Volete stabilità nei Balcani? Allora ridateci la Jugoslavia

Torna alta la tensione nei territori della ex Jugoslavia a seguito dell’assassinio di Oliver Ivanovic, esponente di punta della minoranza serba in Kosovo.

L’influente think-tank statunitense Council on Foreign Relations (CFR) ha messo i Balcani nella sua lista di prevenzione dei conflitti nella sua recente inchiesta del 2018.
Tuttavia l’idea, promossa dal CFR, che gli Stati Uniti siano il Paese che può aiutare a preservare “pace e stabilità” deve essere messa alla prova – così come gli stessi Stati Uniti e gli alleati NATO più vicini che sono in verità responsabili di molti dei problemi che affliggono attualmente la regione.
Questi problemi derivano tutti dalla violenta rottura della Jugoslavia multietnica degli anni ’90, un processo che le potenze occidentali hanno sostenuto e addirittura incoraggiato attivamente. Ma questo non è menzionato nel documento di riferimento del CFR “Lo scioglimento degli accordi di pace nei Balcani” (Contingency Planning Memorandum n. 32).
Invece sono i Russi, udite, udite, ad essere considerati i cattivi – con “la destabilizzazione russa del Montenegro o della Macedonia” elencato come uno dei possibili scenari del 2018. La verità è, tuttavia, che tutti i possibili “punti di fiamma” identificati dal CFR, che potrebbero portare a conflitti, possono essere direttamente collegati non a Mosca ma alle conseguenze di precedenti interventi e campagne di destabilizzazione statunitensi o guidate dall’Occidente. Continua a leggere

La Svezia si arrende a USA/NATO

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Sottomarini fantasma sono impiegati per spingere alla resa della pacifica neutralità

Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel 2005, il drammaturgo Harold Pinter stronco l’impero USA e notò che esso “ora occupa 702 installazioni militari in 132 Paesi di tutto il mondo – con l’onorevole eccezione della Svezia, certamente”.
Da allora, la presenza militare globale degli Stati Uniti ha continuato a crescere; ma il premiato scrittore era disinformato circa l’onorevole eccezionalismo della Svezia. Circa nello stesso momento in cui il mortalmente malato Pinter stava registrando il suo discorso, un funzionario del Ministero della Difesa svedese osservava che il Paese era già così profondamente coinvolto nel dispositivo USA/NATO che avrebbe costituito una piccola trascurabile differenza se ne fosse diventato formalmente membro.
Ciò era vero nel 2005, e lo è ancora di più dieci anni dopo. Benché la Svezia non sia ancora ufficialmente un Paese membro, le sue forze armate sono ora quasi completamente incorporate nel sistema USA/NATO. Truppe svedesi hanno partecipato alle guerre di aggressione ed occupazione degli USA e dei suoi alleati in Afghanistan, Libia e nei Balcani. Un gruppo segreto dei reparti speciali ha combattuto a fianco delle truppe USA/NATO in luoghi lontani come il Ciad e il Congo, ed è rappresentato al quartier generale delle forze speciali statunitensi in Florida.
Esercitazioni militari congiunte sono svolte con crescente frequenza nei cieli, in terra e nelle acque territoriali della Svezia. A partire da aprile dell’anno scorso [2014 – ndt], ad USA/NATO è stato garantito libero accesso allo spazio aereo svedese al fine di spiare la Russia mediante i suoi velivoli di sorveglianza AWACS.
Lo scorso agosto, il governo ha firmato un accordo cosiddetto di nazione ospitante che aumenta grandemente l’accesso USA/NATO al territorio svedese in caso di guerra e, come al tempo attuale, per i preparativi bellici. L’accordo – che deve ancora essere ratificato dal parlamento svedese – sembra inoltre violare il rifiuto svedese di lunga data degli armamenti atomici e le politiche connesse. E proprio recentemente, USA/NATO ha condotto l’esercitazione aerea più grande al mondo sul terzo più settentrionale del territorio svedese. Parte della sempre più intensa lotta con la Russia per il controllo dell’Artico in via di scioglimento, “Arctic Challenge Exercise” ha coinvolto 100 velivoli militari da 10 Paesi, inclusi gli USA, Germania, Francia e Inghilterra. Continua a leggere

