I conti impazziti dell’F-35

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“La fabbrica degli F-35 a Cameri? Sarà una cattedrale nel deserto”

Una specie di cattedrale nel deserto, costata finora la bellezza di 796 milioni 540 mila euro di denaro pubblico, e decisamente troppo grande, tanto che pare destinata a funzionare, se non per sempre almeno per molti anni, a non più del 15-30 per cento della sua capacità produttiva. È il ritratto dello stabilimento Faco di Cameri tracciato dal giornalista specializzato in questioni aeronautiche Silvio Lora Lamia, probabilmente il maggior esperto italiano indipendente del progetto F-35, cioè estraneo agli apparati militari ed industriali. In un lungo e documentatissimo articolo di 17 pagine dal titolo «I conti “impazziti” del Joint Strike Fighter», apparso sul numero di gennaio del magazine on-line «Analisi difesa», tra l’altro si esaminano cifre alla mano le prospettive del «Final assembly and check-out» (Faco), ovvero gli enormi capannoni costruiti a partire dal 2010 nel complesso della base militare novarese ed ormai completati.
«A Cameri, tanto fra gli uomini dell’Aeronautica militare quanto fra il personale civile dell’industria – rivela Lora Lamia – c’è la sensazione che sia stato fatto il passo più lungo della gamba, ossia che lo stabilimento sia sovradimensionato. O perlomeno che lo sarà per un bel po’». L’impianto avrà un duplice ruolo: da una parte l’assemblaggio completo degli F-35 destinati all’Italia (90) e, salvo ripensamenti tutt’altro che improbabili, all’Olanda (68 previsti in origine, ma verosimilmente non saranno più di 50), dall’altra la fabbricazione di una parte di ali e tronconi di fusoliera dei velivoli destinati agli Stati Uniti (all’inizio dovevano essere 1250, al momento quelle sicure sono solo 100, ma c’è un impegno generico ad arrivare a 800).
L’assemblaggio dei caccia prenderà il via all’inizio dell’estate prossima per arrivare a consegnare nel 2015 all’Aeronautica militare il primo dei tre F35A a decollo ed atterraggio convenzionale finora ordinati. Ad ottobre è arrivato a Cameri un simulacro-dima della fusoliera per la calibratura degli scali di montaggio. Tra il 2015 e il 2019 è prevista la consegna di 26 aerei, di cui 19 della versione A e 7 della versione B (a decollo corto ed atterraggio verticale), destinata inizialmente alla Marina per la portaerei Cavour.
Lora Lamia calcola una «cadenza annuale media di produzione a Cameri nel periodo 2015-2019 di 9,3 aerei all’anno e nel periodo 2020-2027 di 8 aerei all’anno, a fronte di una capacità a regime di 24 aerei all’anno». Si viaggerà quindi a circa un terzo delle potenzialità dell’impianto.
E per le ali andrà ancora peggio. Alla fine di dicembre ne risultavano completate quattro e mezza. «Cento ali in 6-7 anni – calcola ancora il giornalista fanno 15,3 all’anno, contro una capacità a regime, dichiarata da Alenia nel marzo 2012, di 96 ali all’anno. Veramente troppo poco per gli immensi capannoni di Cameri, dove oggi lavorano solo 140 fra tecnici, operai e impiegati provenienti in gran parte dagli stabilimenti di Caselle, dove il lavoro cala».
Claudio Bressani

Fonte

Sukhoi Superjet 100: sabotaggio?

