“Dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo, l’Afghanistan resta in condizioni disperate”

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Forze esterne non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi, ma questo è ciò che sta accadendo in Afghanistan, Medea Benjamin, co-fondatrice della ong progressista Code Pink ha detto a RT.
Lunedì [scorso, 21 dicembre – ndr] due attacchi sono avvenuti in Afghanistan. Tre razzi hanno colpito la zona diplomatica di Kabul poco distante dal centro della città. Ciò è successo dopo che un attentatore suicida in moto aveva effettuato un attacco alla base aerea di Bagram uccidendo sei soldati americani.
Nel frattempo, i Talebani stanno aggressivamente facendo ritorno nella provincia di Helmand. I militanti sarebbero vicini ad espugnare la città chiave di Sangin.
Il Segretario di Stato USA John Kerry ha descritto gli sviluppi in Afghanistan come positivi. Tuttavia, l’attivista politica americana Medea Benjamin non è d’accordo definendola una dichiarazione ridicola.
“Gli Stati Uniti hanno speso probabilmente un trilione di dollari in Afghanistan ed esso rimane uno dei Paesi più poveri al mondo; uno dei posti peggiori per le donne per avere figli; con uno dei peggiori tassi di analfabetismo tra le donne”, ha detto a RT.
Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001 dopo gli attacchi dell’11 Settembre effettuati sul suolo americano, e secondo la Benjamin, «non è certo un Paese che dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo ha molto da parlare a suo favore in termini di sviluppo.”
Lo Stato Islamico (già ISIS/ISIL) sta ora combattendo i Talebani, fatto che potrebbe rendere le cose ancora peggiori per il popolo afghano.
L’attivista sostiene quanto è terribile che, dopo tutti questi anni e i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella formazione delle forze afghane locali esse non sono ancora in grado di controllare il proprio Paese.
“Penso che sia un riflesso del fatto che le forze provenienti dall’esterno non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi”, ha affermato la Benjamin.
Ella suggerisce che c’è sempre stata la necessità di una soluzione politica ai problemi in Afghanistan e gli Stati Uniti dovrebbero investire i propri soldi nello sviluppo del Paese al posto dei militari.
Ragionando sulle possibili soluzioni, l’attivista ha dichiarato che ci sono stati continui tentativi di parlare con i Talebani. Tuttavia, lei crede che in merito hanno bisogno di fare sul serio.
“John Kerry dovrebbe impiegare alcune delle sue energie diplomatiche per trovare una soluzione politica che purtroppo dovrà includere i Talebani come parte di una transizione. I Talebani sono gente del posto e non possono essere cacciati via “, ha detto la Benjamin a RT.
“Ma penso che i restanti 10.000 soldati statunitensi non saranno sufficienti per dettare al governo afghano quale politica dovrebbe adottare”, ella ha continuato.
La Benjamin ha affermato che deve esserci una soluzione politica e tutta l’energia e le risorse dovrebbero essere impiegate per questo obiettivo.

