L’impero americano implode sia in casa che all’estero

a testa in giù

John Wight per rt.com

Le crisi ed il caos che stanno ingolfando il Medio Oriente e l’Ucraina sono una prova del declino imperiale statunitense, mentre Washington impara la dura lezione che nessun impero dura per sempre.
Subito dopo la Guerra del Vietnam – la cui fine era stata accompagnata dal filmato in cui il personale USA e alcuni collaboratori vietnamiti venivano evacuati dal tetto dell’ambasciata statunitense a Saigon nel 1975 – gli Stati Uniti sono entrati in un lungo periodo di declino e incertezza ogniqualvolta fosse necessario intraprendere operazioni militari di rilievo.
Nonostante tutta la potenza distruttrice presente nei sui arsenali, i Vietnamiti hanno fatto apparire l’imperialismo americano come un gigante dai piedi di argilla. Il nome dato a questo periodo di ritirata in termini di “hard power” è stato “la sindrome del Vietnam” ed è durato dal 1975 al 1991, momento in cui gli Stati Uniti assieme ad una coalizione internazionale si sono avventurati nella Prima Guerra del Golfo per cacciare le truppe irachene dal Kuwait.
Stiamo testimoniando a un periodo simile di declino imperiale statunitense, per quanto riguarda l’incapacità di Washington di intraprendere operazioni militari di larga scala. Tutto ciò deriva dalle occupazioni fallite dell’Irak e dell’Afghanistan, le quali non hanno portato a null’altro che a uno scatenarsi del terrorismo e dell’estremismo nella regione e quindi, per estensione, nel mondo intero.
Le grandi risorse impiegate hanno ulteriormente messo in difficoltà la potenza imperiale di Washington, mentre la frammentazione della coesione sociale negli Stati Uniti stessi – testimoniata dai trattamenti brutali riservati ai poveri, agli immigrati e ai neri – raccontano di una società che è vicina all’implosione. A tal proposito i riferimenti agli anni ‘60 e ’70 sono chiari. Continua a leggere

Sono stato testimone di un crimine contro l’umanità!

Un messaggio di Caleb Maupin dal porto di Gibuti

Dal porto di Gibuti in Nord Africa, è con grande tristezza e bruciante indignazione che annuncio che il viaggio della nave di salvataggio Iran Shahed si è concluso. Non raggiungeremo la nostra destinazione al porto di Hodiedah in Yemen per consegnare aiuti umanitari.
La conclusione senza successo della nostra missione è il risultato di una sola cosa: il terrorismo saudita appoggiato dagli Stati Uniti.
Ieri [23 maggio 2015 – ndr], come il nostro arrivo apparve imminente, le forze saudite hanno bombardato il porto di Hodiedah. Essi non hanno bombardato il porto solo una volta, o anche due. Le forze saudite hanno bombardato il porto di Hodiedah un totale di otto volte in un solo giorno!
Il numero totale di innocenti lavoratori portuali, marinai, scaricatori di porto, e passanti uccisi da questi otto attacchi aerei è ancora da calcolare.
Inoltre, i rivoluzionari yemeniti hanno arrestato 15 persone ieri, che facevano parte di un complotto per attaccare la nostra nave. Il piano era quello di attaccare l’Iran Shahed al nostro arrivo, e uccidere tutti a bordo, me compreso.
Con le sue tante minacce e azioni criminali, il regime saudita stava mandando un messaggio alla squadra di medici, tecnici medici, anestesisti, e altri volontari della Mezzaluna Rossa a bordo della nave. Il messaggio era: “Se tentate di aiutare i bambini affamati dello Yemen noi vi uccideremo”.
Queste azioni, progettate per terrorizzare e intimidire coloro che cercano di portare aiuti umanitari, sono una chiara violazione del diritto internazionale. Posso dire, senza alcuna esitazione, che ho assistito a un crimine contro l’umanità.
Nel contesto delle estreme minacce saudite, dopo lunghi negoziati che hanno avuto luogo tutto il giorno a Teheran, è stato stabilito che la Società della Mezzaluna Rossa non può completare questa missione. Le 2.500 tonnellate di forniture mediche, cibo e acqua vengono scaricati, e consegnati al Programma Alimentare Mondiale, che ha accettato di distribuirle per nostro conto entro il 5 giugno.

