Una questione essenzialmente politica

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“Ora, è vero che qualcosa è realmente cambiato nelle imprese e attorno a esse dai tempi dell’ingegner Adriano; però si tratta di qualcosa che le obiezioni citate, e altre cento consimili, non sfiorano nemmeno. Ciò che è cambiato è la concezione stessa dell’impresa, le ragioni sociali della sua esistenza. Senza dimenticare che per un’impresa capitalistica la finalità ultima è la valorizzazione del capitale, va riconosciuto che per buona parte del Novecento, e per almeno trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale, non mancarono le imprese che tra i loro scopi principali collocavano la produzione di beni e servizi innovativi; l’aumento del fatturato e del numero dei dipendenti; l’offerta di buoni salari e condizioni di lavoro, insieme con il mantenimento di relazioni industriali soddisfacenti per le due parti. E mentre agivano in tal modo, conseguivano pure elevati profitti. Negli anni Ottanta tale concezione dell’impresa venne rimpiazzata da un’altra, che vedeva nella massimizzazione del valore per gli azionisti l’unico scopo che un’impresa aveva il dovere di perseguire a scapito di ogni altro. È famosa al riguardo la battuta di Milton Friedman, il piú noto degli economisti neoliberali dell’epoca: «L’unico compito di un’impresa è quello di fare buoni affari».
L’irresistibile ascesa della nuova concezione fu sospinta da diversi fattori. Ma uno fu determinante; la crescita del patrimonio gestito in complesso dai cosiddetti «investitori istituzionali»: fondi comuni di investimento, fondi pensione, compagnie di assicurazione e altri tipi di fondi, gran parte del quale è costituito da azioni e obbligazioni emesse da imprese medie e grandi (tra parentesi: definire «investitori» tali attori economici è del tutto scorretto. Un investitore è uno che anticipa capitali al fine di creare un’attività che senza tale anticipazione non vedrebbe la luce. I movimenti di capitale dei suddetti fondi ecc. non perseguono alcun fine del genere: mirano quasi soltanto a realizzare plusvalenze speculative). Nel 1990 il patrimonio di tali cosiddetti investitori toccava i 10 trilioni di dollari; nel 2000 era triplicato; dieci anni dopo superava il Pil del mondo: oltre 60 trilioni di dollari.
Quali gestori di tale colossale patrimonio finanziario, gli investitori istituzionali perseguono, come s’è detto, un unico scopo: far rendere al massimo i capitali loro affidati da chi acquista le loro quote, a prescindere dalle modalità mediante le quali il rendimento viene conseguito. A tale scopo acquistano in genere una quota limitata – di rado superiore al 4-5 per cento – del pacchetto azionario di gran numero di differenti imprese, e da ciascuna pretendono un rendimento pari o superiore al 15 per cento annuo. Un cda di un’impresa può ignorare le pressioni in tal senso di uno o due investitori in possesso delle relative quote; tuttavia se essi cominciano a essere quattro o cinque, accade che o esso si adopera al più presto per soddisfarle, oppure il suo destino, se non anzi quello dell’intera impresa, è segnato.
Le conseguenze sul governo delle imprese sono state micidiali, non solo a causa delle pressioni esercitate dai «proprietari globali» – come sono stati chiamati gli investitori istituzionali, visto che posseggono la metà del capitale azionario complessivo del mondo – ma ancor più dell’urgenza a esse sottesa. Se un’impresa consegue profitti del 10 per cento, e gli investitori pretendono che essi salgano al 15 per cento a breve termine – cioè entro pochi mesi al più tardi – non esistono mezzi strutturali per soddisfare la richiesta, quali sarebbero aumentare l’investimento in ricerca e sviluppo, accrescere le vendite con nuove strategie commerciali, tentare di espandersi in nuovi Paesi, e simili. I mezzi atti a conseguire con rapidità notevoli aumenti del capitale azionario sono altri. Consistono nel riacquisto di azioni proprie, il che fa salire di colpo il loro prezzo o valore in quanto le rende più scarse sul mercato; in qualche sorta di fusione o acquisizione con altre società, eventualmente effettuata con un massiccio ricorso al debito, un’operazione che spinge gli analisti a mirabolanti previsioni sull’aumento del valore borsistico della nuova società, anche se in genere ciò si realizza solo per breve tempo dopo l’operazione; nel brusco licenziamento di alcune centinaia o meglio ancora migliaia di dipendenti, il che fa salire immediatamente il valore del titolo. Non da ultimo, consistono nella compressione sistematica e prolungata dei salari e delle condizioni di lavoro dei dipendenti, che include ogni mezzo possibile per ridurre il peso dei sindacati.
