Status Of Force Agreement (SOFA)

A proposito di Irak, e non solo…

“Quando devono chiedere il permesso per costruire una o più basi militari in un paese straniero, gli Stati Uniti prima negoziano un contratto fondamentale, che in genere ha lo scopo di stabilire un’ «alleanza» con la controparte.
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Concluso questo accordo preliminare, gli Stati Uniti passano a negoziare un Accordo sullo status delle forze armate (SOFA), che ha essenzialmente lo scopo di concedere a qualsiasi militare americano presente nel paese ospite la massima immunità possibile nei confronti delle leggi locali. Il sistema giuridico di alcuni di questi paesi «ospiti» non è meno sofisticato del nostro, cosicché è improbabile che degli americani possano essere seriamente puniti dalle forze dell’ordine o dai tribunali locali. Il SOFA, però, concede ai soldati americani, ai dipendenti delle società appaltatrici, ai dipendenti civili del dipartimento della Difesa, tutta una serie di privilegi particolari di cui i normali cittadini di quel paese o i forestieri non americani non godono. Nel solco della grande tradizione dell’«extraterritorialità», inaugurata nel XIX secolo dal colonialismo occidentale, questi trattati non prevedono quasi mai la reciprocità; in altre parole, il SOFA concede agli americani privilegi che non valgono per i cittadini dell’altro paese sul territorio degli Stati Uniti. La principale eccezione è costituita dal SOFA fondativo della NATO, che invece prevede la reciprocità. Per il personale militare di un paese NATO attivo sul territorio USA dovrebbero valere gli stessi diritti e benefici concessi alle truppe americane in Europa.
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I SOFA non sono, di per sé, accordi che diano accesso al territorio o consentano la creazione di basi. L’articolo 6 del trattato di sicurezza nippo-americano, ad esempio, dice semplicemente: «Al fine di contribuire alla sicurezza del Giappone e al mantenimento della pace e della sicurezza in Estremo Oriente, si concede alle forze americane di mare, d’aria e di terra l’utilizzo di strutture e zone sul territorio giapponese. L’utilizzo di queste strutture e aree e lo status delle forze armate americane in Giappone saranno regolati da un accordo separato». I SOFA sono appunto questi accordi separati che enunciano ciò che la nazione ospite consente di fare agli Stati Uniti sul proprio territorio.
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Il SOFA a fondamento della NATO e gli accordi con i singoli paesi europei non contengono esenzioni dalle responsabilità nell’inquinamento ambientale e acustico, ed è sicuramente per questo che il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld vuole spostare le basi americane dalla Germania nei paesi della «nuova Europa», cioè in quei paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica che sono abbastanza poveri e disperati – almeno per ora – da permettere agli Stati Uniti di inquinare quanto vogliono, gratuitamente, nella speranza di ricavarne almeno qualche beneficio economico.
I SOFA tolgono, di fatto, la questione dell’arrivo e della partenza degli americani dalle mani dei paesi ospiti, il che, ovviamente, conferisce al termine «ospite» un nuovo e curioso significato. L’articolo 9.2 del SOFA sottoscritto dal Giappone è esemplare, in questo senso. «I membri delle forze armate degli Stati Uniti», afferma, «non sono tenuti al rispetto di leggi e regolamenti riguardanti passaporti e visti.» Ciò significa che i militari americani accusati di crimini commessi in Giappone hanno potuto, in alcuni casi, lasciare in tutta fretta il paese senza incontrare ostacoli legali, e senza che i giapponesi potessero farci alcunché.