Gibuti e l’imperialismo statunitense
Qui a Gibuti, posso vedere chiaramente ciò contro cui i popoli di Yemen e Iran hanno combattuto per così tanto tempo. A differenza di Teheran, qui a Gibuti vedo masse di gente disperata che soffre la fame. Impoveriti Africani, alla disperata ricerca di una giornata di lavoro, sono allineati al di fuori del porto. Essi sono insieme a profughi yemeniti che sono fuggiti dai combattimenti, e hanno attraversato il mare. I profughi yemeniti vivono in tendopoli.
C’è una enorme base militare americana qui a Gibuti, e questo piccolo Paese di soli 3 milioni di persone è ben sotto il controllo del neo-liberismo occidentale. Questo Paese è stato fondamentalmente scolpito sulle mappe del mondo dagli imperialisti. Mentre i saccheggiatori europei si spartivano il continente africano, hanno creato questo piccolo Paese in modo che basi navali possano essere comodamente collocate in una posizione strategica.
Gli imperialisti hanno falsamente disegnato i confini del continente africano nello stesso modo in cui hanno diviso i popoli arabi e i popoli dell’America Latina. Le mappe sono state disegnate per servire i colonizzatori, e determinare chi abbia il diritto di rubare e sottomettere la popolazione di ogni regione specifica.
Le condizioni di vita che vedo qui a Gibuti sono terribili rispetto all’Iran. L’Iran ha rotto le catene dell’imperialismo, e si sta sviluppando in modo indipendente. In Iran, ho visto poche persone mendicare un lavoro, e le poche che ho visto sono rifugiati provenienti dall’Afghanistan.
Dal momento dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, la Repubblica Islamica ha aperto le porte a 3 milioni di rifugiati, e la maggior parte di loro sono costantemente impiegati. Le risorse petrolifere dell’Iran sono nelle mani di un governo nato da una massiccia rivoluzione popolare. I ricavi del petrolio sono stati utilizzati per creare un vasto apparato di programmi sociali.
Uno dei volontari della Mezzaluna Rossa mi ha detto: “Il governo iraniano ha un dipartimento per fare in modo che nel nostro Paese tutti quelli che vogliono lavorare, possano farlo”. Alle madri iraniane viene dato un sussidio garantito per ciascuno dei loro figli. L’istruzione nelle università iraniane è assolutamente gratuita, e il Ministero della Sanità offre assistenza medica gratuita a tutti nel Paese.
Rispetto ai milioni di lavoratori stranieri schiavizzati in ​​Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, o la gente immiserita in tutto il continente africano, anche gli Iraniani più poveri sono molto, molto ricchi. Rompendo con il neoliberismo, l’Iran è stato in grado di garantire a tutti i suoi cittadini una grande quantità di sicurezza economica.
Il Leader Supremo della Rivoluzione Islamica ha denunciato a gran voce il sistema del capitalismo, e ha detto che i principi religiosi e la compassione per i bisognosi, dovrebbero sempre avere la priorità rispetto ai profitti e alla finanza.

“Stare con gli oppressi”
Se le forze della resistenza hanno successo nella loro lotta contro l’attacco saudita, lo Yemen si unirà presto all’Iran nel diventare un Paese indipendente. Il logo dell’organizzazione Ansarullah mostra una mano che tiene un fucile per rappresentare la resistenza armata. Perpendicolare al fucile sul logo Ansarullah è uno stelo di grano, a rappresentare lo “sviluppo economico”.
Non è un segreto che lo Yemen ha vaste risorse petrolifere, non sfruttate. Se le forze di resistenza sono vittoriose, possono valersi di queste risorse, e iniziare a utilizzarle per costruire la società yemenita. Lo Yemen può quindi cominciare a fare ciò che il popolo del Venezuela ha fatto, e trasformare il Paese con il controllo pubblico delle risorse naturali.
Il gruppo religioso che guida Ansarullah, gli Zaidi, ha uno slogan. Dicono: “Un vero Imam è un Imam che combatte”.
Essi oppongono le loro credenze religiose a quelle dei Wahabiti che guidano l’Arabia Saudita. I leader religiosi sauditi affermano che i musulmani devono evitare la ribellione e la protesta perché ciò porta a instabilità e caos. Essi sottolineano l’obbedienza al governo e alle figure autorevoli.
Gli Zaidi, che guidano Ansurrullah e sono al centro dell’attuale rivoluzione yemenita, sottolineano che un capo religioso non sta veramente facendo il lavoro di Dio, a meno che non prenda una spada o una pistola e “combatta per gli oppressi”.
Mentre mi preparo a tornare a Teheran sono diventato ancora più convinto della necessità di rovesciare il sistema del capitalismo monopolistico occidentale. Sto rafforzandomi nella convinzione che ci deve essere un’alleanza globale di tutte le forze che si oppongono all’imperialismo. Che si tratti di marxisti-leninisti, bolivariani, anarchici, sciiti, sunniti, cristiani, o nazionalisti russi, tutte le forze che si oppongono alla continua dominazione sul pianeta dei banchieri di Wall Street devono fermamente stare insieme.
Il popolo dello Yemen, come le forze della resistenza in tante altre parti del mondo, si è rifiutato di arrendersi. Come si trovano ad affrontare un attacco terribile con le bombe saudite di fabbricazione USA, mi auguro che la notizia della nostra pacifica, missione umanitaria li abbia raggiunti. Spero che siano consapevoli del fatto che nella loro lotta contro il re saudita, i banchieri di Wall Street, e tutte le grandi forze del male, essi non sono soli. Ci sono milioni di persone in tutto il pianeta che stanno dalla loro parte.
L’imperialismo è condannato, e l’intera umanità dovrà presto essere libera!