Un altro effetto perverso di simile «finanziarizzazione» del governo dell’impresa è stato sia l’astronomico aumento delle retribuzioni complessive degli alti dirigenti, sia la scomparsa del criterio della competenza e dell’esperienza nel reclutamento dei medesimi. Una volta stabilito che nel governo di un’impresa la priorità massima deve essere assegnata all’aumento del suo valore azionario in borsa, ne segue che per scegliere un manager il requisito primo deve essere la sua capacità di far crescere tale valore, non già la sua competenza nel produrre un determinato complesso di beni o servizi. Con il volenteroso aiuto dei manager, sempre ben disposti a votare nei comitati aziendali istituiti per stabilire il compenso degli alti dirigenti l’aumento del medesimo a favore di qualche collega, con il sottinteso di ricevere al momento giusto lo stesso favore, i relativi compensi sono schizzati alle stelle.
(…)
Senza tuttavia che venisse quasi mai meno l’impegno del dirigente in parola a comprimere diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro, a emarginare i sindacati, a delocalizzare produzioni all’estero al fine, più ancora che di conseguire economie di produzione, di disciplinare i lavoratori ancora occupati in patria – nessuno sa fino a quando. Numerosi saggi pubblicati dal 2008 a oggi documentano con innumeri dati l’irresistibile marcia parallela della massimizzazione del valore per gli azionisti e la minimizzazione delle condizioni di lavoro dei dipendenti.
Per tornare alla Olivetti di Ivrea negli anni Cinquanta. La sua responsabilità sociale si esprimeva in salari elevati, un’organizzazione del lavoro rispettosa della persona sulle linee di produzione e montaggio, significative riduzioni d’orario (la Olivetti fu la prima impresa italiana a introdurre, nel 1957, il sabato interamente festivo), massima libertà di espressione e movimento per i sindacati (anche se l’ingegner Adriano non amava la Cgil, che lo considerava un padrone come gli altri), e un’assoluta stabilità dell’occupazione, anche durante la mezza crisi del 1952-53. A ciò si aggiungevano prestazioni da stato sociale scandinavo: scuole interne di formazione per i giovani, case per i dipendenti, ambulatori, asili e colonie per i loro figli, assistenza sociale in caso di bisogno, biblioteche. Che cosa dunque impedisce a un’impresa del presente di riprodurre almeno in parte quella situazione così socialmente responsabile?
(…)
Molto bene, direbbe a questo punto un raro ad convinto a metà dagli argomenti di cui sopra: resta il fatto che il passaggio a un governo dell’impresa orientato a una maggior responsabilità sociale sarebbe comunque ostacolato dal fatto di avere sempre addosso la pressione della proprietà, in specie degli investitori istituzionali. È un’osservazione di peso. Tuttavia anche in questo caso la storia della «fabbrica» di Adriano Olivetti suggerisce forse qualcosa su cui riflettere. Se la proprietà ha il diritto di appropriarsi totalmente del valore aggiunto dell’impresa, compreso quello fittizio derivante da un aumento del valore delle azioni artificiosamente provocato, e nel contempo di disinteressarsi non meno totalmente di quello che succede ai dipendenti, ciò non è dovuto a qualche ferrea legge dell’economia. Avviene perché sta scritto in varie forme nella legge sulle società in vigore. Per introdurre un minimo di uguaglianza tra le due parti sarebbe necessario che la legge sulle società prevedesse esplicitamente che una quota del valore aggiunto prodotto in qualsiasi modo dall’impresa compete di diritto anche ai lavoratori, e che comunque sui modi di produrre quella quota, industriali o finanziari che siano, essi hanno diritto di parola e di decisione.
È vero: una simile legge non esisteva nella Olivetti di Adriano. Ma era «come se» esistesse. E non perché l’ingegner Adriano fosse un imprenditore cosiddetto illuminato. Avveniva perché tutto ciò che faceva al fine di rendere la sua fabbrica un luogo dove la dignità del lavoratore venisse al primo posto rientrava in un disegno politico. Quel disegno che ha esposto in opere quali nessun altro imprenditore si è mai sognato di scrivere (e nemmeno di leggere, temo): ricorderò, ad esempio, L’ordine politico delle comunità. La sorte gli ha impedito di sviluppare il suo disegno affinché la legge che aveva concepito e informalmente applicato per quindici anni all’azienda di Ivrea prendesse una appropriata forma giuridica. Ma la sua lezione rimane, caso mai qualcuno volesse accoglierla: la superiorità di coloro che tutto dispongono e mantengono la loro posizione qualunque cosa accada, e l’inferiorità di coloro che al minimo fremito dell’economia sono buttati nel fosso, per decisione dei primi e con l’aiuto comprensivo del governo, non ha niente a che fare con l’economia. Nel fondo si tratta di una questione essenzialmente politica. Entro la quale va collocata pure l’intera questione della responsabilità sociale dell’impresa.”

