Immunità di legge, 2° edizione – incontro/dibattito a Bologna

Immunità di legge. I vaccini obbligatori tra scienza al governo e governo della scienza, viene ripubblicato da Arianna Editrice in una versione aggiornata e ampliata, con prefazione di Ivan Cavicchi.
Nel consegnare il manoscritto della prima edizione, gli autori erano timorosi – o per dire meglio, speranzosi – che sarebbe diventato presto obsoleto, testimonianza di una brutta avventura politica. Era la fine dell’estate del 2018. Qualche mese prima, il partito di governo che si era intitolato il decreto Lorenzin usciva sconfitto dalle elezioni e lasciava la guida del Paese ai due partiti che avevano osteggiato il decreto.
A ridosso dell’inizio del nuovo anno scolastico, l’emendamento Arrigoni-Taverna al decreto «Milleproroghe» che avrebbe sospeso il requisito decavaccinale per la frequenza degli asili, fu ritirato senza dare spiegazioni. Da lì in poi fu tutta una discesa kafkiana.
La novità più interessante di questi mesi, tuttavia, è stato il repentino disvelarsi della dimensione transnazionale del problema e l’identità, in certi casi stupefacente, delle strategie narrative e degli slogan che lo corredano, come se prima del 2017 si vivesse nel medioevo sanitario. La legge che subordina il godimento di alcuni diritti sociali alle vaccinazioni è stata replicata con poche varianti prima in Francia e poi in Argentina, mentre si discute di introdurre obblighi simili anche in altri Paesi, ma era stata l’Australia ad aprire la strada negando i sussidi famigliari alle famiglie indigenti o numerose i cui figli non fossero vaccinati.
Questa dimensione globale del problema può spiegare i silenzi imbarazzati e imbarazzanti della politica nostrana e le inversioni a U di alcuni suoi esponenti. In quanto agli autori, rappresenta un ulteriore stimolo all’approfondimento e alla denuncia di questa medicalizzazione progressiva, massificata e coatta.

Fake news

Dopo i successi di Governo Globale, La Fabbrica della Manipolazione e Unisex, Enrica Perucchietti torna ad analizzare il rapporto tra i mezzi di comunicazione, il potere e le strategie del controllo sociale, mostrando come i primi a mentire all’opinione pubblica siano proprio i media mainstream.
Riprendendo e attualizzando le tematiche portanti del capolavoro di George Orwell, 1984, l’autrice mostra come la battaglia contro le fake news intenda reprimere il dissenso e censurare l’informazione indipendente, introducendo – di fatto – lo psicoreato e impedendo alle persone non solo di esprimersi, ma persino di pensare.

Fake News.
Dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla post-verità: come il potere controlla i media e fabbrica l’informazione per ottenere il consenso
,
di Enrica Perucchietti
Arianna Editrice, pp. 224, € 12,90

Populismo

La separazione tra il popolo e la nuova classe dominante sta crescendo sempre di più. Ovunque emergono nuove divisioni che rendono superata la vecchia contrapposizione destra-sinistra, che all’oggi può essere sostituita da quella tra il populismo e il governo di poche persone, o in un’accezione ideale, tra culture comunitarie e individualismo liberale.
Ma che cos’è esattamente il “populismo”?
Si tratta di un semplice sintomo di una crisi generale di chi ci rappresenta al potere? Di un’ideologia? Di uno stile? Oppure il populismo è fondamentalmente la manifestazione di una richiesta di democrazia di fronte a governi tecnici che vogliono paradossalmente governare senza il popolo?
Da oggi in libreria, l’ultima fatica di Alain De Benoist, tra i più significativi pensatori europei, scrittore, saggista, filosofo e noto conferenziere, autore di più di 80 libri e oltre 2.000 articoli, tradotti in una quindicina di lingue.

Populismo. La fine della destra e della sinistra
di Alain de Benoist,
Arianna Editrice, pp. 336, € 14,50

Dal jihadismo all’ISIS – il video

La video documentazione dell’incontro-dibattito su cause e forme del terrorismo, svoltosi a Bologna lo scorso 28 gennaio, con l’intervento di Paolo Sensini, storico ed esperto di geopolitica, autore di ISIS. Mandanti, registi e attori del “terrorismo” internazionale (Arianna editrice), Filippo Bovo, giornalista, direttore editoriale di “L’Opinione Pubblica”, autore di ISIS. Una minaccia all’Islam (Anteo edizioni), Guglielmo Cevolin, docente presso Università di Udine, presidente di “Historia. Gruppo studi storici e sociali Pordenone”.
I singoli interventi possono essere visionati presso il canale YT BelzeBO.

La fabbrica della menzogna: incontro-dibattito a Bologna

Tanta acqua e tanto sangue sono passati sotto i ponti dal 1880, da quando John Swinton, ex redattore capo del New York Times, durante il suo discorso di commiato presso l’American Press Association, rivelò al colto e all’inclita che loro, i giornalisti, salvo rare eccezioni, erano prostitute intellettuali. Ci sono poi voluti decenni di maturazione e la nascita di alcune discipline accademiche per far passare sulla pelle della cosiddetta “opinione pubblica” le indicazioni sottili di maestri delle tecniche di propaganda e della manipolazione quali Edward Bernays e Walter Lippmann.
Ad un certo punto è stato fatto accadere l’11 settembre e tutto ha avuto un salto di qualità spettacolare: le false flag, le fake news e tuttto l’armamentario di immagini e di segni che i Megamedia secernono continuamente hanno assunto i contorni di una ciclopica operazione sulla coscienza della specie, per impedirle ad oltranza un risveglio di consapevolezza critica rispetto al mondo in cui ci fanno vivere.
Con l’aiuto di due figure paradigmatiche fuori dal coro, Enrica Perucchietti e Marcello Foa, ci inoltreremo sugli impervi sentieri di questa fabbrica della menzogna.