‘L’Amministrazione Obama vuole nascondere sotto il tappeto gli abusi dei SEAL in Afghanistan’
Nel frattempo, un rapporto del New York Times ha accusato la US Navy di coprire l’abuso di detenuti afghani che ebbe luogo nel maggio 2012.
Il Naval Criminal Investigative Service aveva avviato un’indagine su un caso in cui la tortura provocò la morte di un uomo arrestato dai US Navy SEALS. Nonostante testimonianze oculari contro i militari statunitensi, l’indagine della Marina ha respinto le accuse, sostenendo che le prove non hanno dimostrato la presunta cattiva condotta.
L’avvocato penalista ed ex ufficiale della CIA Jack Rice parlando di abusi sui detenuti ha detto che in un caso come questo non si sarebbe dovuta svolgere un’indagine minimale.
“Questa avrebbe dovuto essere una indagine penale in piena regola, che è molto più grave sul piano militare”, ha dichiarato a RT.
Ha aggiunto che se volevano portare ciò all’estremo, avrebbero potuto portare l’addebito alla Corte Federale, che è un tribunale civile negli Stati Uniti.
“Sulla base del fatto che ci fu una morte in questo caso non c’è stata una indagine come si dovrebbe”, ha detto Rice.
Rice sostiene che l’indagine potrebbe essere riaperta “in base alla gravità del caso e al fatto che essenzialmente è stato respinto.”
“E ‘inquietante che sembrano prendere una decisione di trattarlo in maniera tanto illogica quanto lo hanno realmente basato sulla morte di uno dei detenuti”, ha continuato.
Il comandante dei SEAL ha detto che le prove fornite nel rapporto sono inconsistenti.
Rice ha replicato che è possibile che ci siano incongruenze nel rapporto. “Ma ciò in sé non significa che non si deve andare avanti con un’indagine”, ha aggiunto.
Secondo Rice, egli ha a che fare regolarmente con resoconti che mostrano contraddizioni al loro interno.
«Ciò non ferma l’inchiesta, non ferma l’accusa; solo perché alcune cose non tornano completamente non significa che non si deve continuare a scavare; ciò non significa che non si dovrebbe potenzialmente anche indagare qualcuno per reati gravi “, ha aggiunto.
L’ex funzionario della CIA ritiene che il governo degli Stati Uniti stia cercando di seppellire l’indagine stessa.
“Il fatto che quello che hanno compiuto è stato deviare il caso a un’indagine minimale ed al tipo di inchiesta e processo per eventi insignificanti, piuttosto che qualcosa di molto più serio davvero mi dice che sono in procinto di spingerlo via, per cercare di metterlo sotto il tappeto “.
Nel 2009 il presidente Obama disse che riteneva di non dover diffondere 2000 immagini fotografiche di tortura perché questo avrebbe messo a repentaglio le truppe USA all’estero. Rice sostiene che il presidente Obama abbia deciso che non era il caso di diffondere le foto di Abu Ghraib.
“Quando era in corsa per il ruolo promise che voleva la trasparenza e che il popolo americano e il mondo vedessero le foto stesse”, ha detto a RT.
In conclusione, ha affermato che “la probabilità di successo nella riapertura del caso non è molto certa, a questo punto.”
“La mia aspettativa è che esso non sarà riaperto”, prevede Rice.

[Fonte – traduzione di F. Roberti]

Un po’ di Italia a Bagram

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan. “Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”. Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA “è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.
Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal Paese.
(…)
A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.
Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.
La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri.
(…)
È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA;
(…)
L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

Da A DRS-Finmeccanica i centri informatici della Guantanamo afgana, di Antonio Mazzeo.

Tutti i comfort della guerra

L’immagine della base operativa avanzata dove sono atterrata e quella dei suoi soldati è davvero impeccabile. Il merito di tutto questo è in gran parte da attribuire al lavoro notevolmente economico dei prestatori d’opera filippini, indiani, croati e provenienti da altri Paesi ancora, attirati da terre lontane dai contractors americani a pagamento, con il compito di far sentire come a casa propria le nostre truppe lontane da casa. Le strade della base sono disposte a griglia. Le tende in file ordinate sono protette con sacchi di sabbia standard ed i loro cugini di taglia gigante, i bastioni fortificati, sono riempiti con rocce e detriti.
Le tende sono rinfrescate da un rumoroso tornado d’aria condizionata, grazie ad apparecchiature alimentate a benzina che l’esercito importa al costo di circa 400 dollari al gallone. Ci vogliono rifornimenti che impiegano da tre a quattro ore ogni giorno per riempire tutti gli enormi generatori che mantengono il flusso di aria fredda, così mi sono sentita in colpa quando, per evitare di avere i brividi nel sonno, ho imbottito con il mio asciugamano la condotta dell’aria sospesa al soffitto della mia tenda.
Altri edifici permanenti sono in progressivo aumento ed alcuni, già costruiti dagli Afghani ma considerati non abbastanza buoni per i parametri americani, sono stati programmati per essere abbattuti e ricostruiti. Anche in accampamenti lontani come questo il boom edilizio è prodigioso. C’è una grande palestra con le più moderne attrezzature per il body-building, ed un centro ricreativo dotato di telefoni e di una serie di computers connessi ad Internet quasi sempre in uso. Una sala mensa, aperta 24 ore al giorno per 7 giorni su 7, serve costantemente costine alla brace, bistecche e code di aragosta, anche se tutto viene cucinato nell’ombra da quei lavoratori sottopagati a cui questa cucina è del tutto estranea.
C’è una lavanderia straordinariamente rapida e, allo stesso modo dei servizi igienici e delle docce – posso parlare solo per quei pochi appositamente predisposti per il personale femminile – questi sono stati i migliori che avessi mai potuto vedere in qualsiasi luogo dell’Afghanistan. Un’insegna suggerisce gentilmente di limitare la durata della doccia a cinque minuti, un riferimento alla spesa per il pagamento dei contractors addetti all’assunzione di camionisti per il trasporto dell’acqua necessaria (alla base – ndr), e per il successivo allontanamento verso località segrete dei copiosi reflui prodotti dalle latrine americane. (A Bagram, questi reflui sono comodamente scaricati in un fiume che scorre nelle vicinanze, in ciò che rappresenta una fonte d’acqua per innumerevoli Afghani). Gli altri rifiuti prodotti da questa base operativa avanzata in espansione vengono scaricati in una buca e bruciati, tra cui un numero impressionante, ma tenuto nascosto, di bottiglie di plastica. Tutto questo contribuisce a spiegare il costo annuale del mantenimento di un singolo soldato americano in Afghanistan, attualmente stimato in un milione di dollari.

