L’impero americano implode sia in casa che all’estero

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John Wight per rt.com

Le crisi ed il caos che stanno ingolfando il Medio Oriente e l’Ucraina sono una prova del declino imperiale statunitense, mentre Washington impara la dura lezione che nessun impero dura per sempre.
Subito dopo la Guerra del Vietnam – la cui fine era stata accompagnata dal filmato in cui il personale USA e alcuni collaboratori vietnamiti venivano evacuati dal tetto dell’ambasciata statunitense a Saigon nel 1975 – gli Stati Uniti sono entrati in un lungo periodo di declino e incertezza ogniqualvolta fosse necessario intraprendere operazioni militari di rilievo.
Nonostante tutta la potenza distruttrice presente nei sui arsenali, i Vietnamiti hanno fatto apparire l’imperialismo americano come un gigante dai piedi di argilla. Il nome dato a questo periodo di ritirata in termini di “hard power” è stato “la sindrome del Vietnam” ed è durato dal 1975 al 1991, momento in cui gli Stati Uniti assieme ad una coalizione internazionale si sono avventurati nella Prima Guerra del Golfo per cacciare le truppe irachene dal Kuwait.
Stiamo testimoniando a un periodo simile di declino imperiale statunitense, per quanto riguarda l’incapacità di Washington di intraprendere operazioni militari di larga scala. Tutto ciò deriva dalle occupazioni fallite dell’Irak e dell’Afghanistan, le quali non hanno portato a null’altro che a uno scatenarsi del terrorismo e dell’estremismo nella regione e quindi, per estensione, nel mondo intero.
Le grandi risorse impiegate hanno ulteriormente messo in difficoltà la potenza imperiale di Washington, mentre la frammentazione della coesione sociale negli Stati Uniti stessi – testimoniata dai trattamenti brutali riservati ai poveri, agli immigrati e ai neri – raccontano di una società che è vicina all’implosione. A tal proposito i riferimenti agli anni ‘60 e ’70 sono chiari. Continua a leggere

La criminalizzazione della democrazia in uno Stato vassallo saudita

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Catherine Shakdam per rt.com

Il 16 giugno, lo sceicco Ali Salman, un esponente di primo piano dell’opposizione alla monarchia del Bahrein dominata dai Sauditi, è stato condannato a quattro anni di carcere. La sua condanna rischia di trasformare la rivoluzione “silenziosa” del Bahrein in un’ondata torrentizia, rimodellando la regione per sempre.
Fidel Castro ha detto una volta, “Una rivoluzione è una lotta all’ultimo sangue tra il futuro e il passato.” Queste parole non potevano suonare più vere in Bahrein, dove dal 2011 un intero popolo sta lottando contro il bisecolare dominio della monarchia degli Al Khalifa, deciso a reclamare ciò che percepisce come i suoi più elementari diritti, inalienabili e caratteristici – l’autodeterminazione politica.
Messi nel tritacarne mediatico dalle potenze occidentali per il bene della correttezza politica e degli interessi geopolitici, gli eventi in Bahrein sono raramente stati tra i titoli dei media mainstream. Questo ha permesso al regime di reprimere l’opposizione a suo piacimento. Ha tenuto ferma la convinzione che le sue azioni, per quanto riprovevoli ed illegali, sarebbero rimaste velate, protetto il suo sistema e la sua eredità conservata.
E mentre è apparso, per un momento almeno, che il “piccolo uomo” non avesse speranza davanti alla forza dei poteri che siano, l’arresto e la successiva condanna di un uomo, lo sceicco Ali Salman, il capo della Società Islamica Nazionale Al Wefaq, potrebbe presto rivelarsi una offesa di troppo. Continua a leggere

L’ISIS contro lo Yemen

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Quattro bombe dell’ISIS contro le moschee di Sana’a