Fonte – traduzione di F. Roberti.
Nel video che accompagna questo articolo, alcune interviste con i componenti del convoglio umanitario, realizzate da Jonathan Moadab di Agence Info Libre prima della partenza dall’Iran.

11312781_1668997633319809_7188792471909979179_o

La Russia è rimasta indifferente all’esibizione canora della NATO “Noi siamo la guerra”

Al Gurnov per rt.com

Consideriamo per un momento quale sarebbe la risposta da Washington se la Russia annunciasse l’inizio di giochi di guerra internazionali vicino ai confini americani. Impossibile, dite? Eppure è quasi esattamente quello che il Pentagono ha annunciato vicino alla Russia.
“Il Ministero della Difesa russo ha annunciato che oltre 350 soldati russi e 80 veicoli blindati con copertura aerea inizieranno una marcia di 300 miglia attraverso il Messico la prossima settimana, segnalando l’inizio di giochi di guerra multinazionali BRICS nella regione.”
La dichiarazione fittizia di cui sopra suona un po’ come uno scherzo, o qualcosa di impossibile da immaginare. Dopo tutto, per quale scopo la Russia dovrebbe patrocinare l’invio di truppe internazionali vicino al confine degli Stati Uniti? Quindi, come si spiega questo altro pezzo di notizia molto vera: oltre 350 soldati americani e 80 veicoli dell’esercito americano con la copertura dell’US Air Force inizieranno una marcia di 400 chilometri attraverso la Romania questa settimana, segnalando l’inizio di giochi di guerra multinazionali NATO in Romania.
Suona un po’ più credibile, non è vero? E dimostra il semplice fatto che la NATO e gli Stati Uniti hanno creato per se stessi una reputazione di essere aggressivi, dal grilletto molto facile, mentre la Russia, che la scorsa settimana ha festeggiato il 70° anniversario della sua vittoria sul fascismo, ha dichiarato la propria intenzione di non andare mai più in guerra.
Dopo aver assunto il titolo di “vincitori” della Guerra Fredda, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno categoricamente trascurato importanti leggi internazionali in uno sforzo sfacciato di imporre la loro volontà in tutto il mondo. Sono tornati alla vecchia pratica del 20° secolo di dividere il mondo in amici e nemici in un pericoloso gioco geopolitico “a somma zero”. In effetti, la NATO promise di impegnarsi a non espandersi a Est in cambio della riunificazione della Germania e del ritiro militare sovietico dall’Europa. Tuttavia, questa promessa si è rivelata essere uno scherzo ancora più grande di quello che apre questo articolo.
Nel quadro del cosiddetto “Partenariato Orientale”, l’infrastruttura della NATO continua la sua marcia ad est verso i confini della Russia. Questa mossa ha praticamente distrutto i legami storici che la Russia ha avuto con almeno una dozzina di Stati, cui è stata data una falsa scelta, artificiale di essere “o contro la Russia, o contro il resto d’Europa”. C’è stata anche la costruzione di un nuova Cortina di Ferro – eretta questa volta dall’Occidente – che impedisce l’espansione del commercio, delle relazioni economiche, umanitarie e culturali tra le persone.
Per questo motivo, quando i ministri degli Esteri della NATO, dopo un banchetto in Turchia, si sono lasciati andare e hanno cantato “We are the World”, le persone in tutto il mondo hanno udito invece le parole “We are the WAR”. Continua a leggere

