Questo mondo merita una rivoluzione

ff

In memoria di Costanzo Preve

“Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente “essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie. Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo Paese.”

La prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna Evidente (luglio 2012) prosegue qui.

Come fare per non pagare il canone RAI

attualita-2014-01-canone_rai-big

Per i militari di cittadinanza straniera appartenenti alle forze armate della NATO di stanza in Italia è possibile usufruire dell’esonero (art. 10, paragrafo 1, Convenzione di Londra 19/06/1951) scrivendo al S.A.T., Sportello Abbonamenti TV ed allegando la dichiarazione del Comando da cui dipende l’interessato o l’autocertificazione attestante l’appartenenza alle Forze Armate della NATO.

Fonte

Buon compleanno, NATO: è tempo di andare in pensione!

nato1949

I compleanni sono sempre un buon momento per fare un bilancio dei propri risultati, prendere alcune risoluzioni e contemplare la strada da percorrere. Così, con la NATO che compie il suo 67° anno, forse è il momento per l’alleanza militare di impegnarsi in qualche onesta auto-riflessione.

Il problema è che a volte è davvero difficile lasciar perdere. Nessuno vuole ammettere che i giorni di gloria sono lontani. Tutti vogliono sentire di avere uno scopo, qualche grande visione ancora da soddisfare. Quando arriva il momento di appendere il cappello, alcuni escono di scena con grazia. Altri hanno bisogno di essere trascinati scalciando e urlando.
Se gli ultimi commenti del Comandante Supremo Alleato generale Philip Breedlove sono da prendere sul serio, l’alleanza non si esibirà in una uscita elegante a tempo breve. Al contrario, il blocco di 28 membri sta semplicemente ricalibrando gli sforzi nel tentativo di giustificare la propria esistenza e rimanere rilevante. Continua a leggere

