Buon 2010 (ed oltre)

In questo periodo dell’anno, alcune anime coraggiose ardiscono mettere a repentaglio la propria reputazione tentando di prevedere che cosa porterà l’anno che sta arrivando. Alcuni lo fanno con incredibile accuratezza, altri un po’ meno. Essendo uno scrittore serio che non ama le barzellette, solitamente mi tengo alla larga da quest’annuale sbronza di frivolezze; tuttavia, considerato che su di noi sta per abbattersi un nuovo decennio, ho ritenuto ragionevolmente sicuro dipingere un quadro di quella che è la mia visione dei prossimi dieci anni.
(Nell’improbabile eventualità che le mie previsioni si rivelassero completamente sballate, presumo che esse saranno state completamente dimenticate al momento in cui il 2020 farà capolino).
E dunque, senza ulteriore indugio, ecco le mie previsioni sulla situazione degli Stati Uniti d’America nel secondo decennio del XXI secolo.

Il decennio sarà caratterizzato sotto molti aspetti dall’autofagia, negli affari, nel governo e nei ranghi più alti della società, e ciò avverrà non appena i giocatori ad ogni livello si renderanno conto di non essere in grado di controllare i propri appetiti o di modificare il proprio comportamento in maniera significativa, neppure di fronte ad un’alterazione radicale delle circostanze, e saranno così costretti a consumare se stessi fino a scomparire; così molti squali, già sbudellati ma ancora voraci, pasteggeranno all’infinito sui propri stessi intestini rigonfi.
I governi si accorgeranno di non essere capaci di impedire a se stessi di stampare sempre più moneta in un’ondata senza fine di emissioni senza controllo. Allo stesso tempo, l’aumento delle tasse, dei prezzi dei beni e dei costi di ogni tipo, unito a livelli crescenti di incertezza e disgregazione, restringerà le attività economiche fino al punto che ben poco di quel denaro rimarrà in circolazione. Inflazionisti e deflazionasti dibatteranno all’infinito se questa debba essere considerata inflazione o deflazione, emulando inconsciamente i Rompidallapartegrossa e i Rompidallapartesottile dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, che litigavano all’infinito su quale fosse la parte giusta da cui iniziare a mangiare un uovo bollito. La cittadinanza, con le uova del proprio nido bollite fino a ridursi alle dimensioni di un pisello essiccato, non si mostrerà particolarmente interessata alla questione del “da dove” iniziare a mangiarle, e liquiderà la controversia come accademica, se non idiota.
In tutto il paese, autorità comunali in crisi ricorreranno all’imposizione di tasse esorbitanti sul rilascio di autorizzazioni come le licenze per cani. Molti proveranno a incarcerare coloro che non sono in grado di pagare queste tasse in prigioni locali o statali, solo per doverli poi rilasciare quando le carceri traboccheranno e le risorse disponibili si esauriranno. La cittadinanza inizierà a guardare alle carceri come strutture che combinano mirabilmente insieme le caratteristiche di un piatto di zuppa e di un rifugio per i senzatetto. Alcune città abbandoneranno l’idea di mantenere un corpo dei pompieri e decideranno che è più razionale, sul piano dei costi, lasciare che gli incendi facciano il loro corso, per risparmiare sulle demolizioni. Nel tentativo di mettere una pezza a buchi ancora più grossi nei loro budget, gli stati federali aumenteranno le tasse, costringendo al sommerso settori ancora più ampi dell’attività economica. In particolare, le entrate fiscali relative alle tasse sugli alcolici diminuiranno per la prima volta in molti decenni, poiché un numero sempre maggiore di americani scoprirà di non potersi più permettere la birra e ripiegherà quindi sull’abbondante ed economica eroina afghana e su altre droghe illegali ma ben più abbordabili. Il fumo della marijuana supererà gli scarichi delle automobili nella classifica degli odori più diffusi d’America.
Molti paesi in tutto il mondo saranno costretti a dichiarare default e ad unirsi alla schiera crescente delle nazioni defunte. Ci sarà una ressa folle per trovare un rifugio sicuro al denaro che scotta, ma non se ne troverà nessuno. Gli investitori di tutto il mondo saranno finalmente costretti a comprendere che il miglior modo di evitare le perdite è quello di non possedere denaro fin dal principio. A dispetto degli sforzi compiuti per diversificare i loro titoli, gli investitori scopriranno che essi non sono altro che pezzi di carta, si tratti di stock, di bond, di azioni, di cambiali o di incomprensibili contratti su derivati. Scopriranno anche che, nel nuovo clima affaristico, nessuno di questi strumenti rappresenta un’arma particolarmente potente: quando il familiare gioco pietra-forbici-carta gli si ritorcerà contro, si accorgeranno che le pietre possono sfondare i crani, che le forbici possono ledere organi vitali, ma che la carta, anche se gestita da mani esperte, produce solo coriandoli di carta. Le persone un tempo benestanti, convinte che “il possesso costituisce i nove decimi della legge”, troveranno molti esorcisti extralegali pronti a scatenare i loro demoni. In particolare, i cartelli del crimine organizzato inizieranno ad utilizzare software di spionaggio per localizzare magazzini e capannoni scarsamente sorvegliati, nel Montana o in altre remote località, che siano ben forniti di cibo in scatola, armi e lingotti d’oro e d’argento, e inizieranno a farne incetta, ammorbidendo i bersagli con proiettili di mortaio, razzi e bombardamenti aerei, e inviando poi commandos armati di granate e mitragliatrici a completare il lavoro. Una volta eseguito il raccolto, ne porteranno i frutti all’estero sfruttando i corpi diplomatici delle defunte nazioni passati sul loro libro paga.
Mentre i lingotti espatriano, il Pentagono cercherà di far rimpatriare le truppe dall’Iraq, dall’Afghanistan e dalle numerose basi americane sparse per il mondo, accorgendosi ben presto di non possedere i mezzi per poterlo fare, abbandonando così le truppe nel luogo in cui si trovano e costringendole a provvedere da sole al proprio rifornimento. Le famiglie dei soldati saranno invitate a donare cibo, uniformi, biancheria pulita e articoli da toilette per i loro cari di stanza oltreoceano. Gli armamenti americani inonderanno il mercato nero, facendo crollare i prezzi. Molti soldati decideranno che tornare negli USA è comunque una cattiva idea e si trasformeranno in nativi, sposando donne locali e adottando religioni, costumi e abbigliamento locale. I leader nazionali continueranno a blaterare di sicurezza nazionale dovunque ci sia un microfono puntato verso di loro, ma la loro sicurezza personale diverrà la loro preoccupazione primaria. Funzionari di ogni livello cercheranno di assemblare equipe sempre più vaste di guardie del corpo e consulenti per la sicurezza. I membri del Congresso diverranno ancor più reticenti ed eviteranno quanto più possibile di incontrarsi con i propri sostenitori, preferendo nascondersi in appartamenti di Washington ermeticamente sigillati, in installazioni protette e in quartieri sorvegliati. Nel frattempo, al di fuori del perimetro ufficiale di sicurezza, si affermeranno nuove forme di vicinato, dove l’occupazione verrà chiamata “sistemazione”, la violazione di un perimetro “apertura di un nuovo percorso”, e gli steccati, i muri e le serrature saranno rimpiazzati ovunque da occhi vigili, orecchie attente e mani che si aiutano vicendevolmente.