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Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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Referendum costituzionale SI’ o NO

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“La revisione della Costituzione ha un obiettivo politico ben preciso: è il tentativo di portare a compimento in modo legale quel colpo di Stato architettato nell’estate del 2011 dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il sostegno della Banca Centrale Europea (BCE). Non bisogna infatti dimenticare che la mente della riforma in corso non è certo Renzi, che è un mero esecutore, ma Napolitano, che sino alla sua peraltro meramente formale uscita di scena è stato il vero Capo del Governo, rispetto al quale prima Monti, poi Letta e infine Renzi sono stati solo dei docili strumenti.
La stagione dei “Governi del Presidente”, cominciata nell’autunno del 2011, con le dimissioni forzate di Berlusconi, ha segnato una svolta fondamentale nel nostro ordinamento. Nel nostro Paese si è, di fatto, instaurato un sistema di potere che ha colpito materialmente la nostra Costituzione rispettandone solo formalmente le regole. Potere che quindi potrà sempre dire di aver agito legalmente. Potremmo parlare di “colpo di Stato”. Ma questa espressione non indica forse una tecnica politica necessariamente illegale? E che fa un uso illegale della violenza? Non dobbiamo cadere nell’errore nel confondere la rivoluzione con il colpo di Stato. Il colpo di Stato molto spesso è una reazione posta in atto dal potere che si sente minacciato e non è affatto detto che debba avvenire con l’uso della violenza. È questo che chiaramente è successo in Italia, prima facendo cadere il governo Berlusconi e poi, dopo le elezioni politiche del febbraio 2013, tentando di bloccare quell’aria di rinnovamento che si cominciava a respirare con l’entrata nel Parlamento del M5s. Il potere si è chiuso a riccio rieleggendo sull’aprile del 2013 Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica. Beninteso – ripetiamolo – tutto ciò è avvenuto nel rispetto formale delle regole, e dunque senza violenza, e nondimeno proprio per bloccare l’ascesa di un giovane Movimento politico si è forzata la legalità costituzionale sino a rovesciare di fatto i princìpi di legittimità alla base dell’ordinamento repubblicano, trasformatasi in una Terza Repubblica di cui non riusciamo ancora a capire l’effettiva natura e funzionamento. Da qui nasce la necessità di una revisione della Costituzione che porti a compimento il colpo di Stato.”

Da Referendum costituzionale SI o NO, di Paolo Becchi, Arianna Editrice, € 7,90 (pubblicato anche in versione ebook).

Paolo Becchi è professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’ Università di Genova, città dove è nato.  È opinionista de Il Fatto Quotidiano online e collabora con Libero e Mondoperaio.

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ISIS

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Terrorismo e ISIS: da tempo sui mezzi d’informazione non si parla d’altro, anche in seguito agli ultimi attentati in alcune capitali europee. Concetti declinati in tutte le maniere possibili e immaginabili, soprattutto riferendosi alle guerre combattute nel Vicino e Medio Oriente.
Ma conosciamo tutta la verità? Abbiamo davvero tutte le informazioni per esprimere un giudizio preciso? Quelle che leggiamo sui giornali o ascoltiamo in tv corrispondono alla realtà dei fatti oppure sono menzogne? È possibile che gli uomini di governo dell’Occidente stiano sfruttando il terrorismo, che non cessano di calunniare come se fosse l’origine di tutti i mali, per ottenere un potere straordinario nei confronti della società?
Che cos’è dunque il cosiddetto terrorismo internazionale (Al-Qa’ida, ISIS, Jabhat al-Nusra, Boko Haram, al-Shabaab, etc.)?
Ma, soprattutto, chi ne trae beneficio?
Sono queste le domande fondamentali a cui il libro di Paolo Sensini, dopo aver vagliato un’imponente mole di materiali e documenti originali, risponde per la prima volta in maniera esaustiva e completa.
E lo fa mettendo finalmente in luce la totalità degli aspetti che riguardano i mandanti, i registi, gli attori e le pratiche di quella che definisce come strategia del caos.
In questo scenario anche l’Islam e le sue centrali ideologiche, su cui si sono versati fiumi di parole senza mai toccare il cuore del problema, assumono un significato e dei contorni molto più chiari e definiti. Ne emerge così un quadro sconvolgente, ma allo stesso tempo necessario, per capire e orientarsi nel mare tempestoso in cui ci troviamo a vivere.

Isis. Mandanti, registi e attori del “terrorismo” internazionale,
di Paolo Sensini
Arianna Editrice, 2016, € 14,50

Paolo Sensini, storico ed esperto di geopolitica, è autore di numerosi libri tra cui Il «dissenso» nella sinistra extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010), Libia 2011 (Jaca Book, Milano 2011), Divide et Impera, Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (Mimesis, Milano 2013) e Sowing Chaos. Libya in the Wake of Humanitarian Intervention (Clarity Press, Atlanta 2016). Suoi scritti sono apparsi su varie riviste italiane ed estere.

“La globalizzazione della NATO” nelle parole di P. Borgognone

Giacomo Gabellini: Ucraina

Occulto, miei cari amici, non è solo ciò che riguarda i mondi superiori – inizialmente questi sono certo nascosti, occulti per tutti gli uomini. Ma per molti uomini è già occulto anche quello che avviene nel mondo fisico! E vogliamo augurarci che molto di ciò che è nascosto qui da noi diventi visibile! Che così tanti fatti rimangano nascosti a così tanta gente, costituisce una delle fonti della miseria in cui viviamo.
Rudolf Steiner

Il video della conferenza, svoltasi a Bologna lo scorso 14 maggio.

Alain De Benoist presenta “Il trattato transatlantico”

Modena, 7 maggio 2016.
Il Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (CeSEM), con il patrocinio del Comune di Modena e insieme all’associazione Le Stelle Danzanti, incontra Alain De Benoist, autore de Il trattato transatlantico. L’accordo commerciale USA-UE che condizionerà le nostre vite, pubblicato da Arianna Editrice.

Enrico Piovesana: Afghanistan 2001-2016

La verità autentica è sempre inverosimile.
Fëdor Dostoevskij

Il video della conferenza, svoltasi a Bologna lo scorso 16 aprile.

Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina

COVER_afghanistan“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Parto dalle parole conclusive di Enrico Piovesana, giornalista e autore di “Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio” pubblicato da Arianna Editrice, per introdurre l’incontro/confronto ospitato al CostArena di Bologna.
Tra il 2014 e il 2015, il consumo di eroina nel Vecchio continente è raddoppiato, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo i più recenti dati resi pubblici dal CNR, l’Italia è seconda soltanto alla Gran Bretagna, in Europa, in termini di consumo. Un dato che, da solo, dovrebbe spingerci a ritroso nella via che porta la droga in Europa, attraverso quella rotta balcanica che fino a qualche anno fa era abbandonata, e ancora indietro attraverso i Paesi mediorientali per approdare in Afghanistan.
Enrico Piovesana ha iniziato a frequentare la regione di Helmand nel 2003 e ci è tornato regolarmente fino al 2013, in teoria doveva occuparsi prevalentemente di temi umanitari per Emergency, tuttavia qualcosa si è evoluto in corso d’opera: “Quando ti trovi a lavorare nella zona capitale mondiale dell’oppio, tutti ne hanno a che fare ed è vissuta come una cosa normale“.
La gente della zona ha ripreso a coltivare l’oppio dopo la guerra del 2001 (precedentemente un editto del Mullah Omar ne aveva vietato la coltivazione) e oggi si susseguono operazioni NATO, presente nell’area con contingenti prevalentemente statunitensi, britannici e canadesi, che vanno a sequestrare ampie quantità di oppio da contadini. ”Vengono colpiti soprattutto – spiega Piovesana – quelli che non hanno pagato la ‘decima’ al Governo. Ciò accade, solitamente, per due ragioni: c’è chi non ha soldi per pagarla e chi si trova a vivere in zone controllate dai Talebani e quindi è a loro che va la tassa“. Il risultato è un clima di guerriglia costante per il controllo economico della produzione dell’area.
In questa battaglia per il potere politico-economico sono molti gli attori in gioco: il governo, l’ex presidente Karzai, i potenti locali, i vari contingenti internazionali, i clan con le loro milizie private, i Talebani, la DEA e le altre agenzie anti-droga. “Il punto assurdo – commenta Piovesana – è che almeno i trafficanti andrebbero colpiti, invece si lascia tutto com’è e chi perde è la povera gente. Un esempio su tutti: il fratello dell’ex presidente Karzai è legato al mondo del narcotraffico, tutti lo sanno, ma è troppo potente per essere colpito. Un’inchiesta del 2009 del New York Times ha denunciato il fatto che Karzai, come altri narcotrafficanti legati al mondo afgano, era a libro paga della CIA.”
Non si tratta poi di un caso isolato, anche i documenti resi pubblici da Wikileaks raccontano una storia simile: in Afghanistan, il mercato dell’oppio e dell’eroina è rinato, fiorente, in questi 15 anni di presenza militare internazionale e proprio le autorità occidentali non hanno agito, se non in casi isolati, per contrastare queste attività criminose.
La priorità è, ancora oggi, quella di assicurare la sicurezza interna al Paese. Un obiettivo cui vengono sacrificati molti altri fattori fondamentali per uno state building efficace: stato sociale, lotta a criminalità e corruzione, diritti umani sono scesi nell’agenda politica lasciando un grande vuoto in cima dove logiche da realpolitik la fanno da padrone. Enrico Piovesana si spinge oltre ipotizzando che la connivenza tra le forze USA e il business di oppio ed eroina non sia determinato da un semplice laissez-faire, ma sia ormai frutto di una vera e propria strategia consapevole orchestrata dalla CIA. ”Anche nei mercati dove andavo per incontrare contadini e mercanti, ricorda il giornalista, nessuno si stupiva della presenza di un bianco. Erano assolutamente abituati. Anzi, mi raccontavano di come grossi quantitativi venivano portati nelle basi NATO“. Da lì alla Turchia, al Kosovo grazie alla mafia macedone e poi nei mercati europei: questa è la nuova/vecchia via dell’eroina.
Per il giornalista la chiave per comprendere il conflitto e il coinvolgimento dei vari attori è quella storica: “Mi sono documentato e mi sono accorto che siamo di fronte ad un sistema che si ripete dall’Ottocento e la guerra dell’oppio, sistematicamente dal 1947. I casi sono molti, dalla Sicilia a Marsiglia, poi l’Indocina, l’America Centrale. L’Afghanistan è solo l’ultimo caso in cui ci si appoggia a narcotrafficanti per opportunità politica passando dal chiudere un occhio al prendere parte alla gestione del sistema.”
Un sistema oliato ed esportabile, tant’è che le autorità antidroga russe e britanniche hanno già denunciato che l’ISIS ha messo le mani sulla tratta balcanica dell’eroina, un commercio più “sicuro” rispetto a quello del petrolio e una consistente fonte di finanziamento. “L’indignazione non basta, conclude Piovesana, tutto ciò ci tocca da vicino. Alcune statistiche parlano di 100.000 morti all’anno in Europa. Non è un prezzo troppo alto da pagare?”.
Angela Caporale

Fonte

Afghanistan 2001-2016

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Un viaggio-inchiesta che ci conduce alla scoperta del lato più oscuro e meno dibattuto della guerra in Afghanistan: quello della connivenza delle forze d’occupazione americane e alleate con il business dell’oppio e dell’eroina in nome di una cinica scelta di realpolitik.
Una spregiudicata strategia, orchestrata dalla CIA secondo una pratica operativa attuata dall’agenzia fin dalla sua nascita, che ha provocato il boom della produzione di oppio afgano e del traffico internazionale di eroina, con il coinvolgimento degli stessi militari alleati, italiani compresi.
La conseguenza è una nuova epidemia globale di tossicodipendenza che miete silenziosamente centomila vittime ogni anno, soprattutto in Europa e in Russia.
Chi ha tratto vantaggio da tutto questo? Sicuramente alcune grandi banche, sopravvissute alla crisi solo grazie ai capitali frutto del riciclaggio di narcodollari. Non ultimo l’ISIS, che sta facendo del traffico di eroina afgana uno dei suoi principali canali di finanziamento nel contesto di una terza guerra mondiale non dichiarata, combattuta asimmetricamente con ogni mezzo criminale.

Afghanistan 2001-2016.
La nuova guerra dell’oppio
di Enrico Piovesana,
Arianna editrice, 2016, € 8,90

L’autore:
ha lavorato per anni in Afghanistan come inviato di PeaceReporter (testata giornalistica dell’Ong Emergency), realizzando reportage di guerra e inchieste sull’oppio.
È stato inviato anche in Pakistan, Cecenia, Nord Ossezia, Bosnia, Georgia, Sri Lanka, Birmania e Filippine. I suoi reportage sono stati pubblicati anche su L’Espresso, Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Manifesto, Famiglia Cristiana, Diario, Il Venerdì di Repubblica, Left e Oggi. Attualmente collabora con Il FattoQuotidiano scrivendo di politica internazionale, difesa, spese militari e commercio d’armi.