Da Here Be Dragons. MRAPs, Sprained Ankles, Air Conditioning, Farting Contests, and Other Snapshots from the American War in Afghanistan, di Ann Jones (traduzione di L. Bionda).

[Della stessa autrice: Flatulenze controinsurrezionali in Afghanistan]

Gli avvocati di Guantanamo

Successivamente agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno imprigionato più di 750 uomini presso la base navale di Guantanamo, a Cuba. Queste persone, da ragazzi adolescenti fino ad ottantenni, provenienti da oltre 40 Paesi diversi, sono state detenute per anni senza che venissero formulate contro di loro accuse precise e senza subire un processo. Prive di uno status legale e di qualsiasi protezione, sono state letteralmente dei “fuorilegge”: incarcerate in segreto, negata qualsiasi comunicazione con le proprie famiglie, e soggette ad un isolamento estremo, ad abusi fisici e psicologici e, in tanti casi, a torture.
Questo libro raccoglie le storie dei detenuti, raccontate dai loro avvocati. A questi ultimi sono stati necessari più di due anni – ed una sentenza della Corte Suprema statunitense – per avere finalmente il diritto di far visita e parlare con i propri clienti a Guantanamo. Anche allora, gli avvocati sono stati costretti ad operare con limitazioni molto severe dirette ad inibire la comunicazione e mantenere il carcere nel riserbo.
Il testo contiene oltre cento racconti personali degli avvocati che hanno rappresentato i detenuti a Guantanamo ed in altre prigioni segrete come quella presso la base aerea di Bagram in Afghanistan. Mark Denbeaux e Jonathan Hafetz, essi stessi avvocati dei detenuti, hanno raccolto queste storie che coprono praticamente ogni aspetto di Guantanamo, ed il caso giudiziario che ha fatto nascere.
Il capitolo introduttivo del libro è qui.

The Guantànamo Lawyers. Inside a Prison Outside the Law,
a cura di Mark Denbeaux e Jonathan Hafetz
New York University Press, pagine 448
ISBN 9780814737361