“I signori della droga hanno ballato di gioia, quando gli USA mi hanno messo all’indice” – il capo dell’anti-droga in Russia

I cartelli internazionali della droga hanno beneficiato delle sanzioni degli Stati Uniti volte a isolare la Russia, il capo dell’anti-droga Viktor Ivanov ha detto a Russia Today. Egli ha anche respinto le accuse portate contro di lui durante le udienze del caso Litvinenko a Londra come “una farsa”.

RT: Un anno fa, il 20 marzo 2014, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama – abbastanza sorprendentemente per chiunque, e probabilmente anche per lei – ha emesso un Ordine Esecutivo che l’ha inclusa nella lista nera delle persone soggette alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Per quale motivo lei pensa che lo abbia fatto?
Viktor Ivanov: In effetti, è stata davvero una sorpresa, non solo per me, ma anche per i miei colleghi americani, funzionari dell’amministrazione presidenziale e della Drug Enforcement Administration (DEA). In realtà essi mi hanno detto che questa decisione era venuta direttamente dal vertice. Vorrei far notare che mettere il capo dell’agenzia russa di controllo della droga su una lista nera non ha comportato nulla di buono né per gli Stati Uniti né per la Russia. Gli unici a beneficiare di questo sono stati i trafficanti internazionali di droga, e credo che i signori della droga abbiano ballato di gioia nel vedere la fine di una così forte collaborazione anti-droga. Continua a leggere

L’Islam buono e quello cattivo

10405331_10153266701971204_3690110065650500493_n

La memoria genetica dei musulmani.
Sessanta anni di stermini e di milioni di morti dimenticati dalla lotta al terrorismo. La decima crociata di Papa Bergoglio.

“Il passato e il suo ricordo possono intralciare gli indirizzi politici dei governi. Vengono pertanto revisionati, ristrutturati o sepolti.
A distanza di anni e di decenni hanno comunque la pessima abitudine di riemergere, di riprodursi con sembianze a volte deformate ed effetti tali da seminare sgomento e provocare reazioni anomale e controproducenti in Occidente. Il mondo musulmano vive ancora la nostra recente esperienza in Algeria e nel Medio Oriente, ma conserva una memoria genetica di un passato non troppo lontano, di persecuzioni e del sangue versato dopo la Seconda Guerra Mondiale. E prima o poi quella memoria tornerà a tormentare la coscienza del mondo occidentale.”