Il Trattato Transatlantico

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Le ragioni di questo volume si colgono nella lettura degli argomenti portati autorevolmente da Alain de Benoist. Per noi, con quest’ultima pubblicazione, si porta a compimento una triade di titoli – Sull’orlo del baratro, La fine della sovranità e il libro in essere – che ha percorso l’intero svolgimento dell’attuale crisi economica e sociale, unita alla torsione epocale della globalizzazione e dell’occidentalizzazione del mondo.
Il trattato sul commercio transatlantico, tema qui affrontato, non è la scontata conseguenza dell’ampliamento del libero mercato su scala mondiale, quale metastasi nella fibra più profonda delle società; questi accordi, di fatto, vedranno il venire meno della sovranità degli Stati a favore delle multinazionali e delle corporation internazionali. Il potere di citare in giudizio l’autorità statuale fino a rovesciarne le leggi sovrane che regolamentano questioni di primaria importanza – come le relazioni nel mondo del lavoro, l’inquinamento, la sicurezza agroalimentare, gli organismi geneticamente modificati – renderanno norma la mercificazione dell’esistente.
Non è un caso, che i contenuti del mercato unico transatlantico e le sue motivazioni restino privi di trasparenza e discussione pubblica. Le tecnocrazie sulle due sponde dell’Atlantico, in simbiosi con le lobby del profitto, stanno codificando un modello di società a uso e consumo dell’avidità della speculazione finanziaria, nella connivenza della servile rappresentanza politica e della deliberata privazione della partecipazione e legittimazione popolare.

(Dalla prefazione)

Spetta all’Europa farsi carico del proprio destino

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“Il nocciolo dell’intera questione è proprio qui: non c’è bisogno di alcuna dietrologia né di alcuna teoria del complotto per mostrare la natura espansionista e non difensiva dell’organizzazione atlantica. Sono sufficienti razionalità, logica e buon senso: perché all’indomani del 1991, della scomparsa della sua stessa ragione esistenziale la NATO non solo non ha cessato di esistere ma ha addirittura cominciato un processo di allargamento? Un espansionismo poi certamente non indolore, che ha trovato anzi la sua massima espressione con le guerre balcaniche degli anni ’90, vittima sacrificale la Serbia (allora penalizzata anche dalla fase di estrema debolezza di Mosca). Nel citare le varie tappe di spinta ad Est della NATO, Nazemroaya non manca di citare neanche l’aggressione all’Irak del 2003, a cui i Paesi membri del Patto Atlantico risposero in ordine sparso (con l’Italia nella consueta posizione ambigua), ma che rappresentò il banco di prova per molti dei nuovi Stati europei orientali. Fatto che portò l’allora Segretario della Difesa Donald Rumsfeld a parlare di “vecchia e nuova Europa”.
(..)
Da un punto di vista prettamente europeo e italiano un testo come quello di Nazemroaya non può che fornire un salutare campanello d’allarme. A scoppio più che ritardato, naturalmente, giacché le questioni sono sul tappeto da diversi decenni. Ma prendere coscienza dell’insostenibilità di un sistema che attualmente ha portato un’Unione Europea in piena crisi economica a disporre sanzioni nei confronti di uno dei mercati più ricettivi e strategici come quello russo e che ha portato alla distruzione dello Stato libico è sempre salutare, soprattutto se i danni in questo senso sono ancora reversibili. Perché (e questo bisogna sempre tenerlo a mente) l’estremismo e l’ideologismo sono proprio di chi in realtà continua a sostenere contro ogni logica e semplice buon senso la bontà dell’attuale quadro geopolitico per i nostri (di italiani ed europei) interessi.
Del resto la possibilità che l’Europa decida finalmente di affrancarsi dall’ingombrante tutela militare atlantica dipende in primo luogo e soprattutto… dagli Europei stessi. Perché al di là di ogni considerazione e dotta analisi geopolitica la cruda verità è che sin dal dopoguerra ai governanti del Vecchio Continente ha fatto comodo “appaltare” la propria sicurezza a Washington al fine di tagliare le spese militari. Ragionamento cinico e politicamente miope (ovviamente chiedere ad un altro Paese di farsi carico della propria difesa implica che questo esiga compensazioni in altri campi, dalla politica estera alle scelte economiche) e che per essere cambiato necessita di un cambio di mentalità non solo nella classe dirigente, ma anche nell’opinione pubblica. In quanti sono disposti a capire che la riconquista di una sovranità militare continentale costerebbe sì in termini puramente economici (e in tempi di austerity si andrebbe pertanto a toccare un nervo scoperto per moltissimi) ma nel medio-lungo termine gioverebbe anche sotto quel punto di vista (con una probabile rivitalizzazione di un settore strategico come l’industria pesante e dei grandi armamenti)?
Il quadro in realtà va visto nel suo insieme: per uscire dal vicolo cieco in cui è entrata, l’Unione Europea deve scegliere una volta per tutte di diventare grande e di camminare con le proprie gambe. Si rinfaccia spesso alla UE l’inconsistenza della PESC (politica estera e di sicurezza comune), ma come costruire un fronte compatto sulle questioni essenziali tra i Paesi membri quando questi non dispongono di un apparato di sicurezza unitario? La questione militare, spesso colpevolmente ignorata a discapito di altri settori, è determinante per un ripresa del ruolo che per Storia spetta all’Europa sulla scena globale, pena la progressiva perdita di peso e la futura irrilevanza. Riprendere in mano il proprio destino passa anche dal progetto (spesso evocato ma mai seriamente affrontato) di un esercito europeo comune. Questo naturalmente non per evocare aggressioni contro i propri vicini, anzi: per integrarsi con essi. Più volte dal Cremlino sono giunte dichiarazioni che lasciavano intendere come il problema non sia di avere come vicina un’Europa forte, ma proprio il contrario. L’Eurasia, come suggerisce il nome, non può prescindere dall’Europa. I due concetti non sono assolutamente in antitesi e contrapposizione l’uno con l’altro, dal momento che il progetto di integrazione eurasiatica per compiersi definitivamente e con successo necessita dell’enorme bagaglio di civiltà dell’Europa. Ma non si può ignorare come spetti all’Europa farsi carico del proprio destino e tornare ad essere soggetto autonomo e non più oggetto della volontà altrui; e la NATO (non solo, ma soprattutto) costituisce senza dubbio un ostacolo in tal senso.”

Dalla recensione di Alessandro Iacobellis a “La globalizzazione della NATO” di M. D. Nazemroaya, apparsa in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 215-219.

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L’Italia in guerra (il video)

Durante la serata di sabato 25 Ottobre molti temi sono stati toccati, molti altri inevitabilmente appena accennati.
Essa sarà comunque ricordata non solo per la qualità dei contributi proposti dai relatori ma anche, e soprattutto, per la numerosa e attenta partecipazione del pubblico.
Un fatto è certo: affinché la questione della sovranità torni al centro del dibattito politico, nazionale ed europeo, non può essere preda di esclusivismi e/o settarismi di sorta.
Grazie a tutti!

