Sigonella, 11 ottobre 1985

pennisi

“Ecco… l’aeroporto militare.
Notò immediatamente una situazione particolare. La presenza di mezzi militari dei carabinieri e della aeronautica militare in numero rilevante, militari in assetto di guerra, tiratori scelti, una eccitazione evidente nei visi, nelle parole, negli atteggiamenti, nei movimenti delle persone.
La gran parte delle persone sconosciute.
Ufficiali dell’Arma, ufficiali della Aviazione, militari in mimetica, qualche persona in borghese dagli atteggiamenti furtivi. Gli unici che non vennero incontro a salutare il magistrato di turno che arrivava!
(…)
Continuava, quasi incredulo, a notare presenze di militari dell’Arma di diversi Comandi della Provincia. Uomini da Lentini, Carlentini, Villasmundo, Augusta, Sortino, Solarino, Melilli. Una vera e propria mobilitazione generale.
La postazione di lavoro venne stabilita presso l’Ufficio del comandante della Stazione Carabinieri.
Erano presenti i principali responsabili militari. Gli riferirono che l’aereo era fermo sulla pista circondato da militari, carabinieri ed avieri, italiani che, a loro volta, erano stati circondati da militari americani della Delta Force sbarcati da due C141.
Una dopo l’altra le notizie si susseguivano. Piccoli ordigni destinati a divenire una raffica di esplosivo mortale.
Gli venne riferito che a bordo dell’aereo vi erano i quattro palestinesi. I quattro terroristi che avevano sequestrato la Achille Lauro. I quattro che erano stati fermati dalle autorità egiziane a bordo della nave e che erano stati fatti salire a bordo dell’aereo per essere portati in Tunisia, unico Paese che si era detto disposto a riceverli.
Inoltre un non meglio specificato diplomatico egiziano che li accompagnava nel tragitto verso Tunisi, l’equipaggio dell’aereo, ed un paio di altre persone con compiti di sicurezza.
E nessun altro.
Gli ribadirono che si era trattato di un atterraggio forzato, determinato dall’intervento di caccia americani che avevano intercettato quel velivolo e costretto ad atterrare a Sigonella.
(…)
Ora sapeva quale fosse il suo compito: prendere in consegna le persone indicate come “i quattro sequestratori della Achille Lauro”, ed accertare se veramente si trattasse di loro.
(…)
Bisognava stare calmi, senza farsi prendere la manoda una situazione in cui le esigenze politico-diplomatico-militari, certamente rilevanti, potevano rischiare di far passare in secondo piano quelle più squisitamente investigative e processuali per le quali si trovava in quel posto.
Decise, a quel punto, di controllare direttamente la situazione.
Così come era abituato a fare sempre, e così in quella occasione, nonostante la visibile perplessità dei presenti.
(…)
La sagoma che fuoriusciva parzialmente dalla fusoliera attraverso il portello era quella di un uomo, dai capelli molto scuri e folti. Attorno all’aereo vi erano carabinieri ed avieri con le armi corte e lunghe di ordinanza. Poi pochi veicoli militari italiani ad una certa distanza.
Altro non si vedeva.
“E se entrassimo e vedessimo che c’è dentro?”, disse al maresciallo che lo accompagnava.
“Non è prudente dottore” rispose il sottufficiale, “non è come sembra, ci sono gli altri”.
“Ma dove sono?” si domandò, mentre rifletteva sul tono particolare di quella affermazione.
Era la pura e semplice, seppur non condivisibile, preoccupazione che, da sempre, alberga nell’animo dell’essere umano nei confronti del “diverso”.
I “diversi” cui si faceva riferimento non erano quelli dentro l’aereo, ma quelli attorno all’aereo, e non certo i militari italiani, bensì coloro che li avevano circondati. Era a loro che si riferiva il maresciallo, perché erano loro che, secondo il pensiero ormai diffuso nella base militare, rappresentavano in quel momento il più serio problema, il più concreto pericolo. Secondo quel pensiero, anche la più leggera incomprensione tra uomini avrebbe potuto determinare uno scontro a fuoco i cui effetti sarebbero andati ben al di là dei ristretti limiti di quella base. E, per di più, tra truppe di Paesi amici, alleati, legati alla stessa cultura se non forse alle medesime tradizioni.
(…)
Gli pareva che già si fosse creata una divaricazione tra se stesso e tutti gli altri che erano nella base.
Per loro il problema più grosso era rappresentato dalla presenza degli americani.
Certo, un problema serio, ma sentiva che non sarebbe stato di difficile soluzione, forse proprio perché la sua entità era così enorme che il suo stesso peso lo avrebbe sopraffatto.
La presenza di militari in armi nel suolo di un Paese alleato non era cosa che avrebbe potuto durare, proprio per la sua così ingombrante evidenza.
(..)
Ed, in realtà, a ben vedere, arrivando sul posto non sarebbe toccato a lui affrontare e risolvere, come di fatto avvenne, la questione della presenza dei militari americani che, tra l’altro, al suo arrivo non avrebbero neppure dovuto esserci, essendo al di fuori di ogni logica di sovranità nazionale che un corpo armato di uno stato estero si presenti ed operi nel territorio nazionale ponendo in essere una vera e propria azione di guerra ed, addirittura, cercando di dettare condizioni.
Minacciando con le armi militari dello stato sovrano nell’esercizio delle loro funzioni.”