Moby Prince, la verità resta avvolta dal fumo

483413_463206637058810_820754601_nChissà che storia, Bruno e Giuseppina, dopo il viaggio di nozze. Chissà che urla, Liana, al campo di pallavolo e chissà che occhi: li aveva scelti anche il cinema, una volta. Chissà che racconti, Giovanni Battista: ingigantiti, ma solo un po’, racconti di marinai. Chissà, comandante Chessa, che orgoglio i due figli medici, dopo aver speso metà della vita a tagliare onde e appoggiare navi sui fianchi delle città. E chissà che emozione, Sara, aver compiuto trent’anni. Sara, una delle due bambine a bordo del Moby Prince. L’altra, Ilenia, era sua sorella e aveva appena cominciato a camminare. Sara e Ilenia sono rimaste bambine per sempre, quando la nave che le portava dai nonni, in Sardegna, si trasformò. Non più il luna park con il mare sotto, i corridoi di moquette e la cuccetta stretta dove dormire tutti vicini. Piuttosto un buco spaventoso, i rumori, il caldo, le lacrime, la tosse, che neanche Angelo e Alessandra – babbo e mamma – sapevano far smettere.
Dopo 25 anni il Moby Prince continua a girare in tondo come la sera che andò a fuoco portandosi via 140 vite piene di futuro, a qualche colpo di remo dal lungomare di Livorno, il 10 aprile 1991. Le sue fiamme sono diventate eterne: un processo e due inchieste non hanno dato al disastro navale più grave della storia italiana una ricostruzione e ipotesi alternative alla storia della nebbia, che qualcuno vide e altri no.
Da qualche mese una commissione d’inchiesta del Senato tenta di dare pace alla nave fantasma. L’hanno pretesa i familiari delle vittime. Stremati, hanno ricominciato a ascoltare file audio, a rivedere vecchi filmati e foto ingiallite, a raccogliere carte perse o mai cercate, a chiedere perizie. L’ultimo sforzo di un impegno civile coperto dal silenzio.
Il silenzio è l’enorme fondale sul quale sono finite molte verità sul disastro che nessuno ricorda: un traghetto Moby Livorno-Olbia con 66 membri dell’equipaggio e 75 passeggeri, appena uscito dal porto, si schianta contro la cisterna di greggio di una petroliera all’ancora, la Agip Abruzzo, armatore Snam, cioè lo Stato. Fu subito silenzio: dal flebile mayday che nessuno sentì allo shock di chi ascoltò la sentenza che assolveva tutti, nel 1997. Il silenzio del comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, capo di soccorsi mai arrivati, che uscì in mare e non disse una parola alla radio: “Assentivo” dirà, sfidando il ridicolo. Il silenzio rimasto su navi con nome in codice o in incognito. Il silenzio dei due dipendenti della Navarma (ora Moby Lines, guidata ora come allora da Vincenzo Onorato) che non spiegarono perché manomisero il timone del relitto. Il silenzio del capitano dell’Agip, Renato Superina, che al processo non rispose alle domande. Il silenzio delle prove dimenticate o scomparse. Il silenzio della politica, infine, che ficcò la testa sotto terra. “La verità non sarà mai appagante per nessuno” disse il presidente della Repubblica Francesco Cossiga mentre ancora si contavano i morti.
La commissione del Senato ha l’occasione di riscattare gli anni in cui l’Italia del Moby Prince se n’è fregata: di sicuro ha già capito com’è fatta questa storia. Maria Sammarco e Grazia D’Onofrio, due giudici del collegio che assolse tutti, non hanno risposto. I senatori le hanno quasi pregate: vogliamo capire se potete dirci qualcosa di utile. Ma le magistrate lo hanno ripetuto sei volte: conta la sentenza. Il terzo del collegio era Germano Lamberti, poi condannato per corruzione. La commissione ha ascoltato Mauro Valli, ormeggiatore che salvò l’unico superstite del traghetto (il mozzo Alessio Bertrand). Urlò alla radio: “Il naufrago ci dice che ci sono altri naufraghi da salvare”. E’ registrato, ma Valli ha raccontato di non averlo mai detto.
Una storia ignorata, sottovalutata, da subito. La commissione ora potrà chiedere i tracciati radar agli USA: Camp Darby – la base più grande del Mediterraneo – è a due passi e Livorno quella sera era “assediata” da navi tornate dall’Iraq. Li chiese la Procura e la risposta fu che nessun satellite guardava Livorno. Il pm andò da Giulio Andreotti per chiedere aiuto: uno dello staff di Palazzo Chigi gli rispose che gli USA non potevano darli perché “spiare era vietato dalla NATO”. Ma ci sono 140 morti, ribatté il magistrato. “Fanno le guerre, figuriamoci cosa gli interessa” si sentì rispondere. L’Ustica del mare, l’hanno chiamata. Con la differenza che tutti sanno cos’è Ustica.
E’ una cicatrice che Livorno dovrebbe portare sul volto, mentre quella città sempre pronta a scaldarsi per battaglie di civiltà ha cercato di dimenticare subito una storia che gettava una luce obliqua sul porto, cioè sul proprio cuore. Nessun sindaco si è incatenato. Nessun parlamentare si è battuto. “Neanche a me – dice l’ex pm De Franco – tornava il fatto che non si riuscissero a trovare persone che potevano dirci della nebbia in una serata di aprile”. E’ una storia italiana, trattata come gli italiani sanno fare. Inquinamenti e depistaggi, sciatteria e impreparazione, sottovalutazione. I soccorsi disastrosi furono non solo il centro, ma l’icona. Una “baraonda straordinaria” li definì la Procura quando archiviò nel 2010. A quella conclusione c’era arrivato il capo delle capitanerie, l’ammiraglio Giuseppe Francese. “Un coordinamento efficace dei soccorsi si realizzò 6 ore dopo la collisione”. Ma il pm del 1991 l’ha scoperto da un’audizione in Senato. Un mese fa.
Diego Pretini

