Gli yankee e la mossa del cavallo: qualcuno a Washington usa il cervello

Soldati russi a Manbij

Ci eravamo lasciati qualche settimana fa con una situazione tipicamente di stallo, se non di affanno, da parte dell’iniziativa targata a stelle e strisce in Siria: forze speciali dislocate in territorio di Rojava costrette ad accorrere a Manbij per fare da deterrente alla dichiarata offensiva turca nell’unico territorio amico rimasto in terra di Siria e, per giunta, umiliate dal successivo dietrofront curdo che riteneva, molto più pragmaticamente, più efficace un’area cuscinetto di qualche decina di chilometri ceduta direttamente ai Siriani; ripresa quindi dell’offensiva su Raqqa e su Mosul con estremo dispendio di energie e chiudendo entrambi gli occhi sui crimini di guerra commessi cammin facendo; ciò nonostante, stivali troppo fermi nel fango mentre il vero nemico, l’esercito siriano, nonostante la maggior scarsità di mezzi (ritorneremo anche su questo), chiudeva Turchi e Curdi a nord raggiungendo, dopo tanti anni, il Lago Assad (per i non ferratissimi in geografia, come me del resto, consiglio la visione contemporanea di una mappa dettagliata della Repubblica Araba di Siria come questa).
Una situazione decisamente favorevole all’esercito siriano e sintetizzata da questi ultimi dati recenti: con la liberazione di Dayr Hafir (23-25/03; fonte) l’ISIS perde l’ultima grande città nella provincia di Aleppo; le forze siriane liberano una media di 26,2 kmq al giorno (3426,1 da inizio anno, fonte), tengono a Dejr Ez-zor (Dayr az Zawr), nonostante le difficoltà di comunicazione fra città e aeroporto, avanzano a Deraa (Dar’ā), sul confine con la Giordania. Unica nota dolente, l’offensiva violenta verso Hama da parte di Jabhat Fatah al Sham (ex Al-Nusra, ovvero Al Qaeda), con l’utilizzo di riserve (oltre 500 soldati pro-turchi utilizzati nella operazione “Scudo dell’Eufrate”), armi turche e bottini di guerra siriani (tra cui non è passato inosservato agli analisti russi un caro, vecchio T-90 di loro fabbricazione, fonte): offensiva massiccia, che ha costretto i battaglioni d’élite Tigre siriani impegnati nell’assedio di Dayr Hafir a dividersi in due ed a dislocarsi nella difesa e nel contrattacco lungo il perimetro della periferia della città (in particolare, questa cartina mostra i progressi dei “verdi” dal fronte del 21/03 e il reale pericolo di sfondamento rappresentato dalla loro offensiva). In altre parole, i Siriani continuano a “riempire di rosso” zone che, dall’inizio del conflitto, erano passate sotto il controllo dell’ISIS o di Al-Nusra (mappa aggiornata a ieri).
Tuttavia, in quest’ultima mappa, si nota già un po’ più di “giallo”, in un punto dove non lo si sarebbe mai aspettato. Torniamo al Lago Assad: gli yankee, pardon, i “Curdi” (anche se dopo questo fatto, non ci crede ormai nessuno), tra il silenzio generale dei media occidentali, hanno passato il Lago nel suo punto più a sud e hanno preso il controllo della zona immediatamente prima della diga Al Tabqah (fonte che propone cartine aggiornate e foto di prima mano dell’operazione a cura di truppe speciali poco, molto poco, “curde”). Tutto questo macello per un pallino giallo a sud del lago, che sarà mantenuto di quel colore a prezzo di continui bombardamenti aerei e massicci rinforzi, forse più che per altre operazioni offensive… a che pro?
