamo accoglie oggi 174 prigionieri, di cui solo tre sono stati formalmente condannati da un tribunale militare.
(Apcom)

Dice il saggio

“L’informazione è diventata la guerra quotidiana alle coscienze, come fase preliminare per arrivare alla deflagrazione dei conflitti con armi belliche.”

Da La guerra mediatica, di Tito Pulsinelli.

Sul tema dell’11/9 stiamo assistendo ad un conflitto fra stati probabilistici di realtà che presuppone necessariamente l’esistenza di un conflitto retrostante tra élite culturali, in lotta per la prevalenza e dotate di mezzi di propaganda contrapposti. Questa constatazione mi crea qualche problema interpretativo. Se infatti è evidente la natura dei mezzi di comunicazione in conflitto (stampa e tv da una parte contro le nuove tecnologie informatiche dall’altra), mi risulta assai difficile individuare i connotati della nuova élite che li sta utilizzando per emergere progressivamente su quella in fase d’obsolescenza. Siamo forse noi smanettoni, chattari e bloggettari, ad essere in procinto di relegare i vecchi demiurghi della realtà nella periferia quantistica dei mondi a bassa frequenza probabilistica? E’ arduo da credere. Non mi sento così importante e non sono così superbo. E’ invece più probabile che la nascita della rete informativa di internet rifletta l’instabilità dello scenario politico attuale, in cui gli spazi di libertà comunicativa apertisi all’improvviso sono il portato di una nuova fase multipolare, con nuove realtà statuali ed economiche che si affacciano alla scena del mondo, contendendo l’alloro della supremazia alla decrepita Unica Superpotenza Amica in fase di declino e di perdita di controllo. In parole povere: non siamo noi (ahimé) la nuova élite, semplicemente ci muoviamo, più o meno liberamente e consapevolmente, fra le crepe aperte nella vecchia realtà dall’esplodere del conflitto tra élite. I risultati di questo conflitto e i caratteri del gruppo neocontendente sono elementi non ancora ben definiti, ma una cosa è certa: chi ha adottato come strumento divulgativo le nuove tecnologie (e permette indirettamente, tra le altre cose, la diffusione della versione “investigativa” sull’11/9) sta avendo, per il momento, la meglio. E alla grande.
Cito un’esperienza personale: nel luglio scorso mi sono trovato a partecipare agli esami di maturità presso un istituto per geometri. Si è presentato un ragazzo, con una tesina sul grattacielo più alto del mondo, il Burj Khalifa di Dubai. Parlando con uno degli altri insegnanti, ha iniziato ad esporre le caratteristiche tecnico/ingegneristiche dell’edificio, studiate apposta per limitare i danni strutturali in caso d’impatto con i velivoli. D’istinto, mi è venuto alla mente il parallelismo con gli edifici del WTC, che, secondo le assurdità sostenute dagli ufficialisti, sarebbero crollati fino alle fondamenta – caso unico nella storia dell’edilizia – a causa dell’impatto con un aereo, come se i progettisti non avessero tenuto conto, nel costruirli, di questa eventualità (e sorvoliamo sul WTC7, che avrebbe fatto la stessa fine a causa di un semplice incendio). Mi sono morso la lingua per non fare al ragazzo la domanda che mi veniva alle labbra: “secondo te, si tratta dell’unico grattacielo costruito con questi criteri?”. Una domanda del genere mi avrebbe portato direttamente a parlare dell’11/9 e di ciò che penso della teoria dei 19 arabi telediretti dalla bat-caverna in Afghanistan. Preferivo evitarlo. Agli esami di maturità ci si trova in istituti esterni, fra professori, studenti e presidi che non si conoscono. Inoltre, per la mia esperienza, gran parte del ceto insegnante (con qualche vistosa ma infrequente eccezione) sposa istintivamente le tesi dell’ufficialità, come legittima e spontanea forma di tutela della propria posizione. Non mi sembrava il momento opportuno per tenere una conferenza sulle tecniche di manipolazione mediatica delle masse.
Invece, con mia somma sorpresa, è stato proprio uno dei membri interni della commissione a proporre l’obiezione che avevo in mente io. Ha poi espresso, con grande chiarezza e con la competenza di un conoscitore della materia, tutte le sue perplessità sul crollo degli edifici del WTC. Ne è nata una breve e liberatoria discussione in cui ciascun insegnante ha proposto i suoi dubbi sulla versione ufficiale all’attenzione degli altri. C’era nell’aria un senso di sincera sorpresa, come se a ciascuno sembrasse irreale poter rendere esplicita la propria convinzione che l’informazione ufficiale sia un cumulo di ridicole e puerili menzogne. Se nemmeno gli insegnanti delle scuole superiori si fidano più della realtà confezionata dagli ufficialisti e dai loro strumenti di tutela dell’ortodossia, vuol dire che i teorici del “complotto islamico del malvagio stregone” hanno i giorni contati.
Non è colpa loro. Le loro fandonie erano abbastanza stupide e folli da entrare nell’immaginario collettivo e rimanerci per secoli, come la favola dei bambini fenici sacrificati al dio Cronos inventata da Diodoro Siculo in funzione anticartaginese. Un fumetto splendido, d’idiozia sublime e rutilante realizzazione, con tutte le carte in regola per entrare a far parte delle favole della buonanotte che gli studenti di tutto il mondo studiano con sollecitudine sui testi di storia. Come potevano sapere che si sarebbero trovati a vendere la propria realtà proprio nel momento in cui essa entrava in superposizione con un’altra, nel bel mezzo del declino precipitoso dei loro referenti culturali, alla vigilia di una fase di misurazione della funzione d’onda, il cui collasso non promette, per il loro universo, niente di buono? Potete chiamarli venduti, se volete. Ma a casa mia, signori, questa si chiama sfiga.