Da Il mistero di Sigonella. Dal diario del Pubblico Ministero, di Alessandra Nardini e Roberto Pennisi, Giuffrè Editore, pagine 16-22 e 27.
Roberto Pennisi, catanese, magistrato dal 1978, descrive le ore trascorse nella base militare di Sigonella in qualità di Pubblico Ministero di turno della Procura di Siracusa, dopo il dirottamento da parte dei caccia USA dell’aereo egiziano che trasportava i sequestratori della motonave Achille Lauro.
[grassetto nostro]

Quando i Carabinieri circondarono le Delta Force

Abu Omar come l’Achille Lauro?

achillelauro

Il “caso Abu Omar”, ossia la vicenda del rapimento, a Milano ed in pieno giorno, del predicatore integralista islamico da parte di un commando della CIA, presenta caratteristiche di simmetria e specularità con un caso ancora più clamoroso, conseguenze incluse, che appassionò il mondo ventiquattro anni fa, il sequestro della nave Achille Lauro.
Ricordiamolo per sommi capi.
Il 7 ottobre del 1985, un gruppo di palestinesi armati nascosti a bordo sequestra l’ ammiraglia della flotta turistica italiana, appena salpata da Alessandria d’Egitto, con tutto l’equipaggio e 450 passeggeri a bordo, di varie nazionalità. A quale scopo, ci si chiede subito…? Allo scopo, rispondono i sequestratori, che Israele liberi 52 detenuti palestinesi: viceversa, l’Achille Lauro salterà in aria. Figuriamoci.
Un curioso sistema, da parte di un commando terrorista ritenuto “vicino” al Fronte di Liberazione Popolare, di ottenere lo scopo: attaccando militarmente cioè, nel piroscafo (che ne fa parte integrale ai fini del diritto di navigazione) il territorio di un paese naturalmente amico della causa palestinese; e per di più allora guidato da un governo “Craxi-Andreotti” che ancor oggi il sito “liberali per Israele” designa ingiustamente come “amico dei terroristi”. Che tale non era affatto, naturalmente: ma bensì desideroso di contribuire alla pace in Medio Oriente, risolvendolo alla stregua delle risoluzioni ONU che prevedono la costituzione di uno Stato Palestinese sulle terre occupate da Israele durante l’attacco bellico del giugno 1967, Cisgiordania in primis. E in questa chiave aveva accolto in Italia, con protocollo da Capo di Stato incluso discorso in Parlamento, Yasser Arafat nel 1983.
Agli occhi di qualcuno, una colpa imperdonabile…
Bene, dopo due giorni di sequestro, e di frenetiche trattative triangolari fra Italia, Egitto, OLP di Arafat e Abu Abbas capo del FLP residente in Egitto, al quale gruppo risulta aderente l’autolesionista commando di sequestratori, gli stessi cedono: otterranno un salvacondotto per giungere in Italia ove saranno giudicati dalla giustizia italiana, perché i ponti, le cabine, la tolda di una nave italiana sono territorio nazionale a tutti gli effetti. Garanti della mediazione con il governo italiano sono il Presidente egiziano Hosni Mubarak ed il capo dell’OLP Yasser Arafat, che ne rispondono alle opinioni arabe se qualcuno tradisse il compromesso stesso.
Il 9 ottobre il commando abbandona la nave, non senza aver firmato la provocazione con un delitto gratuito ed odioso, solo apparentemente “inutile”: l’assassinio a sangue freddo, e senza giustificazione di alcun tipo, di un solo passeggero. Leon Klinghoffer, un crocerista paralitico di appartenenza ebraica, con passaporto USA.
La vicenda, fin qui solo “drammatica”, allora assume di colpo un profilo “tragico” ed emozional-mediatico che ribalta completamente quello “solo” giuridico: ai fini del quale invece, non cambia nulla; solo un altro reato, il più grave peraltro (l’omicidio in forma abbietta), si aggiunge alla lista di quelli addebitabili al commando in sede penale. E coinvolge, insieme dalla stessa parte, Stati Uniti e Israele contro l’Italia: perché il governo, ad onta dello scandalo, intende mantener dritta la barra del compromesso stipulato con garanti così autorevoli che rischierebbero grosso in caso opposto. “Bruciare” politicamente Mubarak ed Arafat agli occhi arabi – come responsabili di un accordo tradito dall’ Italia, che dovrebbe, negli intenti israelo-USA, consegnare loro i sequestratori – lo Stato italiano questo non può farlo.
A questo punto entrano in scena i “diversori” per linee interne: Continua a leggere