Guantanamo non chiude

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Tutti ricordano le foto delle torture che circolano su Internet. Esse sono state presentate come trofei di guerra da qualche GI. Tuttavia, i media mainstream in grado di verificarne l’autenticità, non osavano riprodurle. Nel 2004 la CBS vi ha consacrato un reportage. Questo è stato il segnale del movimento generale per esporre il maltrattamento degli iracheni. La prigione di Abu Ghraib dimostrava che la presunta guerra contro la dittatura di Saddam Hussein era in realtà una guerra di occupazione come le altre, con lo stesso corteo di crimini. Non sorprende che Washington abbia assicurato che gli abusi furono perpetrati all’insaputa dei comandi, da pochi individui insignificanti descritti come “mele marce”.
Alcuni soldati sono stati arrestati e processati per esempio. Il caso è stato chiuso fino alla rivelazione successiva.
(…)
Tranne che, a un anno dall’elezione di Barack Obama, se centinaia di singoli casi sono stati risolti, non è cambiato nulla nel merito. Guantanamo è lì e non sarà chiusa immediatamente. Le associazioni di difesa dei diritti umani sono chiare: la violenza contro i detenuti sono peggiorate. Interrogato al riguardo, il vice-presidente Joe Biden ha detto che più si avanzava in questo dossier, più capiva che finora non era a conoscenza di molti aspetti. Poi, enigmatico, ha avvertito la stampa, assicurando che non si dovrebbe aprire il vaso di Pandora. Da parte sua, Greg Craig, consulente della Casa Bianca ha voluto dare le dimissioni, non perché crede di aver fallito nella sua missione di chiudere il centro, ma perché ora crede che gli sia stato affidato un compito impossibile.
Perché il Presidente degli Stati Uniti non riesce a farsi obbedire? Se uno ha già detto tutto ciò che riguarda gli abusi dell’era Bush, perché parlare di un vaso di Pandora e che se ne ha paura?
In realtà, il sistema è più vasto. Non si limita solo a pochi rapimenti e a una prigione. Soprattutto, il suo scopo è radicalmente diverso da quello che la CIA e il Pentagono fanno credere. Prima di iniziare la discesa agli inferi, si dovrebbe far piazza pulita della confusione.
(…)
La US Navy ha istituito un gruppo medico d’assalto. Che fece venire a Guantanamo il professor Seligman. Questo professionista è una star, noto per il suo lavoro sulla depressione. I suoi libri sull’ottimismo e la fiducia sono dei best seller in tutto il mondo. E lui che ha supervisionato gli esperimenti su cavie umane.
Alcuni prigionieri, sottoposti a terribili torture, finivano spontaneamente per mettersi da soli in questo stato psicologico, permettendogli di sopportare il dolore, ma privandoli di ogni resistenza. Manipolandoli così, si arriva rapidamente alla fase 3 del processo Biderman. Sempre basandosi sul lavoro di Biderman, i torturatori americani, guidati dal professor Seligman, hanno fatto esperimenti ed hanno migliorato tutte le tecniche coercitive.
Per fare questo, è stato sviluppato un protocollo scientifico che si basa sulla misurazione delle fluttuazioni ormonali. Un laboratorio medico è stato installato a Guantanamo. Campioni di saliva e del sangue vengono prelevati a intervalli regolari dalle cavie per valutarne le reazioni.
I torturatori hanno reso più sofisticati i loro crimini. Ad esempio, nel programma SERE, hanno monopolizzato con la musica stressante la percezione sensoriale, per impedire al prigioniero di dormire. Hanno ottenuto risultati migliori trasmettendo grida di bambini inconsolabili per giorni e giorni. Oppure, hanno mostrato tutta la potenza dei rapitori con i pestaggi.
A Guantanamo, hanno creato la Forza di reazione immediata. Questo è un gruppo di punizione dei prigionieri. Quando questa unità entra in azione, i suoi membri sono rivestiti di un’armatura di protezione, tipo Robocop. Estraggono il prigioniero della sua gabbia e lo mettono in una stanza le cui pareti sono imbottite e rivestite in compensato. Gettano la cavia contro il muro, per fratturarli, ma il legno compensato smorza parzialmente lo shock, così da inebetirli, ma le sue ossa non vengono rotte.
