Cronaca di una sudditanza cronica

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.
Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.
Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.
Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.
È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.
Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.
(…)

Da Obama, è questa la tua democrazia?
[grassetti nostri]

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Un corteo colorato, ma anche un corteo determinato; gli obiettivi della vigilia erano chiari ed espliciti: entrare nel cantiere statunitense per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin e dimostrare, così, la determinazione di tanti cittadini nell’opporsi alla base militare.
Ed era chiaro, sin dalla vigilia, che la Questura avrebbe usato tutti gli strumenti a propria disposizione per impedire alla democrazia di esprimersi e difendere, in questo modo, l’imposizione del governo a cui risponde.
E, del resto, accettare il diktat della Prefettura – “nessuno entrerà al Dal Molin” – avrebbe significato abbassare la testa di fronte all’arroganza con la quale si vuole garantire quest’imposizione; per questo, nei giorni precedenti al corteo, erano stati preparati degli strumenti di autodifesa e autotutela collettivi e individuali: perché alzare la testa di fronte all’imposizione significa anche non abbassarla di fronte a coloro che sono disposti a usare la violenza per garantirla.
Nulla di offensivo, naturalmente: e la lunga storia di mobilitazione – ormai tre anni – della comunità vicentina è lì a garantire quanto sia pacifica l’opposizione alla base. Strumenti, invece, di difesa, come barriere e scolapasta pieni di stracci, da mettere sulla testa. L’occupazione militare che ha subito la città berica e la volontà della questura di impedire il corteo hanno dimostrato che per “sradicare alla radice il dissenso locale”, come richiesto dal commissario Costa, il Governo è disposto a schierare davanti ai vicentini i carabinieri di ritorno dall’Afghanistan: vogliono proprio fare di Vicenza un territorio di guerra; ma noi resisteremo un minuto in più.
(Difendersi non è violento)

Contrariamente a quanto afferma la “libera stampa”, di black block non c’era l’ombra. La manifestazione si è svolta sotto il cortese ma rigoroso controllo delle donne e degli uomini del Presidio Permanente, che hanno dimostrato una capacità organizzativa ed una saldezza di nervi a mio parere eccezionale.
Dopo che il tentativo, fatto dai giovani vicentini, di avanzare nonostante il blocco imprevisto creato all’altezza di Ponte Marchese – a poche decine di metri da dove sorge il tendone dei NoDalMolin – dai Carabinieri del Tuscania non è andato in porto, il Presidio ha iniziato una trattativa con le forze dell’”ordine” fino ad ottenere che tutto il percorso precedentemente concordato venisse “liberato” dalla presenza delle stesse.
Solo in quel momento il corteo si è ricostituito, con in testa come al solito le donne vicentine (encomiabili anche nell’accompagnarci sui bus navetta, nel rifornirci di acqua e nel rispondere a qualsiasi richiesta di informazione venisse loro posta), e si è inoltrato in maniera abbastanza spedita fin dentro il centro abitato della città senza ulteriori problemi.
Uno che ieri c’era, e che è rimasto impressionato dal dispiegamento di centinaia e centinaia di italiani in uniforme mandati dallo Stato a presidiare un territorio, quello della futura base, sul quale lo stesso Stato non ha e non avrà mai alcun diritto di sovranità.
Federico

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“Mamma non ho fatto niente! digli di andar via!!!”
Queste le parole che mio figlio di 3 anni continuava a ripertermi alla vista dell’enorme dispiego di forze dell’ordine a Vicenza.
Mi son chiesta anch’io come mai, perchè così tanti in tenuta antisommossa… perchè poi contro di noi?
Cosa stavamo facendo di male? Cosa temessero?
Sì, strano a dirsi ma in un’Italia all’incontrario la Polizia, i Carabinieri, le forze dell’ordine non fanno più “servizio pubblico”, non difendono più i civili… li caricano!!
Così il 4 Luglio 2009 i Vicentini, come quelli della Val di Susa, gli Abruzzesi e quanti (tanti da tutta Italia e non) si fossero dati appuntamento, insieme per manifestare democraticamente, contro le imposizioni, l’arroganza, oramai ordinaria, delle amministrazioni locali per conto di “padroni autoritari”, erano sotto stretto controllo militare.
Eravamo in tanti: donne e uomini, giovani e meno giovani, piccoli in passeggino, tutti armati di bandiere colorate, di pignatte, musica, slogan, megafoni e biciclette trillanti e procedavamo pacificamente.
Di contro a pochi passi dal Presidio e da via S. Antonino i Carabinieri spiegati davanti al corteo con manganelli, caschi, maschere antigas, lacrimogeni e blindati a difesa dell’area Dal Molin!
Difendevano chi senza dar conto o ragione impone l’arroganza, chi si permette di calpestare la volontà del popolo sovrano sbarrando un corteo autorizzato…
Così che a testa alta, come chi è senza macchia e sente di agire in nome della ragione, la schiera avanti del corteo non si lascia intimidire e va avanti e così, lo stesso, caricato con manganelli e lacrimogeni.
Nessun ferito ma tanta perplessità, sgomento: i caposaldi della nostra Costituzione il 4 Luglio 2009 in Italia vengono a mancare, in America si festeggia l’Indipendenza!
I diritti del popolo sul proprio territorio fatti a pezzi, il popolo trattato da estremista, da sovversivo, da traditore (contro chi poi?) e tenuto sin dall’inizio sottotiro da elicotteri della Polizia.

