Ecco cosa è veramente accaduto nello spazio aereo siriano il mese scorso

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Secondo fonti molto affidabili, la Siria aveva accettato tramite terzi un accordo segreto per l’utilizzo da parte degli aerei da combattimento della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti di tre corridoi aerei finalizzati a bombardare le postazioni del “DAESH”, acronimo arabo dell’organizzazione terroristica denominata “Stato Islamico”, sul suo territorio.
Tuttavia, nel mese di gennaio del 2015, in flagrante violazione degli accordi segreti fra i Paesi della coalizione e la Siria, aerei da guerra israeliani hanno utilizzato uno dei corridoi designati e penetrato lo spazio aereo siriano. Gli aerei israeliani avevano proceduto al lancio di cinque missili terra-aria “Popeye” (prodotti da Rafael Advanced Industries, Lockheed e Turkish Aerospace Industries, conosciuti anche con la designazione AGM-142 Have Nap negli Stati Uniti) contro obiettivi precisi in zone non colpite dalla guerra in Siria. La difesa anti-aerea siriana è riuscita a distruggere tre dei cinque missili in volo. Gli altri due hanno raggiunto i loro obiettivi.
Molto irritati a seguito di quest’incidente, alcuni ufficiali siriani hanno chiesto a un grande Paese terzo di avvisare i Paesi della coalizione dell’esistenza di alcune zone in Siria dove gli aerei della coalizione sarebbero stati sistematicamente abbattuti. Queste zone comprendono la capitale Damasco, tutta la costa del Mediterraneo e le zone sotto controllo delle forze armate siriane.
Immediatamente, tutti gli aerei della coalizione coinvolti nella campagna di bombardamenti aerei contro le postazioni del DAESH nella parte orientale e settentrionale della Siria hanno cominciato ad essere sistematicamente “contrassegnati” o “illuminati” in modo potente dai radar dell’esercito siriano e da quelli di nuova generazione, in dotazione alla base di guerra elettronica russa sita a Tartus. Dopo quest’incidente, l’utilizzo di caccia F-22 Raptor sulla Siria è stato interrotto. Londra, Parigi e Ankara hanno rilanciato allora le loro campagne e dichiarazioni ostili nei confronti della Siria.
Il 14 febbraio del 2015, in una mossa senza precedenti e molto audace, i cacciabombardieri siriani, scortati da velivoli MIG-29, sono penetrati a quota molto bassa nello spazio aereo del Libano prima di deviare verso sud in direzione della frontiera israeliana, per virare infine verso est ed entrare in Siria sulle alture del Golan e prendere in contropiede le postazioni ribelli del Fronte al-Nusra.
Il 17 marzo 2015, un aereo non identificato è penetrato dalla Giordania nello spazio aereo siriano. Ѐ stato immediatamente identificato come un drone del tipo MQ1 B Predator e monitorato come lo sono tutti gli aerei della coalizione. Ma il drone ha deviato dal suo corridoio designato per dirigersi su Latakia, sorvolando una zona vietata ai velivoli della coalizione internazionale. Dopo un avvertimento, il drone ha cominciato a fare dei cerchi sopra la zona di Latakia. Il comando della difesa aerea del territorio ha ordinato allora a una batteria di missili terra-aria Sol-Air del tipo S-125 Neva/Pechora 2M di abbattere il drone. Un solo missile è stato lanciato. I resti del Predator sono caduti su un edificio civile, e sono stati rapidamente recuperati da un’unità speciale dell’esercito siriano.
La domanda posta da molti analisti è quella relativa al comportamento assai singolare del drone. Perché ha persistito a sorvolare in cerchio una zona dove le difese antiaeree lo avevano illuminato? Quale era lo scopo di questa manovra? Quale l’obiettivo (umano) di questa missione a Latakia? Era un tentativo di spingere i Siriani ad aprire il fuoco per primi? A quale scopo? La risposta all’ultima domanda sembra inserirsi nel quadro di un casus belli per giustificare l’inizio di una nuova strategia in preparazione. Una tesi rafforzata dalla assai prevedibile rielezione del Primo ministro israeliano ultra-estremista Benjamin Netanyahu, dopo votazioni farsa, mentre Israele si considera in guerra totale, guidato da un “dittatore” (nell’accezione dei tempi della Repubblica Romana ) non dichiarato.
Gli Stati Uniti hanno riconosciuto di aver perso i contatti con uno dei loro droni sulla Siria. Damasco non ha commentato l’annuncio, ma un media ufficiale ha reso pubblica la notizia che un drone statunitense è stato abbattuto dalla difesa antiaerea siriana.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Il mostro da Firenze

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Quando la mancanza di dignità impedisce di tacere.
Il Presidente del Consiglio si è esibito in una delle solite sparate da gradasso. Ma questa volta la cosa è più grave del solito, perché renzie, per mettersi in mostra, ha usato un fatto particolarmente drammatico: l’attacco contro una scuola dell’esercito a Peshawar, dove sono morti oltre 130 fanciulli.