 

Due appuntamenti con Gianni Lannes

cover_italia_usa_e_getta_4582Due appuntamenti con Gianni Lannes (giornalista e fotografo freelance) per parlare dello stato di sudditanza politico-militare dell’Italia

Venerdì 24 Ottobre alle ore 20:30
presso Cooperativa Borgo Etico
Via Cavalcavia, 90
CESENA
Ingresso libero

presentazione di:
Italia, USA e Getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari

di Gianni Lannes

promuove l’Associazione Laboratorio di Ricerca e Conoscenza
per info: info@larico.org

***
Sabato 25 Ottobre alle ore 17:00
presso la Libreria Ubik Irnerio
Via Irnerio, 27
BOLOGNA
Ingresso libero

L’Italia in guerra. Al comando degli USA e della NATO

presentazione di:
Italia, USA e Getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari

globalizzazione natodi Gianni Lannes
e
La Globalizzazione della NATO.
Guerre imperialiste e globalizzazioni armate

di Mahdi Darius Nazemroaya

con Gianni Lannes (giornalista e fotografo freelance)
Alessandro Iacobellis (esperto di politica internazionale e traduttore de La Globalizzazione della NATO)
modera Federico Roberti, curatore di byebyeunclesam
introduce Eduardo Zarelli, Arianna editrice

per info: redazione@ariannaeditrice.it

La NATO

globalizzazione nato“… qualora aveste dimenticato che cosa sia questa bieca organizzazione a delinquere della quale noi Italiani siamo purtroppo membri v’invito a dare un’occhiata a Mahdi Darius Nazemroaya, La globalizzazione della NATO, Bologna, Arianna, 2014…”
Franco Cardini

(Fonte)

Italia, USA e getta

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“Ogni frase, ogni elemento di questo libro è fondato anche su documenti classificati e riservati, senza tesi precostituite: solo così ha la sua efficacia. Senza illazioni ed imprecisioni. Ricostruire il come di ogni falsità e di ogni segreto, e dimostrarlo.”
Gianni Lannes

Italia, USA e getta rivela la verità su uno degli eco-scandali peggiori della storia italiana: la trasformazione in discarica nucleare dei nostri mari ad opera degli Stati Uniti. I danni all’ambiente e alla salute e gli enormi interessi in gioco.
I nostri mari sono stati usati come discarica di ordigni nucleari dello Zio Sam, e mai bonificati.
Nella Penisola albergano centinaia di potenti ordigni (bombe, missili, mine) nucleari di proprietà degli Stati Uniti d’America. In caso di incidente, sabotaggio, bombardamento o altro, per l’Italia sarebbe la fine.
Nei mari del giardino d’Europa transitano, attraccano, sostano e giocano alla guerra unità a propulsione ed armamento nucleare.
L’Adriatico e il Tirreno sono stati trasformati segretamente dalle Forze Armate anglo-americane, in discariche di armi vietate dalle Convenzioni internazionali di Ginevra e di Parigi. In base ai resoconti dell’Alleanza Atlantica, le stime istituzionali fanno riferimento a circa un milione di bombe eterogenee caricate con aggressivi chimici e nucleari.
Le radiazioni sono invisibili, ma tutti gli esseri viventi in natura ne risentono, l’organismo umano si ammala e muore.
Abbiamo il diritto di sapere cosa stanno facendo alla flora e alla fauna, quali implicazioni ha tutto questo sulla catena alimentare e i delicati equilibri ecologici dei nostri mari.
Le conseguenze potrebbero essere drammaticamente irreversibili.

Italia, USA e getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari
,
di Gianni Lannes
Arianna editrice, € 9,80

[Dello stesso autore: NATO: colpito e affondato. La tragedia insabbiata del Francesco Padre]

E’ finalmente uscito “La globalizzazione della NATO”

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Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo canadese, scrittore pluripremiato e analista geopolitico di fama internazionale. Ha soggiornato per due mesi in Libia come corrispondente di Flashpoints nel corso dell’intervento NATO.
La sua opera è stata tradotta in più di venti lingue fra cui spagnolo, portoghese, arabo, russo, turco, farsi, tedesco e cinese.

Traduzione di Alessandro Iacobellis, revisione di Federico Roberti.

Arianna editrice, pagg. 384, € 18.

INDICE:

Ringraziamenti
Prefazione. “Le avvertenze di un consigliere del Segretario generale dell’ONU”, di Denis J. Halliday
1. Uno sguardo d’insieme sull’espansionismo della NATO: prometeismo?
2. L’UE, l’espansionismo della NATO e il Partenariato per la Pace
3. La Jugoslavia e la reinvenzione della NATO
4. La NATO in Afghanistan
5. Il Dialogo Mediterraneo (DM) della NATO
6. La NATO nel Golfo Persico. L’Iniziativa per la sicurezza nel Golfo
7. La penetrazione nello spazio postsovietico
8. La NATO e gli alti mari. Il controllo delle rotte marittime strategiche
9. Il progetto dello scudo missilistico globale
10. La NATO e l’Africa
11. La militarizzazione del Giappone e dell’Asia-Pacifico
12. L’avanzata nel cuore dell’Eurasia: l’accerchiamento di Russia, Cina e Iran
13. Le controalleanze eurasiatiche
14. La NATO e il Levante: Libano e Siria
15. L’America e la NATO rapportati con Roma e gli alleati peninsulari
16. Militarizzazione globale: alle porte della terza guerra mondiale?
Note
Appendice. La strada per Mosca passa da Kiev
Fonti delle illustrazioni
Immagini: grafici, diagrammi e tavole
Mappe

Il “grande mercato transatlantico”: un’immensa minaccia

ttipIn vista della quinta sessione di negoziati prevista a partire dal prossimo 19 Maggio ad Arlington negli Stati Uniti, torniamo a parlare di Partenariato transatlantico per il commercio e l’investimento (acronimo inglese TTIP), proponendo un significativo estratto da La fine della sovranità, di Alain De Benoist, Arianna editrice, pp. 90-92:

“Il Wall Street Journal, l’ha riconosciuto con una certa ingenuità: il partenariato transatlantico «è un’opportunità per riaffermare la leadership globale dell’Ovest in un mondo multipolare». Una leadership, che gli Stati Uniti non sono riusciti a imporre tramite l’intermediario dell’OMC. A Doha, capitale del Qatar, nel 2001 la leadership statunitense ha lanciato un ambizioso programma di liberalizzazione degli scambi commerciali, ma in seno a questa organizzazione, il cui nuovo presidente, successore del francese Pascal Lamy, è il brasiliano Roberto Azevêdo, gli americani si scontrano da più di dieci anni con la resistenza dei Paesi emergenti (Cina, Brasile, India, Argentina) e dei Paesi poveri. L’unico risultato ottenuto è stato, lo scorso dicembre, l’accordo raggiunto a Bali. È per questa ragione che gli Stati Uniti hanno adottato una nuova strategia, il cui frutto è il TTIP. L’istituzione di un grande mercato transatlantico è, per loro, un mezzo per schiacciare la resistenza dei Paesi terzi, reclutando l’Europa in un insieme il cui peso economico sarà tale da imporre gli interessi di Washington al mondo intero.
Per gli Stati Uniti, si tratta quindi di tentare di mantenere l’egemonia mondiale togliendo alle altre nazioni il controllo degli scambi commerciali a beneficio delle multinazionali ampiamente controllate dalle loro élite finanziarie. Parallelamente, essi vogliono contenere la salita al potere della Cina, diventata oggi la prima potenza esportatrice mondiale. La creazione di un grande mercato transatlantico offrirebbe loro un partner strategico capace di fare soccombere le ultime piazzeforti industriali europee. Permetterebbe di smantellare l’Unione Europea a favore di un’unione economica intercontinentale, cioè di fare rientrare definitivamente l’Europa nel grande insieme “oceanico”, tagliandola fuori dalla sua parte orientale e da ogni legame con la Russia. D’altronde, siccome gli americani sono preoccupati per l’impatto negativo della caduta dell’attività economica europea sulle esportazioni americane, e di conseguenza sul loro utilizzo negli Stati Uniti, si può capire la fretta che hanno di concludere l’accordo.
È significativo il fatto che nel 2011 sia stato lanciato dagli Stati Uniti un grande “Partenariato transpacifico” (Trans-Pacific Partnership – TTP). Questo partenariato – che contava inizialmente otto Paesi (Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Malesia, Brunei, Vietnam), ai quali nel 2012 si è aggiunto il Giappone – mira a contrastare principalmente l’espansione economica e commerciale della Cina. Come ha affermato senza tanti giri di parole Bruce Stokes, dell’istituto di ricerca statunitense German Marshall Fund, l’obiettivo è quello di «garantire che a restare la norma mondiale sia il capitalismo nella versione occidentale, e non quello dello Stato cinese». In seguito all’arrivo del Giappone, il TPP non rappresenta neppure un terzo del commercio mondiale e il 40% del PIL mondiale; vale a dire che il Partenariato transpacifico e il trattato transatlantico, ai quali si può aggiungere il NAFTA, coprirebbero, solo loro tre, il 90% del PIL mondiale e il 75% degli scambi commerciali.
Ancora più a lungo termine, l’obiettivo è chiaramente quello di stabilire delle regole mondiali sul commercio.
(…)
Barack Obama, da parte sua, non ha esitato a paragonare il partenariato transatlantico a una «alleanza economica forte quanto l’alleanza diplomatica e militare» rappresentata dalla NATO. La formula è abbastanza esatta. È proprio una NATO economica, posta come il suo modello militare sotto la tutela americana, che il TTIP cerca di creare allo scopo di diluire la costruzione dell’Europa in un vasto insieme interoceanico, senza alcuno scossone geopolitico, per fare dell’Europa il cortile di servizio degli Stati Uniti, consacrando così l’Europa-mercato a detrimento dell’Europa-potenza.
La posta in gioco è politica. Attraverso un’integrazione economica imposta forzatamente, la speranza è di istituire una nuova governance, comune ai due continenti.
A Washington come a Bruxelles, non si nasconde il fatto che il grande mercato transatlantico altro non è che una tappa verso la creazione di una struttura politica mondiale, che prenderà il nome di Unione transatlantica.
Così come ci si aspetta che l’integrazione economica dell’Europa sfoci sull’unificazione politica, allo stesso modo si tratterà di creare a breve un grande blocco politico-culturale unificato, che vada da San Francisco fino alle frontiere della zona d’influenza russa. Venendo così il continente euroasiatico tagliato in due, potrebbe essere creata una vera Federazione transatlantica dotata di un’assemblea parlamentare, che raggruppi alcuni membri del Congresso americano e del Parlamento europeo, e rappresenti 78 Stati (28 Stati europei, 50 Stati americani),. La sovranità europea potrebbe essere trasferita quindi negli Stati Uniti, una volta che le sovranità nazionali fossero già state annesse dalla Commissione di Bruxelles. Le nazioni europee resterebbero dirette da normative europee, dettate però dagli americani. Come si vede, il progetto è molto ambizioso e la sua realizzazione segnerebbe una svolta storica, eppure sulla sua opportunità nessun popolo è mai stato consultato.”

L’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di… Marchionne

993547_10152197934146204_902721218_n“Due documenti d’archivio dell’ENI e un aneddoto-testimonianza ci permettono di avviare il discorso sull’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di Madoff, i nostri tempi.
Il primo documento riguarda una riunione del Comitato interministeriale del 1955, cui prende parte anche Enrico Mattei in qualità di presidente dell’ENI; vi partecipano il Ministro dell’Industria e del Commercio (Villabruna), il Ministro del Tesoro (Gava) e quello delle Finanze (Tremelloni). Mattei, dopo avere illustrato un progetto dell’Ente di Stato per un impianto a Ravenna, chiede 800 milioni di lire. Accadesse oggi, la richiesta verrebbe subito bloccata: il debito, ovvero la “spending review”; quella del 1955 venne invece immediatamente accolta.
Il secondo documento riguarda una conferenza di Mattei alla Società dei Produttori di Petrolio e Gas di Zagabria (Jugoslavia, 8 dicembre 1957), in cui egli illustrava il funzionamento e le finalità dell’impianto AGIP di gas naturale di Ravenna: promuovere quella metanizzazione della struttura produttiva italiana e della stessa economia domestica (le prime bombole a gas), che fu uno dei grandi meriti storici di Mattei, la base energetica del boom italiano e della liberazione di milioni di famiglie italiane dei piccoli centri di campagna o di montagna dalla schiavitù del carbone e della raccolta della legna.
Dopo avere ricordato con estrema semplicità ai suoi interlocutori della Jugoslavia socialista di Tito, che «nel 1926 lo Stato», cioè lo Stato fascista, aveva «costituito l’AGIP» e dopo avere sottolineato – senza nemmeno citare la cesura-svolta repubblicana del dopoguerra – che «l’opinione pubblica, il Parlamento e il Governo manifestarono peraltro la precisa volontà di mantenere sotto il pubblico controllo lo sfruttamento di una ricchezza che era stata scoperta per merito di un’azienda dello Stato» (pp. 1-2), Mattei spiegava in questi termini l’adozione di una tariffa unica per il prodotto finito, indipendentemente dalla zona di destinazione: «Una differenziazione delle tariffe di vendita basata sui costi di trasporto avrebbe creato notevoli sperequazioni tra i centri più vicini e quelli più lontani. Si sarebbe così favorito – attenzione al passo che segue – l’ulteriore sviluppo di zone già fortemente industrializzate (ad esempio la provincia di Milano, che è la più vicina ai giacimenti) a scapito di altre più lontane ed economicamente progredite».
Una visione nazionale, dunque, dello sviluppo economico; un’apertura mentale capace di interloquire con il nemico jugoslavo al fine di una possibile cooperazione comune, e nessuna retorica dell’antifascismo, vista la continuità tacitamente ammessa da Mattei tra il periodo mussoliniano e quello repubblicano.
Oggi tutto questo sembra impossibile. La retorica dell’antifascismo ha raggiunto il suo apice e, con esso, la sostanziale assenza di una vera lotta ai veri poteri forti della nostra epoca, che ovviamente non sono né il fascismo, né gli sparuti gruppi fascisti che pretendono, spesso in modo caricaturale, di continuarne la memoria. A livello internazionale, dilagano gli embarghi contro i Paesi che non accettano il “nuovo ordine internazionale” postbipolare, erede di quello di Yalta, a cui avevano avuto il coraggio di opporsi Mattei e la Jugoslavia di Tito. Fioriscono poi, oggi, strampalate proposte di introiti maggiorati per quei Comuni, Province e Regioni del tutto casualmente beneficiati dalla presenza di risorse energetiche, sui loro territori, come nel caso di Filettino e del suo “principe”; oppure si sedimentano opzioni secessioniste, come presunta necessaria conseguenza delle legittime critiche alle distorsioni centralistiche dello Stato unitario o dei legittimi revisionismi storiografici sulle pagine di sangue del Risorgimento italiano.