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A gonfiare poi la vicenda anche le prime reti nazionali che limitandosi alla citazione mettono in risalto solo che questa baruffa creata ad hoc (mi viene in mente Cossiga e le sue dichiarazioni-dritte sulle manifestazioni studentesche) affinché l’opinione pubblica punti il dito (informazione strumentalizzata).
Però vi dico ,il 4 Luglio a Vicenza io c’ero e ho potuto constatare che non c’era il ben che minimo accenno di violenza da parte del corteo, nessuna testa calda (anche se di caldo ne faceva parecchio) ma solo la forza delle donne e degli uomini del Presidio, coraggiosamente, a mani nude, rivestiti solo del loro orgoglio, senza elmetti o giubbotti antiproiettili, nudi e crudi come la realtà di quei momenti, trattare con le forze armate affinché arretrassero dietro i reticolati e tenere a bada quasi 20.000 persone.
Gente che non ha abbassato la guardia alle provocazioni perché consapevoli che lì era in gioco il futuro dei loro figli e della loro terra.
Gente giusta, comune, con tanta voglia di vivere e solidale che giorno per giorno viene ricoperta da ingiurie, accusata e ciò nonostante va avanti.
Le maledicenze che li vogliono violenti non li demoralizzano, al contrario ne traggono maggior forza per andare avanti con più convinzione.
Li ho conosciuti, gente disposta al confronto, che si mette in discussione.
Sono contagiosi, come il raffreddore, ma fanno bene all’animo.
Sono amici di quell’Italia che ha voglia di riscattarsi, di non subire più soprusi e di vedersi sottrarre la salute, il territorio e la dignità di popolo a favore di strumenti di guerra.
Come la macchia d’olio pronti ad allargarsi, perchè la forza è nell’unità.
Il loro scopo è quello di tanti, e quello per cui la Costituzione, ancora oggi violata da chi dovrebbe portarne alta l’asta e dare l’esempio, afferma all’art. 11:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”
Maria Grazia

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Nella giornata dell’indipendenza Vicenza ha subito l’occupazione militare; di seguito una breve ricostruzione dei fatti che, partendo dalla vigilia della manifestazione, evidenzia la volontà di intimidire la città per tapparle la bocca…