Da Punto di fuga, di Gianluca Freda.
[grassetto nostro]

Wikileaks disinformazione calcolata

Dopo la drammatica pubblicazione di un video militare americano di un elicottero che sparava su giornalisti inermi in Iraq, Wikileaks ha guadagnato notorietà e credibilità a livello mondiale quale audace sito web che rende di pubblico dominio materiale sensibile proveniente da delatori all’interno dei vari governi. Il suo ultimo “colpo” riguarda la presunta fuga di migliaia di pagine di documenti, presumibilmente sensibili, riguardanti delatori degli americani tra i talebani in Afghanistan e i loro legami con persone in alto, legate ai servizi segreti militari pakistani ISI. Tuttavia, la realtà suggerisce che, lungi dall’essere una fuga di notizie onesta, essa è invece una disinformazione calcolata a favore degli Stati Uniti e, forse, dei servizi segreti israeliani e indiani, ed è una copertura del ruolo degli Stati Uniti e dell’ Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Dal momento della pubblicazione dei documenti afgani qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha dato credibilità alla fuga di notizie, sostenendo che ulteriori fughe possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Eppure, i dettagli dei documenti rivelano ben poco di sensibile. L’unica figura più spesso menzionata, il generale (in pensione), Hamid Gul, ex capo dell’agenzia dei servizi segreti militari pakistani, ISI, è l’uomo che nel corso degli anni ‘80 coordinava la guerriglia mujaheddin, finanziata dalla CIA, in Afghanistan contro il regime sovietico. Negli ultimi documenti di Wikileaks, Gul è accusato di aver regolarmente incontrato i capi di Al Qaeda e dei Talebani e orchestrato attacchi suicidi contro le forze della NATO in Afghanistan.
(…)
Il ritenere oggi Gul il principale collegamento con i “talebani” afgani fa parte di un più ampio disegno dei recenti sforzi americani e inglesi di demonizzare l’attuale regime pakistano come una parte fondamentale dei problemi in Afghanistan. Una siffatta demonizzazione aumenta notevolmente la posizione del recente alleato militare degli Stati Uniti, l’India. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano in possesso di armi atomiche. Alle Forze di Difesa Israeliane e all’agenzia dei servizi segreti israeliana Mossad piacerebbe moltissimo cambiare la situazione. Una falsa campagna contro il politicamente schietto Gul via Wikileaks potrebbe essere parte di tale sforzo geopolitico.
Il Financial Times di Londra afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 files riservati degli Stati Uniti i quali sostengono che i servizi segreti del Pakistan sostenevano i militanti afghani che combattono le forze NATO. Gul ha dichiarato al giornale che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan, e che la fuga dei documenti aiuterebbe l’amministrazione Obama a deviare la colpa, suggerendo che il Pakistan sia responsabile. Gul ha detto al giornale, “Sono il capro espiatorio preferito d’ America. Non riescono ad immaginare che gli afgani possano vincere guerre per conto proprio. Sarebbe una vergogna senza fine che un generale di 74 anni che vive una vita ritirata e che controllava i mujaheddin in Afghanistan risulti nella sconfitta d’America”.
Alla luce dei più recenti documenti afghani di Wikileaks, notevole è l’attenzione sul 74enne Gul. Come ho scritto in un pezzo precedente, Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno su questo sito, Gul è stato esplicito sul ruolo delle forze armate americane nel contrabbando di eroina afgana fuori dal paese attraverso la base aerea ad alta sicurezza Manas, nel Kirghizistan.
Inoltre, in un’ intervista all’ UPI del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre, Gul dichiarò, in risposta alla domanda chi ha fatto l’11 Settembre Nero?, “Il Mossad e alcuni suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari l’anno per le sue 11 agenzie di Intelligence. Questo fa 400 miliardi di dollari in 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice che è stata colta di sorpresa. Io non ci credo. Entro 10 minuti dall’ attacco alla seconda torre gemella nel World Trade Center, la CNN disse che lo aveva fatto Osama bin Laden. Quello era un pezzo di disinformazione pianificata dagli autori reali … “. Gul evidentemente non è ben gradito a Washington. Egli sostiene che la sua richiesta di visti di viaggio per il Regno Unito e gli Stati Uniti gli sono stati ripetutamente negati. Fare di Gul il nemico acerrimo sarebbe andato proprio bene a qualcuno a Washington.
(…)