Quando i Carabinieri circondarono le Delta Force

carabinieri a sigonella“La telefonata, allora non esistevano i cellulari, gli arrivò a casa, alle due di notte: «Dottore, deve venire. E’ atterrato un aereo…». Roberto Pennisi era il sostituto procuratore di turno, a Siracusa. Si vestì, aspettò l’auto dei carabinieri e si mise in viaggio. Un’ora per arrivare a Sigonella. Entrò nella base, vide l’aereo, i militari americani che circondavano il velivolo, i carabinieri che circondavano a loro volta i militari a stelle e strisce. E per ventiquattr’ore fu testimone e protagonista nello stesso tempo dell’epilogo della drammatica vicenda dell’Achille Lauro, con la consegna dei quattro terroristi palestinesi, autori del sequestro e dell’omicidio del cittadino americano Leon Klinghoffer, ebreo.
Va bene, sono passati ventiquattr’anni dal dirottamento della nave da crociera italiana. I quattro colpevoli hanno scontato la pena. Anche il capo del commando, Youssef Maged al Molky, ha lasciato l’Italia, il primo maggio scorso, destinazione Damasco (lui non voleva andarci, convinto che sarebbe stato eliminato). Ma ancora oggi, nell’immaginario collettivo, quella vicenda viene tramandata come l’esempio di un Paese che mostrò gli attributi, che, per la prima volta, non si piegò ai desiderata degli alleati americani. Ancora adesso, e l’ultimo in ordine di tempo è stato Walter Veltroni, si ricorda lo «statista» Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che seppe dire no a Ronald Reagan. «Di cosa può andar fiera una nazione – si domanda oggi il magistrato – che prende per i fondelli se stessa?».
Un grande inganno. Roberto Pennisi e Alessandra Nardini hanno raccolto in un libro, che uscirà a settembre – «Il mistero di Sigonella» (Giuffrè editore) -, i fatti accaduti in quell’arco di tempo di ventiquattr’ore. La testimonianza di Pennisi propone un’altra storia, che sintetizza così: «In quelle ventiquattr’ore si consumò una doppia privazione della sovranità nazionale del nostro Paese, sia da parte degli alleati americani – la limitazione in quel caso la subimmo – che degli interlocutori arabo-palestinesi, e in quel caso l’accettammo. Sia chiaro, posso pure capirne le ragioni, ma non posso giustificarle».
Questa privazione di sovranità ha a che fare con l’autonomia e la competenza della magistratura penale per i fatti criminali, messe in discussione: «In quelle ventiquattr’ore – spiega Pennisi – il pm doveva applicare la legge. E solo parzialmente è riuscito a farlo. Doveva individuare i responsabili del reato e assicurarli alla giustizia. E ciò non è avvenuto, perché non è riuscito a impedire che qualcuno dei sospettati, munito di salvacondotto, lasciasse il nostro Paese». Non solo, Pennisi avrebbe dovuto perseguire anche gli alleati americani, protagonisti di un dirottamento aereo, il velivolo egiziano doveva raggiungere Tunisi, dell’ingresso di un manipolo di militari, la Delta Force, in armi sul suolo italiano. E anche di sequestro di persona, i passeggeri del velivolo egiziano. Ma evidentemente non lo fece per motivi di opportunità: «Del resto, senza l’intervento americano come avremmo potuto arrestare i sequestratori?».
(…)
La suggestione è forte, e Pennisi accenna a un parallelismo con le antiche vicende palermitane tornate d’attualità in queste ore: «A questo punto che differenza c’è tra la trattativa con gli americani e i palestinesi e la trattativa con Cosa Nostra? Perché non si trattava anche con la mafia di evitare altre stragi?».
Naturalmente, la sua è un’osservazione paradossale. E però affonda la lama, Pennisi: «Se l’Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il nostro territorio in armi. Nessuno avrebbe mai neppure immaginato di fare ciò che è successo a Sigonella in Paesi quali la Francia, l’Inghilterra, persino la Spagna. E non è stata forse violazione la mancata possibilità di applicare la legge?».”

Da Il giallo di Sigonella, 24 ore per un inganno di Guido Ruotolo.
[grassetto nostro]

Sigonella, 11 ottobre 1985