Scusate il ritardo…

Mosca, 24 maggio – Un sabotaggio degli USA a fini commerciali: e’ l’ipotesi esaminata dai servizi segreti militari russi (GRU) per la caduta il 9 maggio scorso in Indonesia di un Sukhoi Superjet 100 in volo di prova con a bordo 45 persone, tutte morte nello schianto. Lo riferisce il tabloid Komsomolskaia Pravda, il quotidiano piu’ letto del Paese, anche se non certo il piu’ autorevole.
“Stiamo esaminando l’ipotesi del sabotaggio industriale, e’ da tempo che noi seguiamo l’attivita’ delle forze aeronautiche americane all’aeroporto di Giacarta”, ha spiegato un generale del GRU di cui il giornale non rende noto il nome. “Sappiamo che dispongono di mezzi tecnici con l’aiuto dei quali si puo’ interrompere da terra il collegamento (radio tra i piloti e i controllori di volo, ndr) oppure provocare il cambiamento dei parametri delle apparecchiature di bordo dell’aereo”, ha sostenuto l’alto ufficiale. “Puo’ darsi che siano state queste interferenze”, ha aggiunto. Un rappresentante della Sukhoi ha detto di ritenere possibile “che sia stato un atto di sabotaggio industriale premeditato allo scopo di estromettere i nostri aerei dal mercato”. Finora e’ stata rinvenuta solo la scatola nera con i dati dei colloqui di bordo ma non quella con i dati di volo. La causa dell’incidente non e’ ancora stata accertata.
Il Superjet 100, primo aereo passeggeri postsovietico, e’ frutto di una joint venture tra Sukhoi e Alenia Aeronautica (Finmeccanica). All’inizio dell’anno il nuovo direttore dell’agenzia spaziale russa Roskosmos Vladimir Popovkin, aveva tirato in ballo non meglio precisati “mezzi potenti” americani per spiegare la serie di fallimenti registrati lo scorso anno dalla Russia durante il lancio di apparecchiature spaziali, tra cui la sonda Phobos-Grunt con destinazione Marte.
(ANSA).

Per comprendere meglio i termini della questione, è utile leggere questo articolo.

Finmeccanica, un’industria già italiana

Finmeccanica, holding a capo del complesso militare industriale nazionale, ha scelto l’ex viceministro della Difesa degli Stati Uniti d’America, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata DRS Technologies, società produttrice di sistemi elettronici avanzati con sede in New Jersey. Secondo il general manager di Finmeccanica Giuseppe Orsi, la nomina di Lynn è “fondamentale” per rafforzare il ruolo del gruppo nel mercato USA della difesa e della sicurezza e conseguire “un’organizzazione ed una struttura di management più efficienti e competitive”.
A Lynn saranno attribuiti pure i compiti di supervisione delle attività delle altre società di Finmeccanica operanti in nord America (AgustaWestland, OTO Melara, AleniaAermacchi e Selex). Incerto a questo punto il futuro di DRS Technologies. Un anno fa, il consiglio d’amministrazione di Finmeccanica retto da Pier Francesco Guarguaglini era intenzionato a vendere la società e ridurre il deficit della holding valutato intorno ai 4,6 miliardi di euro. Anche il neoamministratore delegato Orsi ha fatto accenno a un piano di ristrutturazione aziendale con la dismissione di comparti “non strategici” per più di un miliardo di euro. Ma con un manager d’eccellenza come mister Lynn, l’azienda statunitense sarebbe tutt’altro che secondaria per i progetti di rilancio di Finmeccanica ed è dunque improbabile una sua cessione a breve termine.
(…)
William J. Lynn sostituirà alla guida di DRS Technology l’anziano Mark Newman, figlio di Leonard Newman, fondatore nel 1968 della società di elettronica. Nel 2008 fu proprio Mark a vendere DRS agli italiani, ricevendo in cambio la cifra record di 5,2 miliardi di dollari e riuscendo pure a mantenerne la presidenza e l’amministrazione. L’acquisizione dell’azienda comportò per Finmeccanica l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con tre grandi istituti di credito italiani (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit) e con la statunitense Goldman Sachs International. Ogni singola azione venne rastrellata meticolosamente a 81 dollari, quando in Borsa era stata quotata un mese prima a 63. Alla spericolata operazione finanziaria, secondo IlSole24 Ore, partecipò come intermediario Lorenzo Cola detto “Lollo”, recentemente condannato a tre anni e quattro mesi per riciclaggio internazionale nell’ambito dell’inchiesta sull’affaire Telecom Sparkle-Fastweb. A incaricare Cola fu l’allora amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. “Fu Cola a rappresentare Finmeccanica nei confronti di Jeffrey Smith, l’avvocato dello studio legale di Washington Arnold& Porter ed ex direttore generale della CIA che si occupò degli aspetti legali dell’acquisizione per contro del gruppo italiano”, ha scritto il giornalista Claudio Gatti. Il 19 marzo del 2009, Guarguaglini e Cola parteciparono congiuntamente al ricevimento ufficiale organizzato dall’ambasciatore italiano a Washington, Giovanni Castellaneta, oggi presidente di Sace S.p.A. e membro del consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Ospite d’onore del sontuoso party diplomatico, l’allora vicesegretario alla difesa William Lynn.
(…)