Da Operazioni nascoste dell’intelligence dietro la diffusione di documenti “segreti” di Wikileaks?, di F. William Engdahl.

28 novembre 2010

Ed è bene che resti dov’è…

Il cuoco di Osama

Guantanamo, 12 agosto – L’ex cuoco ed autista di Osama bin Laden, il sudanese Ibrahim al-Qosi, è stato condannato a 14 anni di prigione. La sentenza è stata emessa da un tribunale militare nel campo di detenzione di Guantanamo sull’isola di Cuba.
Difficilmente Qosi sconterà tutta la pena perché, in base ad accordi segreti, l’applicazione della sentenza sarà limitata. Qosi si era dichiarato colpevole lo scorso mese di cospirazione con al Qaeda e di aver fornito sostegno materiale all’organizzazione.
(AGI)

Roma, 12 agosto – Prima condanna dell’era Obama (e quarta in assoluto) per un detenuto di Guantanamo: 14 anni di carcere all’ex cuoco di Bin Laden, Ibrahim al-Qosi, cinquantenne. Lo ha reso noto il Pentagono.
Al-Qosi è detenuto da otto anni nel campo sull’isola di Cuba, e la giuria lo ha ritenuto colpevole (come del resto da sue stesse ammissioni) di aver appoggiato atti di terrorismo di Al Qaeda contro gli Stati Uniti, a partire dal 1996, nonché di aver aiutato Bin Laden e altri suoi uomini a fuggire dall’Afghanistan dopo l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, e prima dell’invasione americana.
(ASCA)

Dopo otto anni trascorsi in tale amena località, le ammissioni di al-Qosi non possono che essere spontanee.

Pan per focaccia

“Fautore della “libertà di parola”, “libertà di stampa” e della “libertà di internet”, il governo USA controlla e limita senza scrupoli i diritti dei cittadini alla libertà, se si tratta dei propri interessi e bisogni.
(…)
Dopo l’attacco dell’11 Settembre il governo degli Stati Uniti, nel nome dell’antiterrorismo, ha autorizzato le autorità di intelligence ad introdursi nelle comunicazioni postali dei propri cittadini, e di controllare e cancellare, su internet mediante mezzi tecnici, qualsiasi informazione possa minacciare gli interessi nazionali USA.
Il Patriot Act ha consentito alla polizia federale (LEA) di controllare le telefonate, le comunicazioni via email, le documentazioni mediche, finanziarie e altre documentazioni, e ha ampliato la discrezionalità delle forze dell’ordine e delle autorità sull’immigrazione in materia di detenzione e deportazione degli stranieri sospettati di atti correlati al terrorismo. Il Patriot Act ha ampliato la definizione di terrorismo, allargando così il numero di attività alle quali possono essere applicati i poteri delle forze dell’ordine.
Il 9 Luglio 2008 il Senato USA ha approvato la modifica del 2008 all’Atto sulla Sorveglianza e l’Intelligence Straniera (Foreign Intelligence Surveillance Act), garantendo l’immunità legale alle compagnie di telecomunicazioni che prendono parte ai programmi di intercettazione e autorizzando il governo ad intercettare le comunicazioni internazionali tra gli Stati Uniti e le persone oltreoceano per scopi antiterroristici senza approvazione del tribunale (The New York Times, 10 Luglio, 2008). Le statistiche hanno dimostrato che dal 2002 al 2006 l’FBI ha schedato migliaia di registrazioni telefoniche dei cittadini statunitensi attraverso corrispondenza, annotazioni e telefonate.
Nel Settembre 2009 il paese ha approntato un corpo di supervisione per la sicurezza in internet, preoccupando ulteriormente i cittadini statunitensi sulla possibilità che il governo USA utilizzi la sicurezza in internet come scusa per monitorare ed interferire con i sistemi personali. Un funzionario governativo ha riferito, in un’intervista al New York Times dell’Aprile 2009, che negli ultimi mesi la NSA ha intercettato email e telefonate private di Americani su una scala che andava oltre gli ampi limiti stabiliti dal Congresso USA dell’anno precedente. Inoltre, la NSA intercettava telefonate di esponenti politici stranieri, funzionari di organizzazioni internazionali e giornalisti rinomati (The New York Times, 15 Aprile 2009).
Anche le forze armate USA hanno partecipato ai programmi di intercettazione. Secondo un rapporto della CNN, un’organizzazione militare USA per la valutazione del rischio in internet, con base in Virginia, era incaricata di controllare i blog privati ufficiali e non ufficiali, i documenti ufficiali, le informazioni personali di contatto, le foto di armi, gli accessi agli accampamenti militari, oltre ad altri siti web che “potrebbero minacciare la sicurezza nazionale”.”

