Volete stabilità nei Balcani? Allora ridateci la Jugoslavia

Torna alta la tensione nei territori della ex Jugoslavia a seguito dell’assassinio di Oliver Ivanovic, esponente di punta della minoranza serba in Kosovo.

L’influente think-tank statunitense Council on Foreign Relations (CFR) ha messo i Balcani nella sua lista di prevenzione dei conflitti nella sua recente inchiesta del 2018.
Tuttavia l’idea, promossa dal CFR, che gli Stati Uniti siano il Paese che può aiutare a preservare “pace e stabilità” deve essere messa alla prova – così come gli stessi Stati Uniti e gli alleati NATO più vicini che sono in verità responsabili di molti dei problemi che affliggono attualmente la regione.
Questi problemi derivano tutti dalla violenta rottura della Jugoslavia multietnica degli anni ’90, un processo che le potenze occidentali hanno sostenuto e addirittura incoraggiato attivamente. Ma questo non è menzionato nel documento di riferimento del CFR “Lo scioglimento degli accordi di pace nei Balcani” (Contingency Planning Memorandum n. 32).
Invece sono i Russi, udite, udite, ad essere considerati i cattivi – con “la destabilizzazione russa del Montenegro o della Macedonia” elencato come uno dei possibili scenari del 2018. La verità è, tuttavia, che tutti i possibili “punti di fiamma” identificati dal CFR, che potrebbero portare a conflitti, possono essere direttamente collegati non a Mosca ma alle conseguenze di precedenti interventi e campagne di destabilizzazione statunitensi o guidate dall’Occidente. Continua a leggere

Le rivelazioni di un ufficiale turco in congedo su operazioni sovversive dell’agenzia turca di intelligence MIT contro la Siria

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Attualmente in fuga dal sistema carcerario turco, l’ex ufficiale Önder Sığırcıkoğlu sostiene di non essere motivato dal denaro: “Sto agendo per salvare la mia identità, il mio onore e la mia coscienza”.

“Ho sequestrato l’omicida di massa Colonnello Harmoush e l’ho riportato in Siria”.

Il Tenente Colonnello Hussein al-Harmoush era il disertore di più alto grado dell’Esercito Siriano all’inizio del conflitto. E’ scappato in Turchia nel giugno 2011 dove ha fondato un sedicente “Movimento degli Ufficiali Liberi” con lo scopo di rovesciare il governo siriano. Le sue ambizioni hanno avuto vita breve. E’ scomparso dal campo Altınözü di Hatay  il 29 agosto insieme a Mustafa Kassoum, un istruttore di palestra che si faceva passare per un Maggiore dell’Esercito. Due settimane dopo Harmoush appariva alla televisione siriana, confessando i suoi crimini e la complicità della Turchia.
Dopo una frenetica investigazione, i servizi di sicurezza turca hanno indagato diverse persone, e in sette sono stati accusati per il “crimine” di aver rimpatriato Harmoush in Siria. Il più esperto tra loro, Önder Sığırcıkoğlu, un veterano con 19 anni di servizio presso l’agenzia turca di intelligence MIT, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Dopo 32 mesi di incarcerazione presso il carcere di Osmaniye, Sığırcıkoğlu è fuggito durante un trasferimento verso un’altra prigione ed è stato in grado di lasciare la Turchia clandestinamente. Quella che segue è la prima parte delle sue rivelazioni a Ömer Ödemiş per il primario sito turco di informazione OdaTV.

Önder Sığırcıkoğlu ha parole molto dure per la politica della Turchia nei confronti della Siria. Era stato incaricato dal MIT di filtrare e controllare gli arrivi durante la prima invasione di rifugiati.
“Ne ho intervistati a migliaia durante i primi giorni. Il primo gruppo era composto da circa 250 rifugiati che avevano attraversato il confine turco ad Altınözü. I loro responsabili erano lo studente di legge Seri Hammodi e il tassista Abdusselam Sadiq. Questi erano in costante contatto con i media internazionali, Al Jazeera e altri, propagandando il fatto che i rifugiati erano stati costretti a scappare dalla Siria a causa di una violenta oppressione. Le storie che raccontavano erano delle costruzioni, ma loro agivano per smuovere la pubblica opinione e assicurarsi fondi dalla Turchia, le Nazioni Unite, i Paesi del Golfo e le istituzioni internazionali.” Continua a leggere

Il nuovo “ricco progetto di Blair”: promuovere il Gasdotto Trans-Adriatico nonostante le obiezioni degli Italiani

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Claudio Gallo per rt.com

Perché un olivicoltore della solare Italia meridionale dovrebbe ricordare Tony Blair, l’ex Primo Ministro britannico che guidò la Gran Bretagna nella guerra contro l’Irak per distruggere le immaginarie armi di distruzione di massa di Saddam?
Dimentichiamoci che servì brillantemente come “barboncino” di George W. Bush o che fra i ranghi del Partito Laburista era l’erede più coerente delle distruttive riforme neoliberiste della Thatcher. Davanti agli olivicoltori di San Foca, tra le migliori spiagge della Puglia in Italia, si trova ora un profeta della globalizzazione “inevitabile”, un PR cosmico che ha voce in capitolo sul processo di pace-truffa in Medio Oriente (di solito viene a salvare il più forte) e gentilmente spiega ad alcuni dittatori come affrontare quelle stupide democrazie occidentali. Sì, Blair – che cosa stai facendo questa volta? Egli sta promuovendo un enorme progetto globale in nome di alcuni pezzi grossi i quali si preoccupano meno di nulla che la gente del posto non lo voglia.
Lo schema è, come sempre, un caso di potenti élite contro la gente comune, e indovinate lui da che parte sta? Continua a leggere

La pace va conquistata

clintonbill“Da dove comincia l’attuale Kosovo? Per me è iniziato dall’aeroporto di Zurigo – dove si fa scalo giungendo da Roma – all’imbarco per Pristina; lì presiedeva una moltitudine di facce anomale, quasi “incidentate” per la peculiare fisionomia storta e scomposta. Volti granitici, sgraziati e già vecchi, cui ne seguivano altri, quelli delle donne, che, fisse al seguito degli uomini, trovavano riparo sotto il velo: Schipetari, dunque. Di Serbi, a bordo, nemmeno l’ombra; eppure la terra verso cui viaggiavo e che distava poco più di un’ora, la abitano ancora, malgrado tutto e tutti, i Serbi del Kosmet, anzi è proprio la loro, quella terra, solo che a essi non è consentito partire e poi tornare come un qualsiasi cittadino della Comunità Europea o un serbo qualsiasi. Ecco perché la mia prima comprensione ha avuto origine in Svizzera, Paese che poco c’entra con le rovine del sacro Kosmet.
L’appartenenza di questa Provincia alla Serbia è inscritta ancora oggi non solo al catasto, ma nella Storia: fin dal Medioevo sbocciarono chiese e benedizioni, lotte sanguinose e fiere, fierissime sconfitte, tra cui spicca la Battaglia della Piana dei Merli (1389), che vide le truppe ottomane, guidate dal sultano Murad I, sconfiggere quelle cristiane del principe Lazar. Composte da 50.000 unità, le prime, e soltanto dalla metà, le seconde.
Fu una disfatta tremenda: perirono nobili e cavalieri – l’aristocrazia, dunque; nulla a che vedere con gli odierni mercenari – e venne aperta la via alla dominazione turca che, a distanza di cento anni, si sarebbe insediata nell’invitta memoria serba. Dalla rovinosa battaglia fiorirono un’epica e un’eredità irripetibili: non separarsi mai dal destino della propria terra, che, in tutto e per tutto, coincide con quello individuale e comunitario dei Serbi.
Ancora, tanta storia celeste è rintracciabile nelle spoglie immortali – il suo corpo che profuma di rose, dopo secoli, non ha mai preso la rigidità destinata a ogni comune mortale – del Santo Stefano Uroš, fondatore di Visoki Dečani, il monastero più importante, più assediato e più bello di tutto il Kosmet, meta di ogni pellegrinaggio del cristianesimo ortodosso, in cui si trova la rarissima, o forse unica, icona del Cristo con la spada: la pace va conquistata, non subita.
La geografia terrena, però, oggi spesso non coincide con quella spirituale ed è così che, attraversando Pristina – capitale per gli “indipendentisti”, semplice capoluogo per i Serbi – sembra di piombare nella modernità più consunta: palazzi in serie, negozi in franchising, macchine lussuose e ingombranti, night club e divertissement squisitamente occidentali. Addentrandosi nella città, ci si trova in boulevard Bill Clinton, in onore dell’ex presidente americano, che ha favorito la cacciata del popolo serbo e che sullo stesso viale gode persino di una statua, lì eretta nel 2009 per non dimenticare tanto favorevole “accordo” degli onnipresenti Stati Uniti.”

Il reportage di Fiorenza Licitra, Orizzonti dal Kosovo e Metohija, continua qui.