L’espansione NATO trascina l’Europa alla guerra

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Comunicato del Comitato No guerra No NATO

La decisione del Consiglio Nord Atlantico di invitare il Montenegro a iniziare i colloqui di accesso per divenire il 29° membro dell’Alleanza, getta benzina su una situazione già incandescente. Tale decisione conferma che la strategia USA/NATO mira all’accerchiamento della Russia.
Il Montenegro, l’ultimo degli Stati nati dallo smantellamento della Federazione Jugoslava con la guerra NATO del 1999, ha, nonostante le sue piccole dimensioni, un importante ruolo geostrategico nel Balcani. Possiede porti utilizzabili a scopo militare nel Mediterraneo e grandi bunker sotterranei che, ammodernati, permettono alla NATO di stoccare enormi quantità di munizioni, comprese armi nucleari.
Il Montenegro è anche candidato a entrare nell’Unione Europea, dove già 22 dei 28 membri appartengono alla NATO sotto comando USA. Nonostante che perfino l’Europol (l’Ufficio di polizia della UE) abbia messo sotto inchiesta il governo di Milo Djukanovic, perché il Montenegro è divenuto il crocevia del traffico di droga dall’Afghanistan all’Europa e il più importante centro di riciclaggio di denaro sporco.
Dopo aver inglobato dal 1999 al 2009 tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Unione Sovietica e due della ex Federazione Jugoslava, la NATO vuole ora impadronirsi del Montenegro per trasformarlo in base della sua strategia aggressiva. Si avvale a tal fine della complicità del governo Djukanovic, che all’interno reprime duramente la forte opposizione democratica all’entrata del Montenegro nella NATO.
La NATO mira oltre. Si prepara ad annettere Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Ucraina e altri Paesi, per espandersi, con le sue basi e forze militari comprese quelle nucleari, sempre più a ridosso della Russia.
In questa gravissima situazione, in cui l’Europa viene trascinata nella via senza uscita della guerra, il Comitato No Guerra No NATO

  • chiama alla più ampia mobilitazione per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per un’Italia neutrale e sovrana che si attenga all’Art. 11 della Costituzione;
  • chiama i movimenti europei anti-NATO a unire le forze in questa battaglia decisiva per il futuro dell’Europa;
  • esprime la sua solidarietà ai movimenti e alle persone (politici, giornalisti e altri) che, in Montenegro, si battono coraggiosamente contro la NATO per la sovranità nazionale.

Catania, 5 dicembre 2015

Davanti al bivio greco

Creare le condizioni per la caduta del governo di A. Tsipras è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro attraverso i Balcani…

“Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan Stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan Stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan Stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiedere la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan Stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.”

Da Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia, di Andrew Korybko.

“Nelle operazioni di pace si mente per costituzione”

ospedali in difesa

Come motiva la tesi che i costi delle guerre moderne superano di gran lunga le capacità produttive di un’economia di guerra e i costi di una guerra totale devono essere sostenuti dagli Stati, mentre i profitti si orientano sempre più verso le tasche dei privati?
E’ una constatazione. La guerra è diventata permanente ed è strumentale al profitto, non più ai valori comuni. La guerra, combattuta o preparata, è la principale ragione del debito globale che ha raggiunto livelli insostenibili. Noi tutti paghiamo tasse non più rivolte a pagare servizi pubblici ma a pagare interessi. I beneficiari di questo sistema non sono gli Stati, ma quelli che vivono sulle forniture belliche e sul sistema economico-finanziario della guerra permanente.

La “guerra per bande”, come lei la definisce, è un tratto distintivo delle guerre moderne. In cosa consiste?
Finito lo scopo del bene pubblico è finito lo scopo dello Stato. E allora le istituzioni statali e lo Stato sono al servizio d’interessi particolari perseguiti da bande private e pubbliche più o meno agglomerate, in guerra o alleanza reciproca. Gli elementi costitutivi della forza dello Stato: il popolo, la gente che vota, il territorio, il governo, le leggi, chi le fa e chi le deve difendere come le forze armate e quelle di polizia, sono strumenti più o meno consapevoli delle bande.

