Meredith Kercher è morta da sola

bananaLo ha deciso la Corte di Cassazione (italiana?!?).
Amanda Knox è stata comunque condannata a tre anni per calunnia.
Condanna troppo lieve per innescare una richiesta di estradizione rivolta oltreoceano, come dimostrato dal caso dei sequestratori di Abu Omar, 22 dei quali erano stati “graziati” in virtù di un decreto ministeriale del gennaio 2000 e alle conseguenti circolari in materia, che hanno consolidato la prassi di non richiedere l’estradizione dei soggetti condannati a pene inferiori ai quattro anni.
Mentre il 23°, Robert Seldon Lady, ex capo-stazione CIA a Milano condannato a sei anni in via definitiva, arrestato nell’estate 2013 a Panama, se la filò negli USA prima che l’allora ministro della giustizia Annamaria Cancellieri riuscisse a mettergli le mani addosso.
Non mancando, successivamente, di inoltrare una beffarda domanda di grazia rimasta inevasa.
Federico Roberti

Amanda, Hank e Troy

Amanda Knox è tornata in America grazie a un nuovo test del DNA e vi è giunta come una santa salvatasi dalla medievale giustizia italiana.
Invece per Hank Skinner il test del DNA non l’hanno fatto e nemmeno lo faranno.
Al processo il suo avvocato non lo chiese e ora le corti del Texas si rifiutano ostinatamente di concederlo.
Peccato, perché quel test potrebbe scagionarlo.
Anche lui, come Troy Davis, è stato miracolato dalla Corte Suprema che ha fermato l’esecuzione mezz’ora prima che gli infilassero gli aghi, il 24 maggio 2010, ma ora il tempo è scaduto e il 9 novembre l’ammazzano in serena coscienza: perché loro, gli americani, non hanno mica la nostra giustizia medievale.
Claudio Giusti