A poche ore dall’inizio del mese sacro di Rama­dan, ieri sera 4 auto­bomba hanno vio­lato di nuovo la capi­tale yeme­nita Sana’a. Almeno 31 i morti, secondo il bilan­cio a pochi minuti dall’attacco, desti­nato a salire. Kami­kaze hanno cen­trato tre moschee e il quar­tier gene­rale del movi­mento sciita Hou­thi, che da set­tem­bre ha occu­pato la capitale.
«Quat­tro auto­bomba hanno col­pito l’ufficio poli­tico di Ansa­rul­lah [il par­tito Hou­thi] e le moschee di Hashush, Kibsi e Qubat al-Khadra», ha detto un fun­zio­na­rio Hou­thi. In tarda serata è giunta la riven­di­ca­zione online di soste­ni­tori dell’ISIS che attri­bui­scono l’attacco allo Stato Isla­mico. Già prima gli Hou­thi ave­vano pun­tato il dito con­tro l’ISIS, respon­sa­bile del deva­stante attacco con­tro una moschea di Sana’a che il 20 marzo uccise quasi 150 per­sone: quel giorno il califfo mostrava di avere cel­lule attive nel paese dove ad avere il mono­po­lio dell’estremismo è al Qaeda.
Poche ore prima gli Hou­thi ave­vano fatto sal­tare in aria la casa del lea­der gover­na­tivo Abdel Aziz Jubari, impe­gnato a Gine­vra al nego­ziato ONU. Perché, men­tre lo Yemen esplode per la guerra civile e le bombe sau­dite, in Sviz­zera va in scena il silen­zio: le parti non si par­lano. Gli Hou­thi, che hanno pro­po­sto una tre­gua accet­tata dal governo uffi­ciale, rifiu­tano di discu­tere con il pre­si­dente Hadi «per­ché ille­git­timo» e chie­dono il nego­ziato diretto con l’Arabia Sau­dita, la mano che muove i fili della crisi. Hadi risponde insi­stendo con la sua pre­con­di­zione: il ritiro degli sciiti dai ter­ri­tori occupati.
Così muore il ces­sate il fuoco ane­lato da Ban Ki-moon per dare respiro alla popo­la­zione nei primi giorni di Ramadan.
Chiara Cruciati

Fonte

Sono stato testimone di un crimine contro l’umanità!

Un messaggio di Caleb Maupin dal porto di Gibuti

Dal porto di Gibuti in Nord Africa, è con grande tristezza e bruciante indignazione che annuncio che il viaggio della nave di salvataggio Iran Shahed si è concluso. Non raggiungeremo la nostra destinazione al porto di Hodiedah in Yemen per consegnare aiuti umanitari.
La conclusione senza successo della nostra missione è il risultato di una sola cosa: il terrorismo saudita appoggiato dagli Stati Uniti.
Ieri [23 maggio 2015 – ndr], come il nostro arrivo apparve imminente, le forze saudite hanno bombardato il porto di Hodiedah. Essi non hanno bombardato il porto solo una volta, o anche due. Le forze saudite hanno bombardato il porto di Hodiedah un totale di otto volte in un solo giorno!
Il numero totale di innocenti lavoratori portuali, marinai, scaricatori di porto, e passanti uccisi da questi otto attacchi aerei è ancora da calcolare.
Inoltre, i rivoluzionari yemeniti hanno arrestato 15 persone ieri, che facevano parte di un complotto per attaccare la nostra nave. Il piano era quello di attaccare l’Iran Shahed al nostro arrivo, e uccidere tutti a bordo, me compreso.
Con le sue tante minacce e azioni criminali, il regime saudita stava mandando un messaggio alla squadra di medici, tecnici medici, anestesisti, e altri volontari della Mezzaluna Rossa a bordo della nave. Il messaggio era: “Se tentate di aiutare i bambini affamati dello Yemen noi vi uccideremo”.
Queste azioni, progettate per terrorizzare e intimidire coloro che cercano di portare aiuti umanitari, sono una chiara violazione del diritto internazionale. Posso dire, senza alcuna esitazione, che ho assistito a un crimine contro l’umanità.
Nel contesto delle estreme minacce saudite, dopo lunghi negoziati che hanno avuto luogo tutto il giorno a Teheran, è stato stabilito che la Società della Mezzaluna Rossa non può completare questa missione. Le 2.500 tonnellate di forniture mediche, cibo e acqua vengono scaricati, e consegnati al Programma Alimentare Mondiale, che ha accettato di distribuirle per nostro conto entro il 5 giugno.