Infine l’aneddoto. È uno dei fidi di Mattei a raccontarlo, Renzo Cola: durante una visita in Egitto il presidente dell’ENI avanza l’idea di un finanziamento italiano della diga di Assuan, per la cui costruzione Nasser si era rivolto anche agli Stati Uniti e avrebbe poi accettato il sostegno dell’URSS. Fatti i calcoli l’idea viene scartata, ma la sua mera presa in considerazione è emblematica della visione di Mattei dell’economia come sviluppo, e dello sviluppo anche come grandi progetti, grandi imprese. Un mondo scomparso: lo dimostrano il dibattito per certi versi surreale, in Italia, tra crescita e saldatura del debito – un debito quasi tutto frutto di interessi sugli interessi – e il dilagare, negli ultimi vent’anni, di un’ideologia deproduttivistica o microproduttivistica. Pozzi d’acqua sì, dighe no: un’ideologia peraltro convergente con il programma di International Transparency, una sorta di “tangentopoli” a livello internazionale, di origini ovviamente occidentali, che colpisce appunto soprattutto le grandi opere nel mondo sottosviluppato con la motivazione-alibi della lotta alla corruzione. Una sorta di via giudiziaria al pauperismo.
Ma quanto fin qui detto e i tre esempi fatti evidenziano soprattutto una cosa: non solo la visione matteiana dell’economia come progresso economico, ma anche la struttura stessa dell’economia postbellica e del boom degli anni Cinquanta e Sessanta, come fondata soprattutto sulla sfera della produzione e non su quella finanziaria. All’epoca, il rapporto tra capitale industriale e capitale finanziario-bancario non era quello terribile di oggi: 10 a 1 alla svolta del secolo, 20 a 1 nel 2011. Il dollaro, asceso a valuta internazionale con gli accordi di Bretton Woods del 1944, non era ancora stato sganciato dall’oro (Nixon, 1971). La valuta nazionale – emessa dalla Banca Centrale dello Stato – era il riflesso della ricchezza sociale reale del Paese. Il problema del denaro virtuale, o addirittura elettronico, non esisteva. Le banche italiane erano anche di Stato e aiutavano i piccoli imprenditori e in generale le imprese fondate sulla produzione di beni materiali. Come racconta Valerio Castronovo la famosa Banca Nazionale del Lavoro – oggi scomparsa e fagocitata dalla BN Paris, dopo quasi un secolo di storia – era di supporto attivo alla sfera produttiva, una sorta di struttura di servizio garantita dallo Stato. Lo Stato controllava l’emissione monetaria attraverso una Banca d’Italia che sarebbe stata privatizzata solo nel 1992, e attraverso un Ministero del Tesoro che controllava per legge il tasso di interesse. Così sarebbe rimasto nei fatti fino alla lettera di Andreatta – non a caso ministro nel governo Spadolini (1980-81) – all’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi e, in diritto, fino alle privatizzazioni dell’industria di Stato da parte del governo Amato del 1992.
Ovviamente la finanza, la sfera finanziaria e i suoi uomini con il loro potere esistevano, ma non erano così forti, così capaci, ad esempio, di dominare il ceto politico tutto. Ricordiamo la battuta simbolo di Fassino, la sua esultanza di qualche anno fa: «Abbiamo una banca». La politica era basata sui partiti di massa e non era dipendente, come oggi, dalle promozioni interessate e dalle velenose campagne denigratorie fatte dai mass media. Inoltre, Mattei aveva le idee ben chiare sulla grande “finanza laica” e ne capiva bene l’antagonismo, rispetto alla sua strategia economica e alla sua visione cristiana, nazionale e internazionale dell’Italia e del mondo. Come ha raccontato Giancarlo Galli,

Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila, lo gnomo di via Filodrammatici […] Fu a cena da Enrico Mattei che sentii per la prima volta nominare Enrico Cuccia […] disse Mattei: «È molto bravo, sa dove vuole andare e bisognerà fare i conti con lui. Se passa ci distrugge […] Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli americani, i tedeschi, gli ebrei»… Baldacci fece presente che era «uomo di Mattioli, un amico», al che Mattei scosse la testa, con un «ne riparleremo» pieno di irritazione.

Baldacci, in effetti, o non aveva capito nulla, o faceva finta di non capire.
Oggi quel potere, come già accennato, è enormemente aumentato. I pilastri di un’economia e di una politica monetaria ancorate o sensibili alla produzione sono venuti meno: le Banche Centrali che emettono o cogesticono la moneta – ancora tutte di Stato, nei Paesi del Medio Oriente, Iran compreso – sono private, come la Banca Centrale Europea e come la Banca d’Italia. La BCE, in particolare, in base al Trattato di Lisbona sfugge a qualsiasi controllo da parte degli Stati membri dell’UE e dell’eurosistema. Tutto questo si traduce non solo in Potere in quanto autonomia decisionale, ma anche in Potere in quanto formidabile accumulazione di denaro, grazie al reddito da signoraggio.”