Riprendiamo la prima cartina, quella politica della Siria. Individuiamo Aleppo e Ar Raqqah. Notiamo la linea viola che le unisce, costeggiando l’Eufrate sia quando diventa Lago Assad, sia dopo. È l’unica strada. La guerra siriana è una guerra di strade in mezzo al deserto, dove il controllo dell’unica via di comunicazione da un punto a un altro diviene questione ben più strategica, rispetto per esempio all’andamento di un conflitto bellico in Val Padana o nell’Île-de-France. Riprendiamo di nuovo la nostra cartina e vediamo che, a Raqqa, ci si arriva anche in altro modo, ma per un giro più lungo e strade secondarie, da Hama (guarda caso teatro di scontri fra terroristi e Siriani proprio in questi giorni) ed a sud da As-Sukhnah (non a caso obbiettivo primario dei Siriani dopo la liberazione di Palmira, sia per questo motivo, sia perché sulla strada diretta verso Dejr Ez-zor).
Insomma, come in ogni partita a scacchi che si rispetti sono entrati in gioco i cavalli: un-due-tre, scavalcando le linee nemiche e andandosi a mettere nel punto peggiore, dal punto di vista dell’ISIS (ma non solo!): infatti, i “neri” si trovano ora tagliati nell’unica via di comunicazione fra ovest ed est della zona a ridosso di Al Tabqa. E’ vero che hanno perso Dayr Hafir, ma così i Siriani non tarderanno a papparsi tutto il resto fino, per l’appunto, ad arrivare a questo sbarramento. E qui verrà il bello: inutile dire che gli yankee hanno già provato, senza successo, di chiudere Al Tabqa a tenaglia, da sud e da nord (nel già citato articolo di Colonel Cassad, è stata dedicata una cartina solo per illustrare quest’ultima azione, l’ultima prima delle foto). I “neri” non mollano. Sanno benissimo che, finché rimane giallo solo quel fazzoletto di strada a ridosso dell’aeroporto di Tabqa, il giorno che le difese “dormono” un po’ più del solito, sarà sempre possibile scagliargli addosso uno stormo di shahid-mobile imbottite di tritolo e quant’altro e provocare lo stesso danno con cui si ripresero – temporaneamente – Palmira. Ma se questo fazzoletto dovesse estendersi all’aeroporto (e questo è il primo obbiettivo yankee per la costruzione di un avamposto stabile, approvvigionato e sicuro) e ricongiungersi a nord col territorio di Rojava tramite la diga sull’Eufrate (che alcuni siti occidentali, cantando presto vittoria, danno già per presa) ogni corridoio a ovest sarebbe immediatamente chiuso. Su questi obbiettivi, quindi, si gioca in questi giorni il consolidamento di questa mossa del cavallo.
Tuttavia, non può non sfuggire l’altro, vero, significato di questa operazione a stelle e strisce. Raqqa è nostra. Controlliamo noi la strada per arrivarci (un domani anche la base militare a ridosso e tutta la zona a sud del Lago Assad, leggi: il Kurdistan a stelle e strisce inizia qui) e voi, Siriani, arriverete qui e poi vi fermerete, né più né meno di come avete appena bloccato voi Turchi e Curdi. Intento chiaro, ma mossa – forse – ancora tutt’altro che decisiva. Anzi tutto perché non è detto che i Curdi, in virtù del ruolo che i Siriani svolgono da cuscinetto contro i Turchi (e che potrebbero anche smettere di svolgere…), non lascino passare i Siriani, specialmente se i territori raggiunti non riuscissero presto a unirsi territorialmente a Rojava e quel fazzoletto restasse solo, per l’appunto, un’enclave rifornita dal cielo (e circondata per il resto dai Siriani). Per questo i soldati a stelle e strisce (che compaiono col volto oscurato nei fotogrammi “celebrativi” dell’impresa) hanno una maledetta fretta di chiudere la faccenda PRIMA che i Siriani facciano capolino da nordovest (e, probabilmente, ci riusciranno). Inoltre se, come appare, la regione Aleppo sarà presto completamente bonificata dai “neri”, i reparti speciali siriani, Tigre e non solo, potranno essere impiegati a sud, accelerando notevolmente l’avanzata da Hama e da Palmira. E se la presa di Raqqa continuerà a essere tutto fuorché una passeggiata (considerando anche i raggruppamenti derivati dal concentramento delle energie restanti su un territorio più ristretto), questo “tutti contro tutti” avrà ancora molti colpi di scena.
Paolo Selmi