Perché ritiene che “nelle operazioni di pace si mente per costituzione”?
Perché chi garantisce le truppe e i finanziamenti delle operazioni ha bisogno di sentirsi dire che le operazioni sono umanitarie, che portano la pace, che garantiscono il futuro. Tutte cose non vere. Nessuna operazione cosiddetta di pace ha raggiunto gli scopi dichiarati, a partire dalla Somalia, ai Balcani, a Timor Est, al Libano, all’Iraq, all’Afghanistan e così via. In compenso i “soldati di pace” hanno dovuto combattere e morire, esattamente come in guerra, coscienti delle menzogne.”

Da Armi e sangue nel nome del profitto, intervista al generale Fabio Mini in occasione della pubblicazione del libro “La guerra spiegata a…”, Einaudi, tratta da La Gazzetta di Parma del 4 Febbraio 2014, p. 5.

[Guerre sotto falso nome e spese folli]

SOS Yugoslavia onlus: conoscerla e sostenerla

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L’associazione di volontariato SOS Yugoslavia si costituisce nella primavera del 1999, durante i bombardamenti della NATO sul territorio dell’allora Repubblica Federale Yugoslava.
A fronte di quella tragedia, l’associazione sceglie di portare aiuto là dove minimi risultano i soccorsi internazionali, e insieme a parte della comunità slava di Torino si impegna nella produzione di materiale informativo per divulgare la realtà della cultura e dell’attualità balcanica.
Terminata l’aggressione militare, le strategie della politica internazionale non consentono il ripristino delle condizioni di vita precedenti la guerra. Permangono e addirittura si aggravano i problemi economici e sanitari, determinando una situazione che si fa sempre più drammatica, soprattutto per il quasi milione di profughi -di tutte le etnie- residenti in Serbia.
Cosciente e consapevole delle condizioni di vita nella ex Repubblica Federale Yugoslava, l’associazione mantiene il proprio impegno a favore della popolazione civile più provata: bambini, profughi, orfani e vedove di guerra.
Oggi, a fronte della drammatica situazione socio-economica dei popoli residenti in Serbia, e a quella ancora più difficile del Kosovo dove permane lo stillicidio di violenze e l’assedio alle poche enclavi non albanesi, SOS Yugoslavia svolge un’attività di informazione e divulgazione che vuole superare i luoghi comuni.
Con l’intento di contribuire alla costruzione di una cultura di pace, essa fornisce occasioni di approfondimento sull’attualità dell’ex Yugoslavia, promuovendo l’avvicinamento a una realtà culturale su cui pesano le tragiche vicende del recente conflitto bellico. Tale attività si sostanzia in conferenze e dibattiti, percorsi didattici interculturali sulla letteratura dei Balcani, produzione di quaderni tematici, proiezione di videodocumentari, etc.
I materiali distribuiti fra i soci, oltre ad essere uno strumento indispensabile di divulgazione, sono finalizzati a stimolare le offerte economiche a sostegno dei progetti dell’associazione, ossia i programmi di solidarietà concreta delle adozioni a distanza e a favore delle comunità ancora residenti nelle enclavi serbe del Kosovo-Metohja.
L’adozione a distanza richiede un impegno annuale rinnovabile, che prevede un versamento di 310 euro, pari a € 26 mensili. L’importo costituisce un sostegno alla famiglia dell’adottato, che viene scelto e proposto dagli enti con cui l’associazione collabora, in base a un ordine di priorità.