1-2 luglio. Il Dal Molin è ogni giorno più militarizzato; il cantiere è presidiato dai carabinieri, mentre l’intera area è sorvegliata da pattuglie della polizia e agenti in borghese. Il Presidio Permanente dichiara le proprie intenzioni: entrare nell’area che gli statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin. I residenti, nel frattempo, lamentano la crescente militarizzazione del quartiere e gli estenuanti controlli a cui sono sottoposti.
3 luglio. Il Giornale di Vicenza pubblica il suo scoop, una “notizia bomba”; secondo il quotidiano berico un carico di bombe a mano rubate una settimana prima in Slovenia sarebbe destinato al corteo del giorno successivo. Il giornalista non indica la fonte della notizia e sulla stampa italiana e slovena non c’è traccia di questo furto. La notizia, ovviamente, verrà smentita dai fatti, ma questo il quotidiano non lo riferirà ai suoi lettori.
Nel pomeriggio dello stesso giorno l’intera area nord della città si riempie di forze dell’ordine; i camion che trasportano in Presidio migliaia di bottiglie d’acqua e il palco che sarà montato nel prato verde vengono ripetutamente fermati per infiniti controlli che non portano a nulla. Un giornalista che entra in Via Ferrarin per girare un reportage viene fermato, identificato e multato.
4 luglio. Ore 10.00. I primi contingenti di forze dell’ordine si dispongono, diversamente dalle manifestazioni precedenti e da quanto annunciato dal questore, all’esterno del Dal Molin, lungo la strada che dovrebbe percorrere il corteo.
Ore 11.00. I vigili del fuoco calano una barca nel fiume che costeggia il lato nord del cantiere statunitense. I pullman in partenza da molte città vengono fermati per infiniti controlli; alcuni non giungeranno mai a Vicenza.
Ore 12.00. A 50 metri dal Presidio Permanente, lungo l’argine che costeggia il Dal Molin e su Ponte Marchese si schiera il Tuscania, unità dei carabinieri che ha combattuto in Afghanistan. Proprio all’imbocco del ponte viene piazzato un blindato con il rosto sul paraurti anteriore e i lancilacrimogeni.
Ore 12.30. Via S. Antonino viene chiusa al traffico. Lungo la strada si schierano un migliaio di uomini con manganelli e maschere antigas accompagnati da decine di blindati. Tutte le strade laterali vengono chiuse e presidiate da ingenti forze. del Dal Molin, i blindati si parcheggiano sopra gli alberelli piantati due anni fa dai vicentini, calpestandoli.
Ore 13.00. Non viene permesso ai pullman turistici di percorrere via S. Antonino; il tragitto era stato definito in accordo con l’amministrazione comunale e la questura, ma le forze dell’ordine sbarrano la strada ai pullman dei manifestanti.
Ore 13.15. Viale dal Verme viene chiusa. La strada, su cui dovrebbe transitare il corteo, viene interrotta da due blindati che si schierano di traverso e da decine di agenti. È ormai evidente che il corteo non può transitare in strada S.Antonino e proseguire lungo il percorso autorizzato. Sull’argine, i carabinieri del Tuscania indossano i caschi nonostante manchino due ore alla partenza del corteo.
Ore 13.30. Il Presidio Permanente denuncia l’impossibilità di manifestare pacificamente in via S.Antonino dove le forze dell’ordine sono schierate in un modo che rende evidente la volontà di creare una trappola in cui far infilare il corteo e intimidire la città. Due elicotteri sorvolano costantemente a bassa quota l’area.
Ore 14.00. Il Presidio Permanente chiede che le forze dell’ordine siano ritirate dal percorso del corteo perché esso possa sfilare liberamente e pacificamente. Colonne dei carabinieri passano costantemente davanti al tendone di ponte Marchese ad alta velocità, nonostante in strada ci siano i primi manifestanti che si preparano a spostarsi verso Ponte Marchese.
Ore 14.30. Strada S. Antonino ha un aspetto surreale. La circolazione è chiusa e ovunque ci sono forze dell’ordine in assetto antisommossa e mezzi blindati. Molti di essi si schierano all’interno del parcheggio di un distributore, ad “attendere” il corteo.
Ore 15.00. Inizia a formarsi il corteo in Via M.T. Di Calcutta. Migliaia di persone raggiungono il luogo di partenza della manifestazione nonostante i tanti limiti imposti alla mobilità dei cittadini. A ponte Marchese ai carabinieri si aggiungono alcuni rinforzi della celere che si schierano di traverso sulla strada che dovrebbe percorrere il corteo, bloccandola.
Ore 15.45. Il corteo parte. Si rinnova la richiesta affinché sia garantita la possibilità di percorrere il percorso autorizzato pacificamente e senza la presenza minacciosa di centinaia di uomini in assetto antisommossa a circondare il corteo.

Ore 16.15. Il corteo raggiunge il Presidio Permanente e si ferma. Il Questore rifiuta di far transitare il corteo sul suo percorso autorizzato e smentisce di aver dichiarato, alla vigilia, che la manifestazione avrebbe potuto svolgersi liberamente. Il corteo rifiuta di entrare nella trappola costruita da Sarlo, volta a intimidire e impaurire chi vuol difendere la propria terra.
Ore 16.45. Di fronte al rifiuto della Questura di lasciar svolgere la manifestazione, una testa di alcune centinaia di persone autoprotetta da barriere che riportano la caricatura di Obama e caschi prova ad avanzare per permettere al corteo di proseguire senza minacce. Appena le barriere vengono poste di fronte ai carabinieri, quest’ultimi caricano con molte manganellate e alcuni lacrimogeni urticanti. Le barriere e i caschi fanno si che, al termine della giornata, non ci saranno feriti.
Al Presidio, intanto, si raggruppano migliaia di persone determinate a proseguire il corteo e in attesa che il diritto a sfilare sia garantito.
Ore 17.30. Le forze dell’ordine si ritirano dalle strade laterali al percorso autorizzato e la celere libera Ponte Marchese. Il corteo può ripartire. Decine di donne fanno cordone davanti ai carabinieri del Tuscania che, maschera antigas al volto e manganello in mano, vedono sfilare il corteo alle spalle delle donne.
Ore 19.00. Il corteo si conclude sotto un forte temporale. Il Questore ha mostrato ancora una volta il suo volto violento, schierando un apparato militare gigantesco per impaurire le famiglie che si ostinano a osare la speranza. L’apparato repressivo ha impedito alle donne e agli uomini di piantare le proprie bandiere al Dal Molin, ma ha anche mostrato il modo in cui si vuol realizzare la base statunitense: con l’imposizione e l’uso della forza. Il corteo, d’altra parte, ha dimostrato la propria determinazione a non lasciarsi sbarrare la strada da chi avrebbe voluto vietare lo svolgimento della manifestazione.
[Fonte: nodalmolin.it]