Da Da falco del Pentagono a supermanager di Finmeccanica, di Antonio Mazzeo.

[Si veda: Finmeccanica, un’industria in ostaggio]

Finmeccanica, un’industria in ostaggio

Prima che Bush uscisse di scena, nel Novembre del 2009 durante un ricevimento alla Casa Bianca, Berlusconi apprestandosi a leggere il discorso in cui avrebbe rinnovato la fedeltà, la stima e la profonda amicizia che lo legava al Presidente, alla sua famiglia ed agli Stati Uniti, avvicinandosi al leggìo preparato per gli ospiti incespicò nel filo del microfono, trascinandosi dietro mobile ed appunti. Il patatrac sollevò tra i tavoli dei presenti un lungo “uuhhh” di stupore.
L’imbarazzo che colpì il Presidente del Consiglio mentre riacquistava l’equilibrio sulle gambe e tentava di dare ordine ai fogli volati via, raccogliendoli da terra, non poteva non dare un tocco di comicità al ruzzolone. Ma il peggio arrivò nei secondi successivi.
Berlusconi, per rimediare alla gaffe, non trovò di meglio che sfoderare un sorriso a 36 denti rivolgendo ai commensali la seguente battuta: “Vedete – disse – queste sono cose che succedono per il troppo amore che mi lega a voi e alla vostra grande Nazione”. Ciò che uscì in quel frangente dalla bocca di Berlusconi fu un mix di manifesta condivisione del “way of life” USA e di stomachevole, interessata ruffianeria. La frase, accompagnata da un largo gesto benedicente delle braccia, venne accolta da un battimani molto composto, quasi di semplice cortesia, dall’establishment di Washington mentre Bush continuava a ridersela sotto i baffi.
Appena trenta giorni prima, l’Amministrazione USA gli aveva fatto sapere che la commessa AW-101 di Agusta Westland, consociata controllata al 100% da Finmeccanica, era stata semplicemente tagliata fuori dalle forniture del Pentagono. La firma definitiva sulla cancellazione la metterà il Presidente Obama.
Era andata in fumo per l’Italia la vendita oltreoceano di 23 elicotteri da trasporto del valore, nel 2005, di 6.5 miliardi di dollari.
La disdetta (ufficiosa) era stata anticipata a Palazzo Chigi con un fax partito da Via Vittorio Veneto, con la motivazione che il costo finale stimato (!) della commessa avrebbe superato i 13 miliardi di dollari e… in previsione di una riduzione di spese… bla bla bla.
Il “regalino” portava la firma dell’ambasciatore statunitense in Italia Ronald Spogli, prima che gli subentrasse David Thorne.
Non si scomodarono per dargliene notizia né il Segretario di Stato C. Rice, né quello alla Difesa R. Gates. Il disappunto del Presidente del Consiglio, se c’era stato, svanì alla svelta. Continua a leggere