Trascriviamo queste note su quanto ci disse Ben Bella nel 1998. Ci aveva presentato all’eroe dell’Armata Popolare di Liberazione Luciana Castellina a Ginevra durante la marcia con cui veniva celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non volle parlarci del suo ruolo ad Algeri, della sua prigionia, dell’esilio dopo il colpo di Stato di Boumedienne, ma insistette a lungo sulle sue apprensioni per quanto ci teneva in serbo un futuro incerto, non solo di guerre ma anche di ingiustizia sociale. Parole accorate e profetiche di un personaggio famoso che non si considerava certo un vinto, ma neanche un vincitore trionfante della storia.
A rintracciare quelle note ci ha indotto un eccellente articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto del 5 aprile scorso. C’è una distrazione generale, scrive, sull’ecatombe dei combattimenti e dei bombardamenti scatenati in Irak, Pakistan e Afghanistan dall’11 settembre 2001 al primo semestre del 2014: più di un milione e trecentomila morti, quasi tutti civili, senza contare le altre centinaia di migliaia di vittime in Siria e a Gaza. Morti che non hanno nome, che non contano niente. Stati Uniti e alleati europei, continuano a sganciare bombe accompagnati dal ritornello dei leader occidentali “Siamo in guerra contro il terrorismo, non contro l’Islam”. Il terrorismo di turno, almeno da otto mesi a questa parte, è quello dei tagliagole dello Stato Islamico, degli sciiti contro i sunniti e viceversa, armati e finanziati in alternanza o contemporaneamente dalla NATO, dagli Emirati, dall’Arabia Saudita e in misura decrescente dall’Iran mentre lo Stato israeliano di Netanyahu se ne sta a guardare più o meno compiaciuto.
Abbiamo poi l’Islam buono e quello cattivo, il primo che cerca invano l’integrazione nelle periferie desolate del mondo occidentale, il secondo minoritario, impermeabile alla cultura occidentale che fa strage di infedeli, cristiani e musulmani pacifici, in Medio Oriente, nel Nord Africa e in misura limitata anche in Europa. Tutti d’accordo perché come ha osservato a febbraio persino Time, il settimanale dedicato al primato di civiltà e allo “eccezionalismo” del popolo statunitense, questo vive in “un presente eterno in cui ogni riflessione è limitata a Facebook e la narrazione storica è delegata a Hollywood”.
Rischiamo ben volentieri di farci assegnare il ruolo di improbabili sostenitori dei tagliagole e ricordiamo per sommi capi alcuni eventi del dopoguerra che nelle parole di Ben Bella sono entrati nella “memoria genetica” del mondo musulmano, un mondo in quegli anni aperto, pacifico e generalmente incline ad abbracciare i valori della giustizia sociale.
In Indonesia, dopo l’indipendenza, è vero, era presente un partito comunista: bastò a Londra e Washington per abbattere con un colpo di stato il governo progressista del Presidente Sukarno per sostituirlo con la dittatura di Suharto e con l’invio di truppe scelte e l’impiego di fazioni dissidenti islamiche e cristiane per scatenare una guerra di sterminio in tutto il paese che provocò da un milione e mezzo a tre milioni di morti musulmani tra il 1965 e il 1966. Le ingenti risorse minerarie e petrolifere dell’Indonesia vennero così assicurate agli USA e alla Gran Bretagna. Per il Grande Impero d’Occidente i movimenti indipendentisti, postcoloniali e progressisti, nel Medio Oriente islamico ed arabo erano diventati inaccettabili e da abbattere con qualsiasi mezzo: venne rafforzato con armamenti e finanziamenti diretti il Wahabismo, una setta islamica ultraconservatrice nell’Arabia Saudita e fiumi di sangue precedettero e accompagnarono l’installazione dello Shah in Iran. Dopo la sua caduta, Saddam Hussein, allora nei favori di Washington fu finanziato ed armato nella guerra di otto anni contro l’Iran di Khomeini (un milione di morti). Un milione e mezzo poi le vittime – tra caduti e per fame da sanzioni – della prima guerra contro l’Irak del 1992, di cui nessuno oggi parla. E poi gli attacchi e le guerre di Israele contro la Palestina, l’Egitto, la Giordania e la Siria, sempre nella memoria della Shoah e in nome del diritto alla sopravvivenza con i quattro miliardi di dollari USA all’anno che hanno fatto di questo Stato la nuova Prussia atomica del Medio Oriente.
E’ questo l’humus del risentimento del mondo musulmano in cui germinano i semi del fanatismo estremo dell’IS. E’ stato detto e ribadito da osservatori di noi ben più autorevoli che ignorare le cause del terrorismo vuol dire perpetuarlo.
Come combattere il Califfato? Suggerimenti razionali e ridimensionamenti del fenomeno abnorme nei suoi aspetti più efferati, vengono offerti da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes “Chi ha paura del Califfo”. Non è comunque un mistero per chi sa far di conto che il primo passo dovrebbe essere quello del taglio dei finanziamenti indiretti e del riciclaggio dei petrodollari dell’IS di cui sono responsabili gli Emirati Arabi (il Dubai si è aggiudicato il titolo di Bancomat del Califfato). Qualche pressione su questi regimi “criminogeni” sono state esercitate negli ultimi mesi dall’Amministrazione Obama, ma “pecunia non olet”, gli affari sono affari e “the business of America is business”.
Facile comprendere invece le ragioni dell’appello ad una Decima Crociata di chi ha sempre parlato del denaro come “sterco del diavolo”, di pace universale, di Dio che tutto e tutti perdona, di misericordia, di amore per i poveri, di cristiana pietas verso i diseredati colpevoli e meno, e cioè di papa Bergoglio. Giusto che il non più sontuoso erede del pescatore di Tiberiade condanni la persecuzione dei cristiani quale pastore del gregge, ma da qualche giorno a questa parte la denunzia del silenzio complice dell’inerzia occidentale suona come un esplicito invito a sterminare i lupi, tutti i lupi.
Se ha assunti i toni di Urbano II e di Pietro l’Eremita – Deus le volt – un altro motivo è più che opinabile: l’alta missione dei Gesuiti, dettata dal fondatore Francesco di Sales (non di Assisi), quella del proselitismo e delle conversioni di massa, la stessa che lo ha portato sul soglio pontificio in piena crisi di vocazioni e di chiese semi vuote aveva trovato in Bergoglio un predicatore popolare e di gran successo. I lupi del Califfato hanno spaventato il gregge e bloccato la missione. Vanno quindi ammazzati in gloria in excelsis Deo.
Lucio Manisco