Le Previsioni di Dmitry Orlov.
[grassetto nostro]

Un 31 dicembre come si deve

Che ci sia una gran differenza tra il clima primaverile che si respirava il 17 febbraio 2007 – quando 150 mila persone sfilarono contro la nuova base militare statunitense – e la cappa grigia che sovrasta Vicenza in queste settimane è scontato e banale: basta gettare lo sguardo all’interno del Dal Molin, o osservare l’area dal piazzale di Monte Berico, per sentire, come fosse un pugno allo stomaco, la differenza tra allora e oggi.
Il cantiere, infatti, procede a gran velocità: una ventina di gru e decine di camion e betoniere spostano ogni giorno tonnellate di materiali, mentre a nord si alzano, come montagne, i cumuli di macerie e a sud si intravvedono gli scheletri delle prime costruzioni tra gli alberi abbattuti. In città, intanto, è calato il gelo, con le forze dell’ordine che controllano militarmente il territorio – è sufficiente passare in auto intorno al Dal Molin per rendersene conto – e sorvegliano, aiutate dalla tecnologia, i suoi abitanti mentre la mobilitazione, fino a oggi, non ha trovato strumenti efficaci per battersi concretamente contro l’imposizione in atto.
Insomma, più di qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci stanno ancora a fare due tendoni piantati nei campi di Ponte Marchese e quale sia il sadico gusto che porta decine di persone, ogni settimana, a riunirsi sotto dei teloni bianchi. Perché, è evidente, se l’obiettivo era fermare la prima ruspa – come dicevano in coro 150 mila persone il 17 febbraio 2007 – questo non è avvenuto. E a poco valgono le discussioni sul perché ciò non si sia realizzato. Limiti del movimento? Tanti, come per ogni movimento. Paure per le conseguenze? Ovvie, come capita a ogni donna e uomo. Discontinuità? Scontata, visto che coloro che si sono mobilitati sono genitori e lavoratori, studenti e nonni con i proprii impegni. Ma, più di tutto, pesa lo scarpone di chi quest’opera la vuole imporre e che, per farlo, ha limitato di spazi di democrazia e calpestato la libertà – individuale e collettiva – su cui dovrebbe fondarsi la convivenza.
Ma, come sempre avviene nelle vicende umane, c’è, per l’appunto, un “ma”. E sta nell’impegno – anche questo individuale e collettivo – assunto in quell’ormai lontano 17 febbraio 2007; quando ci dicemmo, faccia a faccia, che avremmo «resistito un minuto in più di chi vuole la nuova base militare»; e quel minuto non scocca con l’accensione dei motori della prima ruspa, con il montaggio della prima gru, con la costruzione della prima palazzina: perché un’imposizione è inaccettabile prima che avvenga, ma lo è altrettanto – e di più – dopo. E non si tratta di una questione filosofica, si tratta di dignità.
(…)
Ecco perché il capodanno lo festeggeremo con una fiaccolata intorno all’area del cantiere; è un modo per denunciare quanto sta avvenendo al di là delle reti, ma soprattutto è un modo per presentare al mondo il nostro 2010: un altro anno di mobilitazione; perché, come si diceva il 17 febbraio 2007, noi «resisteremo un minuto in più di chi vuole la nuova base».

Fonte: nodalmolin.it

Qui un video della fiaccolata.