P.S.: aeroporto di Tabqa conquistato.

Siria e Donbass: lo stato dell’arte

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La situazione siriana è estremamente complessa. Ma non senza una logica, almeno da parte russa. Una logica che solo un folle potrebbe pensare preesistente da sempre. Una logica che si è costruita nel corso degli anni ma che, a ben vedere, appare oggi strutturata secondo linee solide.
Partiamo dal 2012. “Asad dolžen ujti zakonno” (Assad deve andarsene in modo legale) diceva il buon Putin preoccupato di infilarsi in un cul de sac più grande di lui (infatti richiamava l’Afghanistan). Non saremmo certo noi a cacciarlo, ma se le cose da un anno sono così come sono… forse è meglio fare un rimpasto, a patto che i nuovi vengano lo stesso da noi, n’est pas?
Invece, non cambia nulla, anzi la situazione progressivamente si deteriora. La Siria è dilaniata. Arriviamo al 2014. Con Maidan si apre un altro fronte, più vicino, anzi, nella culla stessa della Rus’. Ad agosto di quell’anno truppe regolari e squadre della morte di ispirazione nazista massacravano quelli che, ai loro occhi, “erano andati coi Russi”. Milioni di profughi varcavano i confini non presidiati dagli ukrofašisty (milioni di persone che si fermavano a Rostov sul Don e poi proseguivano fino a Mosca), mentre chi era in forze per combattere, o chi era troppo vecchio per partire, restava. Chi documentava i crimini perpetrati da Kiev, semplicemente veniva fatto fuori, come il nostro Andrea Rocchelli, un morto di serie B per cui nessun istituto espone il cartello “Verità per …”.
La Russia si pone come mediatrice e viene sanzionata. In realtà, si limita a fornire un appoggio esterno e a non impedire l’afflusso di volontari (se ce ne sono ben 12 dei nostri, provenienti dalle esperienze e dai percorsi più disparati e impensabili, figurarsi il numero dei volontari che sentivano colpito il proprio stesso sangue). Di colpo, la situazione si raddrizza, e inizia la cosiddetta “tregua”. Kiev è obbligata a rispettare regole rigide:
1. no forze aeree (restano i droni che vengono abbattuti come i MIG a loro tempo);
2. no armi chimiche o non convenzionali (es. bombe a grappolo, entrambe usate contro i civili fino al 2014, oggi causa copresenza di osservatori OSCE non possono essere usate);
3. zona smilitarizzata (puntualmente occupata dagli ukrofashisty, che rappresenta però l’ultimo limite oltre il quale la provokacija diviene agressija).
A queste condizioni, Kiev risponde in tre modi:
1. tiri di artiglieria (11.480 solo nell’ultima settimana, che è una settimana “media” da ormai due anni a questa parte);
2. attacchi insensati a testa bassa, costati ENORMI perdite di vite umane e di mezzi, finiti tutti a rimpolpare lo scarno arsenale dei miliziani (fino ad allora, si erano anche smontati mortai e carri armati della II Guerra Mondiale per mandarli a difendere le due repubbliche). Una felice sintesi in questo articolo tradotto in italiano;
3. blocco economico. E questo ha condotto a un’ulteriore disfatta (economica) per il popolo ucraino. Mi blocchi il carbone che mi serve per vivere? E io ti nazionalizzo tutte le tue fabbriche e vendo al resto del mondo tramite i Russi (tecnicamente non la hanno chiamata nazionalizzazione, ma “gestione esterna” (vnešnee upravlenie): qui una mappa dei maggiori siti bloccati). Zaharčenko ha semplicemente detto: noi siamo abituati a fare la fame da due anni, grazie a voi. Ora la farete fare anche a quei poveretti che stanno sotto di voi. Inutile dire che il malcontento del popolo ucraino non tarderà a trasformarsi in un boomerang.
Questo, unito al riconoscimento dei passaporti delle due repubbliche da parte di Mosca, penso che parli da solo. Il popolo del Donbass è determinato a proseguire nella sua battaglia, questo Porošenko (i suoi burattinai, più che altro) non lo aveva messo nel conto.
Torniamo però alla Siria.
Questa la situazione all’alba dell’intervento militare russo.
Intervento determinato dall’imminente collasso dell’esercito siriano, attaccato da troppi nemici e su troppi fronti. Intervento che, a differenza del caso ucraino, doveva essere diretto, efficace ma, allo stesso tempo, non poteva coinvolgere – similmente al caso ucraino – truppe russe. In questo caso, perché comprensibilmente impreparate a gestire operazioni nel deserto siriano. Intervento, dove i compiti sono quindi “separati” fin da subito fra forze di terra, Esercito siriano ed Hezbollah, da un lato e forze aeree congiunte siriane e russe dall’altro.
Oggi, i risultati sono i seguenti:
1. Aleppo è libera e oltre 20mila persone sono tornate ad abitare nei quartieri sminati e a loro restituiti. Medici russi assistono decine di migliaia di civili;
