Se non ci fosse stato Regeni, se lo sarebbero dovuto inventare

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“Sono settimane che ci stressano a reti e destre e pseudo sinistre unificate sul povero ragazzo trucidato dagli infami del Cairo. Perorazioni, anatemi, invenzioni fantasmagoriche di dati e fatti, illazioni gonfiate a certezze ontologiche, latrati per chiedere giustizia e che trasudano una protervia razzista da far invidia agli Uebermenschen nazisti o sionisti. Al confronto l’accanimento sugli assassini di Calipari, punito per aver liberato la Sgrena ma, soprattutto, per aver scoperto chi davvero in Iraq rapiva giornalisti scomodi, o quello sui trogloditi che si divertivano sul Cermis a trinciare cavi di funivia e fare stragi, o quello sulle punizioni da infliggere – e sulle oscene grazie napolitanesche e mattarelliane concesse – ai rapitori CIA di Abu Omar, è stata un timido sussurro, un discreto flautus vocis. Vi torna la simmetria? E’ che, una volta, dall’altra parte c’era un Al-Sisi qualsiasi, un parvenu del Terzo Mondo che si permette di pretendere trattamenti alla pari; l’altra volta invece, il padrone. Il quale detta la musica in entrambi i casi.”

Cairo-Roma: come tagliarsi le palle e vivere felici, di Fulvio Grimaldi continua qui.

Per i soldati americani in Italia un regime d’eccezione che li rende impuniti

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Disastri, stupri e sequestri: gli impuniti a stelle e strisce. Dal MUOS alle violenze nelle basi passando per gli incidenti stradali: perché non pagano mai.