Fonte

“USA e getta”, di Jimmie Moglia

1609930_838916619481218_1173534125599945624_n

“Mi sembra giusto finire questa carrellata sulla storia dell’America rifacendomi ancora una volta al dilemma iniziale. Di cos’è fatta la storia, di fatti o d’interpretazioni? Alla domanda risponde il silenzio, ma una cosa è certa, la storia non si fa cancellandone le piaghe.
Riferendosi all’Italia, il diplomatico francese Henry Bayle diceva che “Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati…”.
Mutatis mutandis, se si vuole conoscere la Storia degli Stati Uniti bisogna cominciare dal convincersi che l’associato mito storico è falso. L’importanza della menzogna non sta nel fatto che lo sia, ma nelle sue conseguenze. Specialmente quando l’America è il Paese più forte del pianeta e si assume (o arroga) il diritto di imporre al mondo la propria ideologia.
Sulla forza dell’America non c’è alcun dubbio. E guai a chi si permette di bucare il castello di carta fatto di fandonie millantate in nome di “libertà e democrazia”. Milosevic è morto in galera, Saddam Hussein impiccato e Muammar Gheddafi mitragliato in un bunker. Mentre la Libia era bombardata dagli aerei della NATO.
Una volta c’erano i comunisti, poi son venuti i terroristi, oggi è caduta l’ultima maschera. “Gli USA – parole di Obama – possono “intervenire” (eufemismo per invadere, ammazzare e distruggere) dovunque gli interessi americani sono ostacolati.” Vedi l’Irak (un milione e trecentomila morti… and counting), e le (probabili) centinaia di migliaia di vittime in Afghanistan e in altri Paesi. Senza contare la gente del posto e i civili che dell’America se ne fregano, ma che vengono ammazzati lo stesso – vittime senza nome del “danno collaterale”, lugubre eufemismo bernaysiano.
Nella sola Italia, gli USA hanno 113 installazioni militari, tra basi, uffici e centri d’ascolto.
Non molto tempo fa, scoprire che il governo americano teneva sotto controllo assoluto tutte le comunicazioni di un governo straniero averebbe perlomeno portato al richiamo degli ambasciatori. Oggi, il primo ministro del Paese spiato, e spiato lui stesso, appena bofonchia.
Niente dimostra lo strapotere americano più dell’episodio dell’estate 2013 – quando è bastato un cenno della CIA perché quattro grandi Nazioni europee si calassero le metaforiche braghe per dire, “Ecco il culo, obbedisco”. Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno impedito il passaggio all’aereo del presidente della Bolivia, Evo Morales, costringendolo a un atterraggio forzato in Austria. L’immagine del presidente Morales, seduto su un bancone dell’aeroporto, in attesa per ore prima che la CIA lo lasci ripartire, è testimonianza e simbolo del livello a cui è caduto il cosiddetto mondo “libero”.
E tutto perché la CIA sospettava che a bordo ci fosse non un assassino, non un ladro, non un criminale, ma un giovane americano che, anche lui, aveva avuto l’ardire di bucare il castello di carta delle fandonie. E rivelare, prove alla mano, nero su bianco, che l’America spia su tutti e su tutto il mondo.
L’America ha instaurato una rete globale di lacchè al suo servizio. E i lacchè, a volte, non si rendono neanche conto del disprezzo in cui sono tenuti dai loro padroni.
Emblematico un rapporto dell’ambasciatore americano a Roma, quando l’Italia inviò i suoi soldati in Afghanistan a far parte della “coalizione dei disponibili” (coalition of the willing), altro eufemismo dai connotati postribolari. L’originale si trova tra i documenti divulgati da Julian Assange, attraverso Wikileaks.
“A Berlusconi – dice il rapporto – fa piacere sentirsi importante. Quando gli ho chiesto di inviare duemila soldati in Afghanistan, me ne ha subito offerti quattromila.”
Alla faccia dell’Italia che potrebbe utilizzare molto meglio i soldi spesi per spedire e mantenere quattromila soldati, più armamenti, in un Paese dove, probabilmente, la maggioranza degli abitanti l’Italia non sa neanche dove sia.