2. la Siria è tornata a controllare oggi 1/3 del suo immenso territorio (il 35%, per l’esattezza), tutti i maggiori centri e regioni limitrofe, per un totale di 10 milioni di persone che ne rappresentano la maggioranza. Il territorio dell’ISIS è ridotto di 1/4 dall’inizio del 2016, da oltre 78 mila a 60 mila kmq. Processo in corso, se è vero che, da gennaio a oggi, 2611,7 kmq di territorio sono stati liberati, 52 centri abitati sono stati liberati nel solo mese di febbraio;
3. la tregua, pattuita con le opposizioni, continua ad allargarsi e – a oggi – sono 1291 i centri abitati dove si è ritornati a vivere civilmente;
4. Palmira è stata presa, quindi ripersa. Su questa tragedia ho tradotto l’unico racconto di prima mano, apparso in arabo e tradotto in russo. In sostanza, l’esercito siriano, pur nel suo valore e coraggio straordinario, è militarmente malmesso. E’ bastato il trasferimento di qualche migliaio di uomini e mezzi per far capitolare in due giorni una difesa assolutamente impreparata a far fronte a tale situazione di inferiorità. In questa situazione, i Russi hanno coordinato la difesa strenua, merito comunque tutto dei Siriani, della base retrostante di Tiyas, che se fosse capitolata avrebbe aperto le porte per tutta la regione di Homs. Spenti i fuochi, è ripartita la ripresa, questa volta con un maggior coinvolgimento di Mosca (che vuol dire morti e feriti): non ci fosse stata, anche per l’impiego massiccio da parte dell’ISIS di forze e mezzi (anche carri armati) per non perderla, Palmira sarebbe restata ancora sua. A puro titolo esemplificativo, l’aviazione russa nel solo scorso mese ha completato un migliaio di missioni. Palmira è stata ripresa e siamo già oltre Palmira di 20 km. Obbiettivo: Deir Ez-zor;
5. per quanto riguarda Deir Ez-zor, le due parti comunicano ma restano ancora separate di qualche centinaio di metri. I Russi hanno portato nello scorso mese via aerea 320 tonnellate di aiuti umanitari. E’ chiaro, comunque, che si tende a raggiungerla da terra, proprio da Palmira. Solo allora l’assedio sarà finalmente tolto;
6. e veniamo alla regione di El Bab. L’ISIS continua ad arretrare, negli ultimi 10 giorni i Siriani hanno conquistato 400 kmq di territorio liberando 36 centri abitati, grazie anche alla copertura aerea russa che, nel frattempo, colpiva 278 obbiettivi ISIS. Sopra questa zona, più centrale, Curdi e Turchi costituiscono un problema per Assad. Finora, tuttavia, se le danno di santa ragione fra loro. Washington è lontana, per entrambi. Erdogan lo sa bene, sin da quello “strano” colpo di Stato. Ma lo sanno anche i Curdi, da quando i loro nuovi amici non hanno mosso un dito per impedire l’operazione turca in terra di Siria. Operazione che, con successo, è riuscita finalmente a separare Rojava da Afrin. Mossa che, sinceramente, non dispiace neppure ad Assad, visto che impedisce mire indipendentistiche maggiori di quelle già in corso. Mossa che, comunque, andava delimitata. Da qui la cessione temporanea di El Bab e la corsa, perché davvero di questo bisogna parlare, a est dei reparti Tigre dell’esercito siriano. Operazione chiusa con successo. I Turchi sono nella sacca. Giù non possono andare, perché ci sono ormai i Siriani. A est… ci hanno provato (il buon Erdogan…) e hanno fatto un errore non da poco. Prevedibile, peraltro. Hanno provato a spingersi verso Manbij. Ma Manbij era in mano ai Curdi. Risultato: scontro armato (1 marzo), 11 morti da parte curda e 16 da parte turca (mappe in caratteri latini, peraltro). Conseguenza: l’intraprendenza militare turca ha costretto le Forze per le Operazioni Speciali statunitensi a varcare l’Eufrate e a porsi a nord di Manbij, come deterrente. Deterrente che, evidentemente, non bastava. I Curdi hanno quindi chiesto aiuto ad Assad contro i Turchi! La zona resta ad autonomia curda ma occupata militarmente – fino a Manbij! – dalle truppe siriane. Della serie, anche a est cari Turchi, fatevi una ragione, non si va. I Siriani, quindi, senza sparare un colpo, sono entrati da liberatori a Manbij con il relativo corredo di aiuti umanitari russi. Washington è sempre più lontana e la sua azione più appannata (si vede che ultimamente sono stati troppo abituati al puro caos creativo, senza troppa strategia…) e la cartina di Wikipedia è già vetusta.
Concludo: la logica russa è ora abbastanza chiara, dimostra non tanto il semplice appoggio ad Assad, ma la costruzione SU Assad del nuovo ordine siriano. Ruolo che Assad è, sempre più in questa fase, in grado di svolgere, ponendosi addirittura come mediatore e interlocutore affidabile. Questo quanto accade in Medio Oriente. Qui, invece, occorrerebbe fare qualche corso di aggiornamento alla stampa di regime: ma questo è un altro discorso.
Paolo Selmi