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I SOFA, comunque, sollevano molti altri problemi assai complessi. Per limitarci a pochi esempi, si pensi alle vaste superfici di terra preziosa che gli Stati Uniti hanno preso in affitto gratuito in paesi «poveri di terra» come il Giappone; al fatto per cui né le leggi sul lavoro locali né quelle americane proteggono i lavoratori del posto operanti all’interno delle nostre basi; al fatto che i funzionari doganali dei paesi ospiti non hanno autorità sul materiale americano che entra sul suo territorio.
Tuttavia, il problema senz’altro più sentito dalle popolazioni dei paesi che ospitano le nostre basi è quello della giurisdizione civile e penale. Nelle questioni civili – ad esempio, nel caso di danni causati da militari americani fuori servizio alla guida delle loro auto – il SOFA prevede in genere che il danno sia da determinare e da risarcire, al punto che spesso si richiede ai nostri soldati di stipulare un’assicurazione contro eventuali danni a beni o persone. Nel caso di reati da codice penale, i vari SOFA prevedono misure diverse, ma conferiscono perlopiù la giurisdizione agli Stati Uniti, qualora il reato sia stato commesso da un soldato contro un altro o mentre il colpevole era impegnato nello svolgimento delle proprie mansioni. In presenza di accuse diverse, l’autorità resta di solito nelle mani della nazione ospite.
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I SOFA sottraggono piuttosto esplicitamente ai paesi ospiti la rispettiva sovranità, il che spiega come mai sia sempre stato più facile imporli a paesi sconfitti o occupati, come la Germania e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale e la Corea del Sud dopo la guerra del 1953, o estremamente deboli e dipendenti, come Ecuador e Honduras. Questi accordi, però, sebbene tentino di regolarizzare le relazioni internazionali dell’impero militare americano, spesso a suo esclusivo vantaggio, e siano spesso volontariamente rispettati dai governi alleati, satelliti o dipendenti, introducono anche fattori che a lungo termine generano lo scontento e la protesta popolare nei confronti dell’impero. I SOFA non possono che dar luogo a dispute politiche esplosive quando le leggi americane e le aspettative delle truppe USA creano un clima di impunità nella nazione ospite. Lo sdegno, allora, è spesso innescato da semplici differenze di cultura giuridica.
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Nel 1957, secondo la rivista «Time», erano in vigore «più di» quaranta SOFA «concepiti per legalizzare lo status dei 700.000 militari USA dislocati in paesi amici». Nell’aprile 1996 il dipartimento di Stato disse che avevamo sottoscritto accordi sullo status delle forze armate con cinquantatré paesi. Prima dell’ 11 settembre 2001, gli Stati Uniti riconoscevano di avere stretto accordi del genere con novantatré nazioni, sebbene in alcuni paesi, soprattutto nel mondo islamico, vengano tenuti segreti in quanto fonte di grave imbarazzo. Poiché, però, dalla metà degli anni Novanta l’impero di basi americano ha continuato a espandersi, il vero numero di SOFA in vigore è ignoto all’opinione pubblica.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 225-233.
[Grassetti nostri]