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Aveva tutti i presupposti per essere una manifestazione memorabile quella di sabato scorso a Vicenza. Per certi versi lo è stata, ma non nel senso che ci si aspettava. Al nostro arrivo nella città berica ci colpiscono soprattutto due cose: l’efficienza della macchina organizzativa messa in piedi dagli organizzatori e l’eterogeneità della moltitudine dei partecipanti. Giovani e meno giovani, famiglie con bambini, vicentini e non, tutti lì per gridare un unico gigantesco “No Dal Molin”. Migliaia e migliaia le persone che compongono un corteo pacifico e assolutamente trasversale.
Partiti e sindacati per opportunismo si tengono alla larga da Vicenza, come ormai sono lontani anni luce dalle istanze dei cittadini che dovrebbero rappresentare. Insomma, i presupposti sono ottimi. Un’altra cosa che ci colpisce, tuttavia, è l’imponenza delle “forze dell’ordine” mobilitate per un tale evento, numeroso sì ma del tutto pacifico. Cominciamo a capire che qualcosa potrebbe andare storto. Infatti, tutto sembrava andare per il meglio, quando, giunti a Ponte Marchese troviamo qualcosa che lì non avrebbe proprio dovuto esserci. A sbarrare il corteo infatti decine e decine di uomini in assetto antisommossa. E’ chiaro, è una trappola. Pochi minuti infatti e cominciano a volare le manganellate. Il resto è cronaca. Sui mezzi di disinformazione di massa è tutta una gara da destra a sinistra, dai sindacati agli “intellettuali” a chi condanna di più “i facinorosi e i violenti”. Non un accenno al fatto che i Carabinieri, in quel posto, non avrebbe dovuto esserci. Si è cercato il pretesto per affondare le giuste istanze di migliaia e migliaia di Vicentini contrari alla svendita del loro territorio. Sono fiducioso che comunque essi continueranno nella loro più che legittima battaglia di libertà.
Augusto

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In questa stupida e ignorante Italia, la maggior parte di ingenui e pecoroni italiani ha bevuto che… i no global hanno generato scontri con le forze dell’ordine… questa manifestazione contro il G8… questa manifestazione anti-americana… giovani dei centri sociali hanno!!! E’ una vergogna assoluta, quali no global? Quali centri sociali? Cosa c’entra antiamericanismo o G8?
Si trattava solo ed esclusivamente di una manifestazione contro la costruzione della nuova base militare USA all’aeroporto Dal Molin. Quasi nessuno ha detto che le forze dell’ordine hanno violato gli accordi e hanno provocato gli scontri bloccando la strada concordata per il corteo. Chi ci governa ha voluto dare una prova di forza, due messaggio chiari: uno, chi vuole manifestare sappia che rischia la propria incolumità! In questo modo sicuramente tante persone avranno paura e non parteciperanno alle prossime manifestazioni. Due, vi abbiamo avvertiti, non vi conviene manifestare a L’Aquila al prossimo G8.
Enrico

Mi chiamo Maria Grazia, il 4 luglio 2009 sarò a Vicenza

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4 luglio

Alcuni lettori del blog, siciliani in parte emigrati al nord, si ritrovano d’accordo nel partecipare alla grande manifestazione NoDalMolin che si svolgerà a Vicenza il prossimo 4 luglio.
L’idea è quella di portare all’attenzione dell’opinione pubblica il progetto MUOS in corso d’opera nei pressi di Niscemi, sotto lo slogan ”L’aria del nord non ci ha offuscato la memoria, i Siciliani insieme ai Vicentini del NoDalMolin il 4 Luglio 2009 per ribadire il nostro no al MUOS”.

Chiunque sia interessato a dare il proprio sostegno all’iniziativa, è pregato di contattare Maria Grazia al seguente indirizzo: niscemesidoc@gmail.com