Come si misura la sofferenza in Afghanistan?

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“Non esiste un dolorometro. La combinazione di macelleria-inferno – creata dalla NATO e dai talebani nel penultimo paese meno sviluppato del mondo, per la lotta tra i signori della guerra occidentali e quelli locali, l’inettitudine di un regime criminale formato da famiglie mafiose e protetto dalla NATO – ha strappato la vita a decine di migliaia di civili e costretto a fuggire dalle loro case milioni di loro.
Nell’Ospedale dei Bambini Indira Gandhi di Kabul il numero di bambini ricoverati per denutrizione severa si è quadruplicato dal 2012. Sono apparsi bimbi-vecchi, con la pelle che cade dal viso piena di rughe, a causa del marasma (Decadimento progressivo delle funzioni dell’organismo provocato da vecchiaia o da gravi malattie, n.d.t.), risultato di un forte deficit calorico.
Alle società occidentali che vivono dell’affare della guerra non importa neppure della morte di circa 3.400 soldati della NATO o lo sconvolgente dato che una media di 18 veterani delle guerre in Iraq e Afganistan si tolgano ogni giorno la vita. Alcuni, forse, per aver partecipato alla mattanza “per errore” di 16-23.000 afgani.
Il Nobel per la Pace Obama sostiene di essere l’artefice della “prima transizione democratica” afgana, una farsa dove la gente non potrà neppure scegliere tra un signore della guerra e l’altro; dalle urne uscirà quello deciso dallo Studio Ovale.”

Da Obama ha mentito: la NATO non se ne andrà dall’Afganistan, di Nazanín Armanian, politologa ispano-iraniana.

“Le mega-aziende USA dovrebbero pagare per la distruzione dell’Afghanistan”

I risarcimenti dovrebbero essere pagati da Halliburton, General Electric e da tutti i “contractor” militari che già hanno ricavato molti soldi dalla distruzione dell’Afghanistan e di altri Paesi, racconta l’analista di politica internazionale Caleb Maupin a RT.

RT: Un bambino di quattro anni è stato ucciso la settimana scorsa e adesso quest’ultimo incidente (sette bambini e una donna uccisa in un raid statunitente). Perché le truppe internazionali continuano a colpire zone residenziali se Karzai ha chiesto loro di non farlo?
Caleb Maupin: Le truppe non sono in Afghanistan per proteggere gli Afgani o per obbedire al governo locale. Sono lì per proteggere gli interessi delle banche e delle mega-aziende occidentali. L’intera storia dell’Afghanistan è una storia di un Paese saccheggiato. L’Afghanistan un tempo aveva la grande risorsa del legno, vaste aree forestali che furono tagliate dai britannici. E anche gli storici di destra ammetterebbero che il miglior periodo nella storia dell’Afghanistan è stato quello successivo alla rivoluzione del 1979, quando la popolazione dell’Afghanistan si ribellò e mandò via gli stranieri e cominciò uno sviluppo economico indipendente. E quella fu la storia gloriosa dell’Afghanistan. Furono poi gli Stati Uniti che finanziarono forze come quelle adesso di Al-Qaeda, per intervenire e fare a pezzi il governo rivoluzionario e democratico.
L’Afghanistan appartiene agli Afgani. Non è un Paese povero, ci sono tutti i generi di risorse minerarie e tutti i generi di ricchezza, ma le persone sono povere perché il controllo di queste risorse è nelle mani delle banche e delle mega-aziende occidentali. E questo il crimine che è successo. Questo genere di massacri sono davvero causati da interventi stranieri, puoi accorgertene ovunque essi accadano, nel Medio Oriente, in Africa, in Asia, ovunque.

RT: Le truppe statunitensi dovrebbero lasciare il Paese nel 2014, ma gli Stati Uniti vogliono un accordo di sicurezza che garantisca loro l’immunità dalle leggi locali. Alla luce di queste ultime uccisioni di civili, cosa dovrebbe accadere perché Karzai approvi tutto ciò?
CM: Il presidente Karzai, se rappresenta il popolo afgano, dovrebbe chiedere che vengano pagati al popolo afgano i risarcimenti per i così tanti crimini che lì sono stati commessi, per tutte le persone uccise, per tutte le vite perse, per tutta la povertà e la miseria create dall’intervento statunitense. E questi risarcimenti non dovrebbero provenire dai lavoratori americani, bensì dalla Halliburton, dalla General Electric e da tutti i “contractor” militari che già hanno ricavato molti soldi dalla distruzione dell’Afghanistan e di altri Paesi. C’è la necessità che i risarcimenti siano pagati al popolo afgano così che crimini del genere non restino impuniti.

RT: Se non ci sarà un accordo e le truppe statunitensi vanno via, non sarà poi più facile per gli insorgenti compiere attacchi terroristici e potenzialmente ucidere molti più civili?
CM: Questa è l’argomentazione che viene sempre avanzata dalle potenze straniere. Fanno sempre apparire che loro stanno invadendo il Paese solo perché si curano delle persone che si trovano sotto attacco. Ma in tutto il mondo si possono vedere i frutti degli interventi esteri degli Stati Uniti. Guardiamo alla Libia oggi – stanno meglio dopo che la NATO e gli Stati Uniti hanno deposto Gheddafi? L’Iraq sta meglio? O sta meglio il popolo dell’ex Jugoslavia?
Dovunque gli Stati Uniti vanno, dovunque le potenze straniere vanno e depongono un governo si crea povertà, miseria e sofferenza. Non rendono mai migliori le condizioni di vita della gente, e i popoli hanno il diritto di governare il proprio Paese. L’autodeterminazione è un diritto umano basilare e le truppe straniere dovrebbero lasciare l’Afghanistan.

RT: Ex ufficiali britannici di alto livello hanno espresso preoccupazione in merito alla possibilità di una presa del potere da parte dei Talebani se le truppe internazionali si ritirassero. Karzai vuole che accada questo?
CM: Non so cosa passi per la testa di Karzai, non ho questo genere di conoscenza. Tutto ciò che posso dire è che per gli ultimi 50 o 100 anni abbiamo visto quelli che sono i frutti dell’intervento occidentale. In nessun luogo essi hanno creato pace o lavoro o democrazia o eguaglianza o qualsiasi altra cosa avessero promesso. Dovunque essi sono intervenuti hanno reso la situazione peggiore. Hanno creato sofferenze di massa e vediamo questi massacri in atto e le vite che sono andate perdute. E’ un diritto basilare quello di governare il proprio Paese, quello di non avere truppe straniere di occupazione lì. Il popolo afgano ha quel diritto assolutamente. E i soldi che vengono spesi per l’occupazione dell’Afghanistan e opprimere il suo popolo dovrebbero essere spesi in lavoro, scuole, educazione per la fatiscente società qui negli Stati Uniti. Le scuole e gli ospedali stanno chiudendo, perché le nostre tasse pagate qui negli Stati Uniti vengono utilizzate per finanziare una guerra in un altro Paese? Nessuno ne beneficia. Lasciamo stare la popolazione degli Stati Uniti.

[Traduzione di M. Janigro]

Le ultime ore di Hollande?

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Vietare Dieudonné? E perché non vietare l’effusione di Hollande a Riyadh?

Dobbiamo ridere o piangere di fronte al linciaggio mediatico, giudiziario e finanziario delle élites francesi contro un comico mentre il presidente François Hollande si trascina presso la dinastia dei Saud per presentarsi a una delle più oscurantiste, violente e razziste famiglie reali del mondo. Nel Paese che porta il nome della famiglia regnante, unico al mondo, le massime autorità religiose affermano che la terra è piatta come un tappeto da preghiera e accusano di blasfemia coloro che sfidano le loro tesi. Secondo stime, vi sono tra 10.000 e 30.000 prigionieri politici in Arabia Saudita. La discriminazione è un sistema contro sciiti, donne, lavoratori migranti, laici…
Secondo l’indice mondiale delle persecuzioni cristiane pubblicata dalla ONG Open House, l’Arabia Saudita è il secondo Paese al mondo dove i cristiani sono i più perseguitati. I non musulmani non possono visitare la Mecca e Medina. Torture, punizioni corporali, esecuzioni, censura completano l’oscuro record della famiglia regnante.
Ad agosto, il blogger saudita Raif Badawi è stato condannato a sette anni di carcere e 600 frustate per aver proclamato l’uguaglianza tra “musulmani, cristiani, ebrei e atei.” Oggi, Raif Badawi è minacciato di decapitazione per aver proposto un dibattito sulla religione. È accusato di apostasia, un reato punibile con la pena di morte.
La politica estera dei Saud non è certo più incoraggiante. Diversi gruppi terroristici sono infatti creature dei servizi d’intelligence sauditi in Siria, Iraq, Libano, Sahel, Yemen, Caucaso e Pakistan. Ispirati dalle autorità religiose saudite, questi eserciti dell’odio assassinano ogni giorno decine di innocenti, per puro divertimento, come le SS.
E’ davvero necessario ricordare che, a differenza dei sermoni wahhabiti, gli sketch di Dieudonné non hanno mai ucciso nessuno? Milioni di cittadini francesi hanno difficoltà a comprendere come i loro leader possano condannare un comico e incensare un regime tirannico come quello dei Saud. Se la “democrazia francese” è pronta a coprirsi di ridicolo e di vergogna vietando il tour di Dieudonné, in tutta onestà, si dovrebbe anche vietare la rappresentazione del suo presidente a Riyadh, dove ha lodato la “preziosa saggezza” di re Abdullah.
L’umorismo di Hollande avrà forse divertito la corte, ma probabilmente non farà ridere le vittime siriane dei missili Milan francesi forniti dall’Arabia Saudita ad al-Qaida.
Bahar Kimyongür

Fonte
(I collegamenti inseriti sono nostri – ndr)

No ai droni USA in Yemen

Sanaa, 15 dicembre – Il Parlamento yemenita ha approvato una misura che vieta ai droni USA di sorvolare il Paese dopo l’uccisione per errore di 13 persone. Lo ha riferito l’agenzia ufficiale Saba.
Il Parlamento yemenita è in uno stato di debolezza nei confronti del governo di Sanaa, per cui l’approvazione non significa per forza che la misura sarà applicata. Il presidente Abdo Rabu Mansur Hadi è quindi l’unico che può decidere se il divieto va rispettato. Dal 2011 gli USA hanno intensificato le operazioni degli aerei senza pilota contro i gruppi terroristici yemeniti legati ad Al Qaeda.
(AGI)

