Ecco la nostra proposta di legge per l’Italiano: sostienila

Quasi un anno è trascorso dal lancio della nostra petizione rivolta al Presidente Mattarella. Un anno lungo e complicato per tutti, durante il quale però noi non abbiamo mai smesso di lavorare per sensibilizzare il più ampio pubblico possibile – così come la classe politica italiana – sul tema della lingua, della sua tutela come bene comune e del suo potenziale come strumento di sviluppo economico.

In questo ultimo mese l’attenzione si è riaccesa sul tema dell’eccesso di anglicismi in Italiano, grazie a una battuta del nuovo Presidente del Consiglio Draghi, che in diretta si è chiesto “chissà come mai dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

Abbiamo dunque deciso di cogliere questo momento, che è arrivato quasi in coincidenza con il Dantedì, giorno che celebra uno dei padri della lingua italiana, per fare un ulteriore passo. Alcuni nostri Attivisti, guidati da Antonio Zoppetti, hanno scritto una proposta di legge organica per la tutela dell’Italiano, che tocca non solo il tema degli anglicismi e della necessità di non abusarne, ma anche altri punti, dal rilancio dell’Italiano nella scienza e nell’alta formazione, fino al suo ruolo nelle istituzioni europee e come strumento di promozione internazionale.

La proposta di legge “dal basso”, come prevede la Costituzione italiana all’articolo 50, è stata depositata ai due rami del Parlamento il 22 marzo 2021 e il 24 marzo il Senato l’ha recepita, assegnandola alla Commissione VII (Istruzione pubblica, beni culturali).
A QUESTO PUNTO OCCORRE IL VOSTRO AIUTO!

L’assegnazione non significa che la proposta verrà discussa. Potrebbe essere archiviata. Per fare in modo che proceda nel suo iter, il consenso dei cittadini gioca un ruolo fondamentale.

Allora vi chiediamo di leggere e sottoscrivere la nostra proposta alla seguente pagina e poi di diffonderla per raccogliere quante più firme possibile.

Il vostro aiuto è ancora una volta fondamentale.

Grazie!