Un militare statunitense incarcerato in Italia su 200 accusati. La statistica arriva dagli stessi Americani, dal giornale Stars & Stripes, Stelle e Strisce, distribuito tra i militari USA: “Negli ultimi cinque anni ci sono state 200 indagini per accuse che vanno dall’aggressione, allo stupro fino all’omicidio colposo, ma solo una persona è stata incarcerata in Italia”, scrive la giornalista Nancy Montgomery in un articolo dal titolo “Le truppe americane sotto accusa in Italia spesso sfuggono la pena”.
Un fenomeno noto da decenni e, però, taciuto: in Italia la giustizia per i militari americani è meno uguale. Quando compiono reati in servizio, ma anche quando si rendono responsabili di reati comuni: incidenti stradali, botte e stupri. E oltre le statistiche emergono storie dolorose. Una in particolare è diventata un simbolo: quella di Jerelle Lamarcus Grey, un ragazzone americano di 22 anni che prestava servizio presso la base a stelle e strisce di Vicenza, la Del Din (ex Dal Molin) nota per le proteste dei vicentini.
È il 9 novembre 2013, al Disco Club Cà di Denis alla periferia della città è in programma una festa: musica reggae, champagne e porchetta. Ci sono giovani del posto e militari americani reduci da missioni di guerra. Magari vogliono sfogare la tensione pazzesca che si portano dentro. Quando una ragazzina sudamericana di 17 anni esce dal locale si trova davanti un soldato che la spinge in un angolo buio. La stupra.
I carabinieri sono convinti di averlo identificato: è Jerelle. L’accusato resta a piede libero – non ci sarebbe pericolo di reiterazione del reato – finché pochi mesi dopo ecco un altro stupro: una prostituta incinta di sei mesi viene aggredita e violentata. E l’indagine porta di nuovo a lui, a Jerelle e a un suo commilitone: Darius Mc Cullough. Sarebbero loro i responsabili. Ma com’è possibile, si chiedono in tanti a Vicenza, che Jerelle sia libero?
La Procura intanto dispone per lui gli arresti domiciliari. Dove? Nella base Del Din, dove pare girasse indisturbato. Ma la storia non è ancora finita: una notte del dicembre scorso, Jerelle riempie il suo letto di stracci, per far credere di dormire. E senza difficoltà scappa. Viene infine arrestato vicino a un residence frequentato da prostitute: ne avrebbe picchiato un’altra, sempre incinta, pretendendo prestazioni sessuali. Jerelle alla fine riesce a finire nelle galere italiane. “Mi risulta che siano i primi, lui e il suo complice”, non nascondono la loro soddisfazione Alessandra Bocchi e Anna Silvia Zanini, avvocati delle presunte vittime.
Oggi Jerelle attende il processo per il primo stupro, mentre per il secondo è stato condannato (sei anni in primo grado, come il suo presunto complice Darius Mc Cullough). E i casi non si contano. Spesso sono reati di violenza. L’ult imo è di pochi giorni fa: un parà di 22 anni accusato di violenza sessuale nei confronti della figliastra di sette anni. Militari, ma non solo. C’è un civile americano, Mark Gelsinger, tra gli otto indagati nell’inchiesta per reati ambientali relativi alla costruzione del MUOS, l’impianto satellitare della Marina USA di Contrada Ulmo a Niscemi (Caltanissetta). Le autorità americane hanno chiesto subito che sia sottoposto alla loro giurisdizione.
I pm italiani indagano, le autorità americane chiedono di sottoporre i loro cittadini alla giurisdizione statunitense. E la risposta finora era quasi sempre scontata: 91 sì su 113 domande in quindici mesi fino al marzo 2014. Perché? Pesava una sudditanza dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti, ma contano anche i tempi della giustizia.
“Nelle more del processo i militari vengono rispediti a casa. E addio”, racconta l’avvocato vicentino Paolo Mele. Alla base di tutto la Convenzione di Londra ratificata nel 1956, quella chiamata “familiarmente” patto di benevolenza. Prevede che per i reati commessi dai militari NATO si tenda a concedere la giurisdizione del Paese d’origine. In pratica un accordo ricamato addosso ai soldati americani.
Per decenni a migliaia si sono sottratti alla nostra giustizia. Con due casi clamorosi: “Il 3 febbraio 1998″, racconta Mele, “due avieri americani – il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer – volando come Top Gun tranciarono i cavi della funivia del Cermis. Venti persone morirono. I due militari furono sottratti alla giustizia italiana e processati in America dove vennero assolti per l’incidente. Furono radiati e condannati a pochi mesi solo perché distruggendo il video del volo avevano ostacolato la giustizia”, conclude Mele.
Poi ecco il caso Abu Omar, l’imam egiziano sequestrato dalla CIA nel centro di Milano e portato nel suo Paese dove fu incarcerato e torturato. Il pm Armando Spataro e la Digos di Milano arrivarono a identificare i responsabili: 23 agenti condannati in Cassazione. Ma tutti si sottraggono alla giustizia italiana. E il responsabile della struttura Jeff Romano ottiene la grazia dal presidente Giorgio Napolitano. Se non ci pensano gli Americani, facciamo noi. Nessuno dei nostri governi ha mai chiesto l’estradizione per le spie condannate.
Violenze, disastri e spionaggio. Ma anche marines in fuga dai loro impegni familiari. Già, perché in Italia ci sono 59 installazioni militari americane. Solo a Vicenza una persona su dieci vive nella base. Nel 1959 ogni mese si celebravano dieci matrimoni misti. Poi qualcosa è cambiato: divorzi, mariti in fuga, irrintracciabili che lasciano le compagne sole e senza un soldo. Un reato, ma nessun militare paga: l’America li tutela a qualunque costo.
“Qualcosa, però, negli ultimi mesi sembra cambiato, non so se per merito dell’Italia o dell’amministrazione Obama”, sostiene Alessandra Bocchi. Conclude: “Noi non ce l’abbiamo con gli Americani, anzi. Ma dobbiamo tutelare le vittime”. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando nel luglio 2014 ha twittato: “I due militari americani accusati di stupro saranno processati in Italia”. Jerelle e Darius per il momento sono in carcere. Si capirà presto se è un primo passo.
Ferruccio Sansa

[Fonte: Il Fatto Quotidiano, 11/7/2015 – i collegamenti inseriti sono nostri]