Fonte – i collegamenti inseriti sono nostri

Strategia segreta del terrore

saud

«Il nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della terra» (come lo definì nel 2001 il presidente Bush) continua a mietere vittime, le ultime a Bruxelles e a Lahore. È il terrorismo, un «nemico differente da quello finora affrontato», che si rivelò in mondovisione l’11 settembre con l’immagine apocalittica delle Torri che crollavano. Per eliminarlo, è ancora in corso quella che Bush definì «la colossale lotta del Bene contro il Male». Ma ogni volta che si taglia una testa dell’Idra del terrore, se ne formano altre.
Che dobbiamo fare? Anzitutto non credere a ciò che ci hanno raccontato per quasi quindici anni. A partire dalla versione ufficiale dell’11 settembre, crollata sotto il peso delle prove tecnico-scientifiche, che Washington, non riuscendo a confutare, liquida come «complottismo».
I maggiori attacchi terroristici in Occidente hanno tre connotati. Primo, la puntualità. L’attacco dell’11 settembre avviene nel momento in cui gli USA hanno già deciso (come riportava il New York Times il 31 agosto 2001) di spostare in Asia il centro focale della loro strategia per contrastare il riavvicinamento tra Russia e Cina: nemmeno un mese dopo, il 7 ottobre 2001, con la motivazione di dare la caccia a Osama bin Laden mandante dell’11 settembre, gli USA iniziano la guerra in Afghanistan, la prima di una nuova escalation bellica. L’attacco terroristico a Bruxelles avviene quando USA e NATO si preparano a occupare la Libia, con la motivazione di eliminare l’ISIS che minaccia l’Europa.
Secondo, l’effetto terrore: la strage, le cui immagini scorrono ripetutamente davanti ai nostri occhi, crea una vasta opinione pubblica favorevole all’intervento armato per eliminare la minaccia. Stragi terroristiche peggiori, come a Damasco due mesi fa, passano invece quasi inosservate.
Terzo, la firma: paradossalmente «il nemico oscuro» firma sempre gli attacchi terroristici. Nel 2001, quando New York è ancora avvolta dal fumo delle Torri crollate, vengono diffuse le foto e biografie dei 19 dirottatori membri di al Qaeda, parecchi già noti all’FBI e alla CIA.
Lo stesso a Bruxelles nel 2016: prima di identificare tutte le vittime, si identificano gli attentatori già noti ai servizi segreti.
È possibile che i servizi segreti, a partire dalla tentacolare «comunità di intelligence» USA formata da 17 organizzazioni federali con agenti in tutto il mondo, siano talmente inefficienti? O sono invece efficientissime macchine della strategia del terrore? La manovalanza non manca: è quella dei movimenti terroristi di marca islamica, armati e addestrati dalla CIA e finanziati dall’Arabia Saudita, per demolire lo Stato libico e frammentare quello siriano col sostegno della Turchia e di 5mila foreign fighters europei affluiti in Siria con la complicità dei loro governi.
In questo grande bacino si può reclutare sia l’attentatore suicida, convinto di immolarsi per una santa causa, sia il professionista della guerra o il piccolo delinquente che nell’azione viene «suicidato», facendo trovare la sua carta di identità (come nell’attacco a Charlie Hebdo) o facendo esplodere la carica prima che si sia allontanato.
Si può anche facilitare la formazione di cellule terroristiche, che autonomamente alimentano la strategia del terrore creando un clima da stato di assedio, tipo quello odierno nei Paesi europei della NATO, che giustifichi nuove guerre sotto comando USA.
Oppure si può ricorrere al falso, come le «prove» sulle armi di distruzione di massa irachene mostrate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 febbraio 2003. Prove poi risultate false, fabbricate dalla CIA per giustificare la «guerra preventiva» contro l’Iraq.
Manlio Dinucci