Natale ortodosso in Kosovo Metohija

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“Dopo il giorno di ricorrenza dei morti a novembre, in Kosovo Metohija le genti hanno vissuto spiritualmente la ricorrenza del Natale ortodosso il 7 gennaio. E, come profonda tradizione nella cultura e spiritualità slava, e serba in questo caso, non c’e’ molta differenza tra credenti e laici; sono giorni ove ciascuno pur vivendoli in forme esteriori differenti, li vive interiormente come riflessioni/meditazioni nell’anima.
Di questo ne sono testimone oculare per vita vissuta con loro, con Padri, ferventi credenti o figure laiche di onesti socialisti, di profondi patrioti, di integerrimi sindacalisti, diversi tra loro per visioni di società o idee politiche, ma fratelli e sorelle, compagni di situazioni che abbiamo vissuto e condiviso insieme, ai limiti delle nostre stesse vite…ciascuno possiede nell’anima radici spirituali profonde e saldissime. Anche questo, piacendo o non piacendo a taluni esperti di Serbia virtuale, e’ il popolo serbo, e forse, ANCHE grazie a queste radici, che ha resistito per 17 anni alle aggressioni straniere ed ancora oggi resiste nel Kosovo.
Forse in modo ancora più profondo, ciò avviene nella tragica realtà dei serbi del Kosovo, prigionieri in una moderna forma di apartheid: le enclavi; una realtà dove nessuno dei diritti fondamentali dell’uomo sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e’ rispettato, ancor di meno quelli sanciti nei primi dieci Articoli dei Diritti dell’Infanzia. Nel momento in cui il Consiglio Europeo discute, minaccia, sanziona circa i diritti umani in Siria, nel Kosovo Metohija, stato artificiale ed illegale, il mondo dovrebbe vedere cosa ha inventato e mantiene: una società dove la profanazione di tombe di famiglia, di luoghi sacri, di monasteri e luoghi spirituali e’ quotidiana, e dove, da anni, vengono quotidianamente attaccati, vandalizzati, distrutti.”

I giorni della spiritualità e del raccoglimento vissuti nel Kosovo martoriato, di Enrico Vigna continua qui.
Il documento contiene anche le indicazioni necessarie per fare solidarietà concreta.

I costi occulti dell’atlantismo italiano

EFA
Eurofighter italiani a difesa dello spazio aereo dell’Islanda fino a luglio!
“Lo scopo della missione, che nasce a seguito del ritiro degli assetti aerei USA permanentemente stanziati in Islanda, e in considerazione del fatto che la stessa Islanda non possiede Forze Armate, è quello di assicurare il servizio di sorveglianza dello spazio aereo islandese, alla luce degli impegni che l’Italia ha assunto in ambito NATO.”
Non contenti di ciò, scopriamo: “L’Aeronautica Militare, oltre alla missione in Islanda, sta partecipando alla sicurezza aerea e alla difesa aerea di Slovenia e Albania ormai da anni.”
Triplo evviva!!!

I dettagli sono qui.

Nel narco-staterello di Hashim Taci

kusavo flagKosovo. L’orrore diventa un film

Nel narco-staterello di Hashim Taci, il Kosovo e Metohija, si chiede in questi giorni di proclamare “persona non grata” il regista di fama mondiale Emir Kusturica perché intende a realizzare un film sulla tratta degli organi dei serbi fatta dai secessionisti schipetari dell’UCK. Kusturica ha affermato di non capire il nervosismo di Pristina perché non è stato lui a inventare questa storia, ufficialmente presentata da Dick Marty nel suo rapporto sui trattamenti inumani e i traffici d’organi dei serbi in Kosovo, relazione che puntava direttamente al premier kosovaro ed ex leader dell’UCK Hashim Taci, approvata il 16 dicembre 2010 dalla Commissione affari legali e diritti umani dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il film sarà realizzato basandosi su un romanzo di Veselin Dzeletovic intitolato “Il cuore serbo di Johann”. Si tratta della storia vera di un tedesco che porta nel petto il cuore di un serbo rapito dall’UCK e ucciso per strappargli il cuore e venderlo al mercato nero. Questo tedesco ha poi adottato il figlio della vittima. L’autore del romanzo ha parlato direttamente con l’uomo tedesco, molte volte, dal 2004 al 2007. Lo scrittore Dzeletovic racconta: “Sono andato nel Kosovo e Metohija a portare libri da donare e lì ho sentito parlare di una donna serba violentata da cinque schipetari e che si è suicidata non potendo più vivere con quel ricordo tremendo. Quella donna è stata la moglie di un mio amico rapito dagli schipetari nel 1999. Durante la sepoltura della poveretta, nel cimitero con molti monumenti distrutti dagli albanesi, c’era un tedesco che voleva aiutare materialmente la famiglia della donna perché aveva saputo da chi e come aveva avuto il suo cuore trapiantato. Voleva acquietare la propria coscienza. Intendeva donare una grossa cifra, ma dopo aver capito che il figlio della donna era rimasto solo, che non aveva fratelli né sorelle, ha deciso di adottarlo. Lo zio del ragazzo non accettava che il ragazzo diventasse tedesco e per questo il tedesco Johann accettò di convertirsi e diventare ortodosso per avere l’approvazione dello zio all’adozione. Il destino ha voluto invece quest’adozione. Oppure la volontà divina! Dunque, il tedesco stava nel povero cimitero ortodosso serbo vestito molto diversamente dalla gente del posto, cioè signorilmente. Seguiva i funerali con una certa distanza aristocratica e gli stava accanto in ogni momento un agente della BND cioè della Bundesnachrichtendienst (servizio informazioni federale della Repubblica Federale Tedesca). Ad un certo momento il ragazzo, la cui mamma veniva seppellita, si mise ad abbracciare le gambe di quel tedesco e disse ad alta voce: “Papà”. Il ragazzo istintivamente ha riconosciuto il cuore del suo padre in un altro uomo. È una storia tragica che non può lasciare indifferente nessuno. Tutti i fatti del mio romanzo sono veri tranne i nomi dei personaggi e del villaggio”. Il romanzo di Dzeletovic offre anche delle informazioni che nessuno voleva pubblicare finora, neppure Dick Marty. Per esempio, le operazioni del trapianto non venivano fatte in Albania, ma in Italia. I serbi rapiti venivano portati in Albania per essere uccisi secondo gli ordini che arrivavano: i loro organi venivano estratti in Albania con i metodi più crudeli e poi trasportati in frigoriferi in Italia. Sono stati usati i motoscafi con i quali si raggiungeva l’Italia in meno di tre ore. Le basi logistiche di questi traffici loschi sono state poste prima dell’aggressione della NATO alla Serbia, quando i figli dei poveri d’Albania venivano venduti agli italiani ricchi ancora prima del 1999. In tal modo sono stati stabiliti i primi contatti con i contrabbandieri cementati poi con i traffici illegali di sigarette e di droga. Ricordiamo che il testimone protetto K-144 del Tribunale dell’Aia dichiarò: “Io so di almeno 300 reni e di altri 100 organi estratti ai rapiti del Kosmet. Si estraevano anche il fegato e i cuori. Un rene si vendeva da dieci a cinquanta mila marchi tedeschi… Hashim Taci prendeva l’80% del guadagno che lui spartiva poi con altri comandanti dell’UCK…” Nella televisione irachena, un certo sceicco Bahramin si è vantato, nel 2000 ,d’aver avuto un cuore nuovo in Turchia. Diceva di stare benissmo e gli dispiaceva solo un fatto: il cuore era di un serbo cristiano. L’autore del romanzo “Il cuore serbo di Johann” ha detto d’aver incontrato recentemente un funzionario dell’Eulex e che era possibile che le indagini si sarebbero ampliate all’Italia e alla Germania. Comunque sia, Kusturica dice che girerà questo suo film in Russia, dove ha tanti amici che gli daranno una mano a realizzarlo. Ovviamente l’Europa, e specialmente i Balcani, compresi l’Albania e la stessa Serbia con la sua provincia del Kosovo e Metohija, cioè i territori dove sono avvenuti questi crimini, non sono un palcoscenico dove è possibile girare un film su questi delitti orrendi, anche se è stato comunque possibile commettervi questi crimini genocidi, non immaginabili da una mente normale. E con l’assoluta complicità di Bruxelles e di Washington.
Dragan Mraovic

Fonte

Revolution.com di Manon Loizeau

Tunisia, Egitto, Albania…
Può tornare utile riguardare il documentario di Manon Loizeau, dedicato alle cosiddette “rivoluzioni colorate” patrocinate dagli Stati Uniti d’America nei Paesi nati a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Il documentario è stato trasmesso durante la puntata di Report andata in onda il 3 Giugno 2007.
La trascrizione integrale è qui.

[Si veda anche il John Laughland di La tecnica del “colpo di stato colorato”]

Questo è becero complottismo!