[Il presente contributo costituisce una versione rivista e corretta di un commento, originalmente pubblicato in quattro parti, all’articolo Amnesty e le parche facilitatrici di Fulvio Grimaldi.
Si ringrazia l’autore per la cortese disponibilità]

Monsignor Capucci e la pace, “ossigeno della vita”

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Monsignor Hilarion Capucci è morto a Roma il 1 gennaio 2017, dunque in occasione della cinquantesima giornata mondiale della pace (istituita da Paolo VI e celebrata per la prima volta il 1 gennaio 1968). E’ morto, a 95 anni, pochi giorni dopo la fine della battaglia di Aleppo, sua città natale. La guerra in Siria era stata fonte di grande dolore per lui, da decenni rifugiato in Italia con status sempre incerto a causa delle sue note vicissitudini come vicario di Gerusalemme…
A quante iniziative ha accettato di partecipare, con umile, naturale autorevolezza, esile e diritto nel suo pesante abito nero di rito orientale.
Il 23 giugno 2016, a Roma, egli svolgeva il saluto introduttivo al seminario «A fianco della Siria e del suo popolo. Oltre il muro della disinformazione», organizzato dal comitato «Per non dimenticare» (e in particolare da Maurizio Musolino, anch’egli scomparso). Dopo aver ringraziato organizzatori e partecipanti, «solidali con il popolo siriano sofferente e martoriato», monsignor Capucci diceva:
«La Siria era il cuore battente della nazione araba, ponte fra occidente e mondo arabo, modello di convivenza e fratellanza fra tutte le sue componenti. Oggi purtroppo, con la guerra infernale che subisce da quasi sei anni, con questo complotto diabolico, ben preparato, la nostra patria che era paradiso è diventata inferno. La salvezza della Siria, la sua prosperità, risiedono nel dialogo serio e sincero fra gli stessi Siriani, nel dialogo franco, il mezzo migliore, direi unico per la ricostruzione di uno Stato siriano, una Siria indipendente sovrana, prospera che superi tutti i complotti e le trappole. Ripristinare dunque la pace in Siria tramite il dialogo è indispensabile. Difatti la pace è l’ossigeno della vita, mentre la guerra è un disastro nel quale tutti sono perdenti. Non ci sono vincitori ma solo sconfitti. Avendo raggiunto i 95 anni, mi preparo all’incontro con il mio Signore pregando. Prego tanto per la pace, pace nel mondo, nel Medioriente, e innanzitutto nella carissima nostra Siria. Prego perché se Dio non costruisce la casa, inutilmente lavorano gli operai. Nel lavoro con la preghiera risiede la salvezza. Supplico dunque il Signore che finalmente si attui questa benedetta riconciliazione fra le diverse componenti siriane, affinché gli angeli nel cielo della Siria risorta cantino il loro bell’inno Gloria a Dio nell’alto del cielo siriano, pace sulla sua terra, gioia, serenità, prosperità per tutti i Siriani, e allo stesso modo per tutti i popoli».
Il 15 ottobre 2016, monsignore partecipava al presidio organizzato da Rete No War a Montecitorio per chiedere all’Italia di dissociarsi dalle sanzioni europee alla Siria e di non vendere più armi all’Arabia Saudita contro lo Yemen. In quell’occasione egli ripeté: «Siamo qui per dire no alla guerra, la guerra è una calamità, un disastro, nella guerra tutti sono perdenti».
Era sempre disponibile a incontrare attivisti e militanti. Con l’aiuto del suo angelo custode, Muntah, dava loro appuntamento all’ambasciata palestinese. Dove tutti gli dimostravano rispettoso amore.
Marinella Correggia

Fonte

Sotto l’albero spento

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Le istituzioni bolognesi celebrano l’aggressione alla Siria

Vedere anche se non si vuol credere.
Sabato scorso il primo cittadino Merola, il vescovo Zuppi e il rampollo emiliano stile Fratelli Musulmani Lafram tutti insieme sotto l’albero di Piazza Maggiore.
L’albero, come per magia lacrimatoria mediaticamente orientata, viene al click appositamente spento, mentre i tre oscuri alfieri petroniani vanno a reggere il vessillo dell’aggressione occidentale alla Siria.
Immortalati non a caso dietro la stessa bandiera imposta al Paese durante il “protettorato” coloniale francese, lorda di sangue dei bambini siriani da ben prima che qualche scellerato sinistrato cominciasse ad esporre cartelli post orwelliani con la scritta Save Aleppo.
La cornice è quella di Bologna, città la cui amministrazione propone come fiore all’occhiello per il triennio prossimo il progetto della Disneyland del cibo fra i compagni di merende renziani e il prode dei magnamagna italidiotati, Oscar Farinetti.
Qualche decina di persone a prendersi un gran freddo che parte dalla mente, ma è il dato di pura propaganda che conta di più.
Al confronto, le armi di stordimento e di fabbricazione degli eventi-notizia sperimentate in Jugoslavia impallidiscono: Aleppo è ben peggio dell’invenzione del massacro di Srebrenica, e lo storytelling dura in questo caso da almeno quattro anni. Merola e Zuppi non possono non saper mentre recitano sotto stretto controllo dei rispettivi spin doctors (peraltro affiliati, come si è saputo, alla stessa casa-madre).
Nell’occasione, la variabile depistante ma non troppo è l’italiota islamista Yassine Lafram, giovane aspirante “uomo delle istituzioni” che puzza di settarismo trasformista da un miglio di distanza, con l’eloquenza torbida infarcita di espressioni da gnomo generazione Erasmus e predicatore in pectore di Al Jazeera.
Ora, che costui non sia in grado di rappresentare alcunché di solido e di popolare dentro la cosiddetta “comunità islamica” bolognese lo dicono a mezza voce i suoi stessi correligionari, ma questa palese mancanza di investitura dal basso pare invece costituire il pivot decisivo per accreditarsi presso le autorità cittadine così riunite.
Nulla importa, invero, all’establishment bolognese se questi personaggi da anni, mantenuti da reti di fondi che provengono dai petrodollari sauditi o qatarioti, rimestano il brodo di coltura degli sfigati inviati ad ingrossare le bande mercenarie a cui i servizi occidentali affibbiano di tanto in tanto nomi differenti (da Al Qaeda all’ISIS). Va bene così: perché anche loro, come si vede mirabilmente nel quadretto sotto l’albero di Piazza Maggiore, sono (o stanno diventando) establishment.
Figuriamoci poi se un qualsiasi intimo dubbio o rimorso può venire a gente come Merola e Zuppi, ferventi servitori autoproiettati e convinti nel ruolo di fiancheggiatori di un’aggressione che rientra nei piani ormai storici per il Nuovo Medio Oriente: loro eseguono solo gli ordini e glorificano lo script occidentale a dominanza statunitense.
Ma quello che han fatto sotto l’albero spento “per Aleppo” è il loro minimo sindacale: il resto dell’aggressione, la parte di gran lunga preponderante e “scientifica”, la fanno quotidianamente ai danni dei loro concittadini e del loro stesso Paese.
Sonia Ardizzoni