Quando, in Afghanistan, dieci bambine che stavano raccogliendo legna in un bosco vicino al loro villaggio, nel distretto di Chanarhar, sono saltate su una mina italiana, uccise, tu renzie, non gridasti.
Quando un caccia dei tuoi amici americani, chiamato a soccorrere un fortino assediato, uccise nove bambine, anch’esse occupate a far legna nel bosco, anche allora non ti sei sentito.
Quando, in Pakistan, 103 bambini vennero uccisi nel tentativo di eliminare quattro uomini, tre dei quali ancora vivi e il quarto morto per cause naturali, tu non parlasti.
E nemmeno dei 76 bambini uccisi dai tuoi amici della CIA nel tentativo di eliminare Ayman al Zawahiri, né dei sei tentativi di ammazzare Qari Hussain, dove morirono altri 13 bambini, tu mai parlasti.
Lo sai, renzie, che dal 2004 al 2013, per colpire 14 obiettivi con i droni, i tuoi amati americani hanno ucciso 142 bambini?
E hai mai pensato, renzie, al mezzo milione di bambini morti per il vostro embargo all’Irak? Lo dovresti sapere: il confronto televisivo fra la vostra amica Madeleine Albright e la giornalista Lesley Stahl è ormai famoso. Parlando delle sanzioni all’Irak, Lesley Stahl chiese all’allora ambasciatrice statunitense all’ONU: “Abbiamo saputo che sono morti più di mezzo milione di bambini. Voglio dire, è un numero che supera quello dei bambini morti a Hiroshima. Mi domando se non sia un prezzo troppo alto”. L’ambasciatrice americana rispose: “Riteniamo che sia il prezzo giusto da pagare”. Renzie, anche su questa ecatombe non sentimmo levarsi le tue grida.
E dei bambini di Fallujah, ti è mai importato? Lo sai che c’è un tasso di mortalità infantile che fa paura e più malformazioni che a Hiroshima? I medici, a Fallujah, hanno consigliato alle donne di non partorire. Nascono bambini senza occhi, senza orifizi, senza alcuni organi vitali, con tumori maligni al cervello e agli occhi, nascono bambini con due e tre teste. Anche su questo, renzie, non abbiamo sentito la tua voce.
Mille e mille esempi potrei ancora farti sui crimini orrendi compiuti dai tuoi amici americani, dei quali, col tuo silenzio, ti rendi complice.
Solo oggi i tuoi padroni ti chiedono di parlare? E allora, tu alzi la tua voce e gridi le tue menzogne al vento e urli a una massa addormentata.
Renzie, se avessi avuto ancora solo un briciolo di dignità, anche questa volta avresti taciuto.
Marcella Guidoni

Fonti:
Massimo Fini, Ma nessuno piange in occidente per le bambine afgane saltate su una mina (italiana)
Reprieve, You never die twice – multiple kills in the US drone program
Patrick Henningsen, Killing children: America’s undeclared war on the people of Pakistan
William Blum, Con la scusa della libertà, Marco Tropea ed., 2002, pag. 17
Layla Anwar, Falluja peggio di Hiroshima