Fonte

Afghanistan 2001-2016

COVER_afghanistan

Un viaggio-inchiesta che ci conduce alla scoperta del lato più oscuro e meno dibattuto della guerra in Afghanistan: quello della connivenza delle forze d’occupazione americane e alleate con il business dell’oppio e dell’eroina in nome di una cinica scelta di realpolitik.
Una spregiudicata strategia, orchestrata dalla CIA secondo una pratica operativa attuata dall’agenzia fin dalla sua nascita, che ha provocato il boom della produzione di oppio afgano e del traffico internazionale di eroina, con il coinvolgimento degli stessi militari alleati, italiani compresi.
La conseguenza è una nuova epidemia globale di tossicodipendenza che miete silenziosamente centomila vittime ogni anno, soprattutto in Europa e in Russia.
Chi ha tratto vantaggio da tutto questo? Sicuramente alcune grandi banche, sopravvissute alla crisi solo grazie ai capitali frutto del riciclaggio di narcodollari. Non ultimo l’ISIS, che sta facendo del traffico di eroina afgana uno dei suoi principali canali di finanziamento nel contesto di una terza guerra mondiale non dichiarata, combattuta asimmetricamente con ogni mezzo criminale.

Afghanistan 2001-2016.
La nuova guerra dell’oppio
di Enrico Piovesana,
Arianna editrice, 2016, € 8,90

L’autore:
ha lavorato per anni in Afghanistan come inviato di PeaceReporter (testata giornalistica dell’Ong Emergency), realizzando reportage di guerra e inchieste sull’oppio.
È stato inviato anche in Pakistan, Cecenia, Nord Ossezia, Bosnia, Georgia, Sri Lanka, Birmania e Filippine. I suoi reportage sono stati pubblicati anche su L’Espresso, Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Manifesto, Famiglia Cristiana, Diario, Il Venerdì di Repubblica, Left e Oggi. Attualmente collabora con Il FattoQuotidiano scrivendo di politica internazionale, difesa, spese militari e commercio d’armi.

Basta guerre!

è questa la vs democrazia
Il fantasma di M. Gheddafi: “Mmmhhh… è questa la vostra democrazia?”.