Gibuti e l’imperialismo statunitense
Qui a Gibuti, posso vedere chiaramente ciò contro cui i popoli di Yemen e Iran hanno combattuto per così tanto tempo. A differenza di Teheran, qui a Gibuti vedo masse di gente disperata che soffre la fame. Impoveriti Africani, alla disperata ricerca di una giornata di lavoro, sono allineati al di fuori del porto. Essi sono insieme a profughi yemeniti che sono fuggiti dai combattimenti, e hanno attraversato il mare. I profughi yemeniti vivono in tendopoli.
C’è una enorme base militare americana qui a Gibuti, e questo piccolo Paese di soli 3 milioni di persone è ben sotto il controllo del neo-liberismo occidentale. Questo Paese è stato fondamentalmente scolpito sulle mappe del mondo dagli imperialisti. Mentre i saccheggiatori europei si spartivano il continente africano, hanno creato questo piccolo Paese in modo che basi navali possano essere comodamente collocate in una posizione strategica.
Gli imperialisti hanno falsamente disegnato i confini del continente africano nello stesso modo in cui hanno diviso i popoli arabi e i popoli dell’America Latina. Le mappe sono state disegnate per servire i colonizzatori, e determinare chi abbia il diritto di rubare e sottomettere la popolazione di ogni regione specifica.
Le condizioni di vita che vedo qui a Gibuti sono terribili rispetto all’Iran. L’Iran ha rotto le catene dell’imperialismo, e si sta sviluppando in modo indipendente. In Iran, ho visto poche persone mendicare un lavoro, e le poche che ho visto sono rifugiati provenienti dall’Afghanistan.
Dal momento dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, la Repubblica Islamica ha aperto le porte a 3 milioni di rifugiati, e la maggior parte di loro sono costantemente impiegati. Le risorse petrolifere dell’Iran sono nelle mani di un governo nato da una massiccia rivoluzione popolare. I ricavi del petrolio sono stati utilizzati per creare un vasto apparato di programmi sociali.
Uno dei volontari della Mezzaluna Rossa mi ha detto: “Il governo iraniano ha un dipartimento per fare in modo che nel nostro Paese tutti quelli che vogliono lavorare, possano farlo”. Alle madri iraniane viene dato un sussidio garantito per ciascuno dei loro figli. L’istruzione nelle università iraniane è assolutamente gratuita, e il Ministero della Sanità offre assistenza medica gratuita a tutti nel Paese.
Rispetto ai milioni di lavoratori stranieri schiavizzati in ​​Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, o la gente immiserita in tutto il continente africano, anche gli Iraniani più poveri sono molto, molto ricchi. Rompendo con il neoliberismo, l’Iran è stato in grado di garantire a tutti i suoi cittadini una grande quantità di sicurezza economica.
Il Leader Supremo della Rivoluzione Islamica ha denunciato a gran voce il sistema del capitalismo, e ha detto che i principi religiosi e la compassione per i bisognosi, dovrebbero sempre avere la priorità rispetto ai profitti e alla finanza.

