Dove è finito tutto l’oro dell’Ucraina?

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Ricorre il primo anniversario di Euromaidan ed è l’ora di porsi alcune domande…

Il capo della Banca Centrale ucraina ha divulgato alcune notizie riservate scioccanti: le sue riserve d’oro hanno raggiunto un nuovo punto più basso – quasi pari a zero. Dall’inizio dell’anno, le riserve auree sono diminuite di circa 16 volte, il che pone la domanda, dove se ne è andato tutto questo oro?
“Le statistiche ufficiali della Banca nazionale mostrano che la quantità di oro nelle casse è drasticamente scesa, e non è chiaro dove sia andata. All’inizio di questo mese, il volume di oro era di circa 1 miliardo di dollari, o l’8 per cento del totale di riserve”, il capo della Banca Nazionale di Ucraina, Valeria Gontareva, ha detto in un’intervista con TV Kharkiv in Ucraina.
Al 1° novembre, gli ultimi dati disponibili, le riserve in valuta estera ammontavano a 12,6 miliardi dollari, ciò che pone le scorte d’oro nazionali ucraine ad appena 123,6 milioni di dollari, ha riferito Zerohedge.
Tuttavia, questo dato contraddice i 988,7 milioni che è il livello cui dovrebbe stare l’oro, se il suo rapporto con le riserve totali fosse dell’8 per cento.
Nel mese di febbraio, prima che l’allora presidente Viktor Yanukovich fosse rovesciato, le riserve auree erano pari a circa 21 tonnellate, secondo l’allora presidente della Banca Nazionale di Ucraina Sergey Arbusov.
Una teoria è che l’Ucraina abbia deciso di spostare le sue riserve d’oro negli Stati Uniti poco dopo il colpo di Stato presidenziale quando il primo ministro Arseniy Yatsenyuk ha tenuto una riunione con il presidente Obama.
Alla fine di febbraio, l’oro si attestava a 1,8 miliardi di dollari, o circa il 12 per cento delle riserve. La Banca Centrale ha riferito che le riserve ammontavano a 1,6 miliardi di dollari sia a luglio che ad agosto, e 1,7 miliardi nel mese di settembre.
Nel mese di ottobre, la Banca è stata costretta a vendere 874 milioni di dollari di oro per far fronte ai debiti pubblici interno ed estero, secondo il Fondo Monetario Internazionale.
Una delle principali funzioni della Banca Nazionale di Ucraina è di accumulare e conservare le riserve in valuta estera e metalli preziosi.
Nel mese di maggio, il precedente capo della Banca, Stepan Kubiv, disse che l’Ucraina prevedeva di utilizzare parte della sua prima tranche del prestito del Fondo Monetario Internazionale per aumentare le riserve auree e valutarie al fine di stabilizzare la moneta in difficoltà, la grivna.
Il FMI, che prima aveva negato finanziamenti all’Ucraina a causa della corruzione, nel mese di aprile ha impegnato 17 miliardi di dollari in due anni per aiutare il Paese a cercare di allinearsi in modo più stretto con l’Europa, e non la Russia.
La Banca ha smesso di sostenere la moneta a metà novembre, quando essa è finita in completa caduta libera. La grivna ha perso il 50 per cento del suo valore rispetto al dollaro dall’inizio dell’anno.
“La svalutazione della grivna è ora al 100 per cento. All’ultimo minuto, le aziende hanno cominciato a farsi prendere dal panico. Anche dopo la svalutazione del 50 per cento, che ha avuto inizio nel mese di luglio, siamo stati in grado di stabilizzare la situazione, ma poi è iniziata la guerra”, ha detto la Gontareva.
L’economia ucraina è finita fuori controllo dal momento che la rivoluzione e la guerra hanno afferrato il Paese. Il nuovo governo deve gestire riserve infime, inflazione schizzata al cielo, crescita in diminuzione, carenze di gas naturale, e una incombente insolvenza sui debiti.