YEMEN

Penny Lane: la base segreta della CIA per trasformare i prigionieri di Guantanamo in agenti doppi

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Nelle prime fasi della “Guerra al Terrore”, gli agenti della CIA presso la struttura detentiva della Baia di Guantanamo trasformarono detenuti in agenti doppi, aiutando gli Stati Uniti a tracciare e uccidere terroristi, secondo quanto riportano funzionari statunitensi.
Per alcuni detenuti di Guantanamo, tenuti in prigionia nella base militare USA situata nel mezzo di acque infestate dagli squali, la promessa di libertà in cambio della collaborazione con la CIA per sradicare i terroristi da casa, può aver rappresentato molto più di una tentazione.
Oltre alla riconquista della libertà, ai co-cospiratori vennero assicurate garanzie di sicurezza per i propri familiari, e milioni di dollari provenienti dalla cassa dell’agenzia per la guerra segreta, alcune fonti hanno riferito all’AP.
L’intesa non era priva di alcuni rischi intrinseci, comunque, visto che non è raro per le truppe USA diventare improvvisamente l’obiettivo di “fuoco amico straniero” – come il conflitto in Afghanistan ha dimostrato in varie occasioni.
Nel Gennaio 2002, arrivarono a Guantanamo 632 detenuti, seguiti da altri 117 l’anno successivo. Improvvisamente, sembrò valere la pena di prendere il rischio di costruire una relazione strategica con il nemico. La CIA, riconoscendo l’opportunità di violare i nascondigli montani degli inafferrabili terroristi ricercati, sembrò preparata a rilasciare alcuni prigionieri dalle rigide condizioni della loro detenzione senza fine.
A poche centinaia di metri dietro la struttura detentiva di Guantanamo, celate tra la vegetazione e le formazioni rocciose, si trovano otto casermette senza pretese, note agli adddetti ai lavori come “Penny Lane”.
Data la relativa comodità delle unità del complesso, che si diceva avessero “cucine private, docce e… un vero letto con materasso”, il personale della CIA scherzosamente le chiamava “il Marriott” [catena di famosi alberghi di lusso - ndr].
L’agenzia di intelligence era allora incaricata di reclutare nel programma i potenziali candidati. Delle “dozzine di prigionieri” valutati per il programma speciale, soltanto una manciata firmò gli accordi per lavorare per lo spionaggio americano.
“Certamente quello era l’obiettivo”, ha rivelato Emile Nakhleh, un ex analista di spicco della CIA che nel 2002 si occupò di valutare i detenuti ma che non ha parlato di Penny Lane. “E’ il lavoro dell’intelligence reclutare informatori”.
Per dare spessore al programma, i reclutati necessitavano di buoni contatti con le organizzazioni terroriste, particolarmente con Al Qaeda.
Una volta accettati nel programma segreto, funzionari USA attuali e passati hanno riferito all’Associated Press che i candidati erano addestrati dall’agenzia di intelligence statunitense a fare spionaggio in favore della CIA, nel quadro dei suoi sforzi per catturare o uccidere gli operativi di Al Qaeda.
Le fonti hanno parlato del programma, terminato circa nel 2006, in condizione di anonimato perché non sono state autorizzate a farlo pubblicamente.
Il portavoce della CIA Dean Boyd ha rifiutato di commentare.
Un avvocato americano che ha rappresentato circa una dozzina di detenuti yemeniti a Guantanamo, David Remes, ha detto all’AP: “Vedo l’ironia nella decisione di lasciar andare via alcuni personaggi davvero poco raccomandabili”.
“Gli uomini che sono stati rimandati indietro come agenti furono addestrati nel riuscire a fornirci informazioni di valore”, ha aggiunto.
Le fonti dell’AP hanno confermato che alcuni degli agenti doppi collaborarono nel rintracciare e uccidere terroristi, mentre altri smisero di cooperare e la CIA perse i contatti con loro.
Ex funzionari coinvolti nel programma ricordano che il timore più grande era che un ex detenuto potesse attaccare gli Americani e poi dichiarare pubblicamente che era stato a libro paga della CIA.
Il governo USA nutriva una tale fiducia in Penny Lane che un ex funzionario dello spionaggio ricorda le discussioni circa la possibilità di rilasciare segretamente un paio di pakistani negli Stati Uniti, dotandoli di permessi per studio o per affari. La speranza era che essi si sarebbero messi in contatto con Al Qaeda e condotto le autorità ai membri della cellula statunitense.
Un altro ex funzionario anziano dell’intelligence ha affermato che tutto ciò non è mai accaduto.
Nel frattempo, l’impegno a chiudere Guantanamo, a cui è stata data l’etichetta di “Gulag dei nostri tempi” da Amnesty International, rimane una promessa non mantenuta dall’amministrazione Obama, che ha incontrato una dura resistenza all’idea da parte dei membri del Partito Repubblicano, particolarmente nella persona dell’ex vice-presidente Dick Cheney.
“Vi posso dire che l’amministrazione mantiene l’impegno di chiudere la struttura detentiva presso la Baia di Guantanamo”, ha dichiarato lo scorso Marzo il vice addetto stampa presso la Casa Bianca, Josh Earnest.
Delle 779 persone inizialmente detenute presso la Baia di Guantanamo, più di tre-quarti sono stati rilasciati, mentre i rimanenti, in attesa del rilascio, continuano a essere incarcerati nella struttura.
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Nota a margine
Penny Lane prosegue nella tendenza delle Forze Armate statunitensi di prendere a prestito i titoli di famose canzoni dei Beatles per identificare le proprie strutture.
Nel 2010, il New York Times citò la storia di una struttura clandestina a cui era stato dato l’inquietante nome di “Strawberry fields”, poiché si riteneva che “i pezzi da novanta” ivi detenuti potessero restare lì, come dice la ben nota canzone, “per sempre”. Di queste persone si parlava in termini di detenuti fantasma, e furono imprigionate per anni dalla CIA nelle carceri segrete, “buchi neri” sparsi in Europa così come in Medio Oriente e Asia.

[Traduzione nostra da RT]

Jihad for dummies

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Riassumendo:
- evitare di entrare in conflitto con gli USA e i Paesi suoi vassalli;
- indebolire l’Algeria (in Libia il compitino è già stato eseguito);
- combattere i russi nel Caucaso;
- combattere gli indiani nel Kashmir;
- combattere i cinesi nello Xinjiang.
Direttamente dalla CIA, pardon: dal leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, le “linee guida per il jihad”.

Londra, 17 settembre – Il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri ha diffuso per la prima volta le ”linee guida per il jihad”, chiedendo di limitare gli attacchi contro le sette musulmane e non musulmane e i conflitti in quei Paesi dove i jihadisti possono trovare una base fertile per diffondere i propri ideali. Il documento, pubblicato sul sito americano di intelligence Site, mostra quindi la strategia di al-Qaeda a 12 anni dagli attentati dell’11 settembre contro le Torri gemelle a New York e le sue ambizioni globali, dal Nord Africa al Caucaso fino al Kashmir. Se l’obiettivo militare della rete terroristica resta quello di indebolire gli Stati Uniti e Israele, Zawahiri sottolinea anche l’importanza della ”dawa”, o opera missioniaria, per diffondere le idee del jihad. ”Per quanto riguarda gli attacchi all’America e ai suoi vicini, va fatta distinzione da posto a posto. Il principio base e’ di evitare di entrare in conflitto con loro, ad eccezione dei Paesi dove il confronto e’ inevitabile”, ha spiegato il successore di Osama bin Laden. Si tratta di una posizione particolarmente rilevante per il Nord Africa, dove secondo molti analisti al-Qaeda sta sfruttando il periodo seguente le primavere arabe per cercare nuovi seguaci, anche stringendo alleanze locali, ma evitando di attirare l’attenzione su di se’ con attentati. ”La nostra e’ una battaglia lunga e il jihad ha bisogno di basi solide”, ha detto il medico egiziano nelle sue ”linee guida per il jihad” postate su vari forum online.
Zawahiri ha ricordato i luoghi dove i conflitti sono stati inevitabili, includendo l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e la Somalia. C’e’ poi l’intenzione di ”creare un luogo sicuro per i mujahideen in Pakistan, che puo’ essere usato come trampolino di lancio per stabilire un sistema islamico”. Zawahiri ha quindi parlato della necessita’ di indebolire l’Algeria, che ha combattuto i militanti islamici in una guerra civile negli anni Novanta e di diffondere lo spirito del jihad nel Maghreb e nell’Africa occidentale. Il leader di al-Qaeda ha quindi sottolineato il diritto dei militanti di combattere i russi nel Caucaso, gli indiani nel Kashmir e i cinesi nello Xinjiang. Zawahiri ha poi chiesto ai suoi seguaci, in gran parte salafiti, di evitare attentati contro altre sette musulmane e, se attaccati, di limitare la loro risposta a coloro che sono coinvolti nel conflitto. Devono anche lasciar stare i cristiani, gli indu’ e i sikh che vivono in terre musulmane, rispettare donne e bambini ed evitare attacchi in moschee, mercati e luoghi di aggregazione dove ci possono essere musulmani.
(Brt/Opr/Adnkronos)

Risulta dunque molto significativo quanto riportato ieri dal Miami Herald circa Mohammed al Alami, ex detenuto del carcere di Guantanamo, che sarebbe morto lo scorso agosto in Siria combattendo nei ranghi dei “ribelli”.
Nel suo elogio funebre documentato da un video, Alami viene ricordato come un veterano del Jihad in Afghanistan, catturato dall’esercito pakistano durante un tentativo di fuga dal Paese dopo aver partecipato agli scontri con le forze locali sostenute dagli USA nell’autunno 2001.
Egli venne successivamente incarcerato a Guantanamo, dove rimase per quattro anni, dal 2 febbraio 2002 al 7 febbraio 2006, e quindi rimpatriato per ragioni sconosciute.
Per ricomparire poi nel suo nuovo teatro di “mobilitazione” a più di cinque anni di distanza, in macabra coincidenza con la fine della propria esistenza terrena.