“Stare con gli oppressi”
Se le forze della resistenza hanno successo nella loro lotta contro l’attacco saudita, lo Yemen si unirà presto all’Iran nel diventare un Paese indipendente. Il logo dell’organizzazione Ansarullah mostra una mano che tiene un fucile per rappresentare la resistenza armata. Perpendicolare al fucile sul logo Ansarullah è uno stelo di grano, a rappresentare lo “sviluppo economico”.
Non è un segreto che lo Yemen ha vaste risorse petrolifere, non sfruttate. Se le forze di resistenza sono vittoriose, possono valersi di queste risorse, e iniziare a utilizzarle per costruire la società yemenita. Lo Yemen può quindi cominciare a fare ciò che il popolo del Venezuela ha fatto, e trasformare il Paese con il controllo pubblico delle risorse naturali.
Il gruppo religioso che guida Ansarullah, gli Zaidi, ha uno slogan. Dicono: “Un vero Imam è un Imam che combatte”.
Essi oppongono le loro credenze religiose a quelle dei Wahabiti che guidano l’Arabia Saudita. I leader religiosi sauditi affermano che i musulmani devono evitare la ribellione e la protesta perché ciò porta a instabilità e caos. Essi sottolineano l’obbedienza al governo e alle figure autorevoli.
Gli Zaidi, che guidano Ansurrullah e sono al centro dell’attuale rivoluzione yemenita, sottolineano che un capo religioso non sta veramente facendo il lavoro di Dio, a meno che non prenda una spada o una pistola e “combatta per gli oppressi”.
Mentre mi preparo a tornare a Teheran sono diventato ancora più convinto della necessità di rovesciare il sistema del capitalismo monopolistico occidentale. Sto rafforzandomi nella convinzione che ci deve essere un’alleanza globale di tutte le forze che si oppongono all’imperialismo. Che si tratti di marxisti-leninisti, bolivariani, anarchici, sciiti, sunniti, cristiani, o nazionalisti russi, tutte le forze che si oppongono alla continua dominazione sul pianeta dei banchieri di Wall Street devono fermamente stare insieme.
Il popolo dello Yemen, come le forze della resistenza in tante altre parti del mondo, si è rifiutato di arrendersi. Come si trovano ad affrontare un attacco terribile con le bombe saudite di fabbricazione USA, mi auguro che la notizia della nostra pacifica, missione umanitaria li abbia raggiunti. Spero che siano consapevoli del fatto che nella loro lotta contro il re saudita, i banchieri di Wall Street, e tutte le grandi forze del male, essi non sono soli. Ci sono milioni di persone in tutto il pianeta che stanno dalla loro parte.
L’imperialismo è condannato, e l’intera umanità dovrà presto essere libera!

Fonte – traduzione di F. Roberti.
Nel video che accompagna questo articolo, alcune interviste con i componenti del convoglio umanitario, realizzate da Jonathan Moadab di Agence Info Libre prima della partenza dall’Iran.

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L’Arabia Saudita mette l’Algeria su una lista nera di Paesi «poco impegnati» nella lotta contro il terrorismo