Al donatore viene consegnata una scheda che riporta i dati relativi al destinatario del sostegno economico, con fotografia, dati anagrafici e scolastici, indicazioni circa la situazione familiare, indirizzo e numero di telefono. La famiglia beneficiaria riceve dati e recapiti del sostenitore italiano, in modo da poter corrispondere.
Possono aderire alla formula sia singoli che gruppi, amministrazioni pubbliche e associazioni. I contributi raccolti vengono consegnati da una delegazione di SOS Yugoslavia direttamente alle famiglie nel corso di assemblee pubbliche, alla presenza dei responsabili degli enti collaboranti, di stampa e televisioni.
Il programma è gestito in collaborazione con l’Ufficio adozioni della fabbrica di auto ex Zastava (ora FIAT) di Kragujevac che assiste le famiglie degli ex dipendenti ora disoccupati, con l’associazione profughi Zastava di Pec in Kosovo che assiste le famiglie degli ex dipendenti della filiale kosovara della fabbrica ora profughi residenti a Kragujevac e con l’associazione Decjia Istina di Belgrado che presta assistenza agli orfani e alle vedove di guerra.
Il programma di solidarietà a favore delle enclavi serbe nel Kosovo-Metohja è diviso in tre parti.
La prima a favore delle enclavi di Goradzevac e Orahovac, fornendo aiuto economico alle famiglie e alle strutture scolastiche locali, aiuti alimentari, vestiario e medicine.
La seconda, in collaborazione con l’associazione Srecna Porodica, è a sostegno dei minori la cui famiglia è stata vittima di sparizioni consumatesi nel quadro delle violenze interetniche avvenute nel Kosovo a partire dalla primavera del 1999.
La terza va in aiuto dell’Associazione malati di sclerosi multipla di Kosovska Mitrovica, con l’invio di medicinali e materiali sanitari per tutte le enclavi della regione.
Il carattere eccezionale del contesto, causa il permanere di violenze ai danni dei serbi e delle etnie non albanesi, riveste un significato speciale che va oltre il rendiconto economico degli aiuti.
In quelle zone sono davvero pochi coloro i quali vanno a fare solidarietà, basti pensare al fatto che le enclavi sono raggiungibili solo sotto scorta dei militari appartenenti alla missione di stabilizzazione KFOR a guida NATO, e a proprio rischio e pericolo, ma proprio perciò assume un valore speciale nella costruzione di una cultura di solidarietà fra i popoli, distinguendosi per lo sforzo che richiede e per l’umanità che se ne riceve in cambio.
Il progetto ha quindi un duplice obiettivo, da un lato la solidarietà concreta per sostenere economicamente le famiglie più bisognose e fornire alla comunità quanto richiesto in maniera urgente, dall’altro lato l’informazione e la testimonianza su quanto è accaduto e ancora accade in quella terra martoriata.
SOS Yugoslavia, oggi costituita nella forma di organizzazione non lucrativa di utilità sociale (onlus), ha ricevuto il premio “Alta nobiltà umanitaria” 2012 di Novosti Serbia, per l’alto valore morale e materiale della solidarietà verso le popolazioni serbo-kosovare del Kosovo Metohja nell’arco degli ultimi dieci anni.
Per contribuire alle attività di SOS Yugoslavia è possibile fare un versamento sul conto corrente bancario presso Banca Intesa-San Paolo con IBAN IT56K0306909217100000160153 oppure sul conto corrente postale n. 78730587.
E’ anche possibile destinare il proprio 5 per mille in occasione dell’annuale dichiarazione dei redditi, inserendo nell’apposito spazio il codice fiscale 97587940012.
L’associazione, con sede a Torino in via Reggio 14, è contattabile al recapito telefonico 339/5982381 e all’indirizzo di posta elettronica sosyugoslavia@libero.it.
Federico Roberti