Siamo tutti sotto questo stesso Cielo

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“All’indomani della “veglia di preghiera e digiuno” indetta dal Papa per scongiurare, con le ‘armi spirituali’ di cui dispone, il pericolo di una guerra mondiale che potrebbe innescarsi con un intervento militare occidentale in Siria, e mentre l’America fatica a trovare consenso ed alleati per questa sua ennesima “liberazione” dettata – tanto per cambiare – da ragioni squisitamente “morali”, si delinea sempre più chiaramente, a livello mediatico, un’inversione di tendenza o quantomeno un riequilibrio del modo di presentare la cosiddetta “questione siriana”, il che si sta traducendo in una “offerta informativa” più variegata rispetto a quella, a senso unico pro “ribelli”, propostaci sulla Siria da un paio d’anni a questa parte.
Su Rainews24, solitamente schierata per tutte le cause occidentali secondo la retorica dei “diritti umani” (minoranze, donne, gay ecc.), sono comparse le corrispondenze da Damasco di Gian Micalessin, che scrive su “Il Giornale” gli articoli più filogovernativi (siriani) pubblicati sulla stampa a grande diffusione. Micalessin non è certo un giornalista con credenziali “di sinistra”, tutt’altro, il che aumenta lo stupore nel vederlo su Rainews24 (una specie di ammiraglia del Tg3, feudo inespugnabile del PCI-PDS-DS-PD); ma purtroppo – non si sa se per disinformazione sua o perché quelli sono i paletti che gli hanno imposto per portare nelle case degli italiani alcune “scomode verità”- egli presenta lo scontro in atto nel paese vicino-orientale entro lo schema, peraltro non nuovo, dei “cristiani massacrati dai musulmani”; il che non è esatto, se per “Islam” tout court s’intende l’interpretazione datane dai petromonarchi e dalla loro internazionale di “saraceni dello Zio Sam” o “jihadisti atlantici di servizio”.”

Alcune novità mediatiche sulla “crisi siriana”, di Enrico Galoppini continua qui.

Bradley Manning linciato dal governo statunitense

Di Pepe Escobar, per rt.com

Il verdetto per Manning era predeterminato, e il processo farsa in un tribunale fantoccio – una rivisitazione postmoderna in salsa americana della Cina negli anni ’60 durante la Rivoluzione Culturale – già segnato, sigillato e consegnato.
Il Presidente degli Stati Uniti aveva già detto che [Manning] era colpevole. I media corporativi USA avevano strepitato per tre anni circa la sua colpevolezza. Adesso il governo statunitense – che ha criminalizzato Manning per i suoi “intenti malvagi” – ha dimostrato che sono cavoli amari per chiunque osi rivelare i crimini di guerra americani, che sono, per definizione, impunibili.
E se ci fosse bisogno di ulteriore dimostrazione del “luminoso” futuro che attende Edward Snowden – come se non bastasse la patetica lettera con la quale il Procuratore Generale USA Eric Holder promette che Snowden non sarà torturato se estradato negli Stati Uniti.
Tutto ciò nel momento in cui l’Angelo della Storia ha gettato ancora una volta un lampo di ironia; Bradley Manning è stato dichiarato colpevole di non meno di 19 capi d’imputazione da un giudice militare, giusto la porta accanto alla Centrale dello Spionaggio, il quartier generale della NSA a Fort Meade, nel Maryland. Continua a leggere

Una, cento, mille di queste chiusure!

Sostegno totale a una “grande opera” di disinquinamento ambientale

Washington, 2 agosto – Domenica prossima alcune ambasciate e consolati americani rimarranno chiusi o dovranno sospendere le loro attività. Una misura, ha precisato la portavoce del dipartimento di Stato americano Marie Harf, citata dalla stampa locale, che gli Stati Uniti hanno deciso a seguito di alcune “informazioni”, ma in via del tutto precauzionale, per “abbondanza di cautela”. Harf non ha riferito quali o quante ambasciate verranno chiuse, né quali siano state le informazioni ricevute, ma ha chiarito che il provvedimento si potrebbe prolungare, “dipende dalle nostre analisi”.
Un alto funzionario del dipartimento di Stato ha detto a Nbc News che tutte le ambasciate che generalmente sono aperte la domenica, soprattutto quelle in Israele e nei Paesi musulmani, dove la domenica è un normale giorno lavorativo, saranno chiuse il 4 agosto, per, ha ribadito anche lui, “un’abbondanza di cautela”. I funzionari, scrive ancora Nbc News, sostengono che la minaccia sembra avere avuto origine dal Medio Oriente, che sia legata ad al-Qaeda e che riguarderebbe le sedi oltremare, ma non quelle interne agli USA.
Domenica sarà il 52esimo compleanno del presidente Obama, ma sarà anche il giorno in cui giurerà il nuovo presidente dell’Iran, Hassan Rowhani. I funzionari citati da Nbc News hanno però detto di non avere sentito nulla per potere affermare che la chiusura possa dipendere da uno di questi motivi.
(Adnkronos)

Per il Pentagono l’intero mondo è un campo di battaglia

Di Pepe Escobar per RT.com

Scordiamocelo! La Guerra Globale al Terrore non sta diventando più ‘democratica’, né tantomeno trasparente.
Il presidente statunitense Barack Obama ora promette di trasferire la responsabilità delle oscure ‘Guerre dei Droni’ dalla CIA al Pentagono, cosicché il Congresso sia in grado di controllarlo.
Praticamente fino a ieri l’amministrazione Obama neanche riconosceva in pubblico l’esistenza dei conflitti ombra ‘Guerre dei Droni’.
Il Comando Congiunto delle Operazioni Speciali al Pentagono -che dovrebbe essere messo a capo delle ‘Guerre dei Droni’- è destinato a rimanere segreto.
E il Pentagono non è esattamente desideroso di ritoccare la sua definizione di “militante”, quale primo candidato per essere “obiettivo di assassinio”; “qualsiasi maschio in età da militare in una zona di combattimento”. “Musulmano” maschio, non c’è bisogno di dirlo.
La retorica di Obama è una cosa. Le ‘Guerre dei Droni’ della sua amministrazione è tutta un’altra cosa.
Adesso il Presidente insiste che la Guerra Globale al Terrore non è più una “guerra globale senza confini”.
Questa è retorica. Per il Pentagono “l’intero mondo è un campo di battaglia”.
Questo è il concetto operativo sin dall’inizio della Guerra Globale al Terrore, e incorporato nella dottrina del Pentagono del Dominio di Pieno Spettro.
E se l’intero globo è un campo di battaglia, tutte le sue cause e conseguenze sono interconnesse. Continua a leggere

Iddio è il migliore degli strateghi!

10002_112043895662079_1571464043_nDedicato agli “amici della Siria”, che oggi si ritrovano in Qatar per decretare nuovi “aiuti” ai “ribelli”…

“L’attacco sferrato contro la Siria, effettuato per mezzo di una manovalanza settaria stipendiata dai regimi pseudoislamici del Golfo, rientra nel tentativo nordamericano di destabilizzare l’Eurasia, al fine di conservare agli Stati Uniti quello statuto di unica superpotenza mondiale che essi sono ormai condannati a perdere.
Gli strateghi statunitensi infatti vorrebbero balcanizzare – è stato lo stesso Brzezinski a parlare di “Balcani eurasiatici” – tutta l’area compresa che va dal Nordafrica al Vicino Oriente, al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. Dal Maghreb arabo ai confini della Cina.
Incendiare l’Eurasia mediante la sovversione settaria, i movimenti secessionisti, le pseudorivoluzioni più o meno colorate, le cosiddette “primavere”, il terrorismo: questa la strategia di Washington per impedire il passaggio dall’unipolarismo statunitense all’ordinamento multipolare del mondo.
Questa strategia si svolge attraverso tre fasi, che riguardano rispettivamente l’Asia centrale, il Nordafrica e il Vicino Oriente.
Il processo è iniziato in Asia centrale nel periodo della guerra fredda, prima con la destabilizzazione e poi con l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Nel Nordafrica, ci sono state le cosiddette “primavere arabe” e la distruzione della Libia, con le conseguenti ripercussioni nell’Africa subsahariana. Il prossimo obiettivo, Dio non voglia, sarà probabilmente l’Algeria.
Nel Vicino Oriente, dove il processo è iniziato con l’invasione anglo statunitense dell’Iraq, l’obiettivo attuale è la Siria, alleata strategica dell’Iran, che è l’obiettivo principale nella regione.
Qual è il programma concepito dagli strateghi atlantici per la Siria?
Ce lo attesta il Protocollo di Doha del novembre scorso, nel quale si trovano elencate, punto per punto, le condizioni imposte dagli Stati Uniti, tramite il primo ministro qatariota, all’eterogenea coalizione degli oppositori armati del governo di Damasco:
1. La Siria deve ridurre gli effettivi del suo esercito a 50.000 unità.
2. La Siria farà valere il suo diritto di sovranità sul Golan solo con mezzi politici. Entrambe le parti firmeranno accordi di pace sotto l’egida degli Stati Uniti e del Qatar.
3. La Siria deve sbarazzarsi, sotto la supervisione degli Stati Uniti, di tutte le sue armi chimiche e biologiche e di tutti i suoi missili. Questa operazione deve essere effettuata sul territorio della Giordania.
4. La Siria deve rinunciare a qualsiasi pretesa di sovranità su Alessandretta e ritirarsi in favore della Turchia dai villaggi di confine abitati da Turkmeni nei governatorati (muhafazah) di Aleppo e Idlib.
5. La Siria deve espellere tutti i membri del Partito dei Lavoratori del Curdistan e consegnare quelli ricercati dalla Turchia. Questo partito deve essere inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
6. La Siria deve annullare tutti gli accordi e i contratti stipulati con la Russia e la Cina nei settori delle trivellazioni e degli armamenti.
7. La Siria deve concedere al Qatar il passaggio del gasdotto attraverso il territorio siriano verso la Turchia e quindi verso l’Europa.
Come si vede, il Protocollo di Doha stabilisce che la Siria dovrà essere privata della propria sovranità, più o meno come è avvenuto nel 1979 per l’Egitto con gli Accordi di Camp David.
Questo è il prezzo che l’opposizione armata si è impegnata a pagare, nella malaugurata ipotesi di un suo insediamento a Damasco, agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ma, a quanto pare, i settari hanno fatto male i loro calcoli, sicché farebbero bene a meditare su questo versetto coranico e a ricordarlo agli strateghi atlantici:
Wa makarû wa makara Allâhu. Wa Allâhu khayru’l-mâkirîn.
“Tessono strategie, ma anche Iddio ne tesse. E Iddio è il migliore degli strateghi!” (Corano, Al-’Imran, 54).”