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L’informazione può sembrare tratta da un film di fantascienza, tanto è impensabile vedere una monarchia, il cui solo nome evoca l’estremismo e il terrorismo, mettere fuori legge un Paese, l’Algeria, che ne è stato la prima vittima e il cui tributo pagato per combattere le orde organizzate dagli sponsor wahabiti è stato molto pesante. Dunque, l’informazione è ufficiale. Il Ministero degli Esteri saudita ha appena incaricato le autorità competenti del Paese (i ministeri dell’Industria e del Commercio e il Consiglio della valuta saudita), chiedendo loro di dar prova di «maggior vigilanza» nelle transazioni finanziarie con undici Paesi, fra cui l’Algeria, al fine di «contrastare i rischi di coinvolgimento in casi di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo». L’informazione è riportata dal giornale saudita Mekka, nella sua edizione di domenica 17 maggio. Il governo saudita accusa questi paesi (Algeria, Ecuador, Etiopia, Indonesia, Myanmar, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen) di «non rispettare gli impegni assunti nel quadro del Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (Gafi). Il rapporto cita anche l’Iran e la Corea del Nord nella sua lista di Paesi «che rifiutano ogni forma di cooperazione» nella lotta contro questi due flagelli. Nella sua direttiva alle istituzioni interessate, il Ministero degli Affari Esteri saudita elenca otto misure da «applicare rigorosamente» nelle loro relazioni finanziarie con gli undici Paesi citati. Prima di queste misure, «l’applicazione di condizioni più rigorose nell’identificazione dei clienti, al fine di conoscere l’identità del vero beneficiario prima di qualsiasi transazione con le persone fisiche o giuridiche nei Paesi che presentano una debolezza nei loro dispositivi o che non applicano le raccomandazioni del Gafi contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo». A questo proposito, il ministero raccomanda anche di «rispettare scrupolosamente le note di avvertimento stabilite dal Gafi e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o della commissione incaricata dell’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in materia». Altra misura notificata dalle autorità saudite, «fornire un aggiornamento istantaneo delle condizioni enunciate nel quadro della lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, e prendere le misure preventive necessarie per una migliore sicurezza di tutte le transazioni effettuate con le parti attinenti ai Paesi in questione». La nota chiede anche di «assicurarsi che tutte le transazioni commerciali stabilite con le parti relative ai Paesi oggetto dei bollettini di avvertimento siano a fini economici e chiaramente legali» e di «identificare i veri beneficiari». Ultime misure, infine, «consultare i siti web delle organizzazioni individuate in maniera regolare e periodica, cercare altre fonti d’informazione affidabili e prendere le misure adeguate a seguito di quanto vi è diffuso». Il rapporto indica, inoltre, che questo nuovo dispositivo sarà trasmesso al segretariato del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’Arabia Saudita aveva impedito a un aereo di Air Algérie di atterrare a Sana’a per il rimpatrio di cittadini algerini e nordafricani dallo Yemen. Un’informazione confermata dal pilota della compagnia aerea nazionale, ma smentita dal nostro Ministero degli Affari Esteri. Questo nuovo episodio – che i nostri leader si affretteranno probabilmente a smentire ancora una volta – è una chiara indicazione che i Paesi del Golfo classificano l’Algeria come un Paese «recalcitrante» da «sorvegliare attentamente», per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare contro gli Houthi. Prova ne è che Stati arabi come il Marocco e la Giordania non sono interessati dalla lista nera di Riyadh che ha come chiari obiettivi regimi non monarchici. Ma su questo ci torneremo.
R. Mahmoudi

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Una bomba saudita sul divano di casa?