I principali progressi sono stati compiuti con la punizione della vasca. Una volta, anche la Santa Inquisizione immergeva la testa del prigioniero in una vasca da bagno e lo ritiravano poco prima della sua morte per annegamento. La sensazione di morte imminente causa la massima ansia. Ma il processo era primitivo e frequenti erano gli incidenti. Ora, il prigioniero non è più immerso in una vasca da bagno piena, ma viene fatto giacere in una vasca vuota. Lo si annega versandogli acqua sulla testa, con la possibilità di fermarsi istantaneamente.
Ogni sessione è stata codificata per determinare i limiti della sopportazione. Degli assistenti misurano la quantità di acqua utilizzata, i tempi e la durata del soffocamento. Quando ciò accade, recuperano il vomito, lo pesano e l’analizzano per valutare l’energia e la stanchezza prodotte.
(…)
Il caso più noto è quello del pseudo-Khalil Sheikh Mohammed. Questi è un individuo arrestato in Pakistan e accusato di essere un islamista del Kuwait, anche se non è chiaramente la stessa persona. Dopo essere stato torturato a lungo e, in particolare, esser stato sottoposto 183 volte al bagno mortale durante il solo mese di marzo del 2003, l’individuo ha riconosciuto di essere Mohammed Sheikh Khalil, e si è autoaccusato di 31 diversi attentati in tutto il mondo, dal WTC di New York nel 1993, alla distruzione di una discoteca di Bali e alla decapitazione del giornalista Daniel Pearl, fino a gli attentati dell’11 settembre 2001. Lo pseudo-Sheikh Mohammed ha continuato la sua confessione davanti ad una commissione militare, ma non è stato possibile, per gli avvocati e i giudici militari, interrogarlo in pubblico, poiché si temeva che, fuori dalla gabbia, si rimangiasse la confessione.
Per nascondere le attività segrete dei medici di Guantanamo, la Marina Militare ha organizzato viaggi-stampa dedicati ai giornalisti compiacenti. Così, il saggista francese Bernard Henry Levy, ha detto che ha giocato volentieri il ruolo del testimone della moralità, visitando quello che si voleva fargli vedere. Nel suo libro ‘American Vertigo’, ha assicurato che questo carcere non è diverso da altri penitenziari degli Stati Uniti, e che le prove di abusi praticati vi “erano piuttosto gonfiate.” (sic)
In definitiva, l’amministrazione Bush ha stimato che pochissimi individui sono stati condizionati a tal punto da confessare di aver commesso gli attentati dell’11 settembre. Essa ha concluso che era necessario testare un gran numero di prigionieri per selezionarne i più reattivi.
Tenuto conto della controversia che si sviluppò attorno a Guantanamo, e per essere sicura di non essere perseguita, la US Navy ha creato altre prigioni segrete, poste al di fuori di qualsiasi giurisdizione, in acque internazionali.
17 imbarcazioni a fondo piatto, del tipo usato per le truppe da sbarco, sono state trasformati in prigioni galleggianti, con gabbie come quelle di Guantanamo. Tre sono state identificate dall’associazione britannica Reprieve. Questa sono la USS Ashland, USS Bataan e USS Peleliu.
Se aggiungiamo tutte le persone che sono state fatte prigioniere in zone di guerra, o sequestrate in qualsiasi parte del mondo, e trasferite in questa serie di carceri, negli ultimi otto anni, un totale di 80.000 persone sono transitate nel sistema, di cui meno di un migliaio sarebbe stato spinto alla fase finale del processo di Biderman.
Quindi il problema dell’amministrazione Obama è il seguente: non è possibile chiudere Guantanamo senza rivelare ciò che è stato fatto. E non è possibile riconoscere quanto è stato fatto, senza ammettere che tutte le confessioni ottenute sono false e sono state deliberatamente inculcate sotto tortura, con le conseguenze politiche che ciò implica.
Alla fine della seconda guerra mondiale, dodici processi furono istruiti dal tribunale militare di Norimberga. Uno era dedicato a 23 medici nazisti. 7 furono prosciolti, 9 furono condannati a pene detentive e 7 furono condannati a morte. Dal momento che esiste un codice etico che disciplina la medicina a livello internazionale. Esso vieta proprio ciò che i medici statunitensi hanno fatto a Guantanamo e in altre prigioni segrete.