Comunicazione di Servizio

Le statistiche del blog rivelano un crescente interesse per gli accordi bilaterali che regolano la permanenza e lo status economico-giuridico di truppe ed installazioni USA-NATO sul territorio italiano.
Più che comprensibile, alla luce degli ultimi sviluppi giudiziari e politici del caso Dal Molin.
Ebbene, vi annunciamo che la prossima settimana pubblicheremo il testo completo dello Shell Agreement del 1995. Per quanto riguarda il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, se “qualcuno” l’avesse mai visto, ci faccia un fischio. 

Li chiamano accordi

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Il tema degli accordi bilaterali siglati tra l’Italia, gli Stati Uniti e la NATO per regolare lo status giuridico-economico delle basi militari presenti sul territorio italiano è assai complesso e controverso.
A partire dalle clausole segrete contenute nella Convenzione d’armistizio del 3 settembre 1943 e del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.
Il Decreto del Presidente della Repubblica n. 2083 del 18 settembre 1962 ha reso esecutivo il trattato tra Italia e NATO sulle particolari condizioni di installazione e funzionamento nel territorio italiano dei Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE), ossia i quartieri generali interalleati. Esso fu firmato a Parigi il 26 luglio 1961 e riconosce una serie di immunità ai beni immobili e mobili, ed al personale militare di rango elevato, nonché varie esenzioni ed agevolazioni di carattere fiscale e doganale. Niente di trascendentale a dire il vero, il che potrebbe dar credito a coloro che sostengono l’esistenza di un’altra versione del trattato, tuttora sconosciuta.
L’accordo principale è comunque il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) firmato il 20 ottobre 1954 dal ministro Scelba e l’ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce. Un testo mai ratificato dal Parlamento, in palese violazione della Costituzione, e probabilmente destinato a rimanere segreto dal momento che non può essere desecretato unilateralmente dal governo italiano, il quale comunque non sembra affatto intenzionato a farlo.
Il Memorandum d’intesa tra i governi di Italia e Stati Uniti del 2 febbraio 1995, detto Shell Agreement, si articola in cinque articoli e due annessi che si limitano a ribadire la cooperazione militare con gli Stati Uniti. L’accordo, reso pubblico dopo la strage del Cermis del 1998 su richiesta degli inquirenti, rimanda ogni questione specifica ad “accordi tecnici negoziati per ciascuna installazione e/o infrastruttura”, i cosiddetti technical attachments, e quindi cosa ci sia nelle basi e che attività vi si svolgano sono dati che continuano a rimanere segreti. Infine, sebbene il Memorandum disponga che le strutture delle basi siano ufficialmente sotto controllo italiano, che il Comandante USA informi preventivamente le autorità italiane su ogni movimento di armi e personale e qualunque problema o inconveniente si verifichi, il pieno controllo sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni permane in capo agli Stati Uniti, senza che vi siano sanzioni per la violazione di queste disposizioni.
Alla famiglia degli accordi bilaterali negoziati per regolare il funzionamento di singole installazioni appartiene quello firmato il 16 settembre 1972 dal governo Andreotti a proposito della base navale statunitense sull’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna. Secondo il “Briefing Paper on La Maddalena: a key site for sixth fleet Tomahawk Cruise Missile” degli analisti William Arkin e Joshua Handler pubblicato nel 1988, basato su documenti ufficiali declassificati, in questa che è una delle aree naturalistiche più belle del mondo erano depositati ordigni nucleari. Non sulla terra ferma però ma nella nave Emory Land ormeggiata alla base, fra l’altro frequentata da numerosi sottomarini nucleari. Da La Maddalena gli statunitensi se ne sono definitivamente andati – dopo trentacinque anni – lo scorso 29 settembre 2007, lasciando una montagna di problemi sanitari e di inquinamento, probabilmente provocati dagli incidenti verificatisi ai sommergibili di passaggio (l’ultimo nel 2003 al Hartford, causa della immediata rimozione dei dirigenti della base). Gli istituti di ricerca operanti nell’area hanno da una parte rilevato significative tracce di plutonio radioattivo, dall’altra percentuali di incidenza dei tumori molto più elevate rispetto alla media italiana.
La conclusione che legittimamente è possibile trarre è che gli accordi bilaterali rendono le basi USA-NATO sostanzialmente sovrane, enclavi che come San Marino e la Città del Vaticano godono dell’extraterritorialità (de jure o de facto, fa ben poca differenza) ma che rispetto a queste ospitano anche armi di distruzioni di massa: per la precisione, 50 testate nucleari nella base di Aviano in provincia di Pordenone e 40 in quella di Ghedi-Torre in provincia di Brescia. Tutte del tipo B-61, con potenza variabile fra i 45 ed i 107 kilotoni, che non si prestano ad essere montate su missili ma possono essere sganciate dai cacciabombardieri.
Anche per il dispiegamento di armi atomiche, esiste un accordo – segreto e mai sottoposto all’esame del Parlamento – tra Italia e Stati Uniti: si chiama Stone Ax (Ascia di Pietra) ed è stato firmato tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Lo Stone Ax è stato rinnovato nel 2001 (precisamente l’11 settembre…), ma la sua esistenza è venuta alla luce solo nel 2005. Ad esso si affiancherebbero un Programma di cooperazione – in cui si stabiliscono le unità speciali italiane che si devono addestrare all’uso eventuale delle armi nucleari ed i tipi di armi che gli Stati Uniti assegnano all’utilizzo delle forze armate nostrane – ed un Accordo sui depositi nucleari – che stabilisce la loro dislocazione, la ripartizione dei costi e che le armi in essi contenute sono custodite da militari statunitensi mentre la sicurezza esterna dei depositi è a carico dell’Italia. Entrambi ugualmente segreti.
Dopo la scomparsa della minaccia – sempre che fosse mai stata tale – sovietica, pare che siano stati proprio i governi dei Paesi europei, ed in particolare quello italiano, ad insistere per continuare a godere di un ombrello nucleare, nonostante gli Stati Uniti oggi siano in grado di colpire con missili lanciati dal loro territorio qualsiasi obiettivo nel raggio di azione dei bombardieri stanziati in Europa. Questo per non perdere peso (ma quale?, vien da chiedersi) in ambito NATO. E fortuna che il nostro paese ha aderito ai programmi per la non-proliferazione delle armi atomiche, oltre – come è ben noto – ad aver ripudiato la tecnologia nucleare per uso civile.