Il testo dell’intervento di Claudio Mutti, saggista e direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, durante la manifestazione La Siria non si tocca! svoltasi a Roma lo scorso 15 Giugno.

La straordinaria complessità delle connessioni USA-islamisti

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“Per oltre un decennio, polemiche e varie rivelazioni sono occasionalmente comparse riguardo Sibel Edmonds, giovane accademica multilingue assunta come traduttrice dell’FBI subito dopo l’attacco dell’11/9 per un lavoro di traduzione su ciò che si sono dimostrati essere dei documenti ultra-sensibili. Fu licenziata dopo essere intervenuta presso i suoi superiori sul contenuto di alcuni cabli top-secret che aveva tradotto, che dimostravano la fattiva collaborazione tra i vari dipartimenti e funzionari del governo degli Stati Uniti e diversi individui ed organizzazioni terroristiche vagamente affiliate al-Qaida, o raggruppati sotto questo nome. Edmonds ha pubblicato un libro sulla sua storia l’anno scorso (Classified Woman: The Sibel Edmonds Story). Ha incontrato l’accademico, giornalista, scrittore e attivista Nafeez Mosaddeq Ahmed che ha pubblicato questa intervista con un lungo articolo sul rapporto tra gli statunitensi e i gruppi islamisti. L’articolo è stato pubblicato il 17 Maggio 2013 sul sito della rivista Ceasefire, ripreso da vari siti e finalmente pubblicato sul sito di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Cutting Edge, il 21 maggio, 2013. In questa ultima versione, Nafeez Mosaddeq Ahmed aggiunge alcuni dettagli, tra cui il nome di determinate persone precedentemente designate in forma anonima. Ecco il lungo resoconto, molto dettagliato, della straordinaria complessità delle connessioni USA-islamisti e della miriade di implicazioni e operazioni sotto copertura che l’accompagnano.”

Gladio, Gladio-B e al-Qaida, di Dedefensa continua qui.

Operazione Creek Sand

usa in africa

Oltre 50 milioni di dollari. E’ questo l’importo che il Pentagono verserà alla private military company che si aggiudicherà il contratto per fornire “servizi aerei” alle centinaia di militari delle forze speciali, team della CIA e contractors della Joint Special Operations Task Force-Trans Sahara, impegnata nell’Operazione Creek Sand contro i gruppi quaedisti attivi nel Sahel e nel supporto alle forze governative locali.
Il contratto, della durata di quattro anni, verrà assegnato in agosto e prevede l’offerta di servizi di trasporto per uomini e materiali per mille ore di volo annue ma anche di evacuazione feriti in operazioni ad alto rischio. L’area operativa comprende 20 Paesi africani nei quali i “nemici” vanno dagli Shabhab somali al movimento Boko Haram in Nigeria, dalle milizie del signore della guerra Joseph Kony in Uganda ai jihadisti in Malì, Algeria e Mauritania.
La base della flotta di velivoli (probabilmente i versatili Casa 212 spagnoli) sarà all’aeroporto di Uagadougou, in Burkina Faso ma gli americani dispongono di basi minori in molti Paesi del Sahel inclusa quella appena aperta in Niger dove sono dislocati droni Predator.

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Syria. Quello che i media non dicono

SYRIA

Quella contro la Siria è in primo luogo una guerra mediatica e di disinformazione. Fin dallo scoppio della rivoluzione vi è il chiarissimo intento da parte dei media occidentali di mistificare e distorcere la realtà, dividendo il Paese in Buoni e Cattivi.
Le sentenze lapidarie arrivano dal caldo delle redazioni, pochissime le inchieste effettuate sui luoghi dei massacri, pochissimi gli inviati sul campo. Il quadro che ne risulta è un’analisi superficiale e colpevolmente unilaterale, che analizza i fatti in maniera arbitraria senza indagare le ragioni che ne stanno alla base, senza ricercare la verità.
È da questa premessa, che nasce l’idea del libro “Syria. Quello che i media non dicono” a cura di Raimondo Schiavone, con Talal Khrais, Antonio Picasso e Alessandro Aramu, un’indagine giornalistica, un diario di viaggio, un quaderno di appunti nel quale i giornalisti, autori del volume, annotano quanto sta accadendo in questa terra dal passato millenario.
Temi di stringente attualità affrontati senza filtri, abbandonando gli stereotipi interpretativi occidentali, per calarsi nel reale, nella quotidianità di una terra che cerca con forza di affermare la propria autonomia e indipendenza e trovare la propria strada verso la democrazia.
Dopo la “Primavera araba” una ventata di falso ottimismo ha percorso il Medio Oriente e il Maghreb. Ma, i regimi dispotici rovesciati hanno lasciato il campo libero a movimenti che nulla hanno a che 
fare con la democrazia: al-Qaida, salafiti, terroristi di ogni genere si sono accaparrati spazio e potere.
In Siria da due anni 
si combatte una guerra che vuole rovesciare Assad. Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti ed Europa però non sembrano rendersi conto che il legittimo governo siriano è l’unico in grado di garantire equità, pace
 e protezione al popolo. Quali sono le dinamiche di un conflitto che pare avviarsi sempre più verso una guerra civile? Chi ne trarrà vantaggio? E a danno di chi? E come interpretare la toccante vicenda della deputata siriana cristiana Maria Sadeeh, ampiamente trattata nel libro, alla quale la miope politica di casa nostra ha impedito di esprimere il suo legittimo punto di vista? Un saggio che si legge come un reportage, che analizza in modo preciso gli antefatti e gli sviluppi di una vicenda che i mass media occidentali, supportati dalle testate giornalistiche del Golfo Persico, mistificano e trasmettono in modo distorto.
Uno sguardo inedito sui fatti e sulle storie, ma soprattutto sulle persone, sui protagonisti di una stagione rivoluzionaria, dai leader ai terroristi prigionieri, in un susseguirsi di emozioni, pensieri e racconti di straordinaria autenticità.

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Nuovi “Vietnam” in Africa?

pan-sahel initiative

“Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha assicurato il suo appoggio a una Francia economicamente indebolita e politicamente disperata, per ridare vigore all’impero coloniale francese, in una forma o nell’altra. La strategia, che si è rivelata nel tentativo franco-statunitense di usare il gruppo terroristico di Al Qaeda per abbattere prima Gheddafi in Libia e ora per causare distruzione dal Sahara al Mali, è di incoraggiare i combattimenti fra etnie e gruppi differenti come Berberi, Arabi e altri in Nord Africa. Divide et Impera.
Sembra che essi abbiano anche già optato per una vecchia “formula francese” per il controllo diretto. In un’analisi pionieristica, l’analista geopolitico e sociologo canadese, Mahdi Darius Nazemroaya scrive, “la mappa usata da Washington per combattere il terrorismo nell’area del Pan-Sahel è molto esplicativa. L’ampiezza dell’area di azione dei terroristi, che include i confini dell’Algeria, Libia, Niger, Chad, Mali e la Mauritania secondo ciò che è stato delineato da Washington, è molto simile ai confini dell’entità territoriale coloniale che la Francia cercò di controllare nel 1957. Parigi pensò di promuovere quest’entità africana nel Sahara occidentale come dipartimento francese legato direttamente alla Francia, assieme all’Algeria costiera”.
I francesi la chiamarono Organisation commune des régions sahariennes (OCRS). Comprendeva i confini interni del Sahel e delle nazioni sahariane del Mali, Niger, Chad e Algeria. Parigi la usò per controllare i paesi ricchi di risorse, per favorire lo sfruttamento francese di materie prime come petrolio, gas e uranio.
Egli aggiunge anche che Washington aveva chiaramente pensato a quest’area ricca di risorse quando designò le aree dell’Africa che dovevano essere “ripulite” dalle cellule terroristiche e gruppi criminali. Perlomeno ora AFRICOM aveva un piano per la sua nuova strategia africana. L’istituto francese delle relazioni internazionali (Institut français des relations internationals, IFRI) discusse chiaramente questo legame fra i terroristi e le aree ricche di materie prime nel rapporto di Marzo 2011.
La mappa usata da Washington per combattere il terrorismo secondo l’iniziativa del Pentagono per il Pan-Sahel mostra un’area di attività dei terroristi all’interno di Algeria, Libia, Niger, Chad, Mali e Mauritania secondo il disegno di Washington. La Trans-Saharian Counterterrorism Initiative (TSCTI) fu creata dal Pentagono nel 2005. Al Mali, Chad, Mauritania e Niger si aggiungevano ora Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal e Nigeria e Tunisia in un teatro di cooperazione militare con il Pentagono. La Trans-Saharian Counterterrorism Initiative fu trasferita sotto il comando dell’AFRICOM il 1 ottobre 2008.
I piani francesi furono frustrati durante la guerra fredda dalla guerra d’indipendenza dell’Algeria e delle altre nazioni africane, il “Vietnam” francese. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCRS nel 1962, a causa dell’l’indipendenza algerina e del sentimento anticoloniale in Africa. Nonostante ciò, le ambizioni neocoloniali di Parigi non sono scomparse.
I francesi non nascondono certo la loro preoccupazione riguardo la crescente influenza cinese in quella che fu l’Africa francese. Il Primo ministro francese Pierre Moscovici affermò nel dicembre scorso a Abidjan che le imprese francesi devono andare all’attacco e scatenare un’offensiva contro l’influenza della rivale Cina scommettendo su mercati africani sempre più competitivi. “È evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le imprese (francesi) che hanno i mezzi devono perseguire questa offensiva. Esse devono essere più presenti sul territorio. Esse devono combattere” affermò Moscovici durante un suo viaggio in Costa d’Avorio.
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica che egli aveva previsto per le compagnie francesi in Africa.”

Da L’AFRICOM in Mali: obiettivo Cina, di F. William Engdahl.