Civili yemeniti miracolati da una bomba inesplosa caduta sulla loro abitazione

Dozzine di residenti nella capitale dello Yemen hanno evitato probabili ferite o conseguenze ben peggiori dopo che una bomba, che si pensa sia stata lanciata dalla coalizione a guida saudita, è caduta in una zona residenziale senza esplodere. Un testimone ha raccontato a RT che l’azione mirava ad un’area abitata esclusivamente da civili.
Appena un giorno dopo che il “cessate-il-fuoco umanitario” era terminato in Yemen, gli abitanti di una zona densamente popolata al centro di Sana’a sono scampati fortunosamente alla morte dopo che una bomba di un metro e mezzo ha distrutto il soffitto di un appartamento, devastando le mura ed il mobilio.
I residenti terrorizzati sono accorsi presso l’abitazione per esaminare la scena dopo essersi accertati della mancata detonazione. Foto surreali sono state postate dai testimoni su Twitter, con la bomba ferma su ciò che sembra essere un divano.
RT ha contattato un testimone, Hussein Al-Bukhiti, che racconta che la bomba è stata sganciata su di un palazzo vicino a dove vive e che al momento era pieno di persone.
“E’ una zona completamente civile, non ci sono edifici militari, o postazioni anti-aereo”, sottolinea Al-Bukhiti, aggiungendo che se la bomba fosse scoppiata ci sarebbero state “centinaia” di vittime, principalmente donne e bambini.
Non esistono rifugi anti-bombardamento, quindi l’unico posto in cui i civili yemeniti possono cercare protezione durante i raid aerei sono le proprie case, dice Al-Bukhiti.
L’incidente ha avuto luogo durante le prolungate incursioni aeree contro i ribelli sciiti Houthi, lanciate dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati in Yemen, e la popolazione locale ne ha considerato responsabile la coalizione.
Secondo Al-Bukhiti, “l’aggressione saudita sta colpendo tutta la nazione, nonostante il Paese sia popolato da 25 millioni di persone… dall’alto numero di morti si capisce che stanno attaccando qualsiasi cosa in Yemen”. Egli poi descrive gli incessanti attacchi che hanno colpito Sana’a “ogni giorno se non ogni ora” dal 26 marzo, ad eccezione del recente periodo di 5 giorni di cessate-il-fuoco.
Comunque egli aggiunge che la coalizione non ha rispettato il cessate-il-fuoco altrove, con la parte settentrionale della provincia di Saada, una roccaforte Houthi, quotidianamente sotto attacco.
Il testimone ha accusato la coalizione a guida saudita per crimini di guerra: “L’unica cosa che loro hanno fatto a Sadah, capitale della provincia di Saada, è stata quella di lanciare dei volantini in cui si chiedeva a tutta la popolazione della provincia di lasciare l’intera zona perché essa sarebbe stata dichiarata obiettivo militare e ogni luogo sarebbe stato bombardato. Questo è un crimine contro l’umanità perché come puoi tu chiedere ad un milione di persone di partire dopo un blocco di due mesi, senza che la gente abbia benzina per l’uso delle proprie auto, con tutti i ponti e le strade del Paese che sono stati distrutti. Non c’è modo per molta gente di andare via o di rifugiarsi, perché ogni area è stata colpita.”
Gli attacchi sono ricominciati nonostante una richiesta delle Nazioni Unite di estendere la tregua per permettere la consegna di cibo, benzina e medicine alle regioni devastate dello Yemen. Centinaia di persone sono fuggite dalle zone più colpite di Sana’a, mentre gli aerei della coalizione colpivano ripetutamente i depositi e le postazioni militari tenute dai ribelli. Gli attacchi hanno anche colpito la città meridionale di Aden, dove le forze leali al presidente rimosso Abd-Rabbu Mansour Hadi hanno combattuto con gli Houthi e le forze leali all’ex uomo forte Ali Abdullah Saleh.
Secondo l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite UNHCR, in un bilancio che data il 15 maggio, 1.849 persone sono state uccise e 7.394 ferite.
Con l’Arabia Saudita che addestra i combattenti anti-Houthi al confine yemenita, nonostante le trattative con l’ONU e la promessa di un impegno a trovare una soluzione diplomatica alla crisi, i cittadini di Sana’a temono che il peggiore degli scenari, con battaglie in strada e la completa devastazione, stia per arrivare.
“Presto Sana’a sarà come Aden e Taiz… C’è stata una grande preparazione già da prima del cessate-il-fuoco e credo che adesso ci sarà una grande battaglia”, un membro di una tribù della provincia centrale di Ibb ha detto al Financial Times.
I rapporti informativi dicono che un capo militare sunnita, il General Maggiore Ali Mohsen Al-Ahmar, sia diventato una figura di spicco nelle forze anti-Houthi finanziate dai Sauditi. Si pensa che Al-Ahmar, ritenuto un’islamista, sia uno degli orchestratori nella pianificazione della campagna militare in Yemen, sollevando preoccupazioni a riguardo del fatto che gli Islamisti possano prendere il potere nella nazione del Golfo se l’operazione di terra contro gli Houthi avesse succcesso.

Fonte – traduzione di M. Janigro

Air Algérie nello Yemen: l’operazione di salvataggio che si è quasi trasformata in tragedia

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La tensione è al suo apice tra l’Arabia Saudita e l’Algeria. Anche se nessuna dichiarazione ufficiale è giunta a confermarlo, molti segnali, a volte palesi, tradiscono la segretezza che circonda questo conflitto latente.