L’Italia, dopo aver occupato, depredato e massacrato la Libia con l’invasione colonialista del 1911; dopo averla nuovamente bombardata , distrutta e ridotta al miserevole stato attuale nel 2011 nell’ambito dell’operazione imperialista e neo-colonialista programmata da USA, Francia, NATO e Qatar, oggi è già di fatto entrata per la terza volta , ancora sotto comando USA, e sotto l’egida della NATO, in una nuova guerra contro il Paese nordafricano.
Già partono infatti dalla base siciliana di Sigonella i droni statunitensi che colpiscono la Libia, in attesa che truppe di terra, anche italiane, raggiungano i reparti francesi ed inglesi che già operano sul terreno.
La precedente aggressione della sedicente “comunità internazionale” aveva ridotto una nazione prospera e pacifica in un ammasso di rovine, lacerato da cento fazioni, percorso da bande di predoni, tutti impegnati a depredare i Libici delle loro risorse petrolifere e idriche. Oggi, dopo aver utilizzato, come pretesto per le loro aggressioni, la scusa di voler liberare i popoli da presunti “dittatori” (in realtà dirigenti antimperialisti ed antisionisti come Gheddafi ed Assad), ora i Paesi della NATO fingono di voler combattere il jihadismo terrorista dello Stato Islamico o di Al Queda, da loro stessi creato e diffuso dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia all’Europa, in una spaventosa escalation di crimini di guerra e contro l’umanità.
Il parossismo bellico degli USA e della NATO, e dei loro alleati, come Turchia, Qatar e Arabia Saudita, con la regia occulta di Israele, tende alla frantumazione degli ultimi Stati della regione che non accettano la dittatura neo-colonialista, come anche l’Iraq e la Siria, dove è stata raggiunta, nel momento in cui scriviamo, una fragile tregua parziale solo grazie alle vittorie riportate dall’esercito nazionale siriano con l’aiuto determinante della Russia. Dopo aver finto per anni di combattere lo Stato Islamico ed altri gruppi terroristi, rifornendoli segretamente di armi attraverso la Turchia, gli USA e alleati chiedono ora un cessate il fuoco in Siria per «ragioni umanitarie». Ciò perché le forze governative siriane, sostenute dalla Russia, stanno liberando crescenti parti del territorio occupate dalle formazioni jihadiste, che arretrano anche in Iraq.
Il doppiogiochismo di USA e NATO è dimostrata anche dalla decisione della stessa NATO di dispiegare nel mar Egeo, con la motivazione ufficiale di controllare il flusso di profughi (frutto delle stesse guerre USA/NATO), le navi da guerra del Secondo Gruppo Navale Permanente , che ha appena concluso una serie di operazioni con la marina turca.
Contemporaneamente la NATO, sotto comando degli USA, ha riaperto il fronte orientale, accusando la Russia di «destabilizzare l’ordine della sicurezza europea», e trascinandoci in una nuova Guerra Fredda, per certi versi più pericolosa della precedente, voluta soprattutto da Washington per spezzare i rapporti Russia-UE dannosi per gli interessi statunitensi.
Mentre gli USA quadruplicano i finanziamenti per accrescere le loro forze militari in Europa, viene deciso di rafforzare la presenza militare «avanzata» della NATO nell’Europa orientale. La NATO, dopo aver inglobato tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Jugoslavia e tre della ex URSS, prosegue la sua espansione a est, preparando l’ingresso di Georgia e Ucraina, spostando basi e forze, anche nucleari, sempre più a ridosso della Russia.
Questa strategia rappresenta anche una crescente minaccia per la democrazia in Europa. L’Ucraina, dove le formazioni neonaziste sono state usate dalla NATO nel putsch di piazza Maidan, è divenuta il centro di reclutamento di neonazisti da tutta Europa, i quali, una volta addestrati da istruttori USA, vengono fatti rientrare nei loro Paesi con il «lasciapassare» del passaporto ucraino. Si creano in tal modo le basi di una organizzazione paramilitare segreta tipo la vecchia «Gladio».
È il tentativo estremo degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali di mantenere la supremazia economica, politica e militare, in un mondo nel quale l’1% più ricco della popolazione possiede oltre la metà della ricchezza globale, ma nel quale emergono nuovi soggetti sociali e statuali che premono per un nuovo ordine economico mondiale.
Il governo italiano ci rende corresponsabili di questo immenso oceano di sangue. Le guerre d’aggressione sono il massimo crimine contro l’umanità e la nostra Costituzione (Articolo 11) le rifiuta. Dopo la guerra in Jugoslavia nel 1994-95 e nel 1999, in Afghanistan a partire dal 2001, in Iraq dal 2003, in Libia ed in Siria dal 2011, accompagnate dalla formazione dello Stato Islamico ed altri gruppi terroristi funzionali alla stessa strategia, ora è già iniziata una nuova aggressione in Libia. L’Italia, imprigionata nella rete di basi USA e di basi NATO sempre sotto comando USA, è stata trasformata in ponte di lancio delle guerre USA/NATO sui fronti meridionale ed orientale. Per di più, violando il Trattato di Non-Proliferazione, l’Italia viene usata come base avanzata delle forze nucleari statunitensi in Europa, che stanno per essere potenziate con lo schieramento delle bombe B61-12 per il first strike nucleare.
Mentre si prospetta l’apocalisse di una nuova conflagrazione mondiale, un apparato mediatico bugiardo, legato alle centrali del bellicismo imperialista e alle sue industrie delle armi, sostiene una serie ininterrotta di aggressioni nel segno di un nuovo e più letale colonialismo che distrugge Stati, stermina popoli, provoca l’immensa tragedia dei rifugiati, volge in distruzione e morte quanto viene sottratto a ospedali, scuole, welfare.
Per uscire da questa spirale di guerra dagli esiti catastrofici, è fondamentale costruire un vasto e forte movimento contro la guerra imperialista di aggressione, per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera, per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata sull’Articolo 11 della Costituzione, per una nuova Europa indipendente che contribuisca a relazioni internazionali improntate alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia economica e sociale.
Vincenzo Brandi

Fonte

12768161_1252732228087908_8123965446385441526_o