L’assolato avamposto di Camp Lemonnier

Una base statunitense isolata al centro di operazioni segrete
di Craig Whitlock

Gibuti Città (Gibuti) – Notte e dì, circa 16 volte al giorno, i droni decollano o atterrano qui, a una base militare statunitense, lo snodo per le guerre antiterrorismo dell’amministrazione Obama nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
Alcuni degli aeroplani senza pilota sono destinati alla Somalia, lo Stato imploso il cui confine si trova proprio 10 miglia a sud-est. La maggior parte dei droni armati, comunque, fanno rotta a nord attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen, un altro Paese instabile ove vengono utilizzati in una guerra sempre più mortale contro una componente di al-Qaeda che ha preso di mira gli Stati Uniti.
Camp Lemonnier, un assolato avamposto nel Terzo Mondo fondato dalla Legione Straniera francese, iniziò come campo temporaneo di addestramento per Marines statunitensi alla ricerca di un punto d’appoggio nella regione un decennio fa. Nel corso degli ultimi due anni, l’esercito statunitense lo ha surrettiziamente trasformato nella più trafficata base per Predator all’esterno della zona operativa afgana, un riferimento per combattere una nuova generazione di gruppi terroristi.
L’amministrazione Obama ha fatto ricorso a misure straordinarie per nascondere i dettagli legali e operativi del suo programma di uccisioni mirate. A porte chiuse, scrupolose discussioni precedono ogni decisione di posizionare qualcuno al centro del mirino nella guerra perpetua degli Stati Uniti contro al-Qaeda ed i suoi alleati.
Sempre più, gli ordini di trovare, pedinare o uccidere queste persone vengono presi a Camp Lemonnier. Praticamente tutti i 500 acri della base sono dedicati all’antiterrorismo, rendendola l’unica installazione di questo tipo nella rete globale di basi del Pentagono. Continua a leggere

Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv

Sarà presentato il prossimo 18 ottobre al cinema Apollo in Galleria De Cristoforis a Milano il film “Al Qaeda, Al Qaeda. Come fabbricare il mostro in tv”.  Si tratta del docufilm di Giuseppe Scutellà basato sul libro “Primo, non diffamare” scritto da Luca Bauccio, noto per essere tra i fondatori di Youreporter.it, il primo sito italiano di video-citizen journalism.
“Il docufilm ricostruisce e narra storie vere – raccontano gli autori – che giorno dopo giorno i media raccontano agli italiani, senza ritegno per la verità delle cose e molto spesso senza alcun rispetto per le persone che sono coinvolte. Storie di ordinaria follia mediatica note per i casi più celebri come “la macchina del fango” dietro le quali si nascondono, o vengono nascoste a seconda dei punti di vista, abusi e diffamazione del giornalismo nostrano”.
Aggiungono gli autori: “Il titolo (una parafrasi di Al lupo, Al lupo) è la metafora di come sia facile essere vittime di accuse di reati infamanti da un giornale o da una televisione. Quando la diffamazione appare a tutta pagina mentre le smentite, quando vi sono, in un trafiletto nella parte bassa della 52esima pagina”.
Gli attori di “Al Qaeda, Al Qaeda” sono tutti non professionisti anche se alcuni di loro, come Beppino Englaro o Youseff Nada, sono comunque personaggi noti. Il film, della durata di 50 minuti, non avrà una distribuzione nazionale. Sarà distribuito attraverso i canali “non ufficiali” e sarà disponibile in Rete e su iTunes ad un prezzo popolare.

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Vivere sotto i droni

Pakistan: il terrore viene dal cielo

Il terrore viene dal cielo in Pakistan. Non c’è una guerra nel Paese, ma il fatto che nelle zone di confine con l’Afghanistan si annidino ribelli talibani che poi agiscono nello Stato vicino ne ha fatto da tempo un territorio esposto ai bombardamenti statunitensi.
Alcuni files di Wikileaks dimostrarono qualche anno fa l’esistenza di un accordo “sotto banco” tra i due governi: le proteste ufficiali di Islamabad di fronte ai raid dei droni Usa sarebbero state solo di facciata, nulla di concreto sarebbe stato fatto per fermare le incursioni statunitensi nel Waziristan. Tuttavia negli ultimi tempi sembra che a Islamabad stia passando una linea diversa: dopo che un elicottero NATO ha ucciso 24 soldati pakistani di stanza sul confine, per settimane sono stati chiusi i due valichi che collegano il Pakistan all’Afghanistan dai quali passano i rifornimenti per i mezzi dell’Alleanza atlantica. Un gesto suggerito dall’insofferenza oramai palpabile dell’opinione pubblica pakistana e di gran parte dei partiti islamici verso i raid. Ma nonostante le ripetute proteste popolari e il pericolo di una crisi diplomatica tra il governo di Islamabad e Washington, i raid USA – come stabilito dalla “dottrina Obama” – continuano.
E fanno moltissime vittime innocenti. L’intensivo ricorso da parte degli Stati Uniti ai raid condotti da droni nel nord del Pakistan è stato duramente contestato anche in uno studio condotto da giuristi di Standford e New York University per l’associazione Reprieve, che da anni si occupa di denunciare le torture perpetrate a Guantanamo e in generale le violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati Uniti nella “guerra contro il terrorismo”. “I droni sorvolano 24 ore su 24 i villaggi del nord ovest del Pakistan, colpendo abitazioni, veicoli e luoghi pubblici senza nessun preavviso – si legge nel rapporto basato su interviste a 130 civili che vivono nell’area, la metà dei quali sopravvissuti a raid – chi vive sotto la minaccia dei droni deve fronteggiare la costante preoccupazione di un attacco mortale in ogni momento, sapendo di non poter far nulla per proteggersi”. Le incursioni in Waziristan hanno provocato centinaia di vittime tra i civili ed hanno avuto “l’effetto controproducente di danneggiare” l’immagine degli Stati Uniti d’America, denuncia lo studio, che si intitola appunto Living under drones (Vivere sotto i droni).
La relazione è stata pubblicata ieri, e in base ai dati del Bureau of Investigative Journalism afferma che dal giugno del 2004 sono state uccise tra le 2562 e le 3225 persone, tra queste il numero dei civili oscilla tra i 474 e gli 881. Il più delle volte le dichiarazioni ufficiali rese dal comando NATO o dalle autorità USA parlano di “terroristi” o “talibani”, o “miliziani di al Qaida”. Ma sono solo termini con i quali spesso si nasconde la verità, e cioè che i raid indiscriminati hanno ucciso dei civili. Solo ieri una fonte anonima dell’intelligence di Islamabad, citata dall’agenzia d’informazione Xinhua, ha reso noto che almeno 6 miiliziani di al Qaida, tra cui il comandante Abu Kasha al Iraqi, sarebbero stati uccisi in un raid di un drone Usa sulle aree tribali del Pakistan nordoccidentale. Una tardiva smentita sulla reale identità degli uccisi non stupirebbe.
Alessia Lai

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Libia: petrolio rosso sangue

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane. In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà.
Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale USA presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore USA ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello Stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo Stato unitario.
Ciò che preme agli USA e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.
Manlio Dinucci

Fonte

[N.B.: peraltro a Bengasi, diversamente da quanto riportato dai media in relazione alla presenza in città di Chris Stevens, non esiste alcuna rappresentanza diplomatica statunitense, né consolato né tantomeno ambasciata, come si può constatare qui]

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

La Sirena imperialista suona a Tripoli

Sabato 20 Agosto alle 20, all’ora dell’Iftar, la rottura del digiuno del Ramadan, la NATO ha lanciato l’”Operazione Sirena”.

Le Sirene sono altoparlanti delle moschee che sono stati utilizzati per lanciare un appello di Al Qaeda alla rivolta. Immediatamente le cellule dormienti dei ribelli sono entrate in azione. Si è trattato di piccoli gruppi molto mobili, che hanno moltiplicato gli attacchi. I combattimenti nella notte hanno fatto 350 morti e 3.000 feriti.

La situazione si è stabilizzata nella giornata di domenica.

Una nave NATO ha attraccato vicino a Tripoli, consegnando armi pesanti e sbarcando jihadisti di Al Qaeda, inquadrati da ufficiali della NATO stessa.

I combattimenti sono ripresi nella notte. Con grande violenza. I droni e gli aerei della NATO bombardano ovunque. Gli elicotteri mitragliano le persone nelle strade per aprire la strada ai jihadisti.

In serata un convoglio di auto ufficiali che trasportavano personalità di primo piano del governo è stato attaccato. Si è rifugiato all’hotel Rixos dove alloggia la stampa straniera. La NATO non ha osato bombardare per non uccidere i propri giornalisti. L’hotel, nel quale mi trovo, è sotto un tiro nutrito. Alle 23,30, il Ministero della Salute ha constatato che gli ospedali sono saturi. All’inizio della serata si contavano già 1.300 morti e 5.000 feriti.

La NATO aveva ricevuto per missione dal Consiglio di Sicurezza di proteggere i civili. In realtà, si stanno rinnovando i massacri coloniali.

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Ore 1. Khamis Gheddafi è venuto personalmente a consegnare delle armi per difendere l’hotel. E’ ripartito. I combattimenti sono molto violenti tutto intorno.

Thierry Meyssan

[Fonte: voltairenet.org]

“E’ un disastro”: gli ultimi avvenimenti secondo l’agenzia di stampa Fides
Roma, 22 agosto – ”I combattimenti e i cannoneggiamenti sono ancora in corso. E’ un disastro”. E’ quanto riferiscono all’Agenzia Fides da Tripoli fonti locali, che hanno chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza. ”Non sappiamo – aggiungono – come stia evolvendo la situazione perché uscire di casa significa mettere a rischio la vita”. Le stesse fonti fanno sapere che al momento non si conosce la sorte del leader Gheddafi.
Le fonti di Fides ricostruiscono così gli ultimi avvenimenti: ”I ribelli hanno iniziato la loro offensiva venerdì sera. Sabato 20 agosto alle 9 del mattino sono iniziati violenti combattimenti che sono durati fino all’una. Domenica 21 i combattimenti sono ripresi con violenza e sono durati tutta la giornata. I bombardamenti aerei della NATO sono continuati fino a ieri. Sono stati molti violenti specialmente sabato durante le prime fasi dell’offensiva di terra”.
(ANSA)

“Malgrado l’attacco” e la propaganda
Tripoli, 22 agosto – Mentre a Tripoli è in atto la battaglia finale tra i lealisti del colonnello libico Muammar Gheddafi e i ribelli, la tv di Stato libica trasmette un programma intitolato ‘Malgrado l’attacco’, con interviste a civili feriti e persone ricoverate in ospedale. Una delle persone interpellate dalla tv di Stato ha espresso la propria vicinanza a Gheddafi per la ”perdita” dei figli Saif al-Islam e Muhammad, che sarebbero stati catturati dai ribelli. In precedenza la tv al-Jazeera aveva riferito che i ribelli avevano preso il controllo della radio e della tv di Stato.
(Rak/Col/Adnkronos)

Con un aggiornamento, lo stesso Thierry Meyssan, stamane, comunica di esser in pericolo di vita insieme al collega Mahdi Darius Nazemroaya e di essere impossibilitati a raggiungere le sedi delle tre ambasciate che hanno offerto loro protezione diplomatica.