Prima, 250 algerini bloccati a Gedda a partire da venerdì mentre è in corso il rimpatrio, poi il divieto agli equipaggi di Air Algérie di scendere dal loro aereo e passare la notte a Gedda e, infine, la chiusura dello spazio aereo saudita agli aerei battenti bandiera algerina, sia civili che militari.
Ora gli aerei di Air Algérie dovranno bypassare l’Arabia Saudita per raggiungere Dubai e quindi allungare le distanze, aumentare il consumo di carburante e attraversare delle zone pericolose.
Il motivo di questo picco di rabbia di Riyad è l’audace operazione di espatrio, in piena guerra aerea, di oltre 200 cittadini maghrebini, tra cui 160 algerini, che si è conclusa sabato [4 Aprile u.s. – ndc] sulla pista dell’aeroporto di Algeri Houari Boumediene.

L’unità di crisi
Tutto ha inizio quando comincia l’offensiva aerea “Tempesta Decisiva”, lanciata il 25 Marzo da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi nello Yemen.
L’Algeria decide in quel momento preciso di istituire un’unità di crisi per monitorare gli eventi. La presidenza della Repubblica, il ministero della Difesa nazionale e quello degli Affari Esteri coordinano la loro azione. Il 26 Marzo, mentre alcune navi cinesi e saudite si dirigono verso Aden per rimpatriare i loro cittadini, l’Algeria inizia a studiare un piano di evacuazione.
Nessuna imbarcazione delle forze navali è nella zona. La Cina è responsabile di recuperare il 31 Marzo un gran numero di suoi cittadini, ma anche quelli di altri Paesi asiatici per via marittima. Questa opzione non rappresenta una soluzione per le autorità algerine, tanto più che il personale diplomatico e la maggior parte dei connazionali si concentrano nella regione di Sana’a.
L’Arabia Saudita, che è riuscita a coalizzare attorno a sé quasi la maggioranza dei Paesi arabi nella sua guerra allo Yemen, ha reagito male all’atteggiamento provocatorio di Algeri. Perché l’Algeria non solo rifiuta di partecipare a questa offensiva, ma difende con forza la sua decisione e osa perfino proporre un’alternativa pacifica per risolvere il conflitto.
Peggio ancora, il disprezzo con cui la diplomazia algerina ha accolto la proposta egiziana di creare una forza militare araba per “lottare contro il terrorismo” è stato sentito dall’asse Riyad-Cairo come un vero affronto, tanto più che gli eventi hanno avuto luogo in territorio egiziano e nel corso di un vertice della Lega Araba.

Pianificazione
Algeri ancora non lo sa, ma Riyad sembra volerla far pagare alla capitale ribelle. A Sana’a, i funzionari dell’ambasciata algerina sono sulle spine. Come tutti gli abitanti della capitale yemenita, essi subiscono i bombardamenti della coalizione. Sono occupati ad identificare i cittadini e a stabilire i contatti con le diverse parti sul territorio per assicurarsi della riuscita di un’operazione di espatrio. Sono entrambe missioni cruciali, poiché da esse deriva il dimensionamento dei mezzi che le autorità algerine dovranno impiegare per la riuscita dell’operazione.
Sono un po’ più di un centinaio, fra cui molte donne, cui si aggiungono i diplomatici e le loro famiglie. In tutto, 160 algerini sono nella lista delle persone da evacuare. La lista è aperta ai cittadini dei Paesi vicini che non hanno potuto lasciare lo Yemen: quaranta tunisini, quattordici mauritani, otto libici, tre marocchini e un palestinese. Si tratta, in tutto, di quasi 230 persone da evacuare.
Stabilita la portata dell’operazione, Algeri decide di inviare il più grosso aereo civile della sua flotta, un Airbus A330 d’Air Algérie. Anche se la tratta aerea Algeri-Sana’a non è mai stata servita dalla compagnia di bandiera, i piloti sono fiduciosi, nonostante le difficoltà che si annunciano.
L’ostacolo maggiore che si presenta di fronte a quest’impresa è innanzitutto il sorvolo e l’atterraggio in una zona di guerra, con un centinaio di caccia che occupano lo spazio aereo, da un lato, e una ribellione che dispiega missili anti-aerei di diversa portata, dall’altro.
Altra difficoltà, l’altitudine dell’aeroporto di Sana’a, più di 7.300 piedi [2.225 metri ca. – ndc], che fa sì che il velivolo faccia fatica a decollare col pieno carico di carburante. Il rapporto peso/portata gli è sfavorevole. Il rifornimento a Sana’a è escluso per motivi di sicurezza. L’equipaggio dovrà fare tutto il tragitto con un solo pieno, e ciò metterà l’aereo ai limiti della sua portata.