Droni e discriminazione: diciamo basta

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Il 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, il Magistrato federale Matt Whitworth mi ha condannata a tre mesi di carcere per aver varcato il confine di una base militare che conduce la guerra coi droni. La punizione per il nostro tentativo di parlare in nome di gente disperata e intrappolata all’estero, sarà ora un’opportunità per parlare con la gente intrappolata dalle prigioni e dalla povertà qui negli Stati Uniti.
Il nostro processo si è basato sull’accusa di sconfinamento avvenuto il 1 giugno 2014.  Io e Georgia Walker siamo state immediatamente arrestate non appena abbiamo messo piede nella base dell’Air Force di Whiteman in Missouri, dove i piloti guidano i droni che vanno a colpire l’Afghanistan e altri Paesi.  Portavamo con noi una pagnotta di pane e una lettera per il generale di brigata Glen D. Van Herck.  In tribunale, abbiamo sostenuto di non aver agito con intenzioni criminali ma, al contrario, di aver esercitato il nostro diritto (e la responsabilità) sancito dal Primo Emendamento, quello cioè alla riunione pacifica allo scopo di ottenere giustizia.
Un gruppo di amici afghani mi aveva affidato un semplice messaggio di protesta, che loro non potevano consegnare personalmente: “Per favore, smettete di ucciderci”.
Sapevo che la gente con cui sono vissuta, nello sforzo di mettere fine alle guerre, anche perché le loro comunità subiscono i bombardamenti dei droni, avrebbero capito il simbolismo della richiesta di spezzare il pane con il comandante della base.
Il giudice Whitworth ha detto di comprendere la nostra opposizione alla guerra, ma che ci avrebbe potuto consigliare almeno cento altri modi per sostenere il nostro punto di vista senza infrangere la legge.
L’accusa aveva chiesto sei mesi di reclusione, il massimo della pena. “La signorina Kelly deve essere rieducata”, ha sostenuto uno zelante, giovane avvocato militare. Il giudice ha letto velocemente un riassunto di quattro pagine di accuse e ha convenuto che non avevo ancora imparato a non infrangere la legge.
Quello che ho imparato dalle esperienze del passato in carcere è che il sistema di giustizia penale utilizzata l’incarcerazione come arma contro imputati che spesso non hanno quasi alcun mezzo per difendersi. L’accusa può minacciare un imputato con un’onerosa sentenza di condanna a una lunga pena detentiva, accompagnata da pesanti multe se l’imputato rifiuta il patteggiamento.
Nel suo articolo “Perché gli innocenti si dichiarano colpevoli,” Jed S. Rakoff richiama l’attenzione sull’istituto del patteggiamento che fa sì che meno del 3% dei casi federali vada a processo. “Dei 2,2 milioni di cittadini statunitensi ora in carcere” scrive Rakoff, “più di 2 milioni sono quelli che hanno accettato il patteggiamento dettato dai pubblici ministeri del governo, che hanno in realtà anche dettato la sentenza.”
“Nel 2012, la condanna media degli imputati federali per reati di droga che accettavano un qualunque tipo di patteggiamento era di cinque anni e quattro mesi,” scrive Rakoff, “mentre la condanna media per gli accusati che andavano a processo era di sedici anni”.