Dalla Prefazione dell’autore a L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti, di Luciano Gallino.

Capitalismo predatore

Capitalismo-Predatore

Enrico Mattei e Adriano Olivetti davano fastidio agli Stati Uniti. Andavano fermati. Il primo insidiava il monopolio delle «Sette sorelle» sul petrolio. Il secondo non solo proponeva un nuovo modello sociale – immaginando un’impresa che facesse proprie le istanze del bene comune – ma aveva portato l’azienda di Ivrea ad essere protagonista nelle ricerche sui calcolatori. L’eredità di Mattei e Olivetti è stata gettata alle ortiche e dissipata nella lunga sbornia liberista che ha attraversato il Paese.
Dal 1991 al 2001 sulla Penisola si scaraventa una valanga di privatizzazioni (banche e imprese). E non può non saltare agli occhi la «coincidenza» temporale di questa svendita con la stagione di Mani Pulite, un’operazione politico-giudiziaria, sostengono gli autori in questo saggio, «certamente incoraggiata dagli USA», e che tolse di mezzo gli imprenditori e i politici che avevano contribuito al rafforzamento dell’economia italiana. Con la liquidazione dell’ENI e dell’IRI si riportava l’Italia alle condizioni del dopoguerra: quelle di un Paese minore nel contesto internazionale.
Amoroso e Perrone si mettono sulle tracce dei liquidatori dell’interesse nazionale, senza nostalgie per il passato ma mossi da un bisogno di verità e chiarezza sulle ragioni del declino italiano.

Capitalismo predatore. Come gli USA fermarono i progetti di Mattei e Olivetti e normalizzarono l’Italia,
di Bruno Amoroso e Nico Perrone,
Castelvecchi RX, € 14,50

Gli autori:

Bruno Amoroso
È docente di Economia Internazionale e dello sviluppo presso l’università Roskilde in Danimarca, coordina programmi di ricerca e cooperazione con i Paesi dell’Asia e del Mediterraneo e presiede il Centro Studi intitolato a Federico Caffè, di cui è stato allievo e stretto collaboratore.
Tra i suoi libri: Della Globalizzazione (1996), Derive e destino dell’Europa (1999), Europa e Mediterraneo, le sfide del futuro (2000) La stanza rossa, riflessioni scandinave di Federico Caffè (2004), Per il bene comune, dallo stato del benessere alla società del benessere (2009).
Nico Perrone
Ha insegnato Storia dell’America all’Università di Bari. È stato il primo studioso a occuparsi di Enrico Mattei. Il suo primo libro sul manager dell’ENI è Mattei il nemico italiano (Leonardo, 1989).
È autore di vari libri di argomento americano e sulle questioni petrolifere. Tra gli altri: De Gasperi e l’America (Sellerio, 1995), Obama: il peso delle promesse (Settecolori, 2010), Enrico Mattei (il Mulino, 2001, seconda edizione 2012) e Progetto di un impero. 1823: L’annuncio dell’egemonia americana infiamma la Borsa (La Città del Sole, 2013).