Minacce…
Giovedì [2 Aprile u.s. – ndc] l’aereo decolla da Algeri, direzione Sana’a, il ministero degli Affari Esteri avverte l’Arabia Saudita e l’Egitto della missione. Il piano di volo dell’aereo civile è condiviso, convenzionalmente, con tutti i Paesi che saranno attraversati o che potrebbero esserlo. Il volo procede normalmente fino alle prossimità dello spazio aereo saudita. Mentre l’equipaggio di Air Algérie si aspettava una scorta militare a partire dall’Arabia Saudita, esso rimane sorpreso dall’atteggiamento di caccia inviati per dissuaderli a penetrare nello spazio aereo.
Il controllo saudita avverte l’equipaggio del divieto e gli intima di tornare indietro. Sorpresi e pensando a un problema di comunicazione o a un qualche pericolo sopra lo Yemen, gli algerini chiedono di poter deviare verso Dubai. Ancora una volta, sono sorpresi dalla fermezza dei toni del controllo aereo. Lo spazio saudita è chiuso a tutti i velivoli algerini.

…sequestro
L’equipaggio non ha scelta: [deve] tornare indietro al Cairo e attendere che la macchina diplomatica faccia il suo corso. In meno di un’ora e mezza l’A330 atterra al Cairo. Ma la situazione peggiora. La piccola delegazione algerina viene maltrattata e i suoi membri portati all’albergo dove abitualmente sono alloggiati gli equipaggi di Air Algérie; qui viene loro imposto l’obbligo di domicilio col divieto di lasciare la struttura. Questo sequestro durerà 48 ore.
Ad Algeri il caso desta sorpresa, i sauditi fanno orecchie da mercante. La richiesta algerina per il rimpatrio della sua comunità in Yemen è respinta. Il caso prende una piega seria. Ѐ la Presidenza della Repubblica a gestire ormai il dossier. Algeri avverte Riyad che l’aereo svolgerà la sua missione in ogni caso, visto il suo carattere umanitario.
L’aereo decolla sabato e atterra a Sana’a, i funzionari dell’ambasciata sono stati in grado di riunire e portare tutti in modo organizzato all’aeroporto. Il volo di ritorno avviene senza nessun problema, ma l’equipaggio tira un sospiro di sollievo solo dopo aver raggiunto il Mediterraneo. I funzionari algerini e la direzione della compagnia aerea scelgono di non divulgare questo caso. Le poche persone che scelgono di parlarne mettono in evidenza l’audacia dell’equipaggio e la sua determinazione nell’andare fino in fondo alla missione.
Ma l’Arabia Saudita ha deciso di mantenere la pressione sull’Algeria. La compagnia di bandiera non ha tuttora il diritto di sorvolare lo spazio aereo saudita; viene mantenuto solo il servizio di Gedda, con il divieto agli equipaggi di passarvi la notte. La più piccola formalità in linea con i codici dell’organizzazione dell’aviazione civile internazionale richiede delle ore. Questo è ciò che spiega le difficoltà incontrate dalla compagnia per rimpatriare gli algerini bloccati a Gedda nelle ultime 48 ore. Al Cairo Air Algérie soffre ugualmente della lentezza delle procedure e di pressioni.
Questo sarà, in parte, il prezzo da pagare dall’Algeria per il suo rifiuto di partecipare alla guerra nello Yemen.
Kamel Abdelhamid

[Fonte – traduzione di M. Guidoni]

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