Una cosa è leggere del razzismo vergognoso e della discriminazione del sistema di giustizia penale statunitense, un’altra è sedere accanto a una donna che si trova ad affrontare dieci o più anni di carcere, isolata dai bambini che non ha tenuto per anni, e sentire da lei le circostanze che l’hanno portata in prigione.
Molte donne detenute, impossibilitate a trovare un lavoro dignitoso nell’economia legale, si rivolgono all’economia sommersa. Molti miei lontani parenti, parecchie generazioni orsono, conoscevano molto bene quest’economia. Non riuscivano a trovare lavoro, come immigrati irlandesi, e così entravano nel business del contrabbando di alcolici in tempi in cui l’alcol era proibito. Ma, per dieci anni, nessuno li mandò in prigione quando venivano catturati.
Le donne detenute possono sentirsi attraversate da ondate di colpa, di rimorso, di sfida e di disperazione. Nonostante le dure punizioni che si trovano a fronteggiare, le emozioni forti e l’isolamento traumatico, la maggior parte delle donne che ho incontrato in carcere hanno mostrato una straordinaria forza di carattere.
Quando ero nel carcere “Pekin”, ero solita vedere uomini giovani, incatenati e ammanettati, scendere in massa dal bus per trascorrere il loro primo giorno nel carcere di medio-alta sicurezza della porta accanto. La sentenza media era di 27 anni. Sapevamo che sarebbero diventati vecchi, molti di loro nonni, prima di uscire di nuovo.
Gli USA sono il leader mondiale indiscusso della detenzione, così come sono il leader del dominio militare. Su 28 vittime dei droni, solo una è un obiettivo intenzionale, che sia colpevole o innocente. Un terzo delle donne detenute nelle prigioni di tutto il mondo si trovano, in questo momento, nelle prigioni statunitensi.  I reati che più minacciano la sicurezza e la vita della gente negli Stati Uniti restano, naturalmente, quelli dei potenti, delle corporazioni che sporcano i nostri cieli col carbone e le piogge acide, vendono armi in un globo già sofferente, distruggono fabbriche e intere economie alla ricerca di facile ricchezza, e mandano i nostri giovani in guerra.
Molto probabilmente gli amministratori delegati delle grandi aziende che producono prodotti dannosi per la sopravvivenza umana non saranno mai accusati né tanto meno condannati per alcun reato. Io non voglio vederli incarcerati. Voglio vederli rieducati.
Ogni volta che ho lasciato una prigione degli Stati Uniti, mi sono sentita come se stessi lasciando la scena di un crimine. Quando torno negli Stati Uniti da siti della nostra produzione di guerra all’estero, ho gli stessi sentimenti. Riemergere nel mondo normale sembra equivalere ad accettare un contratto, che ci impegna a dimenticare le punizioni che infliggiamo ai poveri. Sono invitata a dimenticare la gente ancora imprigionata dentro i mondi da incubo che abbiamo creato per loro.
Il 23 gennaio 2015, quando entrerò in una qualunque prigione il Bureau of Prisons scelga, avrò poco tempo per ristabilire il contatto con la realtà sopportata dalla gente incarcerata. Non si tratta della rieducazione come la intendono il giudice e il pubblico ministero, ma mi aiuterà a essere un’abolizionista più empatica e consapevole, con la volontà di metter fine a tutte le guerre.
Kathy Kelly