L’F-35 va alla deriva

Ad Aprile 2009, titolando “L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!“, demmo un conto, molto sommario, delle motivazioni tecniche che avrebbero impedito al cacciabombardiere Joint Strike Fighter Lightning II della Lockheed Martin, propagandato come “stealth“, di diventare un vettore con una penetrazione di mercato in linea con quella ottenuta dal suo diretto predecessore: l’F-16 Fighting Falcon della General Dynamics. Entrato in servizio nell’Agosto del 1978 con l’US Air Force e successivamente adottato da 26 Paesi con un numero di esemplari prodotto in numero superiore a 4.500 unità in dieci versioni successive, si distinguerà per longevità operativa, flessibilità di impiego ed efficienza bellica.
L’ultimo lotto di cento F-16I è stato consegnato ad “Israele“ che riceve a titolo gratuito, come si sa, annualmente 2.850 milioni di dollari di materiale militare USA.
Con “residuati accantonati“ Washington sta inoltre cedendo al Pakistan con eguali modalità 18 F-16 C/D per tentare di alleggerire l’appoggio della potente Inter Services Intelligence (ISI) alle formazioni pashtun nel conflitto che coinvolge ISAF ed Enduring Freedom nel pantano dell’Afghanistan.
Donazione finalizzata anche a contrastare la crescente influenza politica e militare di Pechino nell’area asiatica e l’opzione per l’acquisto fatta dall’ex Presidente Musharraf di 36 cacciabombardieri J-10 Chengdu (made in China) e la licenza di fabbricazione del caccia JF-17 Thunder. Una verità tenuta rigorosamente nascosta nell’intento di favorire Benazir Bhutto, sponsorizzata da Bush nella scalata alla presidenza del Pakistan, danneggiando l’allora Capo dello Stato, presentato dalla stampa occidentale, al contrario, come un lacchè della Casa Bianca.
Una scelta – quella di acquistare i J-10 Chengdu – che segnala, meglio di qualche resoconto giornalistico che riporta la dizione Af-Pak, il nuovo corso imboccato da Islamabad nei suoi rapporti con la (ex) Potenza Globale.
Le attuali continue violazioni dello spazio aereo del Pakistan con gli UAV Predator, i bombardamenti “mirati“, gli inseguimenti a caldo di pattuglie di rangers e marines nelle Regioni Autonome per catturare od eliminare nuclei appartenenti ad “Al Qaeda“ ed il ripetersi di continui, gravi “incidenti“ di confine, stanno lì a dimostrare il crescente gelo che è calato tra gli Stati Uniti ed il suo ex alleato durante l’occupazione russa del Paese delle Montagne.
Le recentissime rivelazioni di Wikileaks sulle pressioni esercitate dagli Stati Uniti per costringere il Pakistan a rinunciare al suo armamento nucleare od in subordine a chiudere le centrali di produzione del plutonio di cui dispone, per evitare fughe di tecnologia atomica nella Regione, sono il sintomo, se ce ne fosse bisogno, del crescente stato di tensione che si va manifestando tra Washington ed Islamabad.
Nel mese di Ottobre scorso, il Pakistan ha concesso l’uso del suo spazio aereo ad una formazione di Sukhoi-27 e Mig-29 di Pechino per raggiungere la Turchia via Iran, dopo che il governo di Ankara ha annullato la partecipazione USA alle esercitazioni “Aquila dell’Anatolia“.
Per la prima volta, velivoli militari della Repubblica Popolare di Cina hanno raggiunto il Vicino Oriente atterrando nella base di Konyia alla presenza di un rappresentante del governo Erdogan, dopo essersi riforniti in Iran presso la base di Gayem al Mohammad nel Khorassan (posizionata a 55 km di distanza da Herat), accolta dal generale comandante dell’aviazione iraniana Ahmad Mighani.
In quell’occasione, è circolata con insistenza la notizia che durante il trasferimento Cina-Turchia le squadriglie del Dragone abbiano lasciato sull’aeroporto militare dell’Iran due cacciabombardieri J-10 Chengdu, i cui piloti sarebbero stati rimpatriati su un cargo in partenza dal porto di Bandar Abbas con destinazione Shangai, per mandare un chiarissimo segnale politico agli USA sull’intenzione della Cina di mantenere ottimi rapporti politici, economici e militari con Teheran, aprendo contemporaneamente alla Turchia con cui ha stretto un’intesa per raggiungere nel corso di cinque anni un interscambio di 110 miliardi (in dollari, per ora) con pagamenti nelle rispettive valute. Decisione già adottata, tra l’altro, da due colossi dell’America indiolatina (Brasile-Argentina) e dell’Asia (Russia-Cina) per sostituire la moneta americana come unico riferimento di scambio nelle transazioni internazionali.
Accordi che limano un po’ alla volta l’influenza USA a livello planetario e ne aggravano la crisi politica e finanziaria. Persa ogni capacità di ingerenza per Washington anche in Libano, dopo la visita del primo ministro Hariri a Damasco ed a Teheran, viaggio che mette alla berlina il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja e l’Europa a 27.
La visita di Erdogan nelle stesse capitali ha aperto un altro fronte nella politica estera di Washington, dopo le rivelazioni sugli aiuti che l’Amministrazione Bush ha offerto al PKK e che quella di Obama conferma con Biden per la creazione, al momento giudicato idoneo, di una repubblica separata dall’Iraq, allargata a territori attualmente appartenenti a Siria, Iran e Turchia: il “grande Kurdistan”.
D’intesa con il presidente Assad, Ankara ha inoltre sminato i confini di Stato tra Turchia e Siria, rafforzato le relazioni bilaterali a livello politico, commerciale e culturale con Damasco. Il terreno di confine liberato dall’esplosivo è stato assegnato ad una società mista turco-siriana per la piantumazione di ulivi e la produzione e la commercializzazione di prodotti agricoli. Un altro “messaggio“ fatto recapitare questa volta ad “Israele“.
Qualche flash, così a caso, in questo quadrante del mondo, tanto per non farci sommergere da dosi massicce di informazione spazzatura o da secchiate di cloroformio al “delitto di Avetrana“.
E ora l’argomento che ci interessa: l’F-35. Continua a leggere