Ma ritorniamo all’ideologia. La questione non è accademica. Molti intellettuali del momento (italiani e non solo), si sono verniciati da economisti e disquisiscono ad infinitum su formule, più o meno matematiche, più o meno statistiche. Grazie alle quali si potrebbe influire sul “prodotto interno lordo”, sulle “aspettative adattate”, sulle politiche micro e macro economiche, sulla “curva di Lorenz”, sul distributismo, l’elasticità di scala, l’inflazione, la deflazione e, naturalmente, sul “debito sovrano”, molto più importante del debito plebeo.
Intanto, nell’uomo qualunque e nel cittadino pensante sta nascendo il sentimento e si sta formando la percezione che, rapportate al disastro ecologico, al mutamento del clima, alla pressione demografica, alla (purtroppo ancora auspicata) “crescita”, le formule economico-accademiche siano le quisquilie e pinzillacchere immortalate da Totò. Nel caso, funzionano da patetiche maschere dell’ideologia dominante – creando tuttavia l’illusione che le quisquilie possano in qualche modo addolcirla. Ma non è così. Un’ideologia per cui il privato è tutto e il sociale niente, non ammette modifiche. “La società non esiste” disse la malanima Thatcher, con ammirevole sincerità.
Quando Don Abbondio si è chiesto chi era Carneade, la sua curiosità era ammirevole, ma le istanze dei bravi (come si direbbe oggi), erano un problema più pressante.
Oggi di Carneade ce ne sono centinaia, anzi migliaia. Lo sport, il calcio, giocatori, cantanti, attori, attrici, comparse, re, regine, duchesse, contesse, principesse, nobildonne più o meno tali, celebrità e i loro amorazzi, paparazzi che immortalano gli amorazzi… La lista è lunga e non ho neanche messo in conta gli intellettual-economisti di cui sopra. Potremmo chiamare il tutto una forma di neo-carneadismo.
E forse, chissà, il neo-carneadismo è più attraente che preoccuparsi di cosa vogliono i bravi. Anche perché i bravi di oggi sono più sofisticati. Invece di schioppi portano magliette con la scritta “Libertà e Democrazia”, invece di bloccare la strada a Don Abbondio, lo incanalano verso un’altra. E’ a senso unico e si chiama “Via del Neoliberismo a Stelle e Strisce”.
La strada non ha deviazioni, non ha parcheggi, non ha possibilità di uscita e nemmeno di sosta. L’involontario viandante – neo Don Abbondio a sua insaputa – non può cambiare il passo, è spinto da quelli dietro e bloccato da quelli davanti. In compenso, può comprare e consumare in fretta e furia un hamburgher ai numerosissimi McDonalds distribuiti lungo il percorso (non per niente si chiamano fast-food). O acquistare – in altrettanto numerosi centri commerciali – una miriade di aggeggi e marchingegni di dubbia utilità (non per niente si chiama acquisto per impulso, “impulse buying”).
E mentre ogni ulteriore aggeggio aumenta il peso del bagaglio e la fatica del viaggio, il pellegrino non trova mai silenzio. Catene di altoparlanti e schermi televisivi lo invitano a consumare ancora più hamburghers e a comprare ancora più aggeggi.
Il neo Don Abbondio crede di avere la possibilità d’innumerevoli scelte tra gli aggeggi o tra i cinquanta tipi di ciambelle col buco di McDonald. Ma per quanto siano numerose, le opzioni possibili restano sempre sotto controllo. Il problema (di cui il neo Don Abbondio è costretto a non accorgersene) è se un simulacro di scelta sia preferibile a un’assenza di scelta, a cui è più facile opporre un rifiuto.
Con ogni mezzo si vuole convincere il neo Don Abbondio che sta vivendo nel Paese di Bengodi, mentre si tratta soltanto di un edonismo straccione e di massa.
La tecnologia della propaganda è sofisticata, ma il messaggio è di una semplicità leibniziana: “Questo è il migliore di tutti i mondi possibili” – con il necessario corollario, “Non c’è altro modo (di vivere)”.
E allora, la nostra carrellata sulla storia dell’America, madre, motrice e motore del neocarneadismo e del neoliberismo come stili di vita, si conclude non con un messaggio ma con un invito.
Proviamo a credere che sia possibile un altro modo di vivere.”