Al quale Nazemroaya non hanno perdonato le seguenti dichiarazioni:

L’organo di analisi e informazione indipendente Réseau Voltaire è preoccupato per le minacce di morte rivolte a due suoi membri dello staff attualmente impegnato a Tripoli.
Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato del Centre de recherche sur la Mondialisation, e Thierry Meyssan, presidente e fondatore del Réseau Voltaire e della conferenza Axis for Peace, sono rinserrati nel Hotel Rixos, attorno al quale si svolgono pesanti combattimenti. Secondo quanto riferito, è stato dato l’ordine di ucciderli.
Thierry Meyssan si trova a Tripoli dal 23 giugno 2011, dove guida un gruppo di giornalisti del Réseau Voltaire. Negli ultimi due mesi, ha svolto un’inchiesta giornalistica del conflitto. La sua posizione è diversa da quella degli altri osservatori in quanto egli descrive la ribellione come una azione di minoranza, che permette di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale un’operazione militare classica.
Qualunque siano le posizioni assunte da Mahdi Darius Nazemroaya e da Thierry Meyssan, la loro uccisione sarebbe inaccettabile.
Mahdi Darius Nazemroaya e Thierry Meyssan, non sono combattenti, ma i giornalisti. Coloro che sostengono questa guerra, pensando che si tratti di democrazia e libertà, non possono perdonare l’assassinio di giornalisti.
Attualmente, cinque Stati hanno offerto loro protezione diplomatica. Ma i combattimenti intorno all’Hotel impediscono loro di lasciare i locali e alcune delle ambasciate interessate sono state circondate per rendere impossibile l’accesso.
Consapevoli delle minacce che incombono su di loro, Mahdi Darius Nazemroaya Thierry Meyssan non hanno alcuna intenzione di esporsi a qualsiasi “pallottola vagante”.
Réseau Voltaire invita i cittadini di quei Paesi coinvolti nella guerra ad esercitare pressioni sui loro governi per garantire la sicurezza di questi giornalisti.
Si chiede a tutti di giocare il proprio ruolo di cittadini e di diffondere queste informazioni.

[Fonte: eurasia-rivista.org]

“Per la prima volta”
Roma, 23 agosto – Le truppe della NATO avrebbero preso parte ad operazioni di terra nella battaglia per la presa di Tripoli: è quanto scrive il sito vicino all’intelligence militare israeliana, Debkafile, citando fonti militari.
“Per la prima volta nella guerra contro il regime di Muammar Gheddafi, le truppe NATO, malgrado le smentite, stanno prendendo parte alla battaglia sul terreno dal momento che i ‘consiglieri militari’ francesi e britannici – che fanno parte di unità addette alle operazioni speciali – stanno aiutando i ribelli nella lotta per il controllo di Tripoli”.
Secondo Debka, il contesto sul terreno starebbe evolvendo verso una vera e propria “guerra di intelligence” e l’obiettivo principale della contro-offensiva lealista sarebbe proprio quello di separare “le truppe occidentali dal ridotto numero di ribelli, non più di 2.500-3.000″. Una missione affidata ai lealisti, che Debka stima in 5.000 soldati. Per questo, secondo il sito israeliano, il presidente USA, Barack Obama, parlando lunedì notte, avrebbe definito la situazione sul terreno ancora “fluida e incerta”.
(AGI)

Mentre le grida di tripudio degli atlantisti per l’ottenuta vittoria si affievoliscono, di fronte alla tenace resistenza libica e all’opera di informazione svolta da diverse realtà indipendenti come la nostra, in Italia e all’estero (fra cui, oltre ai vari già citati, anche il sito di Gianluca Freda), Medici Senza Frontiere sottolinea che sta “crescendo l’emergenza umanitaria”:
Roma, 23 agosto – Gli ospedali di Tripoli ”rischiano di rimanere senza scorte”: lo denuncia Medici senza frontiere sottolineando che nel Paese sta ”crescendo l’emergenza umanitaria”. L’organizzazione si dice ”pronta ad espandere le proprie attività nella Libia occidentale”. ”Le strutture mediche sono travolte da un alto numero di casi richiedenti operazioni chirurgiche e il personale sanitario è allo stremo”, spiegano da Msf.
(ANSA)

Dal canto suo, “Israele” non vuole essere da meno: Monther Quri’e, bambino di 5 anni, fatto a pezzi da un missile aria-terra a Gaza…

“Un’assistenza umanitaria urgente” per “pagare i salari”… risate!
Doha, 24 agosto – Il numero due degli insorti libici, Mahmoud Jibril, ha annunciato a Doha lo svolgimento nella capitale del Qatar di una riunione internazionale, con la partecipazione degli Stati Uniti, su un’assistenza umanitaria urgente di 2,5 miliardi di dollari al popolo della Libia. Oltre agli Stati Uniti, parteciperanno Italia, Francia, Regno Unito, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Jibril, presidente del Comitato esecutivo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), organo politico degli oppositori, ha spiegato durante una conferenza stampa che l’obiettivo di questa riunione “è riunire a vantaggio del CNT la somma di 2,5 miliardi di dollari prima della fine del Ramadan, per potere pagare i salari dei libici” e per soddisfare i fabbisogni umanitari urgenti della Libia, ha spiegato.
(TMNews)

“Chiediamo a Israele di usare la sua influenza”…
Tel Aviv, 24 agosto – Un appello a Israele a ”usare la sua influenza” per favorire la caduta del regime di Mummar Gheddafi e’ stato lanciato anche verso Israele da uno dei portavoce degli insorti, Ahmad Shabani, in un’intervista pubblicata oggi dall’edizione online del giornale Haaretz.
Nel colloquio Shabani – fondatore a Londra del Partito Democratico di Libia e figlio di uno dei ministri dell’ultimo governo monarchico di Tripoli, abbattuto a fine anni ’60 dalla rivoluzione gheddafiana – apre anche un mezzo spiraglio a un possibile futuro riconoscimento d’Israele: Paese con cui la Libia non ha alcun rapporto diplomatico formali. ”Noi per ora chiediamo a Israele di usare la sua influenza nella comunita’ internazionale per mettere fine al regime tirannico di Gheddafi e famiglia”, afferma l’oppositore.
(ANSA)

Scusate il ritardo!
Londra, 24 agosto – La resistenza dei governativi ancora in grado di combattere, e la stessa clandestinita’ di Muammar Gheddafi, faranno slittare i tempi per trasferire a Tripoli da Bengasi il Consiglio Nazionale Transitorio: lo ha dichiarato in un’intervista radiofonica per il network pubblico ‘BBC’ il rappresentante in Gran Bretagna del governo-ombra istituito dai ribelli libici, Guma el-Gamaty.
Le previsioni, ha affermato Ganaty, sono nel senso che “i pochi” ancora schierati con Gheddafi si arrenderanno a breve, permettendo cosi’ il previsto trasferimento del Consiglio nella capitale della Libia per sabato prossimo, comunque entro il fine settimana. Ieri invece il portavoce militare del CNT, Ahmed Bani, aveva affermato con l’emittente satellitare pan-araba ‘al-Jazira’ che il Consiglio si sarebbe spostato a Tripoli nel giro di 48 ore.
(AGI)

Signori si nasce e Loro, modestamente, lo nacquero
Londra, 24 agosto – L’ambasciata libica a Londra ha da oggi un nuovo stuoino. Chi visita la rappresentanza diplomatica puo’ pulirsi i piedi su un arazzo che raffigura il colonnello Muammar Gheddafi. La foto dell’ingresso dell’ambasciata e’ diffusa oggi sul sito del Daily Telegraph.
(ANSA)

Segreti (poco) inconfessabili
Washington, 24 agosto – Forze speciali della Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar sono sul terreno in Libia per aiutare i ribelli. Lo ha reso noto la NATO secondo quanto riporta la CNN.
(AGI)

“L’eccellenza italiana”
Trapani, 25 agosto – ”Il primo grande risultato della missione in Libia e’ stato quello di avere salvato non so quante vite umane. Immagino la carneficina se noi e le forze NATO non avessimo fermato le truppe di Gheddafi”. Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa incontrando nella base di dell’aeronautica di Trapani Birgi i militari italiani impegnati nell’operazione ”Unified Protector”.
Rivolgendosi a loro il ministro ha aggiunto: ”Voi siete l’eccellenza italiana, motivo d’orgoglio per la nazione”. La Russa ha anche sottolineato che ”in caso di un mancato intervento avremmo avuto un numero di profughi decisamente maggiore” ed ha auspicato la nascita di uno Stato democratico in Libia sostenendo che siamo di fronte ”a una situazione delicata che tuttavia si sta evolvendo positivamente”.
(ANSA)

Giornalismo imparziale e indipendente
Roma, 25 agosto – “Sono vivo, vegeto e libero. Adesso sto bene, fino a un’ora fa pensavo di essere morto”. Queste le prime dichiarazioni dell’inviato della Stampa Domenico Quirico, riuscito a mettersi in contatto con la sua redazione, come racconta il sito web del quotidiano di Torino.
Ora sto dalla parte giusta e va tutto bene”, ha aggiunto l’inviato. “Devo ringraziare soprattutto due ragazzi che ci hanno salvati, sono stati fantastici”, ha detto confermando che la liberazione dei quattro giornalisi italiani e’ avvenuta in qualche modo grazie ad un blitz.
(AGI)

Tralasciando, per carità di patria, ogni considerazione sulla dinamica dei fatti.

