I costi occulti dell’atlantismo italiano

EFA
Eurofighter italiani a difesa dello spazio aereo dell’Islanda fino a luglio!
“Lo scopo della missione, che nasce a seguito del ritiro degli assetti aerei USA permanentemente stanziati in Islanda, e in considerazione del fatto che la stessa Islanda non possiede Forze Armate, è quello di assicurare il servizio di sorveglianza dello spazio aereo islandese, alla luce degli impegni che l’Italia ha assunto in ambito NATO.”
Non contenti di ciò, scopriamo: “L’Aeronautica Militare, oltre alla missione in Islanda, sta partecipando alla sicurezza aerea e alla difesa aerea di Slovenia e Albania ormai da anni.”
Triplo evviva!!!

I dettagli sono qui.

Difesa Servizi s.p.a.

Le forze armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No: è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria, che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Così, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d’amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell’opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio: lo smantellamento dello Stato. “Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari”, chiosa il senatore PD Gianpiero Scanu.
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d’amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l’ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili ‘da valorizzare’ pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d’ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta ‘zona militare’, utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di ‘sponsorizzazioni’. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l’immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria.
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Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest’ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi.
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Gli immobili. Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l’assalto alle caserme. È una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un’altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all’asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra La Russa e Tremonti, si sta per scatenare l’attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione.
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Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell’Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. “Così le logiche diventano altre: non c’è più tutela del bene pubblico ma l’esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche”, dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l’assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova spa. Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza “adeguato contraccambio”. Oggi, come spiega l’onorevole Calipari, “non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite”. Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato ‘Credere, obbedire, combattere’; adesso il motto della Difesa privatizzata è ‘economicità, efficienza, produttività’. La regola dell’obbedienza è rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti – in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno – anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l’efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Business con logo. Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell’Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d’età e di orientamento politico. Anche l’Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d’élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l’uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D’ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l’unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. “La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole”, taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all’asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l’anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.

Da Forze armate e privatizzate, di Gianluca Di Feo.
[grassetto nostro]

Rischi e costi degli aerei senza pilota

predator b

In Italia invece impera la deregulation e già nei prossimi mesi i piloti delle compagnie aeree dovranno stare attenti a non incrociare i micidiali velivoli senza pilota delle forze armate italiane e statunitensi. Il generale Giuseppe Bernardis, sottocapo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha preannunciato all’agenzia di stampa Defensenews che entro la fine dell’anno i nuovi velivoli “Predator B” dell’AMI saranno liberi di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, “all’interno dello spazio nazionale e comunque fuori dal traffico regolare, a 50.000 piedi d’altitudine”. Qualcosa più di 15.000 metri dal livello del mare, ben al di sopra delle quote di crociera dei voli civili. Peccato che per volare, gli UAV dovranno comunque decollare proprio da alcuni scali militari che sorgono in prossimità di grandi centri urbani e importanti hub aeroportuali. I “Predator B” saranno installati nella base pugliese di Amendola, a metà strada tra le città di Foggia e Manfredonia, ai piedi del Gargano. Andranno a fare compagnia al gruppo di Predator di prima generazione (quelli indicati con la lettera “A”), operativi dal dicembre 2004. Insieme si contenderanno il passaggio nel “corridoio di volo” che l’aeronautica militare sta predisponendo tra la Puglia e il poligono sperimentale di Salto di Quirra in Sardegna.
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I Predator non sono però solo una grave minaccia alla sicurezza; rappresentano infatti l’ennesimo caso di spreco delle risorse finanziarie nazionali a favore del complesso militare industriale statunitense. Per quattro velivoli dell’ultima versione “B” prodotti dalla General Atomics Aeronautical Systems Incorporated di San Diego, California, l’Italia dovrà spendere non meno di 80 milioni di euro nei prossimi due anni. Per i cinque Predator A acquistati nel 2004, sono stati spesi invece 47,8 milioni di dollari. E dopo un incidente ad un Predator italiano durante un volo sperimentale nel deserto della California, il governo ha pensato bene ad ordinare nel 2005 altri due velivoli, con un costo aggiuntivo di 14 milioni di dollari più altri 2 milioni per equipaggiamenti vari.
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Con la nuova versione dell’aereo cresceranno le sue dimensioni (una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20) e il peso massimo al decollo (oltre 4.500 chilogrammi). Verranno sensibilmente incrementate le prestazioni del motore e la velocità massima supererà i 440 km/h, mentre quella di crociera si attesterà intorno ai 400, valori tre volte superiori a quelli del Predator A. L’autonomia di volo si attesterà tra le 24 e le 40 ore, a secondo del carico trasportato, a una quota di più di 15.200 metri. L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile. Si tratterà di circa 1.360 chilogrammi di nuovi sofisticati sistemi di morte come i missili Hellfire, le bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e le Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps. Si spiega così come mai il Predator di prima generazione sia costato 3,2 milioni di dollari ad esemplare, mentre con la versione B si supereranno gli 8 milioni di dollari.
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Da I Predator all’assalto dei cieli del Sud Italia, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