Con la fine del 2009, anno di sconfitte strategiche per gli USA, si sta assistendo a una probabile ondata colorata nelle capitali europee: Roma, Parigi, Atene sono le prime piazze. Sicuramente altre se ne aggiungeranno: Madrid, Berlino, Bucarest; manifestazioni coloratissime che seguiranno di pari passo il tracciato dei gasdotti Southstream e Northstream, con altrettanti capetti piazzaioli che, edotti dalla famelica lettura di riviste di tecnologia bellica, decideranno dove compiere, di volta in volta, le loro prodezze antisistema: oggi a Roma, punita anche per i suoi recenti colpi di testa geopolitici. Infatti, come dice il sito statunitense di studi strategici Stratfor, in una recente valutazione della marina iraniana, ‘le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso le loro capacità militari negli ultimi anni, grazie a navi e tecnologie provenienti dalla Cina, Corea del Nord e Italia e ora implementate su alcune delle imbarcazioni più veloci della regione. Ciò dovrebbe comportare minare lo Stretto di Hormuz e gli stretti canali di navigazione del Golfo Persico’. L’impatto ‘Sarebbe immediato e drammatico … L’effetto sui prezzi del petrolio sarebbe grave.’ L’Italia, così, si mette sotto una pessima luce, agli occhi del suo potente patron d’oltreatlantico e del suo amichetto occupante ‘Galilea e Samaria’.
Domani, già avvertono i trombettieri delle giubbe viola, toccherà a Parigi, dove Sarkozy ha deciso di vendere a Mosca alcune unità navali per operazioni anfibie, della classe ‘Mistral’.
Ovviamente i nostri ‘coloured bloc’ si affannerebbero a leggere anche cartine geografiche e quotidiani economici, con la speranza di rilevare accordi economico-commerciali tra nascenti ‘imperialismi’. Come, appunto, nel caso dei gasdotti volti a scavalcare quel muro yankee posto a oriente dell’Europa. Un muro formato dai governi filo-statunitensi del Baltico, di Polonia, Ucraina, Georgia, Albania…
Notare come in Grecia, oggi, dopo tre giorni di scontri e manifestazioni, tra i mille fermi e i 150 arresti causati delle dimostrazioni, e che il sistema mediatico atlantista definisce, certo disinteressatamente, la ‘prima rivolta locale a livello mondiale’, vi siano centinaia di giovani di 26 paesi di quattro continenti, i cui più attivi e presenti sono albanesi, seguiti da georgiani e ucraini,… poi italiani, tedeschi, finlandesi, inglesi, e… bulgari, lettoni e polacchi. Il virus rivoluzionario, anarcoide e anticapitalista ha già infettato le ex-repubbliche del Blocco Orientale? E tutti costoro, casualmente, si sono scoperti ferventi nemici del capitalismo non a casa propria, ma ad Atene. Già, Atene, altra coincidenza, la Grecia negli ultimi anni ha acquistato notevoli quantità di materiale bellico. Materiale proveniente dalla Federazione Russa: hovercraft d’assalto anfibio, blindati, cingolati e i famigerati missili S-300, venduti a Cipro, via Atene. È questo il vero motivo della presenza di albanesi, bulgari, ucraini e georgiani, cioè di tizi provenienti, casualmente, da nazioni che hanno subito le rivoluzioni colorate finanziate dalle fondazioni di Mr. Soros?
La calata dei coloured-bloc, succedanei ai black-bloc nordeuropei, è stata determinata solo dalla crisi economica che colpisce Atene, crisi causata dalle politiche neoliberiste e monetariste imposte anche dal succitato miliardario genocida George Soros? Oppure c’entra abbondantemente, anzi decisamente, il fatto che la ‘Seconda Roma’, stringendo la mano alla ‘Terza Roma’, abbia irritato i soliti notissimi circoli dominanti presenti allo SHAPE, a Bruxelles, o schierati lungo il ‘braccio di mare’ che si estende tra Londra e New York (il cosiddetto Atlantismo)?
Questo è becero complottismo! Direbbero diverse categorie di presunti ‘antimperialisti’ e di ancor più presunti ‘marxisti-leninisti’ colorati di viola e guidati da duci come il ‘Vecchio Forcone’, il ‘Giovane Forcaiolo’ e la ‘Forchetta Ululante’… Forse è così, ma rimarrebbe da spiegare l’ampia presenza per le strade di Atene di scalmanati casseur, provenienti da ‘casuali’ paesi poveri, dai servizi costosi e dai bassi redditi, quali l’Albania, l’Ucraina e la Georgia.
Una differenza salta subito agli occhi: ad Atene si testa la versione hard del tele-sovversivismo colorato, quello armato di mazze e violento. A Roma, e prossimamente a Parigi, si utilizza la versione soft, da ‘indiani-colorati-metropolitani’, da ‘società civile’, per portare avanti l’agenda dei notissimi burattinai. Le società di marketing avranno fatto le dovute ricerche, analizzando la società in cui operare, per spacciare e vendere il ribellismo sociale preconfezionato dalle ‘Ditte’ dedite alla ‘Democracy Export’. Nero black-bloc ad Atene, Viola moralista a Roma. Ma non è detto che le suddette aziende non pensino di somministrare la ricetta ateniese anche al resto dell’Europa, a quella ‘civilizzata’, mitteleuropea e occidentale. Dipenderà da quanto persisteranno il Papi, Sarkò e friends nel volere allacciare scandalosi rapporti con una Noemi da Mosca o con una Patrizia da Ankara. Rapporti non graditi presso i notissimi rotary di Washington-London-Telaviv, e ritenuti vergognosissimi presso i kiwanis salottieri di Roma, Torino e Ginevra…
Lì, sono più graditi i ‘sani’ rapporti intimi con la ‘Brenda’ di Chicago, citofonare al 1600 di Pennsylvania Avenue, o con la ‘Natalì’ che riceve al N°10 di Downing Street…
Di certo, queste professioniste ci stanno preparando, assistite dai loro pusher, magnaccia e dal gramsciano ‘popolo di scimmie’, dei ‘giochetti’ niente male per il 2010.

P.S.: Fa specie che personaggi della cosiddetta controinformazione, pretesi amici della Russia, (ma chi frequenta Gorbachov e la sua fondazione, in fondo, quanto è amico della Russia?) nonostante sappiano benissimo cosa si cela dietro le kermesse colorate, si schierino a fianco delle tele-rivolte, che possono solo sfociare in governi ‘tecnici’, pronti ad attuare riforme di strutture e politiche internazionali dettate dalla City e dal Pentagono. Tanto per essere chiari: saccheggio del risparmio delle famiglie, conservato nel sistema bancario nazionale, e abbandono di ogni accordo con il cerbero Putin-Gheddafi-Erdogan, magari sostituendo il gas di questi ’orchi’, con quello israeliano, così elegantemente sottratto a Gaza, proprio un anno fa.

Coloured-Bloc, di Alessandro Lattanzio.
[grassetto nostro]

Arte figurativa del Kosovo

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Una statua di Bill Clinton, ex presidente degli Stati Uniti dell’America, è stata inaugurata da lui stesso a Pristina nella provincia serba del Kosovo e Metochia occupata dalla NATO.
Inaugurare un monumento ad una persona viva sa di macabro ma Clinton si è prestato al gioco ed ha inaugurato un monumento a se stesso. La statua tipica del social-realismo dei tempi di marxismo-leninismo di Enver Hoxa rappresenta l’ex presidente americano che saluta gli schipetari con una mano (a dir il vero ricorda un po’ il Duce) tenendo nell’altra il documento con il quale, durante i bombardamenti della Serbia da parte della NATO, aveva autorizzato, il 24 maggio 1999, l’entrata delle forze d’occupazione statunitensi nella provincia serba.
Fu tanto commosso il nostro eroe da cogliere l’occasione per dire queste sagge parole alla folla albanese nella piazza Bill Clinton di Pristina (ci sono ancora una via e un viale con il suo nome mentre la via principale porta il nome di George Bush): “Stamattina mentre parlavo con mia moglie che si trova nel Vicino Oriente e che vi saluta, lei mi disse di farmi fare una foto e di inviargliela perché possa vedere con i propri occhi che la mia statua esiste veramente”.
Poi le sue parole storiche con le quali consigliò gli albanesi e i serbi di dimenticare il passato suonarono ciniche nelle orecchie dei serbi ai quali questo nuovo eroe albanese aveva strappato con forza il 15% del territorio storico, una Firenze serba, e molto ricco di minerali rari e di energie.
Clinton ha finito il suo discorso dicendo: “Se c’è ancora qualche cosa che posso fare per voi albanesi, serbi ed altri, contate su di me…!”. Per quanto riguarda i serbi sanno quello che Clinton aveva già fatto per loro e gliene ringraziano tanto, ma non accetteranno altri doni di Bill, avendone avuti già troppi: 51.000 proiettili all’uranio impoverito, migliaia di missili cruiser, centinaia di migliaia di bombe a grappoli… tutti i frutti vietati dalle convenzioni internazionali per il loro effetto antiumano, una continua politica americana di pressioni e di ricatti contro i serbi che ebbe inizio ancora nel lontano 1991 e che non cessa ancora…
Gli albanesi hanno ora i due monumenti dedicati ai loro eroi nazionali più grandi della loro storia: quello di Tirana dedicato a Skanderbeg, cioè a Djuradj Kastriotic, un serbo, e questo a Pristina innalzato ad un americano.
Ci auguriamo che almeno un loro terzo eroe nazionale al quale faranno un monumento possa essere finalmente un albanese.

Pristina. Bill Clinton e il culto della personalità, di Dragan Mraovic.