???
Roma, 25 agosto – ”Siamo stati liberati da lealisti, c’erano due gruppi differenti”. Lo ha detto l’inviato del Corriere della Sera, Giuseppe Sarcina, precisando a Skytg24 che ”non erano soldati regolari, ma neanche civili. Erano miliziani”.

Allora sarebbe il caso che il collega Quirico ritiri quanto detto, se vuol proseguire la carriera giornalistica…

Intanto cresce la pressione sui “Paesi non allineati” al fine di avere il via libera allo sblocco dei fondi libici depositati all’estero.
Per pagare le migliaia di mercenari ora attivi sul terreno, assoldati dalla NATO tramite le compagnie private di sicurezza e coordinati dai membri delle forze speciali di Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, come riferito ieri.

Londra, 25 agosto – Il premier britannico David Cameron ha chiamato il Presidente sudafricano Jacob Zuma per cercare di di convincere Pretoria a sostenere la proposta di risoluzione presentata ieri dagli Stati Uniti all’ONU, che prevede lo scongelamento di beni libici per 1,5 miliardo di dollari. Nel vertice svoltosi ieri al Palazzo di Vetro, il Sudafrica si è opposto, chiedendo di attendere il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi da parte dell’Unione Africana (UA), che potrebbe arrivare oggi al termine del vertice in programma ad Addis Abeba.
Stando a quanto riferito da Downing Street, Cameron ha chiamato Zuma per “discutere della situazione in Libia” e i due leader “hanno concordato sulla necessità di decisioni rapide dalla parte dell’UA al vertice di Addis Abeba sullo scongelamento dei beni”.
(TMNews)

“In alto, ho messo un filmato in cui il capo politico degli “insorti” del CNT, Moustapha Abdel Jalil, confessa in diretta TV di aver mentito sulla cattura dei figli di Gheddafi e spiega di averlo fatto per dividere e demoralizzare l’esercito lealista. La cosa che lascia indignati, naturalmente, non è certo il fatto che il capo di una banda di tagliagole abbia mentito, ma il credito incondizionato che tutta la stampa nazionale e internazionale, e perfino la Corte Penale dell’Aja, ha dato alle parole di un bandito criminale, senza minimamente preoccuparsi di valutarle o di attenderne conferma. Un atteggiamento che la stampa nazionale non mostra nessun segno di voler abbandonare.
Lo dimostra la schermata di ieri del sito di “Repubblica” in cui si dà ancora una volta credito alle affermazioni dei tagliagole (“abbiamo circondato la residenza di Gheddafi”) senza minimamente considerare che la notizia proviene da una fonte dimostratasi inattendibile in infinite occasioni. Mentre “Repubblica” pubblicava questo supplemento di stupidaggini, Gheddafi parlava all’emittente TV libica Al-Orouba, dimostrando ancora una volta quanto i media libici risultino, almeno da sei mesi, di gran lunga più attendibili dell’ormai indecente stampa occidentale.”

Da I vigliacchi e gli eroi, di Gianluca Freda.

Ecco invece il trattamento riservato alle fonti non-allineate:

“Soltanto dopo la cattura di Gheddafi”… ché non si sa mai
Parigi, 26 agosto – Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, in prima fila nell’intervento in Libia, vuole andare il prima possibile in visita in Libia insieme con il primo ministro britannico, David Cameron.
E’ quanto si apprende dall’Eliseo, le cui fonti precisano pero’ che la visita avverra’ soltanto dopo la cattura di Gheddafi. Secondo quanto si apprende, la visita non avverra’ comunque prima del vertice internazionale di giovedi’ prossimo a Parigi sul futuro della Libia. L’Eliseo fa sapere anche che Sarkozy non vuole visitare soltanto Tripoli, ma anche le roccaforti degli insorti, in particolare Bengasi e Misurata.
(ANSA)

“L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come “Reaper”, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il “Reaper” assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps”. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a 10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics”, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV”.
Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e “Reaper” schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo – Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella. Fra tre anni gli enormi UAV-spia schierati nella base siciliana potrebbero essere venti. Terribile immaginare cosa accadrà in termini di sicurezza, tenuta delle rotte e puntualità di orari viaggiare da e per la Sicilia orientale.”

Da La guerra segreta dei Predator italiani in Libia, di Antonio Mazzeo.

Il ministro Brunetta nel mirino di Al Qaeda

Sono passati soltanto pochi giorni dalla diffusione del video in cui “Azzam l’americano” parla di Silvio Berlusconi quale facile bersaglio ed ora è il turno di Renato Brunetta.
Quanto successo l’altro ieri, in occasione del Convegno Nazionale dell’Innovazione svoltosi a Roma, è sotto gli occhi di tutti.
Assai meno noto è il fatto che, secondo fonti ben informate dell’intelligence, a voler interloquire con il Ministro non fossero semplici lavoratori precari ma piuttosto pericolosi estremisti, profondi conoscitori delle tecniche terroristiche, in cerca della stabilizzazione con un impiego a tempo indeterminato presso una delle scuole di guerra atlantiche finanziate dal governo cui Brunetta appartiene: il CoEspu di Vicenza, la NATO CIS School di Latina e il Defense College di Roma.
Che bravata!

[E ricordiamoci bene che "per quanto attiene la Libia (...) gli impegni internazionalmente assunti dall'Italia - e solennemente messi per iscritto in un Consiglio di Difesa al Quirinale quasi su dettatura di Giorgio Napolitano -" non possono essere piegati "a questa o quella convenienza politica"!]

Una patacca non si nega a nessuno

Le ultime notizie dall’Af-Pak

La disastrosa sconfitta politica e militare che USA e NATO si preparano ad incassare in Afghanistan evidentemente non basta ai fautori ad oltranza delle “missioni di pace”.
Per tamponare l’attività della guerriglia nel Paese delle Montagne si stanno tirando addosso altre grosse rogne nella Regione, ad est ed a sud con il Pakistan e ad ovest con l’Iran, allargando l’uso della base aerea di Shindand a personale militare di “Israele”. La dichiarazione è arrivata dall’analista afghano Javid Koestani, il 12 Dicembre.
Gli inseguimenti a caldo di formazioni pashtun nelle Regioni Amministrate da Islamabad, con pattuglie aviotrasportate di rangers e marines USA sono, come si sa, ormai quotidiani mentre la CIA dal canto suo ha intensificato in questo quadrante la raccolta dati che serve a indirizzare sugli obbiettivi sensibili gli UAV Predator e Reaper.
Nelle ultime 24 ore, gli aerei senza pilota a stelle e strisce hanno lanciato sui “targets” individuati decine di missili anticarro Hellfire e più di 20 bombe a guida laser da 227 kg GBU-12 Paveway.
Un report da Quetta informa sull’avvistamento per la prima volta nei cieli di Islamabad di Predator MQ-1C Warrior armati di 8 missili aria-aria AIM-92A Stinger per la protezione a breve raggio delle missioni di bombardamento USA contro eventuali interventi di interdizione di elicotteri e caccia intercettori del Pakistan.
Un impiego che il Comando USA-NATO di Kabul ha definito di semplice “sorveglianza attiva”. Elemento che non può non far alzare ancora di più la tensione sul confine Af-Pak.
Se da parte di Washington, il 17 Dicembre, si minimizza sul numero dei bombardamenti mirati limitandoli a quattro con 58 sospetti terroristi “eliminati” in territorio pakistano, dai giornali di Islamabad è rimbalzata la notizia, nello stesso giorno, di ben 21 sconfinamenti aerei USA con un numero accertato di 142 morti ed almeno 300 tra feriti e dispersi, oltre alla distruzione parziale di 5 villaggi rurali per “effetti collaterali” nella valle di Tirah sotto giurisdizione della Khyber Agency, dove opera il movimento politico Lashkar-e-Islami.
Una delle “bestie nere” di Enduring Freedom ed ISAF-NATO.
Destituita inoltre di ogni fondamento per il comando della polizia locale, la notizia di fonte occidentale della morte del comandante pashtun Marjan, meglio conosciuto – si è sostenuto – come Fauji nell’area di Speen Drang.
Il commissario responsabile del distretto ha liquidato l’informazione come frutto della propaganda degli Stati Uniti, negando l’esistenza nella zona di un leader o capo tribale con quel nome o soprannome.
Pratica ricorrente adottata dagli USA per dare un impatto di “reale concretezza” alle operazioni sul terreno e “credibilità” all’efficacia dei bombardamenti chirurgici.
L’ondata di attacchi USA, attribuita alla pubblicazione del rapporto annuale della Casa Bianca che segnalava la necessità di un adeguamento della strategia applicata nella Regione per uno stallo nei risultati sul terreno con un “increment” nelle zone di confine Af-Pak contro i nuclei armati di “Al Qaeda”, in realtà ha preso accelerazione e forza in concomitanza con l’arrivo in Pakistan di una folta delegazione di Pechino guidata dal Primo Ministro Wen Jiabao, che ha portato ad ulteriori 13 accordi economici tra i due Paesi in campo energetico, nei trasporti, nelle costruzioni, nell’assistenza tecnica e nell’agricoltura – come ha dichiarato alla fine dei colloqui il Ministro dell’ Informazione Qamar Zaman Kaira – per oltre 20 miliardi di dollari ed un protocollo d’intesa bilaterale nel settore militare ed aerospaziale.
Nelle 24 ore successive ai “lavoretti” USA nella valle di Tirah, il responsabile della CIA ad Islamabad Jonathan Banks è stato costretto a lasciare, immediatamente, il Pakistan con un ordine esecutivo firmato dal Primo Ministro Yousaf Villani, dopo che la stessa sorte era toccata a Elisabeth Rudd, responsabile del Consolato di Peshawar.
Il New York Time ha dato una versione addomesticata del provvedimento di espulsione di Banks, attribuendola ad una fuga di notizie arrivate alla stampa locale che ne rivelavano l’identità e ne mettevano a rischio l’incolumità. Secondo il quotidiano, l’autore materiale della soffiata alle agenzie di stampa della capitale pakistana sarebbe stato il giornalista Karim Khan, attualmente all’estero, già autore di una richiesta di risarcimento di 500.000 dollari al Dipartimento di Stato per aver avuto un familiare ucciso da un UAV statunitense in Waziristan nel Dicembre 2009!
Un’altra storiella inventata di sana pianta a Langley per tentare di parare il duro colpo ricevuto in Pakistan.
Il giornale USA attribuisce, per attutirne l’impatto politico, la denuncia di Karim Khan ad un imbeccata fattagli recapitare da agenti dell’Inter Services Intelligence, il servizio segreto di Islamabad retto dal Ten. Gen. Ahmed Pasha, che gode della completa fiducia delle Forze Armate del Pakistan e di Ashfaq Kayani. Un militare che ha rifiutato di ricevere la Legion of Merit, l’”onorificenza” con la Stella di David. Una medaglia che le Amministrazioni di Washington concedono a “militari di altissimo grado che servono gli interessi degli Stati Uniti”.
L’ultimo italiano in ordine di tempo, l’11 Ottobre scorso, ad essere stato pataccato con la Legion of Merit dal generale Petraeus, su delega del presidente Barack Obama, di nome e cognome fa Claudio Mora, generale di divisione dell’E.I. in Afghanistan, dove ha ricoperto, prima di essere destinato al Comando della “Mantova”, le funzioni di “Deputy Chief of Staff Stability” presso il Comando NATO-ISAF di Kabul.
Giancarlo Chetoni