E’ di queste ore la notizia che, per la prima volta in Italia, gli aerei robot Predator, in occasione del G8 dell’Aquila saranno utilizzati, a supporto del dispositivo di ordine pubblico.
Con molta enfasi l’Aeronautica militare ha permesso agli operatori delle televisioni ad entrare nell’Aeroporto militare di Amendola, nella sala operativa del 28° gruppo che gestisce le missioni dei Predator.
Con molta soddisfazione tra telecamere e sensori gestiti a distanza, radiolink satellitari e monitor ad alta definizione si è spiegato l’utilizzo di questo aereo robot, nel nuovo incarico, ovvero di occhio del Grande Fratello col quale scrutare tra folle di manifestanti, individuare quelli che potrebbero divenire violenti, o capaci di aggirare le barriere delle zone rosse, e in tempo reale far intervenire i reparti antisommossa e i mezzi anti manifestante.
Un vero e proprio salto di qualità nella gestione dell’ordine pubblico e nell’integrazione tra reparti di polizia e Forze Armate (esercito e aviazione in primis) che, con l’aggravarsi della crisi capitalistica globale, sempre più dovranno confrontarsi con quelle che gli esperti chiamano le operazioni urbane del futuro (Urban Operations).
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Sono quelle operazioni alle quali le nostre forze armate si sono preparate in tante missioni di “polizia internazionale” all’estero, ma anche partecipando insieme ad altri paesi NATO e non, al programma di studi strategici UO 2020 (Urban Operations year 2020) messo in cantiere nel 1998, con il beneplacito dei governi di centrodestra e centrosinistra, e che ha fornito conseguenti linee guida presso reparti specializzati dell’Esercito e delle altre FFAA e relativi piani industriali per la messa in cantiere di prototipi di armi e/o acquisto di mezzi (quali per esempio aerei robot predator) da utilizzare contro le folle tumultuanti che si potrebbero scatenare nelle megalopoli in rivolta in un futuro non troppo lontano da noi.

Da G8 e Predator dalla Puglia, di Antonio Camuso.