Chico e Amanda: ingiustizia è fatta

Amanda, ora libera e milionaria, che in America per molto meno sarebbe finita nel braccio della morte (provate voi negli States a raccontare un sacco di balle alla polizia e a fare la ruota nell’ufficio dello sceriffo…). Chico, che in 12 anni ha visto una sola volta i suoi tre figli, in Italia non sarebbe mai stato neppure processato sulla base di indizi così labili e ora marcisce nella quasi totale indifferenza in un carcere di massima sicurezza della Florida da dove potrebbe uscire solo in una bara di zinco. Le decine e decine di giornalisti americani che hanno commentato in diretta da Perugia la sentenza hanno descritto il nostro sistema giudiziario come «medioevale», i nostri magistrati come una manica di incapaci, gli italiani come dei bigotti sessisti assetati del sangue di una ragazza acqua e sapone di Seattle. Il nostro per molti aspetti è un Paese indecente e ridicolo, ma per ben altre vicende giudiziarie. La sentenza che ieri ha assolto Amanda Knox dimostra piuttosto, in modo inequivocabile, che l’Italia ha una giustizia forse inefficiente ma garantista. È semmai quello americano lo Stato di diritto da Far West dove se sei ricco eviti la forca, altrimenti non ti resta che piangere o pregare. Pregiudizi? Antiamericanismo? Mettiamo davanti allo specchio Amanda e Chico e vediamo dove sta il giustizialismo e dove sopravvive, a fatica, la civiltà del diritto. Amanda ammise di essere in casa durante l’omicidio (salvo ritrattare) e poi mentì accusando del delitto di Meredith un innocente, tanto da essere condannata per calunnia.
Chico Forti, senza l’assistenza di un avvocato, raccontò alla polizia di Miami di non aver incontrato la vittima Tony Pike il giorno dell’omicidio. L’indomani si corresse spiegando di aver mentito per paura, ma per la giuria quella bugia equivaleva ad una confessione. Amanda e Raffaele vennero visti da un clochard nei pressi del luogo del delitto, c’era dunque un testimone oculare, ma la sua deposizione è stata ritenuta inattendibile. Chico Forti non è stato visto da nessuno nei pressi della spiaggia dove venne ucciso Dale Pike. Sul reggiseno di Meredith sono state trovate tracce di dna riferibili a Sollecito, ma per la difesa c’era stata una contaminazione. Sul luogo del delitto a Miami venne trovato un guanto dell’assassino: il dna repertato al suo interno non era di Chico Forti: visto che non poteva essere lui l’assassino, per l’accusa l’italiano divenne a questo punto il mandante. Gli indizi raccolti dalla Scientifica nel delitto Meredith sono stati demoliti dalle difese a colpi di consulenze. Nessuna evidenza scientifica è stata mai raccolta a carico di Chico, salvo delle tracce di sabbia magicamente comparse a mesi di distanza sul gancio di traino della sua auto. Amanda Knox e Sollecito dopo essere stati condannati in primo grado con una sentenza lungamente motivata hanno avuto il diritto (nel nostro ordinamento lo ha anche un ladro di biciclette) ad un processo d’appello (e poi ci sarà la Cassazione) in cui tutte le prove sono state rivalutate e l’istruttoria riaperta. Chico invece è stato condannato senza uno straccio di motivazione, mentre l’appello se lo sogna di notte. Amanda è stata difesa da un agguerrito e costosissimo collegio difensivo. L’avvocato di Chico Forti, si è scoperto solo in seguito, lavorava anche per la procura di Miami ed era dunque incompatibile.
Chico Forti si è sottoposto alla macchina della verità: per il poligrafo è innocente, ma il risultato non valeva in giudizio. Amanda si è sempre proclamata innocente, ma nessun l’ha mai sottoposta allo stesso marchingegno. L’incubo di Amanda è durato 1.448 giorni; quello di Chico prosegue da 4380. Per la bella Amanda, incarcerata ingiustamente dagli italiani, si è mobilitato un intero Paese: la copertura mediatica è stata pari a quella per la morte del Papa, gli americani hanno minacciato di boicottare i nostri prodotti, i fan hanno tifato in diretta come al Super bowl, il segretario di Stato Hillary Clinton ha seguito personalmente il caso. Mancava solo che mandassero contro il Tribunale di Perugia i «berretti verdi». Solo lo zio Gianni, gli amici, il popolo di Facebook e qualche sterile interrogazione parlamentare, hanno evitato che su Chico calasse l’oblio. Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini ha scelto, come fa spesso, il basso profilo per non urtare Washington. Per il futuro speriamo in un sussulto di attivismo. Lunedì sera dopo l’assoluzione di Amanda e Raffaele la folla a Perugia urlava «Vergogna! Vergogna!». Sbagliavano. La vera vergogna si consuma, tutti i giorni da 12 anni, nella più grande democrazia del mondo, dove un uomo sconta una condanna all’ergastolo senza lo straccio di una prova.

Fonte: ladige.it

[Il caso Forti: ombre e dubbi di un processo surreale]