Ai tre sotto l’albero spento

Usi coprir menzogna con menzogna
come tempo non avete a comprender nel labirinto
che il vento può mutare o è già mutato
così niun dei vostri fedeli d’oggi si garberà al dunque
di farvi intonar l’appello ai vostri padroni

so’ fratell’ a noi
ce vengono a liberà

nel labirinto che s’apre
grande e complicato
non mancheranno i cessi
attesa è la vostra mano d’opera
onde nettarli

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“Ultimi messaggi” da Aleppo

Una campagna di pubbliche relazioni ben concertata?
Fonte

Molto, molto pericoloso

moscow-weather“L’intervento della Russia nel conflitto siriano, a partire da settembre 2015 (esattamente un anno dopo che gli Stati Uniti avevano iniziato a bombardare obiettivi ISIL nel paese), destinato a puntellare lo Stato siriano contro un’opposizione intessuta di ciò che gli Stati Uniti ritengono la “opposizione moderata”, è stato un cambio di gioco. L’entrata in campo, su richiesta del governo siriano (che, bisogna ripeterlo, è il governo di una repubblica laica, costituzionale riconosciuta diplomaticamente dalle Nazioni Unite e ha rapporti cordiali con la Russia, l’Iran, la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, le Filippine, Argentina, Tanzania, Cuba, Egitto, Iraq, Algeria, Oman e molti altri Paesi, nonostante gli sforzi di Washington per isolarla e rovesciarla), questo intervento è legale, mentre quello degli Stati Uniti non lo è.
La stampa statunitense ha praticamente ignorato i successi russi nel favorire l’esercito siriano distruggendo i convogli di petrolio che si dirigevano dal territorio controllato dai terroristi in Turchia per la vendita illegale e per aver sottratto Palmira alla crudeltà dell’ISIL che aveva distrutto il Tempio di Bel. Invece, facendo eco al Dipartimento di Stato, semplicemente si accusava Mosca di sostenere il governo riconosciuto a livello internazionale contro i ribelli che gli Stati Uniti vogliono far vincere.
Le azioni russe, rafforzando ulteriormente la posizione del regime e indebolendo quelli ufficialmente considerati da Washington e Mosca come terroristi, costrinsero gli Stati Uniti a rispondere positivamente agli appelli russi per un’azione comune contro questi ultimi. Il 9 settembre Kerry e Lavrov concordarono un piano per un cessate il fuoco di una settimana (che il governo siriano ha accettato) tra le forze di Stato e l’opposizione “legittima” (appoggiata dagli Stati Uniti). Durante questo periodo, questi ultimi si sarebbero separati da al-Nusra per evitare di essere essi stessi bombardati.
Queste misure dovevano essere seguite da azioni russo-americane coordinate contro i terroristi, mentre i colloqui di pace riprendevano a Ginevra. Purtroppo gli Stati Uniti sono stati incapaci o riluttanti a convincere i suoi numerosi protetti nel conflitto a separarsi da al-Nusra. (Questo è ciò che veramente ha condannato la trattativa, l’incapacità degli Stati Uniti di riconoscere la propria fine.) Alcuni clienti con rabbia rifiutarono e si rivolsero ai loro consulenti statunitensi. Il 16 settembre (presumibilmente per errore) gli Stati Uniti e parecchi suoi alleati hanno bombardato una base dell’esercito siriano uccidendo 62 soldati impegnati in combattimenti con l’ISIL. Infuriata, la Siria ha ripreso il bombardamento di Aleppo est, che è controllata da al-Nusra (Fatah al-Sham). Gli americani hanno accusato la Siria o la Russia per il bombardamento, ancora inspiegabile, di un convoglio di aiuti delle Nazioni Unite, facendo 20 morti tre giorni dopo, e ha sospeso i negoziati con la Russia.