(Fonte – traduzione di M. Guidoni)

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La chiamano barbarie

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Le decapitazioni filmate di ostaggi occidentali in Iraq e di un escursionista francese in Algeria suscitano legittimamente un senso di orrore e una condanna senza appello. Sono uccisioni senza senso, opera di criminali malvagi al servizio di una ideologia deviante. Queste scene macabre seguono quelle altrettanto insostenibili di esecuzioni di massa di uomini disarmati. L’emozione generata da questo teatro delle crudeltà, viene tuttavia manipolata con freddezza dai media e dai politici in Occidente. La costante qualificazione della “barbarie” a opera di “barbari” risponde al desiderio di disumanizzare gli autori di queste atrocità. Espunti dalla civiltà, non rientrano più sotto la legge comune e non sono soggetti a leggi ordinarie. Si tratta per la propaganda bianca, in linea con i suoi usi e le tradizioni consolidate, di denunciare l’irriducibile barbarie “dell’altro”, presentato come un tutto indistinto per meglio sottomettere o sterminare, al di là dei criminali, un’intera società. Oppure, come nel caso dell’Iraq e della Siria, per distruggere degli Stati.
Questi assassinii sono rappresentati dagli organi di propaganda come atti irrazionali, quasi non umani, commessi da un’alterità radicalmente diversa. La propaganda si spinge ancora più a fondo, descrivendo queste atrocità come inerenti a una sfera etnico-religiosa: l’Islam, che nonostante le sfumature del linguaggio, sarebbe intrinsecamente pericoloso, quasi incomprensibile e sistematicamente opposto a un Occidente che, per essenza e definizione, ha valori umanistici definitivamente superiori a tutti gli altri.
In una fusione spudorata ma assunta senza discutere, i musulmani di qui e all’estero, sono sospettati di collusione “culturale” con gli assassini, e chiamati dai repressori del pensiero a dissociarsi pubblicamente dai crimini. Gli si ingiunge di approvare la nuova guerra medio-orientale dell’Occidente e il bombardamento vendicatore deciso dalla Civilizzazione.
Questi argomenti di una propaganda essenzialista, volta a demonizzare intere comunità, sono odiosi e ridicoli. Questa propaganda volta a stigmatizzare e colpevolizzare è tanto più inaccettabile quando viene da giornalisti-pubblici ministeri, molto ben posizionati, che se facessero bene il loro mestiere, avrebbero innescato una discussione sulla brutalità e sull’abuso di inedite proporzioni rivolto contro le popolazioni arabo-musulmani per decenni.
I giornalisti, che martellano l’opinione pubblica con la parola barbaro, cosa hanno scritto delle centinaia di migliaia di morti civili in Iraq, cosa hanno scritto sull’uso del fosforo bianco e sulle munizioni all’uranio impoverito contro le popolazioni civili? Chi tra questi modelli di Civiltà ha parlato del destino di decine di bambini malformati a Fallujah e altrove a causa dell’uso di armi proibite?
Si sono levate grida di indignazione da parte della stampa, quando la molto civile Madeleine Albright, ex segretario di stato americano, giustificava la morte di mezzo milione di bambini iracheni? Quale giornalista, della carta stampata o televisivo, ha protestato per il fatto che in questo paese dei diritti dell’uomo, criminali altrettanto sadici che quelli dello Stato Islamico, possono morire nel loro letto grazie alle amnistie e all’amnesia dello Stato?
Non c’è bisogno di tornare alle guerre coloniali condotte in nome dell'”Illuminazione” della generazione passata per riconoscere la stessa barbarie contemporanea, altrettanto indecente, che si ammanta dei valori della democrazia e dei diritti umani. Barack Obama, Nobel per la Pace, può condurre sette guerre dopo aver ricevuto un’onoreficenza che ha definitivamente perso ogni significato morale. Chi di questi mezzi di comunicazione menziona le decine di migliaia di vittime innocenti degli attacchi dei droni in tutto il mondo? La morte sotto i missili teleguidati e le bombe “intelligenti” di cinquecento bambini di Gaza? Non è questa una “barbarie”? I bombardamenti delle scuole gestite dalle Nazioni Unite sarebbero il danno collaterale di attacchi chirurgici. E’ vero che senza immagini e sepolte sotto la mistificazione e la complicità silenziosa dei giornalisti dell’informazione, decine di migliaia di morti delle guerre asimmetriche semplicemente non esistono. Meri dati statistici, i cadaveri straziati dei poveri e degli indifesi, non suscitano alcuna emozione.
Non vi è pertanto necessità di condurre una ricerca approfondita per scoprire che la realtà della “barbarie” è molto diversa da quella che la stampa vuole far credere. Non cercheremo qui di stabilire la genealogia politica del fanatismo islamico prodotto dalle monarchie del Golfo e armate dall’Occidente. Chi si ricorda dei missili francesi, delle armi inglesi e statunitensi generosamente fornite ai “mujaheddin afghani”, ieri combattenti per la libertà e talebani estremisti di oggi?
Le messe in scena di omicidi abietti in circostanze orribili da parte di psicopatici apolitici non possono in ogni caso essere una scusa per manipolazioni odiose. Il discorso sulla barbarie inflitto dalla propaganda, destinato a designare falsi nemici interni, si propone di mettere a tacere coloro che tra i musulmani in Europa denunciano le avventure militari in Medio Oriente. Si propone altresì di far dimenticare quelli commessi dagli alleati dell’Occidente. Questa agitazione intorno a una cosiddetta barbarie musulmana non riesce a nascondere la verità sanguinante di un occidente colonialista di ieri e imperialista di oggi, che assume senza discontinuità fin dal XIX secolo, le sue guerre eminentemente civili e molto sanguinose sul mondo arabo-musulmano. I criminali dello Stato Islamico hanno frequentato una buona scuola.
Nel consolidato dispositivo di preparazione psicologica dell’opinione pubblica, la barbarie degli altri è la giustificazione ultima della guerra. Tuttavia, le “guerre” contro il terrorismo, ingaggiate da decine d’anni, lungi dall’avere arginato il fenomeno, lo hanno generalizzato e complicato. Ci sono pochi dubbi, alla luce dell’esperienza, che il rifiuto di approcci politici e la fascinazione per la guerra manifestata dai leader occidentali, oltre a una regressione pericolosa del diritto internazionale produrrà una maggiore sovversione.
I primi e peggiori barbari sono tra noi.
Fondazione Frantz Fanon

(Fonte)

Italiani a Gibuti

“La prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali”