La Divisione elettronica dell’Olivetti

programma 101

A seguire uno stralcio significativo dell’Introduzione a “Informatica: un’occasione perduta”, opera dell’allora redattore economico de “l’Espresso” Lorenzo Soria, pubblicata da Einaudi.
Provate a leggerlo e giudicate voi se vi sembra scritto nel 1979…

“Nell’ottobre del ’62 a Bascapé, un paesino distante pochi chilometri da Milano, l’aereo su cui viaggia Enrico Mattei, l’uomo che si era permesso di mettere in discussione il monopolio delle sette sorelle del petrolio, si schianta misteriosamente al suolo. Un anno dopo a saltare è Felice Ippolito, anche lui reo di aver ricercato una politica energetica alternativa per l’Italia. Passano ancora alcuni mesi, siamo nell’estate del ’64, e l’Olivetti cede, anzi regala, alla General Electric la sua Divisione elettronica.
Tre episodi slegati, senza alcuna relazione diretta tra loro. Un filo sottile ma neanche tanto che li unisce, che li accomuna, però c’è. E’ la risposta brutale e secca che hanno avuto quegli uomini e quelle forze che avevano tentato in quegli anni di dare un assetto diverso alle fragili strutture su cui poggiava l’economia italiana. E di farla finita con la formula su cui il paese aveva costruito il cosiddetto «boom»: costo del lavoro bassissimo più produzione di beni a tecnologia matura. Una formula che aveva fatto credere agli italiani che tassi di crescita annui nell’ordine del 5-7% fossero non solo normali, ma anche destinati a durare all’infinito; che aveva aperto, con la nascita del centrosinistra, un periodo di relativa stabilità politica; che aveva infine creato un clima di fideismo ottimistico sui destini del paese. Che dentro di sé, però, racchiudeva già tutti i germi di quella malattia che, alla metà degli anni ’70, ha portato l’economia italiana all’incapacità di inventare vie nuove per andare avanti, alla paralisi.
Perché a partire dal ’69 i lavoratori dicono «basta». Continua a leggere

Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta

paese libero

Gli USA ci spiano e noi zitti. Sbarcano fiumi di migranti e l’Europa se la squaglia. L’euro si rafforza a scapito dell’export e uccide le imprese. L’Europa ci tiranneggia con i suoi diktat contabili e minaccia punizioni. Le banche fanno, come scrive Luciano Gallino in un libro coraggioso, Il colpo di Stato, ispirato a Davos e alla speculazione finanziaria. Per una volta vi invito a mettere in fila cose disparate in una visione del mondo. Non avvertite il peso di una sudditanza? Non vi sentite schiacciati, calpestati, da una MegaMacchina, un Superpotere, che ci succhia sangue, lavoro e imprese? I domestici locali ci affogano nelle tasse per servire Sua Maestà Il Debito Sovrano, ci bombardano la casa, spiano i conti correnti, esigono più tracciabilità quando il problema oggi è la liquidità. Per carità, poi ci sono gli sperperi, la corruzione, il nostro vivere al di sopra delle possibilità e tutte le colpe che sappiamo. Poi penso al passato, agli ultimi pionieri di un’Italia ardita che sfidò i poteri titanici: dico l’Italia di Mattei, di Olivetti, se volete anche di Craxi, e d’altri… Ci vorrebbe un pensiero potente e un’azione adeguata, in grado di reagire a questa morsa che sta uccidendo i popoli. Un’azione che parta dalle nazioni ma che non sia nazionalista, anzi invochi più Europa per reagire al Mostro eurofinanziario, a chi ci invade, a chi ci spia. Stiamo sacrificando vite umane al Moloch Globale. Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta che rendesse possibile una svolta.
Marcello Veneziani

Fonte

Quando Olivetti inventò il PC

Documentario realizzato da Alessandro Bernardi e Paolo Ceretto sulla storia sconosciuta del primo Personal Computer, il “Programma 101”, prodotto a Torino nel 1965.
Un gruppo di giovani e visionari ricercatori dell’Olivetti di Ivrea, diretti dall’ingegnere Pier Giorgio Perotto, aveva dato vita a un’invenzione straordinaria, una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo!