Il Montenegro diventa una base

A seguito di una consultazione referendaria, il Montenegro ha dichiarato la propria indipendenza il 21 maggio 2006. Con un territorio di 14.000 kmq (meno della Puglia) e 650.000 abitanti, è stato il 192° ed ultimo Stato ad entrare nell’ONU.
A distanza di soli sette mesi, aveva già aderito al Partenariato per la Pace della NATO. I montenegrini però non sono mai stati interpellati sulla questione, ed alcuni sondaggi suggeriscono che un 70% di loro voterebbe contro l’ingresso nell’Alleanza Atlantica se avesse l’opportunità di farlo. La principale ragione di questa ostilità sta nell’aggressione della NATO alla ex Jugoslavia del 1999.
Nel giugno dell’anno scorso, la NATO ha svolto un proprio seminario a Podgorica, capitale del Paese. Dopo solo due settimane, è stato lanciato un cosiddetto “Dialogo Intensificato” tra la NATO ed il Montenegro. A novembre 2008, il Presidente Milo Djukanovic – dopo esser stato rassicurato che “la NATO non è stanca di allargarsi” (testuali parole dell’ex segretario generale Jaap de Hoop Scheffer) – ha presentato formale domanda di ingresso nell’alleanza, tradottasi in un Piano d’Azione Individuale per l’Adesione.
Il mese successivo, il Montenegro e la Bosnia sono stati accolti nella “Catena Adriatica” (Adriatic Charter), il meccanismo di cooperazione intrapreso sotto l’egida statunitense nel 2003 per coordinare gli sforzi di Albania, Croazia e Macedonia durante il loro cammino di avvicinamento alla NATO (conclusosi solo per i primi due Paesi).
Il 17 dicembre scorso, l’ambasciatore negli Stati Uniti Miodrag Vlahovic ha firmato un SOFA che stabilisce termini e condizioni per lo stazionamento di forze militari di tutti i Paesi membri NATO in Montenegro.
Ad inizio febbraio 2009, Frank Boland, direttore della Pianificazione per la Politica di Difesa della NATO, ha dichiarato ad un quotidiano balcanico che il Montenegro potrebbe diventare un membro dell’alleanza nel 2012, una volta che il Paese si sia adeguato agli standard NATO per quanto riguarda l’addestramento delle truppe.

Lo scorso 28 luglio, il Montenegro ha annunciato di stare assegnando un contingente iniziale di 40 soldati alla missione ISAF in Afghanistan.

L’eredità di Jaap

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Il Segretario Generale uscente della NATO, l’olandese Jaap De Hoop Scheffer, è in procinto di lasciare il posto ad Anders Fogh Rasmussen, che si è dimesso da Primo Ministro danese per subentrare nell’incarico il prossimo 1 agosto.
Durante le ultime settimane, De Hoop Scheffer ha tributato una serie di visite d’addio nei Paesi membri NATO di recente acquisizione (Bulgaria, Romania, Slovenia, Albania e Croazia) e presso altri che sono tuttora sulla soglia di ingresso (Macedonia e Finlandia). Durante il suo mandato quale rappresentante dell’unico blocco militare esistente nel mondo, la NATO ha ingrossato le proprie file con 9 nuovi Stati (oltre a quelli citati appena sopra, anche le tre repubbliche baltiche e la Slovacchia), pari a tre quarti dei Paesi fondatori sessant’anni fa.
Tutte le nuove acquisizioni sono in Europa orientale, tre confinano con la Russia e due terzi di esse erano precedentemente parte dei tre Paesi multietnici dell’Europa (e nei primi due casi, anche multiconfessionali) disgregatisi nel periodo 1991-1993: Unione Sovietica, Jugoslavia e Cecoslovacchia. I bocconi piccoli sono più facili da ingoiare.
In coerenza con ciò, lo scorso 9 maggio De Hoop Scheffer ha reso pubblica la propria soddisfazione circa il fatto delle nove adesioni realizzatesi durante il suo mandato, auspicando che la Macedonia diventi presto la decima, una volta che sia risolto il contenzioso in corso con la Grecia sul nome da assegnare costituzionalmente all’ex territorio jugoslavo.
Si tenga presente che il fattore determinante nella designazione di De Hoop Scheffer quale Segretario Generale della NATO fu il suo sostegno all’invasione dell’Iraq quando era Ministro degli Esteri dell’Olanda ed il suo impegno per il dispiegamento di truppe olandesi in quel Paese. Il suo successore, Rasmussen, ha svolto un ruolo simile come capo del governo in Danimarca a partire dal 2003.
Si noti, inoltre, che tutte le nove nazioni che De Hoop Scheffer ha contribuito a portare dentro la NATO hanno inviato i propri soldati sia in Iraq che in Afghanistan, in diversi casi prima del loro ingresso nell’Alleanza Atlantica e come precondizione per l’adesione alla stessa.
E’ stato sempre durante il suo mandato che la NATO ha lanciato l’Iniziativa per la Cooperazione di Istanbul, per aumentare la cooperazione e il dislocamento di militari con gli Stati partecipanti al Dialogo Mediterraneo (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia) ed alla Cooperazione del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), rafforzando così la presa dell’alleanza dalla costa atlantica dell’Africa al Golfo Persico.
Il suo canto del cigno è rappresentato dal consolidamento dell’integrazione militare di quella zona dell’Europa sudorientale dove, al termine della Guerra Fredda, iniziò l’espansione della NATO: i Balcani. Quale sia il grado di sovranità dei nuovi membri dell’alleanza e degli attuali canditati ad entrarvi, è ben delineato dalla notizia di stampa dello scorso 7 maggio secondo cui il governo albanese sta svolgendo negoziati con la NATO affinché essa prenda pieno controllo dello spazio aereo dell’Albania.
Al che, viene in mente la favola di Esopo del lupo che si offre di liberare la pecora dalla rude guida del cane pastore.

Albania e Croazia sono pronte

berisha

Washington, 1 aprile – La Croazia è ”determinata a prender parte” alle responsabilità per il mantenimento della stabilità e della sicurezza in Afghanistan. Lo ha dichiarato l’ambasciatore croato a Washington, Kolinda Grabar-Kitarovic, nel corso di una cerimonia.
Oggi l’Albania e la Croazia sono diventate ufficialmente membri della NATO, dopo che i loro ambasciatori hanno presentato al governo americano i documenti per l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. ”Siamo determinati a prender parte e a condividere le responsabilità per la pace globale e la stabilità in alcuni luoghi come l’Afghanistan e in altre parti del mondo”, ha detto.
(ASCA-AFP)

Camorrista NATO, atto terzo

gomorra

Atto primo.
E atto secondo.

Gomorra, l’opera di Roberto Saviano che tanto successo ha riscosso e sta giustamente riscuotendo in Italia ed all’estero, grazie anche ad una trasposizione cinematografica che aiuta a raggiungere quegli strati della popolazione che non hanno letto e forse non leggeranno il libro, dovrebbe spingere ad approfondimenti ulteriori. Senza soffermarci sulle tante tematiche bene sviscerate dalla narrazione di Saviano, guardiamo infatti ad alcuni altri punti che meritano di essere sviluppati.
Essi riguardano il contesto generale e soprattutto internazionale in cui il fenomeno “Gomorra” (la camorra) sorge e si sviluppa. Quali sono i legami che consentono a quel “regime parallelo” di sostenersi? Su questo il libro non si addentra, lasciando aperti numerosi interrogativi. Dove il tema viene toccato, i dubbi aumentano, anzichè diminuire.

Alcuni esempi:

1) Nel capitolo intitolato “Kalashnikov” si parla delle armi omonime. Si dice che alla camorra queste sono arrivate anche dalla Macedonia e da altri Paesi dell’Europa orientale: “I clan acquistarono informalmente dagli Stati dell’est – Romania, Polonia, ex Jugoslavia – interi depositi di armi (…). Una parte della difesa di quei Paesi venne mantenuta dai clan (…). I depositi degli eserciti dell’est [erano] a loro completa disposizione.” Il periodo di cui si parla è quello della crisi e della fine di quei sistemi politici, perciò la camorra subentra agli eserciti dei Paesi socialisti, da liquidatrice e nemica.
“I mitra quella volta li avevano stipati in camion che ostentavano sui fianchi il simbolo della NATO. Tir rubati dai garage americani” – rubati? – “e che grazie a quella scritta potevano girare tranquillamente” – tranquillamente? – “per mezza Italia. A Gricignano d’Aversa, la base NATO è un piccolo colosso inaccessibile, come una colonna di cemento armato piazzata in mezzo a una pianura. Una struttura costruita dai Coppola, come tutto del resto da queste parti. Non si vedono quasi mai gli americani. I controlli sono rari. I camion della NATO hanno massima libertà e così quando le armi sono giunte in paese, gli autisti si sono pure fermati in piazza, hanno fatto colazione, hanno inzuppato il cornetto nel cappuccino mentre chiedevano in giro per il bar di poter contattare ‘un paio di neri per scaricare roba, velocemente’…”.
Quindi la NATO non solo non avrebbe il controllo del territorio, ma neppure dei propri camion! E il controllo dei depositi di armi dei Paesi ex-socialisti, lo aveva la camorra, oppure la NATO?
Oppure la NATO attraverso la camorra?
Una cosa è certa, e cioè che i beni immobiliari di proprietà della malavita napoletana dati in uso alle forze della NATO e agli statunitensi in particolare sono tanti.

2) A pagina 204 si parla della compravendita di panzer Leopard in cui la camorra era coinvolta negli anni Settanta e Ottanta. Si allude a trattative effettuate “con l’allora Germania Est”. Ma è noto che il Leopard è un frutto dell’industria degli armamenti tedesco-occidentali, anzi per la precisione esso nacque da un programma congiunto tra la Repubblica Federale e gli Stati Uniti; tuttora il mezzo è normalmente utilizzato dagli eserciti della NATO.