Così l’ha definita, con sprezzo del pericolo, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, capo di stato maggiore della Difesa.
Ma andiamo con ordine.
Nell’Aprile 2013, riferivamo della “Missione Addestrativa Italiana” a Gibuti (acronimo MIADIT), i cui 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, impegnati nella formazione di 200 poliziotti somali, avevano appena ricevuto la visita dell’ammiraglio Binelli Mantelli.
La MIADIT – dicevamo allora – costituiva il ritorno di un contingente di Carabinieri nel continente africano, dopo la precedente “sfortunata” esperienza della missione IBIS a Mogadiscio.
Eravamo però solo all’antipasto.
Tempo sei mesi, lo stesso ammiraglio Binelli Mantelli tornava infatti a Gibuti per inaugurare la base di cui sopra, costruita in appena sessanta giorni dai genieri del 6° Reggimento Genio pionieri di Roma e dislocata su una superficie di 5 ettari in pieno deserto, a sette chilometri dal confine con la Somalia e a poca distanza dalla grande infrastruttura militare USA di Camp Lemonnier.
La base italiana, pienamente operativa dalla fine del 2013, ospita 300 militari, una sessantina dei quali sarebbero appartenenti ai cosiddetti “Nuclei militari di protezione” dei mercantili italiani dalla pirateria (come quello di cui facevano parte i fucilieri di Marina, Latorre e Girone, ora detenuti in India). Ne mancano all’appello oltre duecento, circa i quali è lecito fare alcune ipotesi.
Trattandosi, infatti, di “un’area di enorme importanza strategica destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra” – ammiraglio dixit – la base di Gibuti sarà anche l’avamposto di forze speciali pronte per vari tipi di interventi, dall’anti-terrorismo alla liberazione di ostaggi. Tuttavia, c’è un “piccolo” problema: mentre l’Italia schiera alcune decine di istruttori e parà a Mogadiscio, nell’ambito della missione addestrativa europea a favore dell’esercito somalo (EUTM Somalia), non è mai stato ufficializzato un impegno militare in operazioni anti-terrorismo come quelle condotte dagli statunitensi in Somalia contro gli islamisti di al Shabaab.
E i soldi per costruire e mantenere tutta la baracca?
Qui sta la beffa.
Art. 33, comma 5, di un Decreto Legge dell’Ottobre 2012 denominato “Ulteriori misure per la crescita del Paese”. Il quale recita: “Al fine di assicurare la realizzazione, in uno o più degli Stati le cui acque territoriali confinano con gli spazi marittimi internazionali a rischio di pirateria… di apprestamenti e dispositivi info-operativi e di sicurezza idonei a garantire il supporto e la protezione del personale impiegato anche nelle attività internazionali di contrasto alla pirateria ed assicurare una maggior tutela della libertà di navigazione del naviglio commerciale nazionale” è stato previsto un finanziamento pari a 27,1 milioni di euro fino al 2020, al netto dei costi operativi e delle indennità dei soldati ivi stanziati, da rifinanziare annualmente con il rituale decreto per le “missioni di pace”.
Al peggio, però, non c’è mai fine.
Oltre ai militari impiegati per operazioni speciali, nella base di Gibuti sarebbe stato dislocato anche il personale a sostegno delle attività di due velivoli senza pilota Predator, appartenenti al 32° Stormo dell’Aeronautica Militare di stanza ad Amendola (Foggia), colà inviati all’inizio dell’estate.
A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, dove da Settembre 2013 opera pure l’intera flotta di droni USA impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia, prima dislocati a Camp Lemonnier e trasferiti dopo le roventi polemiche suscitate dai numerosi incidenti di cui sono stati protagonisti, che hanno creato grossi rischi al traffico aereo civile e provocato i fondati timori della popolazione residente nei pressi della base statunitense.
“A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica Militare”, scrive Analisi difesa. Dei Predator tricolori, uno sarebbe stato assegnato per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”.
In effetti, la nomina di un colonnello dell’Aeronautica Militare, Giuseppe Finocchiaro, a comandante di una base che avrebbe dovuto appoggiare i nuclei di protezione marittimi puzzava alquanto. Adesso che sono arrivati i Predator, tutto diventa più comprensibile.
Federico Roberti

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Roberta Pinotti e i costi della sovranità ceduta