In altre parole, avendo temporaneamente ammesso la necessità di cooperare con la Russia alleata della Siria per risolvere un conflitto che gli Stati Uniti avevano deliberatamente aggravato, con risultati terribili, gli Stati Uniti hanno sabotato i colloqui. E dopo averlo fatto, improvvisamente sono scivolati in una condotta al vetriolo senza precedenti; osservate le prestazioni dell’ambasciatrice alle Nazioni Unite Samantha Power il 18 settembre, dove lei con rabbia ha respinto la morte dei soldati siriani come un dettaglio minore in una guerra, e rimproverò l’ambasciatore russo per aver chiamato una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere sulla Siria una “bravata”. ( Lei, ovviamente, era stanca dell’ostinato rifiuto della Russia di concedere alla “nazione eccezionale” il futuro del suo alleato.)
Intanto Hillary Clinton di recente, il 9 ottobre, ha ribadito nel “dibattito” con Trump che (ancora) sostiene una no-fly zone. Anche se i suoi pezzi grossi le hanno detto che questo significherebbe lo spiegamento di decine di migliaia di soldati degli Stati Uniti in una guerra con la Siria e la Russia. Lei è tenuta a galla da quel molto insolito promemoria di dissenso firmato lo scorso giugno da 51 attuali funzionari del Dipartimento di Stato che non considerano l’ISIL l’epicentro ed esigono un cambio immediato di regime in Siria. Lei sa che il Dipartimento di Stato è più aggressivo rispetto al Pentagono, ma che il Pentagono è anche sospettoso di ogni cooperazione con la Russia, dovunque, come ad esempio Lavrov ha più volte proposto. Lei sa che i mezzi di informazione in questo Paese hanno fatto credere che la Russia, attraverso il suo sostegno a un brutale dittatore, è responsabile per il genocidio in Aleppo est, mentre gli Stati Uniti si siedono in disparte e non fanno nulla!
Lei è ansiosa di nominare Michèle Flournoy (precedentemente il civile situato al terzo livello del Pentagono sotto Obama) come suo Segretario della Difesa. Flournoy ha anche chiesto una “no-fly zone” sulla Siria e “una coercizione militare limitata” per rimuovere Assad dal potere. Lei ha effettivamente proposto il dispiegamento di truppe di terra statunitensi contro l’esercito arabo siriano.
L’8 ottobre la Francia ha proposto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che vieta il bombardamento siriano o russo di Aleppo est controllato da al-Nusra, mentre tace sul bombardamento illegale della Siria condotto dagli USA e dai suoi alleati. Una barzelletta assurda, contrastata da Cina e Russia, che hanno posto subito il veto. Lo scopo era diffamare ulteriormente il governo siriano e la Russia.
Non è ovvio? L’opinione pubblica si sta preparando per un’altra guerra per il cambio di un regime. La più alta posta in gioco questa fino ad oggi, perché potrebbe portare alla terza guerra mondiale.
Ed è appena anche un argomento di conversazione in questa elezione truccata, che sembra progettato per non solo presentare un guerrafondaio, ma per sfruttare al massimo la rozza russofobia in corso. Il punto per Hillary non è solo salire al potere, a qualunque costo, ma preparare il popolo per altri Afghanistan, Iraq e Libia. Il punto è quello di cullare il popolo nell’amnesia storica, impedirgli di vedere il primato di Hillary nel militarismo spericolato alla maniera di Goldwater, sfruttare la mentalità da Guerra Fredda persistente tra i più arretrati e ignoranti, e assicurare che l’elettorato il quale, mentre in genere deplora il risultato delle elezioni truccate nel mese di novembre, si radunerà ben presto dietro la corrotta Hillary non appena lei troverà un pretesto per fare la guerra.
Molto, molto pericoloso.”