3) Subito di seguito si riferisce che “Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto come ‘la tigre Arkan’, ebbe rapporti con Sandokan Schiavone, capo dei Casalesi”, e ci si addentra in una ricostruzione dei fatti piuttosto oscura. Si dice infatti che Arkan grazie ai Casalesi avrebbe fatto entrare in Serbia “capitali e armi sotto forma di aiuti umanitari: ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche.” Ma allora, in concreto, stiamo parlando di armi, di soldi, o di ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche?
Prosegue Saviano: “Secondo il SISMI però le forniture (…) erano in realtà pagate dalla Serbia mediante prelievi dai propri depositi presso una banca austriaca.” Varrebbe a dire che la Serbia pagava (in dollari): allora i soldi uscivano dai Balcani, non entravano… In effetti pare uscissero, tanto che venivano poi girati a un non meglio specificato “ente alleato dei clan serbi e campani, che avrebbe dovuto provvedere a ordinare alle varie industrie interessate i beni da dare come aiuto umanitario” (sic), “pagando con soldi provenienti da attività illecite e attuando così il riciclaggio degli stessi capitali. E proprio in questo passaggio entrano in scena i clan Casalesi. Sono loro ad aver messo a disposizione le ditte, i trasporti, i beni per effettuare l’operazione di riciclaggio.”
Qui non abbiamo capito molto, ed il seguito è altrettanto oscuro: “Servendosi dei suoi intermediari Arkan, secondo le informative, chiede l’intervento dei Casalesi per mettere a tacere i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinare la sua guerra finanziaria, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi” (di nuovo: materiale umanitario oppure armi? O entrambe?).
Solo alla fine si chiarisce almeno un aspetto: “I Casalesi calmarono i loro alleati albanesi, dando armi e concedendo ad Arkan una serena guerriglia. In cambio (…) l’impresa italiana si disseminò in mezza Serbia.”
Dalla “difficile” ricostruzione si capiscono almeno due cose:
(a) che gli alleati in primis dei Casalesi erano i mafiosi albanesi, come d’altronde ebbe occasione di spiegare lo stesso Saviano in tempi “non sospetti” (“L’armata albanese nella nuova guerra di Napoli”, su Il Manifesto, 21/11/2004), e
(b) che l’operazione di riciclaggio non riguardava i soldi “di Arkan” o “della Serbia” bensì soldi sporchi acquisiti in Italia da italiani (camorristi?) che si inserivano in una compravendita di “ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche” al solo scopo di riciclare quei soldi.

4) Sempre rimanendo in tema di alleati internazionali della camorra, sarebbe molto pertinente per un futuro approfondimento della indagine di Saviano andare a scavare nei rapporti con la leadership montenegrina. Saviano non può non aver sentito parlare delle pesanti accuse rivolte dalla magistratura italiana contro Milo Djukanovic: associazione mafiosa finalizzata al contrabbando internazionale di sigarette e riciclaggio di danaro. Accuse tanto imbarazzanti che Djukanovic si era tolto di mezzo per un po’ dopo la proclamazione della “indipendenza” della sua repubblichetta, di cui era stato premier e presidente in diverse fasi. Accuse in base alle quali Djukanovic a metà del 2007 è stato rinviato a giudizio in Italia. I rapporti che Djukanovic e la sua lobby politico-affaristico-secessionista instaurò con la malavita italiana passarono non solo attraverso la Sacra Corona Unita pugliese, ma anche attraverso la camorra, specialmente nelle persone del boss del contrabbando Gerardo Cuomo, di Gragnano, e del noto camorrista (benchè pugliese) Francesco Prudentino, di Ostuni, già residente in Montenegro.
Su tutto questo, su cui la stampa italiana e internazionale ha calato un silenzio di tomba mentre in Montenegro e Croazia i giornalisti che se ne occupano vengono arrestati o uccisi, raccomandiamo di andarsi a rileggere in particolare, tra la molta documentazione presente nell’archivio di JUGOINFO.

Fonte: cnj

Alfabeto kosovaro

clinton-boulevard

“Quando una potenza straniera fa un’occupazione, e pochi mesi dopo installa in quella terra la sua più grande base militare, che cosa vuol dire questo? Perché mi chiedi a chi è servita l’indipendenza del Kosovo?”. Ha il carisma di una storia misteriosa alle spalle, le certezze incrollabili della fede e nessun pelo sulla lingua Dobrila Bozovic, ex docente di storia dell’arte a Parigi e oggi portavoce laica del Patriarcato di Pec, culla della cultura serbo ortodossa nel cuore del Kosovo, protetto giorno e notte dai soldati del contingente italiano Kfor. Dobrila decifra per noi gli affreschi bizantini raccontando la storia del Patriarcato, ci autorizza a scattare foto incurante delle proteste delle monache, liquida con freddezza due soldati sloveni arrivati per una visita guidata. “Siete in ritardo e piove. Se arrivavate all’ora giusta, non c’era pioggia e non c’erano sloveni”, ci bacchetta ironica all’inizio della visita. Poi ci trattiene per quasi due ore davanti a caffè e dolcetti turchi, ricorda la casa della sua infanzia accanto a una moschea, la colonna sonora del canto del muezzin. “Se islam e cristianesimo non possono vivere insieme nei Balcani, allora non può esserci pace in nessun luogo. Noi siamo stati manipolati, tutti e due i popoli, sia i serbi che gli albanesi”, dice. Manipolati da chi aveva interesse a sbriciolare il multiculturalismo jugoslavo in uno spezzatino di stati cuscinetto etnici, senza risorse e senza storia. “Vogliono che la Serbia accetti l’indipendenza del Kosovo per entrare in Europa”, dice, “ma il Kosovo è la culla della nostra cultura e religione, o entriamo in Europa con Cristo o rinneghiamo la nostra anima. Dovete capire che l’economia e la demografia non sono tutto. Il 90% di popolazione albanese, per i serbi non è che un numero”. Due milioni di abitanti, un territorio grande come l’Abruzzo, separato dalla nostra penisola solo da un pezzo di Montenegro e un braccio di mar Adriatico, coperto di montagne e punteggiato di preziosissimi monasteri ortodossi, in parte danneggiati durante gli atti vandalici antiserbi del 2004. In Kosovo, anche i monasteri parlano delle tante culture dei Balcani. Il Monastero di Decani, a pochi chilometri da Pec, è una visione: militari all’ingresso, un pesante portone di legno. E oltre il muro, su un prato verde, un perfetto edificio romanico, candido come la cattedrale di Trani, scolpito dagli stessi artigiani negli stessi anni. All’interno del Monastero, la magia, il salto a oriente, negli azzurri della pittura bizantina, odore di incenso e Cristi Pantocratori. “Adesso non si può dire cosa sia successo sulla nostra terra, è passato troppo poco tempo”, sospira Dobrila, “forse saranno i nostri nipoti a poterlo raccontare”.

“D come Dobrila, la pasionaria serba” tratto da Alfabeto kosovaro. 25 storie dal Paese più giovane d’Europa, di Giulia Bondi e Anna Maria Selini.

Ecco come le autrici presentano il loro reportage:
“Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra.
Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d’Europa, l’ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik.
Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z.”

Qui il video realizzato dalle due giovani giornaliste, in occasione del loro viaggio in Kosovo la scorsa primavera.

Arcobaleno sbiadito

Bari, 30 ottobre – Quasi nove anni dopo gli arresti e quattro anni prima che si prescriva anche l’ultimo reato, il peculato, la magistratura barese ha concluso con 17 rinvii a giudizio l’inchiesta su presunte malefatte legate alla gestione della Missione Arcobaleno. L’operazione umanitaria fu voluta nel 1999 dal governo D’Alema in Albania per sostenere i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla NATO per scacciare le truppe dell’allora leader serbo Slobodan Milosevic. Tra i rinviati a giudizio dal gup Marco Guida c’è anche l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Franco Barberi, all’epoca dei fatti capo della Protezione civile. Dal 5 marzo 2009 sarà processato per associazione per delinquere assieme al suo segretario Roberto Giarola, al capo della missione Massimo Simonelli, al capo del campo profughi di Valona Luciano Tenaglia, al volontario della protezione civile Alessandro Mobono, e ad Emanuele Rimini, Luca Provolo e Antonio Verrico. Fabrizio Cola, ex sindacalista dei vigili del fuoco e nono presunto componente del sodalizio, sarà invece processato con rito abbreviato. Nei loro confronti si è costituita parte civile la presidenza del Consiglio. Non saranno invece processati l’ex sottosegretario alle politiche giovanili, Giovanni Lolli (Ds) e il diessino Quarto Trabacchini, accusati di favoreggiamento per aver rivelato ad alcuni indagati che erano in corso indagini, facendo così saltare le verifiche in corso. Il reato di favoreggiamento è stato infatti dichiarato prescritto dal giudice. A Barberi, a Giarola e a Cola, il procuratore aggiunto di Bari Marco Dinapoli (subentrato al pm inquirente Michele Emiliano, dal 2004 sindaco di Bari), contesta di aver ottenuto, abusando ”di una fitta rete di rapporti personali intrattenuti con esponenti apicali della politica, del governo, del sindacato e della pubblica amministrazione”, la rimozione del prefetto Bruno Ferrante (”che si adoperava contro gli interessi dell’associazione”) dall’incarico di capo di gabinetto del ministero dell’Interno. Gli stessi imputati – secondo l’accusa – si adoperavano poi ”per ottenere la nomina di Barberi a direttore dell’Agenzia protezione civile e quella di Cola a componente del Cda, sebbene Cola non avesse titoli per farlo”. Infine, all’organizzazione è contestato di aver favorito ditte amiche per l’aggiudicazione di appalti pubblici (divise per le forze di polizia) e in particolare di favorire l’attività della multinazionale americana ‘Gore’. L’inchiesta sulla missione umanitaria portò, il 20 gennaio del 2000, all’arresto (per tre mesi) di quattro persone: Simonelli, Mobono, Tenaglia e la dipendente della protezione civile Silvia Lucatelli, tutti rinviati a giudizio oggi.
(ANSA)