Wikileaks disinformazione calcolata

Dopo la drammatica pubblicazione di un video militare americano di un elicottero che sparava su giornalisti inermi in Iraq, Wikileaks ha guadagnato notorietà e credibilità a livello mondiale quale audace sito web che rende di pubblico dominio materiale sensibile proveniente da delatori all’interno dei vari governi. Il suo ultimo “colpo” riguarda la presunta fuga di migliaia di pagine di documenti, presumibilmente sensibili, riguardanti delatori degli americani tra i talebani in Afghanistan e i loro legami con persone in alto, legate ai servizi segreti militari pakistani ISI. Tuttavia, la realtà suggerisce che, lungi dall’essere una fuga di notizie onesta, essa è invece una disinformazione calcolata a favore degli Stati Uniti e, forse, dei servizi segreti israeliani e indiani, ed è una copertura del ruolo degli Stati Uniti e dell’ Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Dal momento della pubblicazione dei documenti afgani qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha dato credibilità alla fuga di notizie, sostenendo che ulteriori fughe possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Eppure, i dettagli dei documenti rivelano ben poco di sensibile. L’unica figura più spesso menzionata, il generale (in pensione), Hamid Gul, ex capo dell’agenzia dei servizi segreti militari pakistani, ISI, è l’uomo che nel corso degli anni ‘80 coordinava la guerriglia mujaheddin, finanziata dalla CIA, in Afghanistan contro il regime sovietico. Negli ultimi documenti di Wikileaks, Gul è accusato di aver regolarmente incontrato i capi di Al Qaeda e dei Talebani e orchestrato attacchi suicidi contro le forze della NATO in Afghanistan.
(…)
Il ritenere oggi Gul il principale collegamento con i “talebani” afgani fa parte di un più ampio disegno dei recenti sforzi americani e inglesi di demonizzare l’attuale regime pakistano come una parte fondamentale dei problemi in Afghanistan. Una siffatta demonizzazione aumenta notevolmente la posizione del recente alleato militare degli Stati Uniti, l’India. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano in possesso di armi atomiche. Alle Forze di Difesa Israeliane e all’agenzia dei servizi segreti israeliana Mossad piacerebbe moltissimo cambiare la situazione. Una falsa campagna contro il politicamente schietto Gul via Wikileaks potrebbe essere parte di tale sforzo geopolitico.
Il Financial Times di Londra afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 files riservati degli Stati Uniti i quali sostengono che i servizi segreti del Pakistan sostenevano i militanti afghani che combattono le forze NATO. Gul ha dichiarato al giornale che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan, e che la fuga dei documenti aiuterebbe l’amministrazione Obama a deviare la colpa, suggerendo che il Pakistan sia responsabile. Gul ha detto al giornale, “Sono il capro espiatorio preferito d’ America. Non riescono ad immaginare che gli afgani possano vincere guerre per conto proprio. Sarebbe una vergogna senza fine che un generale di 74 anni che vive una vita ritirata e che controllava i mujaheddin in Afghanistan risulti nella sconfitta d’America”.
Alla luce dei più recenti documenti afghani di Wikileaks, notevole è l’attenzione sul 74enne Gul. Come ho scritto in un pezzo precedente, Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno su questo sito, Gul è stato esplicito sul ruolo delle forze armate americane nel contrabbando di eroina afgana fuori dal paese attraverso la base aerea ad alta sicurezza Manas, nel Kirghizistan.
Inoltre, in un’ intervista all’ UPI del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre, Gul dichiarò, in risposta alla domanda chi ha fatto l’11 Settembre Nero?, “Il Mossad e alcuni suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari l’anno per le sue 11 agenzie di Intelligence. Questo fa 400 miliardi di dollari in 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice che è stata colta di sorpresa. Io non ci credo. Entro 10 minuti dall’ attacco alla seconda torre gemella nel World Trade Center, la CNN disse che lo aveva fatto Osama bin Laden. Quello era un pezzo di disinformazione pianificata dagli autori reali … “. Gul evidentemente non è ben gradito a Washington. Egli sostiene che la sua richiesta di visti di viaggio per il Regno Unito e gli Stati Uniti gli sono stati ripetutamente negati. Fare di Gul il nemico acerrimo sarebbe andato proprio bene a qualcuno a Washington.
(…)

Da Operazioni nascoste dell’intelligence dietro la diffusione di documenti “segreti” di Wikileaks?, di F. William Engdahl.

28 novembre 2010

Ed è bene che resti dov’è…

Il cuoco di Osama

Guantanamo, 12 agosto – L’ex cuoco ed autista di Osama bin Laden, il sudanese Ibrahim al-Qosi, è stato condannato a 14 anni di prigione. La sentenza è stata emessa da un tribunale militare nel campo di detenzione di Guantanamo sull’isola di Cuba.
Difficilmente Qosi sconterà tutta la pena perché, in base ad accordi segreti, l’applicazione della sentenza sarà limitata. Qosi si era dichiarato colpevole lo scorso mese di cospirazione con al Qaeda e di aver fornito sostegno materiale all’organizzazione.
(AGI)

Roma, 12 agosto – Prima condanna dell’era Obama (e quarta in assoluto) per un detenuto di Guantanamo: 14 anni di carcere all’ex cuoco di Bin Laden, Ibrahim al-Qosi, cinquantenne. Lo ha reso noto il Pentagono.
Al-Qosi è detenuto da otto anni nel campo sull’isola di Cuba, e la giuria lo ha ritenuto colpevole (come del resto da sue stesse ammissioni) di aver appoggiato atti di terrorismo di Al Qaeda contro gli Stati Uniti, a partire dal 1996, nonché di aver aiutato Bin Laden e altri suoi uomini a fuggire dall’Afghanistan dopo l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, e prima dell’invasione americana.
(ASCA)

Dopo otto anni trascorsi in tale amena località, le ammissioni di al-Qosi non possono che essere spontanee.

”Credo che sia qui in Pakistan…”

Islamabad, 19 luglio – Secondo Hillary Clinton, in visita ad Islamabad e attesa a Kabul per la conferenza dei donatori, Osama bin Laden si trova in Pakistan. ”Credo che sia qui in Pakistan e che sarebbe molto utile se lo si potesse catturare”, ha dichiarato la segretaria di Stato americana in un’intervista.
A fine giugno il capo della CIA, Leon Panetta, ha dichiarato che il fondatore di al-Qaida è ben nascosto e ben protetto nelle aree tribali pachistane al confine con l’Afghanistan.
(ANSA)

Armato di pistola, pugnale e spada

Peshawar, 15 giugno – Armato di pistola, pugnale e spada andava in giro per le montagne di Chitral in Pakistan a caccia di Osama Bin Laden.
Gary Brooks Faulkner, uomo d’affari californiano di 50 anni, che è stato arrestato dalla polizia pakistana, aveva con sé anche degli occhiali ed una macchina fotografica per vedere e scattare immagini al buio ed alcuni testi di letteratura cristiana. Faulkner, che soffre di pressione alta e problemi ai reni, era arrivato come turista nel distretto di Chitral, vicino al confine con la provincia afgana del Nuristan ed aveva preso una stanza in un hotel. L’albergo aveva provveduto a fornirgli una scorta di sicurezza, ma l’uomo è scomparso senza dire nulla. E’ stato ritrovato dalla polizia a 14 chilometri dal confine afgano, in una zona che è da sempre una roccaforte dei ribelli talebani e per molto tempo è stata individuata come il possibile nascondiglio del leader di Al-Qaeda.
Si tratta del primo caso del genere da quando gli Stati Uniti hanno posto sulla testa di Bin Laden una taglia di 25 milioni di dollari.
(ASCA-AFP)

I palazzinari di Sion contro Obama

Gerusalemme, 16 marzo – Israele non ha la benché minima intenzione di accogliere la richiesta di Barack Obama di congelare la costruzione di nuovi edifici a Gerusalemme est. Anzi. Le autorità comunali hanno dato il via libera ad altri 309 nuovi alloggi nel sobborgo di Gerusalemme est di Neve Yaakov.
E’ quanto scrive il New York Times secondo cui “il dissenso tra gli Usa ed Israele si è acuito dopo che esponenti del governo israeliano hanno respinto la richiesta di Washington e hanno anzi espresso irritazione per il rimprovero pubblico da parte dell’amministrazione Obama a Netanyahu” .
(AGI)

Washington, 16 marzo – L’irrigidimento israeliano sugli insediamenti e la conseguente assenza di passi avanti nel processo di pace danneggia gli interessi statunitensi. Lo ha detto il generale David Petraeus, comandante delle truppe USA in Medio Oriente e Asia Centrale, spiegando che l’impasse “fomenta i sentimenti anti-americani, perché gli USA vengono percepiti amici [di] Israele”. Non solo. Per il generale “la rabbia degli arabi” aiuta al Qaeda e Hamas e aumenta “l’influenza dell’Iran” nella regione oltre a “indebolire la legittimità dei regimi moderati nel mondo arabo”.
(AGI)

Se son rose, fioriranno…