Da Il segreto di Guantanamo, di Thierry Meyssan.

Una guerra sporca, senza onore

sarissa

L’esordio in Afghanistan.
L’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane continua ad irrobustirsi ed a costare alla gente perbene altri miliardi di euro
,
di Giancarlo Chetoni

La pianificazione del coinvolgimento bellico dell’Italietta in Afghanistan nasce nella Sede del Comando Generale Alleato per il Sud Europa nei mesi successivi al Novembre 2001.
Se la campagna aerea USA ha spazzato via le posizioni tenute dalle forze pashtun a est a sud ed a nord del Paese e disperso sul terreno le sue formazioni combattenti con il sostegno dei Signori della Guerra dell’Alleanza del Nord del calibro di Daud, a libro paga della CIA, accusato recentemente di efferati crimini di guerra, per la Coalizione il lavoro che resta da fare nel Paese delle Montagne è semplicemente enorme.
Il nemico non mollerà facilmente la presa. La morfologia del territorio, la sua estensione, una viabilità primitiva che si inerpica su tornanti di montagna, la totale mancanza di una decente rete stradale di altopiano, l’assenza di risorse minerali ed energetiche da depredare, una struttura sociale e religiosa reiteratamente refrattaria, ostile, a modelli di civiltà estranei ed una struttura statale inesistente fanno dell’Afghanistan, per bene che vada, un grosso buco nero.
I comandanti locali taliban, anche se danno l’ordine di smobilitazione, inviteranno i militanti a mimetizzarsi alle periferie delle città lasciando nei centri urbani i combattenti più determinati per avere occhi, orecchie e braccia alle spalle degli aggressori.
I nuclei pashtun che non saranno sciolti o distrutti esfiltrano un po’ alla volta dalle aree sottoposte a rastrellamenti e bombardamenti per trovare riparo nei fondovalle, nelle aree rurali e nei villaggi di montagna.
Anche se la vittoria è stata facile, quasi senza perdite, gli analisti militari USA e NATO sanno che tenere sotto stretto controllo militare l’intero Afghanistan non sarà né semplice né facile. Occorrerà chiedere ed ottenere, ancora una volta, il sostegno politico, economico e militare alla cosiddetta Comunità Internazionale, a quella nuova e vecchia Europa dell’Est e dell’Ovest, all’Inghilterra, al Canada, a Stati Criminali e Repubbliche delle Banane.
La nostra (!?) avventura militare prende così ufficialmente avvio sulle montagne di Kost, dopo un anno di preparazione logistica e di acclimatamento, nel Luglio 2003 con un distaccamento di paracadutisti della Folgore coinvolto in un primo conflitto a fuoco con presunte formazioni terroriste che, quella volta, si sganciano nell’oscurità. Continua a leggere

Sport d’acqua made in USA, i memorandum

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Ricordate Khalid Shaikh Mohammad, detto KSM, che aveva confessato tutto dall’organizzazione ed esecuzione dell’11 settembre alla pianificazione di attentati contro Clinton, Carter, Kissinger, il Papa e il Big Ben?
E ricordate il waterboarding?
(…)
Ora si sa che il waterboarding gli è stato praticato 138 volte in un mese: sta scritto in un memorandum del 30 maggio 2005 pubblicato qui. A pagina 15 del documento si specificano le regole: non più di due sessioni in 24 ore, ogni sessione non più lunga di due ore, al massimo sei applicazioni della durata di 10 secondi o più (massimo 40) per sessione, e comunque l’acqua non può essere applicata per più di 12 minuti nelle 24 ore. Il tutto per cinque giorni al mese.
Applicazioni. Sembra il programma delle sabbiature a Grado.
“La CIA ha impiegato il waterboarding ‘almeno 83 volte’ nell’agosto del 2002 durante l’interrogatorio di [Abu] Zubaydah […] e 183 volte nel marzo del 2003 durante l’interrogatorio di KSM”.
Cinque giorni al mese, due sessioni al giorno per cinque giorni, un massimo di sei applicazioni a sessione fa 60, tipo. A quel punto il tizio crolla. Non proprio, a KSM ce ne sono volute 183 (questo significa che le regole sono state scritte dopo), perché lui è esagerato in tutto.
Il metodo non viola l’Articolo 16 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Tortura e altri Trattamenti e Punizioni Crudeli, Inumani e Degradanti: l’articolo si limita alla condotta sul territorio che si trova sotto la giurisdizione degli Stati Uniti. Il waterboarding però si pratica rigorosamente fuori degli Stati Uniti, la gentile nazione che ha donato al mondo Guantanamo, Bagram, Abu Ghraib, le “consegne straordinarie” e tanti luoghi segreti di tortura in subappalto. Anche se l’Articolo 16 fosse applicabile, dicono, bisognerebbe vedere se le tecniche d’interrogatorio avanzate siano una condotta in grado di “scuotere la coscienza”.
E no, cosa ci fa pensare che scuotano la coscienza?

Da Tu chiamale se vuoi applicazioni, di mirumir.

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