[grassetto nostro]

Abu Omar, la CIA e la sovranità italiana

“Il rapito, in questo caso, è (o era) un imam quarantaduenne, Hassan Mustafa Osama Nasr, noto anche con il nome di Abu Omar. Nel 1991, se non prima, Omar aveva lasciato l’Egitto per l’Albania, perché apparteneva all’organizzazione islamica fuorilegge Jamaat al-Islamiya ed era ricercato dalla polizia. A Tirana aveva lavorato per circa quattro anni al servizio di enti di beneficenza islamici e non sembra aver preso parte ad alcuna attività criminosa. Dopo 1’11 settembre, l’amministrazione Bush incluse gli enti per cui Omar lavorava tra quelli che sostenevano il terrorismo. A Tirana, intanto, aveva sposato una donna albanese, Marsela Glina, da cui aveva avuto una figlia e un figlio.
Nel 1995, dietro sollecitazione della CIA, i servizi segreti albanesi proposero a Omar di diventare informatore, e lui accettò prontamente. Gli albanesi non lo pagarono, ma lo aiutarono ad appianare un contenzioso che aveva con la proprietaria dei locali di una panetteria da lui avviata e, dopo il matrimonio con un’albanese, lo misero in regola con il permesso di soggiorno. Abu Omar fu il primo arabo disposto a denunciare i propri soci agli albanesi, e le informazioni fornite dagli albanesi alla CIA con l’aiuto dell’egiziano accrebbero notevolmente la reputazione dei loro servizi segreti agli occhi degli americani. Eppure, poche settimane dopo, per ragioni ignote – forse perché gli esiliati islamici suoi amici avevano saputo della sua collaborazione con la polizia – fuggì con la famiglia dall’Albania. La CIA informò in seguito gli albanesi che Abu Omar si trovava in Germania. Nel 1997 ricomparve a Roma, dove gli fu garantito lo status di rifugiato politico. Di lì a poco si trasferì a Milano, che è il principale centro di attività islamistiche in Italia, e cominciò a predicare in una moschea che era già considerata punto di ritrovo per estremisti politici e religiosi. La polizia antiterrorismo italiana gli mise il telefono sotto controllo e piazzò microfoni e microspie in casa sua e in un’altra moschea in cui Abu Omar andava a predicare. Benché ritenesse di avere prove sufficienti ad arrestarlo con l’accusa di «associazione terroristica», la polizia temporeggiò perché tramite intercettazioni stava raccogliendo informazioni di grande interesse che, oltretutto, stava condividendo con la CIA.
Lunedì 17 febbraio 2003, poco dopo mezzogiorno, Abu Omar stava percorrendo via Guerzoni, diretto a una moschea per le preghiere quotidiane, quando fu fermato da un carabiniere. Secondo Armando Spataro, il pubblico ministero di Milano che indaga sulla vicenda, il carabiniere era stato ingaggiato dalla CIA perché avvicinasse Abu Omar con la scusa di un normale controllo dei documenti. La partecipazione di questo agente italiano, nome in codice «Ludwig», ha suscitato il sospetto che il Sismi, il servizio segreto militare italiano, stesse cooperando con gli americani. L’ufficio dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi ha sempre negato qualsiasi intervento, ma i pubblici ministeri milanesi ne dubitano e proseguono nelle loro indagini.
Secondo la testimonianza di un passante, due uomini che parlavano un «pessimo» italiano sbucarono da un furgone bianco parcheggiato, spruzzarono una sostanza chimica sul viso di Omar e lo caricarono a forza sul furgone, che ripartì a tutta velocità seguito da almeno un’auto o forse due. Tra le due e le cinque del pomeriggio, il furgone partì in direzione nord-est verso la base NATO di Aviano, dove era atteso da un ufficiale dell’aeronautica USA, il tenente colonnello Joseph Romano, il quale lo scortò fino all’imbarco. Abu Omar fu fatto salire su un Learjet civile e trasportato nella base aerea di Ramstein, in Germania. Lì fu trasferito su un Gulfstream civile che partì alle 20.30, quella sera stessa. Quando arrivò al Cairo nelle prime ore del mattino del 18 febbraio, Abu Omar fu preso in consegna dalle autorità egiziane. Ad accompagnare Omar in Egitto, a bordo del Gulfstream, c’era anche il capo dell’ufficio CIA di Milano Robert Lady.
Nonostante i leader politici italiani abbiano fermamente assicurato di non aver collaborato in alcun modo a questo rapimento, è evidente che le autorità di polizia sapevano molte cose al riguardo. Il team di sequestratori, autisti e sorveglianti della CIA, composto da diciannove persone, ha lasciato una strabiliante quantità di tracce, che indicano la loro totale indifferenza rispetto al rischio di poter essere individuati. Il primo agente arrivò a Milano il 7 dicembre 2002 e, secondo gli atti della procura, prese alloggio al Westin Palace. Gli altri cominciarono ad arrivare all’inizio di gennaio e il 1° febbraio erano già praticamente tutti in loco. Non alloggiarono in case private o in luoghi qualsiasi, bensì in hotel milanesi a quattro stelle come l’Hilton (340 dollari a notte) e lo Star Hotel (325 dollari a notte) . Sette americani scesero al Principe di Savoia – noto come «uno dei più lussuosi hotel del mondo» – per periodi compresi fra i tre giorni e le tre settimane al prezzo medio, per notte, di 450 dollari. Mangiando in ristoranti raffinatissimi, accumularono spese per 144.984 dollari, pagati per mezzo di carte Diners Club che erano state consegnate loro insieme ai passaporti falsi. In tutti gli hotel, il personale fotocopiò i loro passaporti, e fu così che la polizia italiana ottenne, se non i loro veri nomi, almeno le loro fotografie. Dopo il trasferiménto di Abu Omar ad Aviano, quattro americani andarono a Venezia, prendendo stanze in hotel lussuosissimi, mentre altri si presero una vacanza in luoghi assai pittoreschi della costa settentrionale toscana, sempre a spese del governo.
Ancora più imbarazzante fu il fatto che l’ambasciata americana di Roma aveva fornito agli agenti CIA un gran numero di telefoni cellulari italiani, tramite i quali essi comunicarono prima per organizzare i dettagli del rapimento, poi nel corso dell’operazione e, infine, durante il trasferimento ad Aviano. Tutte le loro conversazioni furono registrate dalla polizia italiana. Nessuno sa spiegare questa totale mancanza di professionalità.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 175-178.

ULTIM’ORA:
Giuseppe Scandone, ex capo di gabinetto del SISMI, sentito lo scorso 15 ottobre come testimone nel processo sul sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, ad una domanda della difesa dell’ex direttore del servizio segreto militare, Nicolò Pollari, ha opposto il segreto di Stato.
Il giudice, Oscar Maggi, deciderà domani se il funzionario – capo di gabinetto del SISMI proprio quando Pollari era il direttore – debba rispondere o meno. Uno dei legali di Pollari ha chiesto se questi avesse impartito ordini o direttive in relazione ad operazioni illegali per combattere il terrorismo, le extraordinary renditions, come quella di cui è stato vittima Abu Omar. A quel punto il funzionario ha opposto il segreto di Stato.
I difensori degli imputati hanno depositato una lettera del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai ministri della Difesa, dell’Interno ed ai vertici dei servizi segreti, in cui si ricorda ai funzionari pubblici il dovere di apporre il segreto di Stato sui rapporti tra servizi segreti italiani e stranieri. Ricordando quanto scritto dal suo predecessore, Romano Prodi, nella lettera Berlusconi sosterrebbe che il segreto di Stato non riguarda il fatto in sé del sequestro, ma i rapporti in funzione della lotta al terrorismo tra gli apparati di intelligence. Sempre nella lettera, si invitano i funzionari pubblici citati come testimoni ad avvertire qualora ci fosse l’eventualità che le domande riguardino, per l’appunto, i rapporti tra i servizi segreti italiani e stranieri.