Da Un’informazione urgente sulla Siria, di Gary Leupp (docente di Storia presso la Tufts University).

L’assassinio dello scrittore Nahed Attar: terroristi islamici, i loro padrini e la battaglia di Aleppo

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Partiamo da una notizia che non ha suscitato grande eco sulla stampa internazionale.
Qualche giorno fa lo scrittore giordano Nahed Attar è stato assassinato sulla porta del tribunale di Amman da un terrorista islamico. La sua colpa era quella di essere un laico, ateo, e sostenitore del governo siriano guidato dal Presidente Bashar al-Assad nella sua lotta contro le bande degli integralisti islamici finanziate ed armate dagli USA e da altri Paesi della NATO, e dai loro alleati mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Attar aveva condiviso su Facebook una vignetta in cui veniva presa in giro la pretesa dei terroristi dell’ISIS (o Daesh in arabo) di andare in paradiso come martiri della fede. Il primo ministro della Giordania (un Paese vassallo degli USA, UK ed Arabia Saudita), Hani Mulki, simpatizzante della Fratellanza Musulmana, invece di proteggerlo, lo aveva fatto arrestare e processare per “oltraggio alla religione, settarismo e razzismo”, additandolo in pratica alla vendetta dei terroristi.
Tutto questo non è casuale: il “civile” e “liberale” Occidente, ed i loro alleati mediorientali, si servono normalmente dei terroristi fanatici islamici per colpire chi si oppone al loro sogno di dominio mondiale.
Negli anni ’70 il governo laico comunista dell’Afghanistan fu messo in ginocchio dai mercenari islamici fanatici, accorsi da decine di Paesi, armati e protetti dagli USA e dall’Arabia Saudita, guidati da gente come Bin Laden, creatore di Al Qaeda con la complicità dei servizi segreti americani, sauditi e pakistani.
Negli anni ’90, mentre gli USA davano il primo colpo (Prima Guerra del Golfo) all’Iraq laico guidato dal partito socialista Baath, i nuovi eroi dell’Occidente erano una banda di integralisti islamici che voleva istituire un regime islamico in Bosnia, con il solito codazzo di jihadisti di Al Qaeda affluiti da tutto il mondo islamico. Naturalmente i musulmani furono fatti passare per povere vittime dei cattivissimi Serbi-Jugoslavi scatenando la solita alluvione di false notizie, come il presunto massacro di Srebrenica (un episodio ancora tutto da chiarire, come emerge da vari accurati lavori (1)). Il cosiddetto “assedio di Sarajevo” (in realtà la città era divisa tra i quartieri centrali a maggioranza musulmana ed i quartieri periferici serbi, da cui i miliziani si sparavano addosso a vicenda) divenne il simbolo gettonatissimo della cattiveria dei Serbi. Oggi un interessante libro di Toschi Marazzani (ed. Zambon(2)) denuncia la crescita dell’integralismo in Bosnia, da cui partono legioni di jihadisti verso la Siria e l’Iraq per ingrossare le fila di Daesh.
Poi è stata la volta della Seconda Guerra del Golfo del 2003, che ha fatto a pezzi l’Iraq, anche per mezzo della mobilitazione di gruppi dirigenti tribali della comunità curda, con la prospettiva di uno staterello fantoccio protetto da USA, Turchia ed Israele. Poi è stata la volta della Libia laica di Gheddafi dove i bombardamenti della NATO hanno aperto la strada agli integralisti di Alba Libica ed alle feroci milizie di Misurata, organizzate dai Fratelli Musulmani, fino allo sfacelo attuale. Infine è stata aggredita la Siria, dove combattono una serie impressionante di gruppi jihadisti terroristi (Daesh, Fateh al-Sham ex al-Nusra, Jaish al-Islam, Ahrar al-Sham, ecc.).
Gli USA, come in Iraq, usano spregiudicatamente anche i contrasti etnici in un Paese come la Siria, dove tutte le religioni, il libero pensiero laico ed ateo, le varie etnie, hanno avuto sempre pari diritti.
E’ in corso nella sinistra italiana un dibattito sul ruolo dei Curdi (dei cui diritti chi scrive è stato in passato un aperto sostenitore) ma che ora sembra abbiano anteposto (forse con molte illusioni) i loro interessi etnici a quelli della generale battaglia antimperialista, alleandosi con gli USA: essi hanno illegalmente concesso basi militari agli USA in territorio siriano, di cui l’esercito americano si serve per minacciare ed attaccare l’esercito nazionale siriano che difende l’indipendenza e la sovranità del Paese.
Infatti la distruzione della Siria – il Paese più laico e secolare del Medio Oriente, dove le donne godono di tutti i diritti e possono passeggiare sole con le gonne sopra il ginocchio per le vie di Damasco senza essere disturbate (sono di ciò testimone oculare), dove esiste un servizio sanitario nazionale ed un sistema di istruzione laico pubblico e gratuito fino all’università – rimane lo scopo principale dell’imperialismo USA, dei suoi alleati, e di Israele. Il piano, già illustrato da molti anni nei documenti dei “neocons”, consiste nella “distruzione creativa” di tutti gli Stati sovrani che si pongono di traverso sul cammino imperiale. Ma da oltre cinque anni l’esercito ed il popolo siriano, guidati dal Presidente Assad, resistono, ed ora sono passati alla controffensiva con l’aiuto dell’aviazione russa e delle eroiche milizie libanesi di Hezbollah, che già sconfissero l’esercito israeliano nel 2006.
Ecco allora che i soliti scribacchini alla Bernard Levy, e tutti gli imitatori italiani ed occidentali, comprese le Botteri e le Goracci, lanciano la nuova campagna mediatica. Una volta c’erano i cattivi Serbi che assediavano Sarajevo. Oggi sono i Russi e i Siriani fedeli al proprio governo che “assediano” e bombardano Aleppo, la più importante città della Siria insieme a Damasco. Non viene detto che in realtà sono stati i terroristi che hanno assediato Aleppo per quattro anni, bombardandola, tagliandole l’acqua e l’elettricità ed occupando solo alcuni quartieri, dove si sono fatti scudo dei civili, cui non viene permesso di mettersi in salvo attraverso i quattro corridoi umanitari predisposti dal governo.
Ma nonostante tutto la Siria è ancora in piedi, con l’aiuto di Russia, Iran, Cina, Hezbollah, e tutti i democratici laici arabi. Cresce l’isteria di USA, UE, Arabia Saudita (che a sua volta bombarda e distrugge lo Yemen), ma i combattenti patriottici siriani non si lasciano impressionare.
Vincenzo Brandi

(1) Vedi ad es. Menzogne di Guerra del giornalista tedesco J. Elsasser, ed i due ottimi dossier della “Città del Sole” su Srebrenica
(2) Jean Toschi Marazzani Visconti, La Porta d’Ingresso dell’Islam, ed. Zambon