La Russa e gli AMX per l’Afghanistan

AMX.

Oggi apriamo un altro fronte…

La Russa è un prestigiatore come Casanova. Vi ricordate il mago presentato a Striscia la Notizia da Greggio e Iacchetti?
L’unica differenza tra i due “personaggi“ è che il Ministro della Difesa non simula, fa sul serio, ed invece di pasticciare intenzionalmente con colombe che non escono dal cilindro manda gli AMX in Afghanistan come D’Alema li faceva decollare dalla base di Amendola per bombardare Montenegro e Kosovo.
Il Casanova di Ricci e Canale5 faceva e fa divertire gli utenti televisivi di Berlusconi, quello di Palazzo Baracchini, in combutta con Napolitano ed il Consiglio Supremo di Difesa che si riunirà un’altra volta il 9 novembre, cambia le carte sulla tavola per meleggiare intenzionalmente l’opinione pubblica.
Di Tornado IDS in Afghanistan, su ordine del mefistofelico “pizzo e barba“, il Generale di Squadra Aerea Daniele Tei ce ne ha mandati 4 al costo stratosferico, dalla manutenzione al personale di volo, di 52 milioni di euro all’anno.
Ne dovrebbero tornare indietro 2.
Con tutta probabilità, i Panavia schierati a Mazar-e Sharif. Usiamo il condizionale perché fintanto che non atterrano a Ghedi ci è difficile crederci abituati come siamo alle pastette di La Russa.
Tipo?
Presto detto.
I 500 militari italiani che dovevano rientrare per dicembre, successivamente forse, poi no e ora sembrerebbe di sì. Il via libera è arrivato da Rasmussen al summit NATO di Bratislava che ha visto la partecipazione dei 28 Ministri della Difesa.
Barack Obama tergiversa, è in debito di dollari – gli è fallita la 117° banca il 4 novembre – di “fiato“ politico e di strategia militare.
A Palazzo Baracchini arrivano dalle 18 alle 30 lettere di protesta al giorno. Padri, madri, fratelli, sorelle e fidanzate vogliono sapere come finirà la faccenda.
Li vogliono a casa per Natale senza se e senza ma.
L’elenco dei morti e dei feriti si allunga e le famiglie, consapevoli del rischio che corrono i congiunti in “missione di pace“ chiedono a La Russa di rispettare gli impegni presi.
E allora che fa il (nostro?) ex missinista atlantico di Via del Maiale (pardon… Scrofa), sostenitore incallito dello Stato di “Israele“, passato con armi e bagagli all’antifascismo “istituzionale“ a tutto tondo salvo riservarsi il vezzo di indossare quando è in visita ad Herat (sentite, sentite) la “camicia nera“ sotto la mimetica?
Lo ha fatto per ben 3 volte di fila. Troppe per essere un “caso“.
Aumenta il numero dei cacciabombardieri, da 4 a 8, o da 4 a 6, se va bene, tanto per far uscire qualche altra decina di milioni di euro in più dalle tasche della gente per bene, che paga le tasse, per alimentare l’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane.
Solo che… gli Amx hanno qualche grosso problemino, come del resto i Puma ed i Lince.
Ma mentre i blindati stanno a terra, i cacciabombardieri della Alenia-Aermacchi-Embraer volano e rischiano di venir giù durante gli attacchi al suolo, con effetti mortali per il personale di volo e di immagine a livello nazionale ed internazionale per l’Italietta che già con i Tornado IDS mitraglia e bombarda a tutto kerosene pashtun e mujaheddin per conto di USA, NATO ed ONU.