(Fonte)

Una Repubblica fondata sulla strage

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In una delle uscite conclusive della sua campagna elettorale Petro Poroshenko ha visitato Odessa, un luogo simbolo della tragedia ucraina. Nel corso di questa visita ha espresso alcune opinioni che hanno sollevato scalpore, giustificando con la ragion di stato l’omicidio di massa perpetrato il 2 maggio scorso nella Casa dei Sindacati. “Odessa è diventata una città molto filo-Ucraina!” ha detto Poroshenko aggiungendo che “i media russi la chiamano oramai città banderista. Secondo me Odessa non potrebbe ricevere complimento migliore!” [dal nome del leader irredentista ucraino Bandera, il cui esercito galiziano si schierò a fianco alle armate hitleriane nella seconda guerra mondiale compiendo eccidi contro la popolazione ebraica e polacca, recentemente nominato eroe nazionale]. Parlando dell’eccidio del 2 maggio Poroshenko ha detto che Odessa “ha pagato un prezzo molto alto, e tuttavia proprio ora possiamo vedere cosa succede se non si fermano i separatisti” .
Si allunga, quindi, la lista dei politici di primo piano che rivendica a merito la strage della Casa dei Sindacati in cui sarebbero rimaste uccise 48 persone secondo i dati ufficiali, contestati però da fonti indipendenti che denunciano la scomparsa di oltre 200 attivisti. Aveva fatto scalpore, nei mesi scorsi, una dichiarazione dei titolare del Ministero degli Affari Interni Arsen Avakov, il quale aveva dichiarato, con riferimento alla gestione della crisi a Donetsk: “Avrei dovuto fare esplodere quell’edificio insieme ai terroristi che lo occupavano. Sarebbe stata una pagina sanguinosa e triste, ci sarebbero stati 50 morti, e l’edificio sarebbe stato distrutto. Ma il Donbass e migliaia dei suoi abitanti si sarebbero salvati”. Due personaggi di primo piano legano il massacro al tandem Arsenij Yatzenyk – Oleksander Turchinov (rispettivamente capo del governo e Presidente ad Interim post Majdan e vincitori delle ultime elezioni) : Andrj Parubin, al tempo segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale dell’Ucraina, ripreso mentre organizzava le squadre banderiste nell’ imminenza della strage e Sergey Pashinskj, Capo Esecutivo dell’Amministrazione Presidenziale, presente sul luogo con pieni poteri operativi. E proprio Turchinov insediò alla carica di Governatore di Dnepropetrovsk Igor Kolomoiskj, oligarca fornitore di parte della “manovalanza” impegnata nella strage, secondo quanto rivelato dalla pubblicazione di una intercettazione telefonica fra Oleg Nogisky, Presidente dell’Unione dei Fornitori Ucraini e Jan Epstein, Console Israeliano.
Il fatto che Poroshenko abbia espresso una opinione così pesante sulla strage assume oggi una chiara connotazione politica. Nel momento in cui Yatzenyk e Turchinov, emanazione diretta di Washington e probabili mandanti del massacro conseguono una vittoria elettorale del tutto inattesa, che costringe il cosiddetto Presidente alla formazione di un governo di coalizione, Poroshenko gli fornisce la garanzia politica della propria lealtà cointestandosi una azione criminale che espone seriamente i protagonisti ad una rappresaglia politica e giudiziaria in caso di crisi del regime. I morti di Odessa sono quindi diventati la base ideologica del nuovo “arco costituzionale” di Kiev. Chi vuole il potere a Kiev sa che deve imbrattarsi del loro sangue e spezzare il pane con i loro carnefici.

(Fonte)

Arseniy Yatsenyuk, collaboratore a progetto

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Mentre la Camera dei Rappresentanti USA approva una risoluzione di condanna per le azioni russe in Crimea e sollecita la Casa Bianca a boicottare il prossimo vertice G8 di Sochi, invitando altresì gli “alleati” della NATO a sospendere la cooperazione militare con Mosca ed a imporre sanzioni economiche e restrizioni sulla concessione dei visti, il presidente Obama dal canto suo cerca il modo di sostenere il boccheggiante governo golpista d’Ucraina con un prestito di un miliardo di dollari.
Qualcuno oltreoceano fa però notare che secondo il Foreign Assistance Act, legge del 1961 recentemente modificata in alcune sue parti, l’erogazione di aiuti all’estero è proibita nei confronti dei governi di quei Paesi i cui capi di Stato regolarmente eletti siano stati deposti tramite un golpe militare o per decreto, come appunto prevede il 22 US Code § 8422.
Provvedimento in base al quale il Congresso, a seguito della deposizione del presidente Morsi avvenuta la scorsa estate, decise di sospendere l’aiuto finanziario all’Egitto.
Il tema sarà sicuramente all’ordine del giorno dell’incontro odierno fra Obama e Arseniy Yatsenyuk, primo ministro ucraino ad interim, il quale -dopo la firma del contratto di collaborazione con i committenti euro-atlantici apposta la scorsa settimana a Bruxelles- ora vola a Washington per assicurarsi l’indispensabile integrazione salariale.
Federico Roberti