Pentiti, incazzati e speranzosi a Vicenza

Pentiti.
Claudio Cicero, esponente della maggioranza durante la giunta Hullweck, ora consigliere comunale dell’opposizione, il quale ha inviato un conciso telegramma al ministro della Difesa Ignazio La Russa per denunciare “le cose turche” che stanno avvenendo presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Cicero non ci sta alla chiusura dello scalo berico e si scaglia in primo luogo contro il Commissario governativo Paolo Costa, “che ha fatto chiudere l’aeroporto e chissà per conto di chi ha agito”. Ultima fra le “maialate”, l’asportazione del monumento dedicato ad Arturo Ferrarin, gloria dell’aviazione italiana, protagonista del raid Roma-Tokio nel 1920, personaggio-simbolo della città.
Cicero annuncia di essere addirittura disposto a schierarsi contro la costruzione della base statunitense, qualificando ciò che sta succedendo a Vicenza come un fatto gravissimo e vergognoso: un ordine del giorno approvato dall’amministrazione comunale il 26 ottobre 2006 ancora in vigore e che non è stato mai rispettato. Testuali parole: “Si rischia di consegnare l’area agli americani senza alcuna condizione rispettata. Nessuno dei patti chiesti è stato portato a buon fine. (…) Se questo è lo stato delle cose, allora sarò io per primo a diventare uno dei più duri oppositori della base USA”.
Incazzati.
Statunitensi a cui, a rigore, le chiavi dell’aeroporto Dal Molin – ormai sgomberato dall’Aeronautica Militare Italiana e chiuso al traffico civile – dovrebbero essere consegnate il prossimo 1 luglio. Lo scorso 15 giugno giunge però al Gazzettino una lettera di un dipendente dell’Aeronautica Militare il quale denuncia che non è vero che gli americani entreranno al Dal Molin solo dopo la costruzione della nuova base, anzi ormai vanno e vengono tutti i giorni come se di fatto ne fossero già i padroni. Dopo il 1 luglio, poi, entreranno nelle palazzine già dell’Aeronautica ed in particolare in quelle ancora per poco occupate dal 27° Genio campale. Lo sfogo prosegue ricordando le dichiarazioni del Commissario Costa che gli statunitensi avrebbero regalato la bonifica dei terreni sia sul lato ovest, quello che dovrebbe ospitare la base, che su quello est, che dovrebbe essere vincolato a parco. Ebbene, il contratto di bonifica sarebbe già stato ridotto alla sola parte ovest: qui sono a rischio il museo dell’Aeronautica, smembrato ed oggi giacente a pezzi in uno degli hangar, ed i quasi mille alberi di alto fusto lì presenti. Ciliegina sulla torta la cosiddetta rototraslazione della pista promessa da Costa, definita come “impossibile pena la riduzione drastica della lunghezza della pista e di conseguenza della sua funzionalità”.
Speranzosi.
Mentre dagli Stati Uniti giungono notizie di stanziamenti per il completamento-rinnovamento di infrastrutture militari a Vicenza, richiesti nell’ordine di oltre 100 milioni di dollari per il 2009, – quindi aggiuntivi all’appalto per la Dal Molin – il neosindaco Achille Variati ha messo a punto il testo della delibera che sarà portata in Consiglio comunale il prossimo 26 giugno, propedeutica ad una consultazione popolare da tenersi in autunno, probabilmente il 5 ottobre. I vicentini saranno interrogati se siano o meno favorevoli all’avvio di un procedimento di acquisizione al patrimonio comunale dell’area aeroportuale Dal Molin, da destinare ad usi di interesse collettivo. Un eventuale esito positivo prevede la partecipazione di non meno di 35.000 elettori, la metà più uno dei votanti alle recenti elezioni comunali. Una volta approvata, la delibera sarà trasmessa al Governo, alla Regione Veneto ed all’ambasciatore statunitense, con la richiesta di sospendere i lavori per la costruzione della nuova base – attualmente concentrati sulla bonifica dei terreni – fino all’espletamento della consultazione.
Variati è stato però anticipato dal TAR Veneto, che lo scorso 20 giugno ha reso note le motivazioni che lo hanno spinto ad accogliere il ricorso presentato dall’associazione dei consumatori Codacons per la sospensione dei lavori alla Dal Molin. I magistrati amministrativi affermano che nessuna traccia documentale di supporto e’ stata riscontrata sull’”atto di consenso prestato dal Governo italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali’. ”Tale atto di consenso, che pertanto risulta espresso soltanto oralmente – sottolineano i giudici – appare estraneo ad ogni regola inerente all’attività amministrativa e assolutamente extra ordinem, tale da non essere assolutamente compatibile con l’importanza della materia trattata e con i principi tradizionali del diritto amministrativo e delle norme sul procedimento, in base ai quali ogni determinazione deve essere emanata con atto formale e comunque per iscritto”.
Il TAR rileva poi che l’assenso del Governo italiano “risulta essere stato formulato, del tutto impropriamente, da un dirigente del Ministero della Difesa, al di fuori di qualsiasi possibile imputazione di competenze e di responsabilità ad esso ascrivibili in relazione all’altissimo rilievo della materia”.
“Rilevato altresì che è stata contestualmente autorizzata la pubblicazione del bando di gara (…) senza che consti il rispetto delle normative europee ed italiane in materia di procedure ad evidenza pubblica per la assegnazione di commesse pubbliche”, il TAR ha ritenuto di “sospendere l’efficacia dei provvedimenti impugnati, inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento e ciò sotto il controllo degli organi del Comune di Vicenza competenti in materia di edilizia ed urbanistica”.

Il testo completo della sentenza è qui.