Attivisti dell’italiano

La lingua dell’imperialismo statunitense

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“In tutta la prima metà del Novecento, la lingua straniera più conosciuta nell’Europa continentale era il francese. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, “solo nel 1918 vennero istituite cattedre universitarie di inglese ed alla stessa data risale la fondazione dell’Istituto britannico di Firenze, che, con la sua biblioteca e i suoi corsi linguistici, divenne ben presto il centro più importante di diffusione appunto della lingua inglese a livello universitario”. Alla Conferenza di pace dell’anno successivo gli Stati Uniti, che si erano ormai introdotti nello spazio europeo, imposero per la prima volta l’inglese – accanto al francese – quale lingua diplomatica. Ma a determinare il decisivo sorpasso del francese da parte dell’inglese fu l’esito della seconda guerra mondiale, che comportò la penetrazione della “cultura” angloamericana in tutta l’Europa occidentale. Dell’importanza rivestita dal fattore linguistico in una strategia di dominio politico non era d’altronde inconsapevole lo stesso Sir Winston Churchill, che il 6 settembre 1943 dichiarò esplicitamente: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gl’imperi del futuro sono quelli della mente”. Con la caduta dell’Unione Sovietica, nell’Europa centro-orientale “liberata” l’inglese non solo ha scalzato il russo, ma ha anche soppiantato in larga misura il tedesco, il francese e l’italiano, che prima vi avevano un’ampia circolazione. D’altronde, l’egemonia dell’inglese nella comunicazione internazionale si è ulteriormente consolidata nella fase più intensa della globalizzazione.
Così i teorici angloamericani del mondo globalizzato hanno potuto elaborare, basandosi sul peso geopolitico esercitato dalla lingua inglese, il concetto di “Anglosfera”, definito dal giornalista Andrew Sullivan come “l’idea di un gruppo di paesi in espansione che condividono principi fondamentali: l’individualismo, la supremazia della legge, il rispetto dei contratti e degli accordi e il riconoscimento della libertà come valore politico e culturale primario”.
(…)
È vero che l’importanza di una lingua dipende – spesso ma non sempre – dalla potenza politica, militare ed economica del paese che la parla; è vero che sono le sconfitte geopolitiche a comportare quelle linguistiche; è vero che “l’inglese avanza a detrimento del francese perché gli Stati Uniti attualmente restano più potenti di quanto non lo siano i paesi europei, i quali accettano che sia consacrata come lingua internazionale una lingua che non appartiene a nessun paese dell’Europa continentale”. Tuttavia esiste anche una verità complementare: la diffusione internazionale di una lingua, contribuendo ad aumentare il prestigio del paese corrispondente, ne aumenta l’influenza culturale ed eventualmente quella politica (un concetto, questo, che pochi riescono ad esprimere senza fare ricorso all’anglicismo soft power); a maggior ragione, il predominio di una lingua nella comunicazione internazionale conferisce un potere egemone al più potente fra i paesi che la parlano come lingua madre.
Per quanto concerne l’attuale diffusione dell’inglese, “lingua della rete, della diplomazia, della guerra, delle transazioni finanziarie e dell’innovazione tecnologica, non vi è dubbio: questo stato di cose regala ai popoli di lingua inglese un incomparabile vantaggio e a tutti gli altri un considerevole svantaggio”. Come spiega meno diplomaticamente il generale von Lohausen, il vantaggio che gli Stati Uniti hanno ricavato dall’anglofonia “è stato uguale per i loro commercianti e per i loro tecnici, per i loro scienziati e i loro scrittori, i loro uomini politici e i loro diplomatici. Più l’inglese è parlato nel mondo, più l’America può avvantaggiarsi della forza creativa straniera, attirando a sé, senza incontrare ostacoli, le idee, gli scritti, le invenzioni altrui. Coloro la cui lingua materna è universale, posseggono un’evidente superiorità. Il finanziamento accordato all’espansione di questa lingua ritorna centuplicato alla sua fonte”.”

Da La geopolitica delle lingue, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXXI (3-2013).

Succubò succubì succubà succubè!

“L’ultimo vezzo linguistico che mi è capitato di leggere e ascoltare è il termine “location” al posto di “luogo” o “posto”.
Si tratta di una tra le tante parole facenti parte dell’infinita serie di anglicismi entrati prepotentemente e del tutto inutilmente nel linguaggio quotidiano italiano parlato e scritto, spesso anche in maniera inappropriata rispetto allo stesso significato inglese originario. Si tratta di un fenomeno massiccio in rapida espansione che investe l’intero spettro del lessico quotidiano e, non solo, come è comprensibile che sia, il linguaggio specialistico relativo a discipline (ad esempio informatiche) elaborate in origine nel mondo anglosassone.
La questione non va impostata in termini di purismo linguistico, poiché è chiaro che le lingue nascono e si evolvono sulla base di continue contaminazioni graduali sia interne a sé stesse sia esterne. Ciò è un bene! Ed è altrettanto chiaro che le contaminazioni saranno più spesso provenienti da lingue parlate da nazioni egemoni sul piano geopolitico. Questo non è un bene, ma è qualcosa che comunque entro certi limiti può essere solo parzialmente frenato e contrastato, se non se ne contrasta l’origine.
Quando però una serie interminabile di parole straniere (tanto più di un’unica lingua straniera) entra in tempi estremamente rapidi nel linguaggio comune delle persone sostituendo di sana pianta parole di uso quotidiano perfettamente calzanti, assumendo toni persino grotteschi e ridicoli, allora il fenomeno assume toni diversi e deve essere indagato in termini socio-politici.”

Anglicismi e impazzimento linguistico: l’immagine di una cultura decaduta. Una lettura politica fuori dai purismi, di Lorenzo Dorato continua qui.

[Italiano mio benché]