L’oppio afghano invade la Russia

Secondo il rapporto dell’Ufficio sulle Droghe ed il Crimine dell’ONU, presentato lo scorso febbraio a Vienna durante i lavori della relativa Commissione, la Russia oggi è seconda solo all’Europa nell’uso di derivati dall’oppio di produzione afghana (eroina inclusa), e prima tra i singoli Stati.
Quando era ancora in Afghanistan, Osama bin Laden predisse che “essi moriranno per le nostre droghe”. Per “essi” egli intendeva la Russia, che all’epoca sosteneva attivamente il rivale storico Ahmad Shah Massud.
Bin Laden mantenne la parola: la sua dichiarazione risale al 1999, e nel successivo decennio il numero dei tossicodipendenti in Russia si è decuplicato. Ogni anno vengono consumate circa 80 tonnellate di eroina afghana, il 20% della produzione totale di tale sostanza nel Paese centro-asiatico ed il 90% di quella complessivamente consumata in Russia. Che conta per il 15% del consumo delle droga afghana, mentre ad esempio la Cina, con la sua enorme popolazione, “solo” per il 12%.
Nemmeno la riduzione significativa della superficie coltivata ad oppio, da 193.000 ettari nel 2007 a 123.000 nel 2009, modifica i termini della questione, in quanto è contemporaneamente incrementata la relativa produttività e lo scorso anno la produzione si è attestata attorno alle 7.000 tonnellate, per un valore di 65 miliardi di dollari.
Tutti questi dati di fonte ONU vengono confermati dalle autorità russe. Viktor Ivanov, responsabile del Servizio Federale per il Controllo della Droga, ha affermato che in Russia vi sono tra 2 e 2,5 milioni di tossicodipendenti, dei quali solo 500.000 ufficialmente censiti. Il numero di tossicodipendenti cresce di 80.000 all’anno, mentre vi sono fra i 30.000 e 40.000 decessi legati all’uso di droghe, annualmente.
Tre sono le rotte attraverso cui la droga esce dall’Afghanistan. La più importante, per il 35-40% del totale, passa per l’Iran e poi giunge in Europa occidentale dai Balcani. La seconda, che vale per un 25-30%, è quella che più di tutte convoglia la droga verso la Russia attraverso le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. La terza, per un restante 25-30%, passa per il Pakistan e poi arriva fino in Europa via mare.
E’ quindi comprensibile l’indignazione che la Russia va esprimendo ultimamente nei confronti del ruolo fallimentare della NATO nel contrastare la coltivazione di oppio in Afghanistan. Ad iniziare dall’ambasciatore russo presso l’Alleanza, Dmitry Rogozin, che ha definito “l’aggressione dell’eroina” come “la principale minaccia” al proprio Paese, dicendosi sicuro che la NATO non adotterà misure aggiuntive contro i narcotrafficanti afghani per evitare ulteriori perdite di truppe. Continuando con Alexander Kozlovsky, vice presidente del comitato affari esteri del Parlamento russo, che ha duramente criticato la NATO in quanto “praticamente si è messa a guardia dei campi dove le droghe vengono coltivate”.
Il già citato Ivanov ha riferito che il numero di arresti di narcotrafficanti in Afghanistan è diminuito di 13 volte e la chiusura di laboratori per la lavorazione della materia prima di 10 volte, negli ultimi tre anni. Si è inoltre registrato un sensibile declino nel volume di oppio sequestrato, nel 2009 solo 140 tonnellate, un misero 2% del prodotto totale.
Ivanov ha quindi espresso forte preoccupazione anche per l’allarmante aumento del transito di droga verso il Daghestan, l’instabile regione nel Caucaso russo, che favorisce la criminalità e le attività terroristiche. Ha infine fatto notare come negli ultimi anni l’ONU abbia sempre più eluso le proprie responsabilità nell’attuazione dei programmi di lotta alla droga, lasciando campo libero alla NATO la quale a sua volta ha delegato le autorità locali.
Quelle medesime autorità che, dopo aver assunto il controllo della città di Marjah e dell’intero distretto di Nadali al termine della recente operazione Moshtarak condotta dalle truppe dell’ISAF congiuntamente all’esercito afghano, hanno informalmente concesso ai contadini di continuare a produrre oppio. ”L’unico vero scopo dell’operazione Moshtarak – ha spiegato a Peacereporter Safatullah Zahidi, un giornalista locale – era mettere le mani sulle piantagioni di papavero da oppio. E quelle di Marjah e del suo distretto, Nadali, sono le più grandi e produttive di tutto l’Afghanistan. Grazie all’operazione Moshatarak sono tornate sotto controllo del governo e degli americani, giusto in tempo per il raccolto di marzo. E ora faranno lo stesso con le piantagioni della seconda principale zona di produzione di oppio, quella di Kandahar”.

Aggiornamento 3/4/2010
Sempre secondo il rapporto dell’ONU citato, non più del 3-4% del ricavato dell’oppio afghano finisce a finanziare il movimento talebano, per un ammontare comunque inferiore ai 300 milioni di dollari. Tolti altri 500 milioni ai contadini ed ai proprietari terrieri, a godere dei 65 miliardi di dollari sono sostanzialmente le reti “internazionali” del narcotraffico.
In merito alla crescente produttività, secondo esperti britannici nel 2009 ogni ettaro coltivato a papavero ha reso 56 chili di oppio, il 15% in più rispetto all’anno precedente.
Fonte RIA Novosti, come tutti i dati presenti nell’articolo.