Dalle Conclusioni di USA e getta, di Jimmie Moglia.
Il testo integrale può essere liberamente scaricato qui.

“Gli USA uccisero Saddam Hussein solo per trarne profitto”

L’ex leader iracheno Saddam Hussein non fu giustiziato per i crimini commessi, ma per la sua opposizione a Wall Street, ha detto l’analista politico Caleb Maupin a RT. La messa all’asta del pezzo di corda con cui venne giustiziato ne è la prova, dice Maupin.

RT: La corda è attualmente in possesso dell’ex consigliere alla sicurezza nazionale; potrebbe dirci come sia arrivata nelle sue mani?
Caleb Maupin: Il modo in cui venne attuata l’esecuzione di Saddam Hussein è un modo pensato per fomentare la violenza settaria. Si trattò di un’esecuzione, messa in scena in modo formale. Somigliava quasi al linciaggio attuato da persone di gruppi etnici ostili che gli urlavano contro. E il fatto che la corda sia ora in vendita è proprio un’ulteriore conferma del fatto che l’esecuzione di Saddam Hussein non aveva niente a che fare con la giustizia quanto piuttosto col profitto.
L’Irak fu invaso perché aveva una compagnia petrolifera statale che faceva concorrenza alle banche e alle compagnie petrolifere di Wall Street. E Saddam Hussein fu giustiziato non per le atrocità che avrebbe commesso nel corso della guerra Irak-Iran, e nemmeno per altre atrocità attribuitegli. Egli venne ucciso per aver tenuto testa a Wall Street e per aver sfidato le forze che stanno attualmente governando il mondo, cioè le forze del denaro e del potere.

RT: Secondo i rapporti, vari richiedenti da Iran, Israele e Kuwait hanno offerto grosse somme di denaro per entrare in possesso della corda; quali sono le loro motivazioni?
CM: Quando Saddam Hussein era alleato degli USA durante la guerra Irak-Iran, almeno un milione di Iraniani perirono come risultato delle sue azioni. Ma allora era alleato degli USA. Questo è qualcosa che spesso i media USA non riportano, cioè che in un certo momento gli Stati Uniti erano vicini a Saddam Hussein ed erano alleati con lui.
Tuttavia, è importante rilevare come questo dimostri quanto la giustizia sia diventata a buon mercato, se hanno messo in offerta gli strumenti dell’esecuzione, per venderli. Il profitto domina su tutto – non c’è nulla di veramente sacro. Guardate tutti i paesi invasi dagli USA, che siano l’Irak o l’Afghanistan, la Libia, o la Jugoslavia, che hanno sofferto per i bombardamenti USA. Mai vi hanno portato stabilità, mai vi hanno portato pace, essi hanno solo aumentato il caos e la distruzione. La guerra è veramente motivata dal profitto e questo fatto ne è un’ulteriore dimostrazione.
Il popolo iracheno oggi vive in miseria; c’è una crisi di rifugiati. Almeno un milione di persone sono diventate profughi. Centinaia di migliaia sono morti. Questo è il risultato dell’invasione statunitense. E adesso il governo insediato dall’invasione USA è così corrotto da mettere addirittura in vendita su internet gli strumenti utilizzati per giustiziare Saddam Hussein.

RT: Alcuni attivisti dicono che quest’asta è disumana e che il denaro raccolto dovrebbe andare in beneficenza in Irak. Qual è la sua opinione?
CM: Tutta la faccenda di mettere all’asta gli strumenti di esecuzione è veramente perversa e illustra ciò di cui sono veramente capaci il neoliberismo e il capitalismo. Gli USA hanno detto che stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia. In realtà non stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia; essi stavano invadendo l’Irak per imporre il capitalismo occidentale e per imporre il ruolo delle banche occidentali al popolo iracheno. E questo è ciò che stiamo vedendo qui nel mondo occidentale: il mondo neoliberista; tutto è in vendita, tutto è in funzione del profitto. Ci sono prigioni per fare profitti, ci sono forze di polizia private, ci sono masse di poveri e senzatetto. Questa è la realtà, questo è il sistema che gli USA stavano esportando in Irak, e questo è solo un chiaro esempio di questo sistema.

Fonte – Traduzione di M. Guidoni