Il delitto di Perugia in America

Mi è stato chiesto come si sarebbe svolto il processo di Perugia se i fatti fossero accaduti in America.
Provo a rispondere facendo due ipotesi e inizio togliendo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic labs: ribadendo che gli americani farebbero meglio a guardare in casa loro, dove una quantità di laboratori di polizia sono stati investiti da furiose polemiche e inchieste che hanno riempito le pagine dei giornali. Mi limito a ricordare che il laboratorio dello Houston Police Department è stato chiuso d’autorità. Fra le molte ragioni quella che ci pioveva dentro, come del resto pioveva in quello di Dallas. In quelle due contee hanno avuto fatto più del 10% delle esecuzioni americane e lo stato della scienza forense texana (vedi il caso di Cameron Todd Willingham) è così penoso da avere indotto il Parlamento del Texas a istituire una commissione d’inchiesta.
Tornando a Perugia iniziamo notando che il sistema giudiziario americano è completamente diverso dal nostro (come lo è dagli altri sistemi di common law) ed è basato sull’assoluta libertà d’azione di cui dispone il District Attorney. E’ il Procuratore che decide chi incriminare e per quali reati ed è sempre il DA che decide se patteggiare e in che termini. Questa incondizionata autonomia consente una pressione enorme sugli accusati e produce una totale arbitrarietà nell’imposizione della pena.
La Procura ha il completo controllo della situazione e decide se chiedere o meno la pena di morte (magari dopo essersi consultata con la famiglia della vittima) o se utilizzarne la minaccia per ottenere un patteggiamento. In Europa lo chiamiamo torturare la gente, ma in America accade spesso che le cose vadano così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice: – Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a proclamarti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo – Voi cosa fareste?”
Questo immenso potere consente di patteggiare il 70% delle condanne per omicidio e il 96% di quelle per i felonies (crimini che prevedono una pena superiore all’anno). In definitiva il processo americano è una specie in via d’estinzione, visto che 15 milioni di arresti si riducono a 100.000 processi.
Nei casi di omicidio con più complici la funzione del Procuratore è stata paragonata a quella di un regista che assegna le parti in una recita teatrale. Il paragone è calzante, non tanto perché è lui che decide tutto, quanto perché gli americani spezzettano il processo in tanti procedimenti quanti sono gli imputati, ognuno dei quali avrà il suo dibattimento. In ognuno di questi la Procura si sente libera di presentare alle giurie una versione dei fatti completamente diversa dalle altre, come di costringere un imputato, in cambio del patteggiamento, a fornire la testimonianza adatta alla sua parte. (I casi paradigmatici sono quelli di Jesse DeWayne Jacobs e di Napoleon Beazley)
Questa recita è allestita a beneficio di un pubblico esiguo ma scelto: i dodici giurati, le loro fobie e pregiudizi: con il vantaggio che il loro gradimento non deve essere motivato, perché essi non devono spiegare le ragioni per cui accettano le tesi di una parte e non quelle dell’altra. I giurati decidono all’unanimità se l’imputato è colpevole o non colpevole del reato ascrittogli, ma non spiegano il ragionamento che li porta a tale conclusione.
Nel processo americano (in cui non c’è la parte civile) vince chi inizia con gli opening statements più facilmente comprensibili e conclude con le arringhe (closing arguments) che raccontano una storia semplice da capire e ricordare. Quello che convince una giuria non è la solidità delle prove, ma la coerenza del racconto. Se la storia che le viene esposta funziona sotto l’aspetto narrativo è difficile che la giuria vada poi a vedere se ci sono prove sufficienti della colpevolezza dell’imputato. Solo così si spiegano tante condanne a morte o alla prigione: la giuria ha gradito di più il racconto che le ha fatto l’Accusa.
Più che un processo un premio letterario.
In America, i tre di Perugia, sarebbero passibili di pena capitale, ma ben difficilmente questa sarebbe chiesta per tutti e gli scenari possibili erano almeno due.
Nella prima sceneggiatura, che chiameremo “Impicca il negro”, la parte principale è assegnata all’imputato di colore, per il quale si chiede la pena di morte. Al ragazzo bianco sarà invece data la parte del complice pentito che, in cambio di una condanna all’ergastolo, fornisce alla giuria una versione concordata con l’Accusa. La ragazza bianca, in questa versione della recita, se la caverebbe con poco o nulla; l’importante è che si atteggi a vittima delle circostanze.
La seconda sceneggiatura è ben più intrigante e originale della prima e ha per titolo “Morte alla strega”. In essa la parte principale è assegnata alla ragazza (che i tabloid inglesi chiamano Foxy Knoxy), mentre i due maschi reciteranno quella dei poveri coglioni irretiti dalla dark lady. La bionda dallo sguardo di ghiaccio sarà dipinta come una perversa mangiatrice di uomini che, nel suo delirio di onnipotenza, non si ferma davanti a nulla. Una sadica pervertita che merita la morte.
Queste sono ovviamente le mie fantasie di studioso, ma occorre tenere presente che la realtà supera sempre la fantasia. Non per nulla a Washington (lo Stato di Amanda Knox) un serial killer ha patteggiato 48 omicidi.
Ricordo infine che in America l’appello non è un diritto previsto dalla Costituzione e che i nostri ragazzotti, non essendo stati condannati a morte, non avrebbero nemmeno goduto del beneficio della revisione formale del verbale del processo da parte della locale Corte Suprema.
Claudio Giusti

P.S.
Credo sia doveroso ricordare che, al contrario di quanto affermato da una rumorosa propaganda pseudo-garantista, giudici e procuratori americani sono assolutamente immuni da cause civili prodotte dalle decisioni prese nell’esercizio delle loro funzioni. Possono essere perseguiti per via amministrativa e penale, ma NON possono essere citati in un giudizio civile.

[Dello stesso autore: American gulag 2011]