Meredith Kercher è morta da sola

bananaLo ha deciso la Corte di Cassazione (italiana?!?).
Amanda Knox è stata comunque condannata a tre anni per calunnia.
Condanna troppo lieve per innescare una richiesta di estradizione rivolta oltreoceano, come dimostrato dal caso dei sequestratori di Abu Omar, 22 dei quali erano stati “graziati” in virtù di un decreto ministeriale del gennaio 2000 e alle conseguenti circolari in materia, che hanno consolidato la prassi di non richiedere l’estradizione dei soggetti condannati a pene inferiori ai quattro anni.
Mentre il 23°, Robert Seldon Lady, ex capo-stazione CIA a Milano condannato a sei anni in via definitiva, arrestato nell’estate 2013 a Panama, se la filò negli USA prima che l’allora ministro della giustizia Annamaria Cancellieri riuscisse a mettergli le mani addosso.
Non mancando, successivamente, di inoltrare una beffarda domanda di grazia rimasta inevasa.
Federico Roberti

Colonia Italia puntata n. ?


Con uno scarno comunicato emesso lo scorso venerdì, 21 dicembre, il ministero della Giustizia nella persona del Guardasigilli uscente Paola Severino ha reso noto – “dopo una attenta valutazione” – che, in riferimento alle 23 richieste della Procura generale di Milano per l’estradizione dei cittadini statunitensi condannati in via definitiva nel procedimento per il sequestro di Abu Omar, soltanto una di esse sarà evasa.
A finire fra i “ricercati” sarà quindi Robert Seldon Lady, l’ex capo della stazione CIA a Milano, in quanto condannato a sei anni di pena.
Tutti gli altri componenti il gruppo d’azione – i quali peraltro avevano già goduto dell’applicazione dell’indulto da parte dell’autorità giudicante – rei di aver sequestrato, torturato e poi fatto scomparire l’imam egizio nel 2003, resteranno liberi e giocondi, grazie a un decreto ministeriale del gennaio 2000 e alle conseguenti circolari in materia che avrebbero consolidato la prassi di non richiedere l’estradizione dei soggetti condannati a pene inferiori ai quattro anni.
Insomma non sono trascorsi invano questi ultimi mesi, passati alla ricerca del cavillo giuridico idoneo a mascherare la sudditanza della “Repubblica Italiana” al padrone d’oltreoceano.
Buon Natale da Paola Severino. congedatasi con merito.
Federico Roberti

Il ministro Severino deciderà a sua discrezione

Ci scappa da ridere…

Roma, 19 settembre – Con le condanne definitive pronunciate oggi dalla Cassazione nei confronti dei 23 agenti CIA imputati per il sequestro di Abu Omar, torna alla ribalta il nodo della loro estradizione. Una richiesta in tal senso non è stata avanzata dai precedenti ministri della Giustizia e, molto probabilmente, il guardasigilli Paola Severino si troverà a breve a valutare la questione.
L’iter procedurale non è particolarmente breve: dalla Suprema Corte, tra stasera e domani, verrà inviato alla procura generale di Milano il fax con il dispositivo della sentenza, per la cui esecutività si muoveranno i magistrati milanesi. Saranno loro, dunque, che presumibilmente torneranno a sollecitare l’estradizione dei 23 agenti dagli Stati Uniti. Il ministro, da parte sua, stando a quanto prevede il codice di procedura penale, deciderà a sua discrezione se inoltrare o meno la richiesta.
(AGI)

Ma quando mai!

Milano, 15 dicembre – La terza Corte d’appello di Milano, con la sua sentenza ha confermato anche il risarcimento di 1,5 milioni di euro, per l’ex Imam Abu Omar e per sua moglie. In particolare, i giudici hanno confermato il risarcimento di 1 milione di euro per Abu Omar, assistito dall’avvocato Carmelo Scambia, e di 500 mila euro per sua moglie, assistita dall’avvocato Luca Bauccio. I giudici, però, a differenza del primo grado, hanno escluso la condanna al risarcimento nei confronti dell’ex Imam e della moglie per i due funzionari del SISMI Luciano Seno e Pio Pompa. Il risarcimento, dunque, resta a carico dei 23 agenti della CIA condannati oggi.
(ANSA)

Il caso Abu Omar secondo il pm Armando Spataro

In occasione della pubblicazione di Ne valeva la pena, libro che ha come spina dorsale l’inchiesta sul caso Abu Omar, l’imam egiziano sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003 dalla CIA in accordo con esponenti dei servizi segreti italiani, Raffaella Calandra ha intervistato il pubblico ministero Armando Spataro.
L’intervista è qui.