Da Rompere la Gabbia. Sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi, di Claudio Moffa, Arianna Editrice, 2013, pp. 121-124.

4 Novembre al Quirinale

giorgio napolitano all'altare della patria

E come tutti gli anni, anche oggi Giorgio NATOlitano si è recato all’Altare della Patria per onorare la giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale, nel 95° anniversario della fine del primo conflitto mondiale.
Non senza chiedere –nel tradizionale messaggio inviato per l’occasione– che i meccanismi attuativi delle riforme delle Forze Armate siano “resi al più presto operanti”, conformente agli auspici espressi dal generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il quale prevede 90.000 militari di ruolo fra una decina di anni, con un taglio di circa 22.000 effettivi dovuto alla “spending review”, e con una quota non ben definibile di “meno giovani” trasferita presso altre amministrazioni dello Stato, nonché 40.000 giovani “idonei all’impiego”, addestrati alle “missioni di oggi e di domani”.
“Ancor più intensamente -scrive quindi il Presidente della Repubblica- è necessario lavorare per l’integrazione militare europea”. Ovvero sia, per la definitiva subordinazione dello strumento militare nazionale degli Stati europei a quella che Mahdi Darius Nazemroaya definisce la “NATO globale”, in un prezioso testo di prossima pubblicazione in Italia a cura di Arianna editrice.

Obiettivo Siria

Come la CIA, le bande criminali e le ONG realizzano stragi di massa e distorcono le informazioni per manipolare l’opinione pubblica

Un libro per colpire i bombardamenti, svelare la Grande Bugia in tempo, per fermare l’ennesima guerra “umanitaria”. La situazione della Siria è drammatica. Il Paese si dibatte in una cruenta guerra civile, oggetto di spietati attacchi da parte di nemici interni ed esterni. La cosiddetta “rivolta siriana” fa in realtà parte di una cinica strategia statunitense che si serve di provocatori, mercenari, fanatici fondamentalisti e ONG corrotte.
Essi sono decisi a colpire uno Stato arabo indipendente, dove la ricchezza generata dal petrolio viene impiegata per finanziare lo Stato sociale, proprio come avveniva in Libia prima che questa fosse annientata con analoghe modalità. I Paesi vicini partecipano al massacro, come sciacalli e iene che strisciano ai piedi del leone americano.
“Obiettivo Siria” è un ammonimento sul modo di operare dell’onnipotente “Impero del Dollaro”. La trama americana, finanziata dai “petrodollari” delle monarchie del Golfo, attiva la tattica delle “counter-gang”: terroristi – mercenari e irregolari, la “legione straniera” della CIA – che fanno saltare in aria edifici e massacrano gli innocenti, per poi addossare le responsabilità della carneficina al governo preso di mira.
ONG come NED – National Endowment for Democracy – incoraggiano gli “attivisti”, i cui leader sono ambiziosi sociopatici, intenti ad aggiudicarsi avidamente una parte delle spoglie dello Stato abbattuto. I mezzi d’informazione credono alla Grande Bugia e la celebrano propagandisticamente, creando una realtà falsificata attraverso cui non è possibile farsi una opinione critica, libera e indipendente.
“Obiettivo Siria” mostra come queste guerre siano architettate attraverso la strumentalizzazione degli istinti più nobili dell’animo umano, tramite l’inganno di coloro che altrimenti tenderebbero a contrastare l’intervento armato, manipolandoli al servizio dell’assassinio di massa e della dittatura globale del potere economico.

Gli autori
Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica che vive a Bangkok, in Thailandia, è il principale animatore del sito di informazione indipendente Land Destroyer.
Nile Bowie è uno scrittore e fotografo statunitense che collabora con il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione di Montreal, in Canada.

Essere rivoluzionari

“La parola deve essere usata senza indulgere alla magniloquenza; essere rivoluzionari non significa cullarsi romanticamente o nostalgicamente in ricordi di barricate e di insurrezioni armate, ma alimentare in sé una disposizione di spirito, che sia totalmente estranea a quanto oggi trionfa nel mondo dell’inautentico e dell’alienazione e si metta alla prova in tal senso.
Il rivoluzionario agisce in un mondo al quale vuole essere completamente estraneo, perché lo trova abietto, ma che tuttavia conosce perfettamente. Questo è il consiglio che dava già a suo tempo Georges Sorel ai militanti sindacalisti rivoluzionari, nel suggerire loro di prendere come esempio i primi cristiani, i quali rifiutavano assolutamente il mondo che contestavano. L’atteggiamento necessario è quello della più completa radicalità critica.
La radicalità critica – che non è sinonimo di estremismo, bensì il suo contrario – si batte, certo, per la conservazione dei popoli e delle culture, ma anche per la conservazione di ciò che c’è di umano (e di specificamente umano) nell’umanità, sapendo che gli uomini appartengono appunto all’umanità in modo mediato, ossia attraverso l’intermediazione dei popoli e delle culture, di cui sono eredi e di cui spetta loro prolungarne, secondo le proprie esigenze, l’eterna narrazione storica.”

Da Sull’orlo del baratro. Il fallimento annunciato del sistema denaro, di Alain De Benoist, prefazione di Massimo Fini, Arianna editrice, pagg. 170-171 (per gentile concessione dell’editore).

Il libro verrà presentato in anteprima nazionale sabato 21 Aprile p.v., a Sassuolo (Modena).
I dettagli dell’iniziativa, che si svolgerà alla presenza dell’autore, sono qui.

Portaerei Italia a Modena e Bologna

Incontri pubblici:
Portaerei Italia: 60 anni di presenza militare USA/NATO nel nostro Paese

* Venerdì 7 Maggio, ore 21, presso la Sala Conferenze della Circoscrizione Centro Storico, Piazzale Redecocca 1 a Modena
A cura di Pensieri in Azione
con
Giancarlo Chetoni, redattore blog byebyeunclesam
Fabrizio di Ernesto, autore di “Portaerei Italia”, Fuoco Edizioni

** Sabato 8 Maggio, ore 16, presso la Sala dell’Angelo, via San Mamolo 24 a Bologna
A cura di  Eur-eka
con
Giancarlo Chetoni
Fabrizio di Ernesto
modera Eduardo Zarelli, responsabile di Arianna editrice