Adriano Olivetti, la forza di un sogno

Il dietro le quinte della miniserie con Luca Zingaretti e la regia di Michele Soavi.
In onda su Rai Uno nelle serate di lunedì 28 e martedì 29 Ottobre.

Un futuro da bravi soldatini dello Zio Sam

Non deve però sorprendere il fatto che in Italia ci sia poca comprensione di cosa sia la “Big Science” – di quali siano i suoi presupposti politici e le sue ricadute economiche, dell’importanza che detiene nel far progredire l’organizzazione sociale e nell’elevare la formazione culturale della popolazione, della sua rilevanza per lo sviluppo dei settori strategici – dato il ruolo di “semicolonia” che contraddistingue il nostro paese dalla fine della seconda guerra mondiale, in particolare nei confronti degli Stati Uniti d’America.
Ma quando è nata la “Big Science” e che cosa è?
L’origine della “Big Science” è da rintracciare negli anni immediatamente precedenti e durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo infatti, in particolare negli Stati Uniti ed in Germania – i paesi più progrediti tra le nazioni dell’epoca dal punto di vista scientifico e tecnico ed i più consapevoli dell’importanza che le scoperte avrebbero giocato nella determinazione delle sorti del conflitto – le esigenze di guerra imposero in modo sempre più pressante ai diversi Stati coinvolti di intervenire massicciamente per sostenere la ricerca ed indirizzarla secondo le proprie esigenze belliche;
(…)
Una volta terminato il secondo conflitto mondiale, la classe politica statunitense rifiutò l’idea di abbandonare il sistema della mobilitazione della “Big Science” e bocciò l’ipotesi di tornare al sistema precedente la guerra, rimpianto da alcuni scienziati romantici ed idealisti e definito, in contrapposizione al primo, come “Small Science” (quella fatta su piccola scala, da individui o piccole equipe); il governo americano anzi intensificò la sua azione sui progetti ancora esistenti e la estese ai nuovi settori d’avanguardia ed high-tech facendo quindi della “Big Science” un paradigma della propria strategia di potenza.
All’interno di questo quadro è da leggere l’operazione “Paperclip”, con cui gli Stati Uniti d’America si assicurarono i maggiori scienziati della Germania post-nazista inquadrandoli all’interno dei nuovi progetti di “Big Science” del dopoguerra, non diversamente da quanto avvenne per il “Progetto Manhattan” .
Nel ceto dirigente americano c’era la consapevolezza che il conflitto con l’Unione Sovietica era già cominciato ancor prima che finisse la guerra; per mantenere la supremazia nei settori strategici fondamentali per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della leadership acquisita con la vittoria nel secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti dovevano inevitabilmente non solo perseverare in quell’efficace sistema di produzione tecnica e scientifica che avevano inaugurato a Los Alamos, ma anche ampliarne i campi di intervento: i nuovi settori di sviluppo erano quelli dello spazio, dell’elettronica, della telematica, dell’informatica, dell’energia.
Non è pertanto un caso che il termine “Big Science” sia stato coniato intorno agli anni ’60 da un professore americano, tale Alvin M. Weinberg, per descrivere un sistema in pieno dispiegamento negli Stati Uniti d’America negli anni ’50 e ’60, più che in qualsiasi altra parte del mondo. La “Big Science” era l’intreccio tra il governo americano e le università più prestigiose degli Stati Uniti (come il Massachusetts Institute of Technology, la Stanford University e la University of California) tra gli enormi fondi pubblici e le imprese private, tra le strutture militari e i centri di ricerca, tra i politici e gli scienziati, tra le agenzie di intelligence e i giovani dottorandi, dando vita a progetti miliardari nella ricerca di nuove tecniche e scoperte scientifiche, con enormi ricadute in campo militare e nella vita economica (hard power) e per il prestigio internazionale statunitense (soft power).