Un breve ma significativo estrattto dalla Relazione sui Diritti Umani negli Stati Uniti nel 2009, pubblicata lo scorso 12 marzo dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina.
La versione integrale del rapporto è qui.

L’ennesimo attacco travestito da difesa

Nel corso di una simulazione tenutasi a Washington lo scorso mese (dal significativo nome di Cyber Shock Wave) uno scenario virtuale ma altamente spettacolare è stato scrupolosamente suscitato: almeno 40 milioni di cittadini senza corrente elettrica, 60 milioni senza telefono, sistemi finanziari bloccati e a rischio e i vertici del Pentagono in ginocchio! Dalla situation room – in cui erano presenti fra l’altro l’ex capo dei servizi segreti John Negroponte, il generale Wald, già vicecomandante delle forze USA in Europa e Stephen Friedman, consigliere economico di George Bush – il responso è stato perentorio: “Non siamo preparati ad affrontare e contrastare questo genere di attacchi”.
Nel maggio 2009, del resto, il Presidente Obama era personalmente sceso in campo: “I nostri network militari e di sicurezza sono costantemente sotto attacco”, aveva rivelato.  “Si tratta della sfida economica e di sicurezza più importante per la nazione”.
In Israele denuncia analoga proviene dal professor Yaniv Levyatan dell’Università di Haifa, che ha sottolineato – in un intervento ospitato sulla rivista ufficiale del Collegio di sicurezza nazionale – la capacità dei “terroristi” a sfruttare le possibilità dell’information warfare: occorre “prestare grande attenzione alle informazioni che circolano sui vecchi e sui nuovi media (…) La raccolta di informazioni deve concentrarsi su aspetti come l’identità dei capi terroristi, la struttura sociale cui appartengono, le loro affiliazioni tribali e politiche” – insomma, una schedatura completa di persone e associazioni sgradite.
In quasi perfetta sintonia Raphael Perl, capo dell’Antiterrorismo dell’Osce , Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. In un’intervista rilasciata ad “Avvenire” egli afferma che “i principali gruppi terroristici svolgono intense attività su Internet, a cominciare dal reclutamento e dall’addestramento delle nuove leve per arrivare alla raccolta e al trasferimento di fondi”, mentre concede che “sulla probabilità di un attacco su grande scala gli esperti sono in disaccordo”; ad ogni modo “l’idea che le minacce alla sicurezza provenienti dal cyberspazio devono essere affrontate in maniera globale” è l’idea giusta, per Perl, per “combattere il cyberterrorismo e il cybercrime”.
Una serie di affermazioni concordanti che sembrano corrispondere a due obiettivi di massima: spaventare l’opinione pubblica, allertandola su un nuovo aspetto dell’incombente terrorismo e compattandola sui “valori occidentali”; e preparare il terreno a interventi censorii, nazionali o preferibilmente internazionali, destinati non già a regolamentare – come sarebbe ragionevole – ma a snaturare la libertà di espressione nella Rete. Portare un attacco, travestendolo come sempre da difesa: lo spirito di Pearl Harbour e dell’Undici Settembre.

Da “Cyberterrorismo” e ipocrisia globale, di Aldo Braccio.