AGGIORNAMENTO 17/11/2008:
Milano (Reuters) – Nell’ambito del processo per il rapimento dell’ex imam di Milano Abu Omar, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi conferma l’esistenza del segreto di Stato su ordini e direttive impartite dall’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari ai suoi uomini per impedire l’uso di mezzi e modalità illecite nella lotta al terrorismo e in relazione alle “renditions”.
Facendo riferimento al segreto di Stato opposto da un testimone del processo — l’ex funzionario del Sismi Giuseppe Scandone — Berlusconi in una lettera indirizzata al giudice milanese Oscar Magi, ha detto: “Ritengo che il segreto di Stato sia stato correttamente opposto dal testimone e pertanto dichiaro espressamente di confermarlo ai sensi dell’articolo 202, comma 3 del codice penale”.
Nella lettera, datata 15 novembre e depositata agli atti del processo, Berlusconi risponde all’ordinanza del 22 ottobre scorso nella quale Magi gli chiedeva di confermare il segreto di Stato opposto dallo stesso Scandone.
(…)
Nella lettera inviata a Magi, Berlusconi inoltre contesta “decisamente l’esistenza di qualunque ambiguità mia e del mio predecessore nell’apposizione del segreto di Stato”.
“La opposizione del segreto si fonda sulla duplice esigenza di riserbo che deve, da un lato, tutelare gli interna corporis di ogni servizio, ponendo al riparo da indebita pubblicità le sue modalità organizzative e operative, dall’altro e soprattutto, preservare la credibilità del servizio nell’ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati. Ove l’assoluto riserbo venisse meno l’efficacia operativa dei servizi sarebbe gravemente compromessa”, ha scritto ancora il premier.
Il giudice Magi nella sua ordinanza faceva riferimento alla lettera — inviata da Berlusconi al ministro dell’Interno, a quello della Difesa e ai servizi segreti — in cui il presidente del Consiglio si rivolgeva ai dipendenti pubblici dicendo che è un dovere opporre il segreto di Stato in materia di rapporti tra i servizi segreti italiani e stranieri in materia di terrorismo.
“Premetto che non ho ancora letto la lettera di (Silvio) Berlusconi, ma in linea generale se si conferma il segreto di Stato sulle circostanze già indicate, si conferma che Pollari non può addurre a propria discolpa elementi fondamentali per la propria difesa in quanto coperti da segreto di Stato”, ha commentato Nicola Madia, legale di Pollari.
Intanto, la Corte Costituzionale deve pronunciarsi su un conflitto di attribuzioni di poteri tra governo e magistrati relativa, tra l’altro, alla decisione di estendere il segreto di Stato su una serie di atti che ne rendono impossibile l’acquisizione da parte dei pm come prove davanti al giudice.

Noble Midas 2007 e 2008

Dal 27 settembre al 12 ottobre 2007, con un congruo anticipo sullo svolgimento dei fatti, la NATO ha condotto manovre militari basate sullo scenario di un conflitto in un regione dei Balcani sull’orlo della guerra civile. Chiaro riferimento alla neoindipendente provincia del Kosovo, autodichiaratasi tale unilateralmente lo scorso 17 febbraio 2008. L’esercitazione, denominata Noble Midas 2007, si è svolta nel mare Adriatico ed in Croazia, con la partecipazione di 2.000 militari su 30 fra navi e sommergibili e 20 aerei.
Il contrammiraglio Alain Hinden, comandante francese delle manovre, ha dichiarato che le manovre erano state impostate già da anni per apportare un intervento di “assistenza umanitaria” targato ONU (e NATO) nei Balcani od anche in una qualsiasi altra area del mondo. Il comandante Cunningham, ufficiale a bordo della Illustrious di Sua Maestà Britannica, ha invece sottolineato che “un’integrazione delle forze NATO a questo livello semplicemente mai era avvenuta in precedenza”.
E quest’anno si replica: quindici paesi della NATO parteciperanno dal 26 settembre al 10 ottobre all’esercitazione navale Noble Midas 2008 nel Mediterraneo centrale. Pianificata dal Comando Alleato JFC di Napoli, l’esercitazione sarà condotta dal quartier generale della Componente Marittima Alleata (CC-MAR Napoli). L’obiettivo è l’addestramento delle forze navali che saranno assegnate nel 2009 alla Forza di Risposta NATO (NRF).
Noble Midas 2008 coinvolgera’ circa 3.800 militari, più di 30 navi e quattro sottomarini, supportati da aerei ed elicotteri. Parteciperanno forze di 10 Paesi NATO (Bulgaria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Romania, Spagna, Turchia, Stati Uniti d’America). Belgio, Estonia, Norvegia, Olanda e Polonia saranno rappresentati o forniranno personale all’esercitazione. Tre paesi del Partenariato per la Pace – Albania, Croazia ed Ucraina – saranno presenti con osservatori.

NATO Freedom Consolidation Act 2007

Nel 2006 c’era stato un precedente, con il tentativo da parte del 109° Congresso degli Stati Uniti d’America di approvare una legge a sostegno dell’ulteriore allargamento della NATO e facilitare l’ammissione alla stessa per Croazia, Albania, Macedonia e Georgia.
L’atto, passato in Senato il 16 novembre di quell’anno con codifica S. 4014, prevedeva finanziamenti a favore dei quattro Stati, e precisamente : 3 milioni di dollari per la Croazia, 3,2 per l’Albania, 3,6 per la Macedonia e ben 10 milioni a favore della Georgia.
Il Congresso affermava comunque la propria disponibilità anche nei confronti dell’Ucraina, non appena questa avesse manifestato un interesse concreto ad entrare nell’Alleanza Atlantica.
Tempo neanche tre mesi ed il senatore repubblicano Richard Lugar, il 6 febbraio 2007, presenta ad un rinnovato Congresso la proposta di legge denominata NATO Freedom Consolidation Act 2007. A Lugar si aggiungono in qualità di “cosponsors” Joseph Biden, candidato democratico alla vicepresidenza, e John McCain, il senatore repubblicano in corsa per la Casa Bianca, a configurare un provvedimento in perfetto stile bipartisan.
Esso viene approvato all’unanimità sia dal Senato (il 15 marzo 2007, con un solo emendamento chiarificatore proposto dallo stesso Biden) che dalla Camera dei Rappresentanti il successivo 26 marzo.
Firmata dal presidente Bush il 9 aprile, la legge S. 494 autorizza stanziamenti a partire dal bilancio dell’anno fiscale 2008 “di quegli importi che si rivelassero necessari a fornire assistenza militare” ad Albania, Croazia, Macedonia, Georgia ed, appunto, Ucraina.
Questa volta non vengono specificate le somme erogate a ciascun Paese, ma l’Ufficio del Bilancio del Congresso stima che l’impegno finanziario complessivo ammonterà a 12 milioni di dollari per il 2008 ed a circa 30 milioni per l’intero periodo 2008-2012.
Coloro i quali fossero interessati a conoscere i particolari dell’opera di lobbying che costituiscono il retroscena di tutta questa storia, possono leggere qui. Se ne trae l’impressione di un do ut des dove il governo statunitense finanzia, ad esempio, quello georgiano in funzione antirussa, poi i georgiani con il denaro ricevuto assoldano esperti militari ed acquistano armamenti di produzione yankee…
Molto simile a ciò che succede nei cosiddetti Paesi del Terzo Mondo con i famosi aiuti allo sviluppo.

Il mistero della casa di Burrel

Traffico d’organi in Albania dopo la fine della guerra del Kosovo.
E’ questa una delle novità piu’ clamorose contenute nel libro La Caccia dell’ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, Carla Del Ponte. La Del Ponte scrive che il suo gruppo investigativo è venuto a sapere “da fonti giornalistiche affidabili” che circa trecento serbi del Kosovo, rapiti durante la primavera del 1999, furono trasferiti nel nord dell’Albania. Questi prigionieri all’inizio furono rinchiusi in campi situati presso Kukes e Tropoje.
Secondo le stesse fonti, i prigionieri più giovani e vitali furono poi trasferiti nel carcere della cittadina di Burrel a nord di Tirana. Un gruppo di essi fu incarcerato in una baracca dentro una “casa gialla” nelle campagne di Burrel, ed una stanza di questa “casa gialla” – come hanno descritto i giornalisti – sarebbe servita da sala operatoria per estrarre gli organi dei prigionieri. In seguito, gli organi erano inviati attraverso l’aeroporto di Rinas a cliniche all’estero dove venivano impiantati ai clienti bisognosi.
Nel febbraio 2004, gli esperti del Tribunale dell’Aja hanno perquisito la casa sospetta di Burrel, che Rainews24 è riuscita a raggiungere.

Il collegamento al video è qui.