Questo sistema “interno” della “Big Science”, si muoveva parallelamente all’azione “esterna”, coordinata dalle agenzie di intelligence, volta all’indebolimento e alla distruzione, con le buone o con le cattive, dei tentativi delle nazioni competitrici che tentavano di sviluppare in autonomia i propri settori strategici, veicolo della sovranità politica.
Questo sistema di “Big Science” ha come prerequisito, nel caso degli Stati Uniti, la ferma volontà politica della classe dirigente americana di mantenere la leadership mondiale e la superiorità economica, militare, scientifica e tecnologica e, per le altre nazioni inseguitrici, presuppone la ferrea volontà delle rispettivi classi dirigenti di avviare un percorso di sviluppo economico e sovranità/potenza politica; essendo ormai dimostrato come il metodo della “Big Science” sia la modalità operativa più efficace per ottenere la potenza militare, quella economica, lo sviluppo e la crescita. E’ un sistema che si è infatti empiricamente rivelato fruttuoso dato che ancor oggi, dopo 60 anni, pur con l’inevitabile presentarsi sull’arena mondiale di nuovi competitori dopo il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti mantengono una posizione di leadership politico-militare e sono costantemente all’avanguardia nei settori di punta e high-tech e primi nella produzione scientifica mondiale. Le de-localizzazioni degli anni ’80 e ’90 non hanno di certo riguardato i settori di alta tecnologia ed il liberismo repubblicano non ha mai messo in discussione i pilastri della “Big Science”. Pur avendo oggi un altissimo debito pubblico (15.000 miliardi di dollari pari a più del 100% del PIL), il governo americano, democratico o repubblicano che sia, continua infatti a fare investimenti di centinaia di miliardi di dollari all’anno nei settori della difesa, dello spazio, dell’energia, delle telecomunicazioni, dell’elettronica, delle nanotecnologie, della robotica e delle biotecnologie, sostenendo la R&S in centinaia di imprese. Le grandi industrie americane che operano nei settori strategici e che sulla carta si presentano come private, sono per lo più tutte indirettamente sostenute dal governo americano; la maggior parte delle tanto decantate “startup” statunitensi – come quelle mitizzate della Silicon Valley  – nascono come gemmazione esterna dei grandi progetti governativi/universitari a sfondo militare; una volta conquistato il monopolio sul mercato, l’aiuto statale può progressivamente venire meno e diventare marginale anche se non terminano di certo i rapporti di mutua collaborazione.
(…)
Questa lezione sull’importanza della “Big Science” non è stata fatta propria dall’ Italia, ma non c’è nulla di cui sorprendersi: nello stato di “semicolonia” in cui ci siamo ritrovati fin dalla fine della seconda guerra mondiale, non è stato possibile realizzare un sistema politico-sociale imperniato sui binari della “Big Science”, a causa della mancanza di volontà politica da parte di una classe dirigente subordinata a Washington. In tutto il dopoguerra, la nascita di industrie di Stato attive nei settori strategici e di punta non solo non è mai stata incoraggiata dal governo italiano, se non apertamente ostacolata e soffocata, – vedi le vicende di Enrico Mattei (energia), Felice Ippolito (nucleare) e Domenico Marotta (chimica) – ma anzi si è cercato di spegnere i tentativi autonomi di sviluppo nei settori high tech da parte dell’imprenditoria privata: rimane esemplare a tal proposito la storia di Adriano Olivetti e della sua omonima industria elettronica.
(…)
Dopo la parentesi berlusconiana, i tecnici di scuola “anglosassone” all’opera con il governo Monti, con la loro visione economicista e liberista della politica, sono la più grande disgrazia che potesse toccare all’Italia: sanno tutto di “spread” e di “deficit”, ma non hanno mai sentito parlare di cosa sia la “Big Science”, di settori strategici e ad alta tecnologia, delle interconnessioni dello sviluppo economico con la potenza militare e la sovranità politica, di terza e quarta rivoluzione industriale; o forse lo sanno e stanno semplicemente mentendo ed agendo per conto terzi per dare il “colpo del ko” all’Italia.

Da L’Italia al palo nell’era della “Big Science”, di Michele Franceschelli.