Esagerazioni? Macchè.
Sentite un po’.
“… ci sono elementi per ritenere che i caccia AMX siano pericolosi, quindi non idonei al volo“. Lo affermò nel 2006 il Capo della Procura della Repubblica di Cagliari, Mauro Mura, confermando il provvedimento di sequestro della flotta di cacciabombardieri in dotazione all’Aeronautica Militare Italiana, ottenuto dal GIP su richiesta del PM Giancarlo Moi, titolare dell’inchiesta sull’Amx precipitato il 20 ottobre 2005 nel comune di Decimomannu durante un’esercitazione NATO.
Il presupposto dell’inchiesta – dichiarerà – è l’accertata pericolosità di questi caccia e gli elementi raccolti ci portano in questa direzione.
Il Capo di Stato Maggiore dell’A.M.I, dal canto suo, aggiungerà questa pesante ma sostanzialmente corretta dichiarazione: “Il tettuccio dell’AMX si è già staccato cinque volte determinando la perdita dei velivoli”.
Il Messaggero di Roma denuncerà decine di incidenti di volo per l’AMX e la morte di 14 piloti. Un dato che sarà rettificato (?) dallo Stato Maggiore in 8 perdite di AMX e 6 morti tra i piloti su una dotazione di velivoli che non ha mai superato i 60 operativi sui 110 a disposizione.
L’Amx è un cacciabombardiere nato sotto una cattiva stella ed è complementare al Tornado IDS. Può portare fino a 3.800 kg di bombe a caduta libera, razzi o armamento laser. Il prototipo esce nel 1984. La prima perdita arriva in fase di collaudo nel novembre 1989.
Muore il pilota e l’aereo si incendia per impatto al suolo. Dopo 2 mesi, nel 1990, l’A.M.I è costretta a registrare la seconda tragedia. Il 7 novembre di quello stesso anno, un altro aereo precipita nelle campagne di Pavia.
Nel 1992 ne cade un altro e questa volta l’A.M.I sospende i voli. Nel 1993, in Danimarca nel corso di un’esercitazione NATO, precipita un altro AMX. Anche in questo caso muore il pilota. Nel 1993 altri due “incidenti“.
Jets ancora a terra per verifiche, nuove perdite nel 1994, altri stop al volo, ed ulteriori distruzioni per impatto a terra nel 2000 e 2001.
La Procura di Padova apre un inchiesta. Nel 2002 un’altra Procura, questa volta quella di Treviso, blocca gli AMX per la caduta e la morte del pilota in un’area alla periferia della città. Nel 2003, l’Aermacchi-Embraer torna a volare ma si deve registrare nel corso dell’anno un nuovo disastro aereo.
Poi toccherà ad un AMX biposto da addestramento riportare l’incrinatura del tettuccio ed il lancio con paracadute dell’equipaggio.
Fino ad arrivare ad un nuovo sequestro disposto dalla Procura di Cagliari, nel luglio 2006, della intera documentazione relativa agli AMX nella sede dell’Aermacchi di Venegono Superiore (Varese).
Da quel momento, non si sono più registrate perdite di aerei e piloti perché l’A.M.I ha praticamente cessato di utilizzarli per l’addestramento sui cieli italiani.
La Russa, d’accordo con Napolitano ed il solito famigerato Consiglio Supremo di Difesa, vuol tornare a farli volare a livello operativo in missioni di attacco al suolo in Afghanistan, per far fuori un altro bel po’ di afghani e… qualche pilota “tricolore“.
Giancarlo Chetoni