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Il tira e molla sulla questione F-35 cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni, a partire dalla sua apparizione nel salotto televisivo preferito dalla sinistra di governo, quello condotto dal conterraneo Fabio Fazio, ribadisce ciò che ai più avveduti era noto da tempo, e cioè l’improvvisazione che contraddistingue l’operato del neoministro della Difesa, la genovese Roberta Pinotti.
Il compianto Giancarlo Chetoni, in un suo articolo del Dicembre 2009 durante l’ultimo governo del Cavaliere di Arcore, parlando del generale Del Vecchio, sottolineava come la sua vasta esperienza militare nei ranghi della NATO gli avesse procurato l’elezione a senatore nelle file del PD, a scapito del collega Fabio Mini, voce eccessivamente critica nei confronti delle politiche militari degli esecutivi di centro-destra e centro-sinistra succedutisi nel corso degli anni.
E aggiungeva: “[Del Vecchio] Lavorerà in coppia con Roberta Pinotti, la parlamentare ligure responsabile del settore Difesa di Bersani, che durante il governo Prodi fu promossa per la sua totale e manifesta incompetenza a presidente della IV° Commissione della Camera nella XV° legislatura per lanciare un segnale di disponibilità e di collaborazione della maggioranza PD-Ulivo al PdL, dove si distinse per un rapporto di lavoro particolarmente intenso ed amichevole con il sulfureo presidente dell’ISTRID on. Giuseppe Cossiga di Forza Italia, figlio di Francesco, per poi passare nel corso della XVI° a fare altrettanto con La Russa, questa volta da rappresentante a Palazzo Madama. Sarà lo stesso Ministro della Difesa a dichiarare la sua riconoscenza alla Pinotti a Montecitorio ed a ribadirlo nel salotto di Bruno Vespa.
Ecco cosa ha scritto su ComedonChisciotte una sua ex collaboratrice: “La conobbi la prima volta nella sede della FLM di Largo della Zecca negli anni ’80 durante una riunione sindacale (io ero delegata della RSU dove lavoravo). Caspiterina! Da sostenitrice delle lavoratrici me la ritrovo guerrafondaia. Ripeto, se lo avessi saputo che ci saremmo ridotte così mi sarei iscritta ad un corso di cucina o di taglio e cucito.”
Il declino ormai inarrestabile, organizzativo, politico, etico del Partito Democratico nasce anche da queste prese d’atto.”
Non a caso.
Aprendo il nostro armadio, abbiamo ritrovato uno scheletro che vogliamo ora esporre ai lettori confidando nella comprensione postuma dell’amico Giancarlo, anch’egli ben consapevole che i veri costi che nessuno taglia (erano e) sono quelli della sovranità ceduta.
Poche settimane prima di scrivere quel pezzo, infatti, Chetoni aveva inviato una missiva all’attenzione della senatrice Pinotti, allora Responsabile nazionale Dipartimento Difesa del PD, in relazione a una notizia pubblicata sul sito di quest’ultima, opportunamente fatta scomparire.
Con la sua sagacia tutta labronica, e intitolando il proprio messaggio “ti serve un corso intensivo”, Chetoni le scriveva: “Mia cara e divertentissima Pinotti, dovevi continuare a fare l’insegnante invece che presiedere (si fa per dire) la Commissione Difesa della Camera, prima, ed occuparti, dopo, di difesa come ministra ombra del PD. Oltre che fare dichiarazioni francamente vergognose dimostri davvero sulla materia di non capirci una pippa. Ma chi te l’ha detto che con i Predator si riesce ad individuare gli ordigni esplosivi? La Russa, quello dell’auricchio “piccanto”? Roba da matti! Ti hanno scelto apposta perché serviva una “peones” ampiamente sprovveduta e facilmente lavorabile. Consiglio a te, Franceschini & soci del PD e del PdL l’uso, intensivo, di un bel cartone, pieno, di perette di glicerina, a settimana.”
La Pinotti, probabilmente per il tramite della propria segreteria personale, ebbe a rispondere con un laconico (e “imbarazzato”, notava Giancarlo nel girarci la corrispondenza) “Al mio simpaticissimo estimatore: il suggerimento non è di La Russa, infatti lui ci manda i Tornado”.
Da parte nostra, a quasi cinque anni di distanza e ora che ella riveste la massima carica ministeriale, non resta altro che rinnovare quell’invito.
Federico Roberti

No ai droni USA in Yemen

Sanaa, 15 dicembre – Il Parlamento yemenita ha approvato una misura che vieta ai droni USA di sorvolare il Paese dopo l’uccisione per errore di 13 persone. Lo ha riferito l’agenzia ufficiale Saba.
Il Parlamento yemenita è in uno stato di debolezza nei confronti del governo di Sanaa, per cui l’approvazione non significa per forza che la misura sarà applicata. Il presidente Abdo Rabu Mansur Hadi è quindi l’unico che può decidere se il divieto va rispettato. Dal 2011 gli USA hanno intensificato le operazioni degli aerei senza pilota contro i gruppi terroristici yemeniti legati ad Al Qaeda.
(AGI)

YEMEN