Il quarto uomo del delitto Moro

L’introduzione dell’ultimo libro di Sergio Flamigni, pubblicato da Kaos Edizioni, che il parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, sulla P2 e Antimafia, ha dedicato all’enigma del brigatista Germano Maccari.

“La II Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro (2014-2017) ha accertato tre dati di fatto di estrema gravità sul sequestro e l’uccisione del presidente della DC.
Il primo è che subito dopo la strage di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi in fuga con l’ostaggio si rifugiarono in uno stabile di via Massimi 91 di proprietà dello IOR (la banca vaticana). Dunque non ci furono trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo, né la successiva tappa nel sotterraneo del grande magazzino Standa dei Colli Portuensi, e men che meno l’approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini, come sostenuto dalla menzognera versione ufficiale dei terroristi assurdamente avallata dalla magistratura.
Il secondo dato accertato dalla II Commissione parlamentare Moro è che anche le modalità dell’uccisione del presidente DC raccontate dai terroristi – all’interno del box auto di via Montalcini, nel baule dell’auto Renault 4 rossa, con 11 colpi, alle ore 6-7 del mattino – sono una sequela di menzogne. Le vecchie e le nuove perizie hanno infatti definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l’orario del delitto indicato dalla versione brigatista.
Il terzo dato di fatto è che la “verità ufficiale” sulla prigionia e sull’uccisione di Moro in via Montalcini – originata dal “memoriale Morucci”, poi confermata da altri ex brigatisti, e avallata da un paio di magistrati – è stata confezionata in carcere con la regia del servizio segreto del Viminale (SISDE) e la fattiva collaborazione di settori della DC. Si è trattato cioè di una vera e propria operazione politica e di intelligence, dopo la quale gli ex terroristi hanno ottenuto i promessi benefici penitenziari e la semilibertà. In proposito, le risultanze della Commissione parlamentare sono inequivocabili: «Il memoriale [Morucci] presenta le caratteristiche formali e compositive di un elaborato interno agli apparati di sicurezza, che dunque non possono essere ritenuti a priori estranei alla composizione del testo… La costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro appare legata all’azione di una pluralità di soggetti, che operarono attorno al percorso dissociativo di Morucci: i giudici istruttori Imposimato e Priore, il SISDE, alcune figure di rilievo della politica e delle istituzioni».
Del resto, i particolari rapporti del SISDE col terrorista dissociato Valerio Morucci, supportati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria con la benedizione dell’allora Presidente del Senato e poi Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (già ministro dell’Interno durante il sequestro Moro), erano finalizzati proprio a confezionare una versione di comodo per coprire quelle “verità indicibili” di connivenze e complicità all’interno dei servizi di sicurezza e dei poteri occulti, nazionali e esteri, che hanno accompagnato la preparazione e l’attuazione del delitto Moro. Non a caso Morucci, anni dopo la detenzione, verrà assunto da una società privata di intelligence (la G Risk srl) di proprietà dell’ex colonnello dei Carabinieri e ex dirigente dei Servizi segreti Giuseppe De Donno, e amministrata dal generale dei Carabinieri Mario Mori ex capo del SISDE – plastica saldatura fra un ex capo brigatista e gli ex vertici dei Carabinieri e dei Servizi.
Il procuratore generale della Corte d’appello del Tribunale di Roma, Enrico Ciampoli, con la requisitoria dell’11 novembre 2014 aveva già smentito la versione del duo Morucci-Moretti circa la dinamica dell’agguato e della strage. Secondo la versione brigatista, i terroristi in via Fani avrebbero sparato tutti e solo da sinistra, mentre per la Procura generale «il caposcorta dell’on. Moro [maresciallo Oreste Leonardi, nda] fu ucciso inequivocabilmente da destra, come d’altronde conferma la perizia balistica. Quindi, oltre ai 4 brigatisti di cui parlano Morucci e Moretti…, c’era necessariamente un quinto sparatore. Un killer solitario, posizionato a destra, la cui presenza, con alta probabilità, non fu neppure percepita dal caposcorta dell’on. Moro, se è vero che il suo cadavere venne ritrovato “in posizione rilassata e serena”».
I tre dati di fatto accertati dalla II Commissione parlamentare, in pratica, smentiscono la versione ufficiale del delitto Moro dall’inizio (la fuga con l’ostaggio fino in via Montalcini) alla fine (l’uccisione del prigioniero nel box auto di via Montalcini con trasporto del cadavere nel centro di Roma), e confermano che il sequestro del Presidente della DC è rimasto un delitto senza verità. Infatti non c’è nessuna certezza sul luogo (o i luoghi) dove Moro fu tenuto segregato per quasi due mesi, né si sa chi, come e perché lo abbia ucciso. E si tratta di tre questioni – Moro nella fantomatica prigione di via Montalcini, le modalità della sua uccisione, e il castello di menzogne confezionato dal quartetto Morucci-Moretti-destra DC-SISDE – che delineano il contesto in cui si colloca l’enigmatica figura del brigatista Germano Maccari.
Secondo l’ex capo brigatista Moretti, Maccari sarebbe stato presente nel covo di via Montalcini con lo pseudonimo di “Luigi Altobelli” come finto marito dell’intestataria dell’appartamento-covo Anna Laura Braghetti. A detta del trio Faranda-Morucci-Moretti, Maccari sarebbe stato uno dei carcerieri di Moro durante tutti i 55 giorni della prigionia, avrebbe collaborato all’uccisione dell’ostaggio, e avrebbe partecipato poi al grottesco trasporto del cadavere fino in via Caetani la mattina del 9 maggio 1978. La vera identità dell’Altobelli di via Montalcini restò coperta per un quindicennio, fino all’estate del 1993: cioè fino a quando l’ex capo brigatista Mario Moretti, nel ruolo di delatore interessato, decise di permettere l’individuazione e l’arresto di Maccari.
La vicenda che ha avuto come protagonista Germano Maccari è un compendio delle ambiguità, delle menzogne, delle omertà, delle oscurità, del criminale cinismo e delle “verità indicibili” che hanno caratterizzato le sanguinarie BR morettiane e che hanno scandito la strage di via Fani e il delitto Moro. Ed è una vicenda che rende vieppiù inverosimile la versione brigatista, assurdamente avallata dalla magistratura, sulla prigionia e sull’uccisione dello statista democristiano.”

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