Albania e Croazia nella NATO

Bruxelles, 9 luglio – Albania e Croazia hanno firmato i protocolli di adesione alla NATO in una cerimonia al quartier generale di Bruxelles. La firma, alla presenza del segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, e dei ministri degli Esteri di Tirana e Zagabria, Lulzim Basha e Gordan Jandrokovic, porta i due Paesi balcanici a un passo dal diventare ufficialmente Paesi membri della NATO.
“E’ un risultato storico per questi due Paesi e per l’intera Comunità di nazioni atlantiche”, ha dichiarato Scheffer durante la cerimonia, secondo un comunicato dell’Alleanza. Il segretario generale ha sottolineato la grande trasformazione compiuta dai due Paesi, ricordando che “non molto tempo fà” la regione a cui appartengono, i Balcani occidentali, era stata teatro “del primo intervento operativo” della NATO in quello che è stato “il primo grande conflitto sul territorio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
L’Alleanza atlantica si appresta così ad espandersi a 28 Paesi, ma la Macedonia – che doveva entrare insieme ad Albania e Croazia – continua ad essere esclusa a causa della disputa sul suo nome ufficiale con la Grecia. Per diventare pienamente operativa, l’adesione dovrà essere ratificata dai parlamenti degli attuali 26 Paesi della NATO, e poi da quelli albanese e croato. L’ultimo passo sarà il deposito degli atti di ratifica presso il Dipartimento di Stato USA, dove è conservato il Trattato di Washington che ha istituito la NATO.
Croazia e Albania erano state invitate ad entrare nell’Alleanza atlantica all’ultimo summit della NATO, svoltosi a Bucarest dal 2 al 4 aprile.
(APCOM)

Il modo italiano di fare peacekeeping

 

Durante l’estate del 2007, sul sito Internet della rivista di geopolitica “Limes” è apparso un articolo del generale Filiberto Cecchi sul modo italiano di gestire le missioni all’estero per il mantenimento della pace. Vogliamo qui presentare alcune considerazione sviluppate dal generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini, quale replica “polemicamente” argomentata alle posizioni del collega, esponente dell’attuale dirigenza militare responsabile – secondo Mini – del sistematico rigetto di tutto il capitale di prestigio accumulato in tanti anni di peacekeeping.
La cosiddetta via italiana al peacekeeping, iniziata in Libano e maturata in Albania, Somalia, Mozambico ed oggi di nuovo in Libano, non ha nulla a che vedere con le azioni militari intraprese contro la Serbia, l’Afghanistan e l’Irak. Vere e proprie guerre, queste.
Se essa oggi sopravvive in Bosnia, Kosovo e Libano o in qualche punto dello stesso Afghanistan è solamente – a parere di Mini – grazie a comandanti sul campo particolarmente intelligenti e caparbi ma non ad una linea di condotta emanata dall’alto.
Anzi, l’attuale vertice militare italiano – cosa tutt’altro da celebrare, indebito e menzognero tentativo di appropriazione di una concezione ormai desueta – continua a chiamare col nome di peacekeeping delle operazioni di guerra in territorio di guerra a fianco di alleati in guerra “soltanto per nascondere i veri scopi ed eludere le stesse leggi nazionali”.
In queste situazioni l’unica “via italiana” che ci viene ormai da più parti riconosciuta con disprezzo è quella di non dire mai no a quello che i potenti (leggasi NATO e Stati Uniti) richiedono, ma di non impegnarsi mai fino in fondo. Caratteristica che riguarda non i soldati ma i vertici militari che giocano sulla capacità e flessibilità dei primi per assecondare all’infinito l’ambiguità e l’equilibrismo dei vari governi, senza che gli stessi vertici militari abbiano mai trovato nulla da ridire, obiezioni da fare.
In Irak, l’Italia ha partecipato ad una guerra senza volerla fare, senza avere interessi a farla, al di fuori del quadro giuridico internazionale, in ossequio all’esigenza degli anglo-americani di avere un numero tale di Stati al fianco da poterla presentare come un fatto d’interesse collettivo. Per far questo – stigmatizza Mini – ci siamo uniti a eserciti di Paesi assolutamente insussistenti sul piano della sicurezza internazionale, abbiamo avvallato menzogne e nefandezze di ogni genere e spaccato il fronte europeo contrario al coinvolgimento in quel teatro. Dal canto loro, gli anglo-americani hanno tollerato che il contingente italiano, insieme ad alcuni altri, si spacciasse per peacekeeping ritenendosi esentato dalle operazioni prettamente militari. Per poi definire il successivo ritiro ininfluente, alla luce del fatto che il contributo alla sicurezza ed alla ricostruzione era stato praticamente nullo.
Analogamente in Afghanistan, dove l’iniziale orientamento ad interpretare il tradizionale ruolo di peacekeeping ed assistenza è stato stravolto dall’assunzione del comando nel contesto della NATO e poi dall’adesione di questa alla guerra dichiarata di Enduring Freedom. Anche in questo caso, l’Italia si è quindi risolta nell’astensione di fatto dalle operazioni belliche e nell’ambiguità di considerare mantenimento della pace ciò che è “semplicemente” guerra.
In nessun caso, né in Afghanistan né in Irak, si è mai intrapreso il tentativo di indurre un cambio della strategia complessiva presso chi di dovere. Così l’unica via italiana al peacekeeping – conclude Mini – è stata quella fatta di indecisioni, ammiccamenti, sudditanza ed ipocrisia.

“Kosovo rubato”

La Televisione di Stato della Repubblica Ceca, che in un primo momento aveva partecipato al finanziamento del documentario realizzato da Vaclav Dvorak ed intitolato “Kosovo rubato”, relativo alle sofferenze inflitte ai Serbi abitanti la provincia di Kosovo e Metohija, ora, dopo il riconoscimento del Ministro degli Esteri della proclamazione unilaterale di indipendenza da parte albanese, si rifiuta di trasmetterlo.
I rappresentanti della Televisione di Stato giustificano il loro rifiuto sostenendo che il documentario è “sbilanciato” e caratterizzato da un “orientamento filoserbo”, tale che “il suo tono potrebbe causare emozioni negative”. Gli autori del documentario, non nascondendo il proprio disappunto di fronte alla plateale censura, replicano che effettivamente – nella produzione dell’opera – sono stati utilizzati alcuni spezzoni provenienti dagli archivi della Televisione serba, ma nessun tipo di sostegno economico è stato ricevuto dalla Serbia o dai Serbi in generale. Allo stesso tempo, hanno sfidato i censori ad indicare una singola affermazione, immagine o passaggio del documentario che sia falso o scorretto. Un invito che a tutt’oggi rimane senza risposta.
La trasmissione del documentario, programmata per la data del 17 marzo u.s., in coincidenza con l’anniversario dell’ultimo pogrom contro i Serbi del Kosovo e Metohija nel 2004, è stata dapprima posticipata ad aprile, successivamente – dopo il riconoscimento dell’indipendenza da parte del governo ceco lo scorso 21 maggio – è stata eliminata dal palinsesto in maniera definitiva.
Presa coscienza della censura subita, gli autori hanno deciso di far circolare il documentario – in lingua ceca – attraverso Internet. Ora la Televisione di Stato sta usando questo fatto come pretesto ulteriore per la messa al bando del documentario ed afferma che gli autori hanno violato il diritto di esclusiva.

Qui ne proponiamo una versione con sottotitoli in inglese, divisa in dieci parti per una durata complessiva di circa un’ora.
Buona visione.

 

 

2ª parte,                                          3ª parte,                                     4ª parte,

5ª parte,                                          6ª parte,                                     7ª parte,

8ª parte,                                          9ª parte,                                     10ª parte.

Ha aperto il supermercato del crimine

L’accordo di Pulcinella che ha consentito al Kosovo di proclamare unilateralmente l’indipendenza lo scorso 17 febbraio e di essere poi riconosciuto dagli Stati europei singolarmente, uno dopo l’altro, sta andando in porto con una certa precisione. Era stato annunciato già a dicembre 2007 dall’International Herald Tribune, secondo il quale il cosiddetto “Piano di Lubjiana” (capitale della Slovenia, presidente di turno dell’Unione Europea) sarebbe dovuto scattare nei primi due mesi del 2008, cioè immediatamente dopo le elezioni in Serbia. Il primo degli Stati che si staccò dalla Jugoslavia non è stato anche il primo a riconoscere formalmente l’indipendenza del Kosovo, ma certamente non ha difeso alcun tipo di approccio comune da parte dell’Europa alla delicatissima questione. La quale Europa – o meglio, quella burocrazia che continua a fregiarsi di tale nome – mira ostensibilmente a subentrare all’ONU nell’amministrazione delle funzioni internazionali di controllo.
Dopo i pronti ed immediati riconoscimenti del padrino a stelle e strisce e del fratello schipetaro – le bandiere di entrambe sventolavano numerosissime per le vie di Prishtina in festa – giungono a seguire i riconoscimenti dei “pezzi da novanta” europei, Gran Bretagna, Francia, Germania ed Italia. Contemporaneamente a quelli di una Turchia immemore della questione kurda e dell’Afghanistan dalle mille lotte tribali e sotto occupazione straniera. A seguire la fila di vassalli, valvassori e valvassini, in particolare i Paesi aspiranti all’ingresso nell’Unione Europea.
Voci fuori dal coro: l’incazzatissima Russia, la preoccupatissima Cina, l’Indonesia più grande Paese di religione musulmana al mondo.
La secessione del Kosovo dalla Serbia è il culmine dell’aggressione condotta dalla NATO contro la Jugoslavia nel 1999 e corrisponde perfettamente agli obiettivi strategici degli Stati Uniti, con l’Europa che fornisce un esempio più chiaro che non si potrebbe di come si sia appiattita, esecutrice prona e succube della loro volontà. L’occupazione USA-NATO del Kosovo garantisce una zona di influenza altamente militarizzata accanto alle rotte degli oleodotti e dei corridoi di trasporto che collegano l’Europa occidentale al Mar Nero e fino al Caspio; inoltre, controlla da vicino il multimiliardario traffico di droga che usa Kosovo, Albania e Macedonia come zone di transito dell’eroina afghana verso l’Europa.
Con l’esito, a livello istituzionale, di promuovere la criminalizzazione della Stato, appaltato a noti tagliagole del calibro di Hashim Thaci.