Martedì 2 giugno a Novara contro gli F-35

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L’iter parlamentare per l’approvazione dell’insediamento, a Cameri (NO), della fabbrica per l’assemblaggio degli F-35 è ormai definito.
A partire dal 2010 inizierà la costruzione del capannone. Tale impresa industriale-militare viene condotta, con ampio dispendio di denaro pubblico, dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin in associazione con l’italiana Alenia Aeronautica (del gruppo Finmeccanica) e coinvolgerà una serie numerosa di aziende.
Il riarmo come via d’uscita dalla crisi economica, come con la Grande Crisi degli anni ‘30 e con la Grande Depressione di fine ‘800. Peccato che in entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo, l’impiego dei nuovi bombardieri nelle “missioni di pace” produrrà distruzione, morte e sofferenza…. Gli F-35 sono i perfetti strumenti operativi di una sorta di gendarmeria mondiale in via di perfezionamento: una volta costruiti non faranno certo la ruggine in qualche hangar italiano od olandese.
Gli F-35 costeranno un sacco di soldi: più di 600 milioni di euro per costruire la fabbrica di Cameri, circa 13 miliardi (a rate, fino al 2026) per l’acquisto dei 131 aerei che l’Italia vuole acquisire. Nessuno può ignorare che, con una spesa di questa entità, si potrebbero senza alcun dubbio creare ben più dei miseri seicento posti di lavoro promessi all’interno dello stabilimento di Cameri. Si potrebbe altresì intervenire in vario modo per migliorare le condizioni di vita di tutti, ampliando e migliorando la qualità della spesa sociale, tutelando davvero territori e città, investendo in fonti energetiche rinnovabili e ridistribuendo reddito.
E poi vogliono costruire gli F-35 proprio ai confini del parco naturale del Ticino, che dovrebbe quindi sopportare l’impatto dei collaudi di centinaia e centinaia di aerei rumorosissimi ed inquinanti, con le relative gravi conseguenze per la salute e la qualità della vita degli abitanti della zona.

L’Assemblea Permanente No F-35 dà appuntamento a Novara, il 2 giugno alle ore 15.00, davanti alla stazione ferroviaria di piazza Garibaldi.
Da lì si snoderà un corteo attraverso le strade della città per gridare forte l’opposizione a quest’ennesimo progetto di militarizzazione del territorio.