Capire la Russia

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Allo stato attuale, la Russia è il Paese più demonizzato al mondo, inserito d’ufficio, a seguito degli sviluppi di situazione in Ucraina, nel particolarissimo elenco di “Stati canaglia” individuati dalle strategie obamiane di esportazione delle libertà americane (capitalismo consumistico e “senza frontiere”, individualismo, mercificazione, commercializzazione dell’esistenza dei singoli) in ogni angolo del Pianeta non ancora sottomesso ai dettami speculativi del Nuovo Ordine Mondiale.
Difendere la Russia, le sue ragioni in ambito geopolitico e culturale, è dunque un dovere da parte di chi, oggi come in passato, non accetta di deporre le armi della cultura, della conoscenza e della lotta per la dignità dei popoli e delle nazioni, contro l’imperialismo globalizzatore del Leviatano euro-atlantico.
Per difendere la Russia, occorre iniziare dal “Capire la Russia”.
(Dalla quarta di copertina)

Capire la Russia.
Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche
,
di Paolo Borgognone,
con prefazione di Giulietto Chiesa,
Zambon editore, 2015, € 25

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008.
Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia.
Per la casa editrice Zambon ha pubblicato Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latino-americano, eurasiatico-mediorientale e italiano.

Di fronte a una pressione congiunta

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Nell’immagine qui sopra lo vedete in compagnia dell’allora amico Osama (Bin Laden), ai tempi in cui nel ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter forniva i propri suggerimenti ai “combattenti per la libertà” afghani per cacciare i Sovietici.
Più tardì diventò pure consulente di un inesperto Obama, alle prese con la campagna elettorale per le presidenziali del 2008.
Zbigniew Brzezinski è e rimane l’autore di La Grande Scacchiera, testo fondamentale per comprendere le direttive geostrategiche della politica statunitense, pubblicato nel 1997, dal quale riportiamo la seguente breve citazione tratta da pagina 111:
“L’allargamento dell’Europa a est non può quindi prescindere da una stretta collaborazione tra America e Germania che dia vita a una leadership congiunta. La sua realizzazione avverrà, infatti, a patto che Stati Uniti e Germania incoraggino gli altri alleati della NATO ad accettarla. Quanto alla Russia, si tratta o di negoziare una sorta di accordo, sempre che questa sia disposta al compromesso, o di agire d’autorità, nella giusta convinzione che il compito di costruire l’Europa non possa essere subordinato alle riserve di Mosca. L’accordo unanime di tutti i membri della NATO richiederà, è vero, pressioni particolari da parte dell’America e della Germania, ma nessun membro sarà in grado di negare il proprio consenso di fronte a una pressione congiunta.”
Essa fa il paio con un’altra, tratta da un suo articolo coevo di non minore importanza, che riportavamo su questo blog nel 2008.
Profetico Zbig.

Russia Today come Roj TV?

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“Tenteranno di farvi chiudere”: incontrando Assange & l’ininterrotta “Guerra contro Russia Today”
di Margarita Simonyan, capo redattore di RT

La scorsa settimana, mentre ero a Londra, sono andata a far visita a Julian Assange presso l’ambasciata ecuadoregna. Abbiamo parlato in modo confidenziale ovviamente, perciò non renderò pubbliche troppe cose, ma diffonderò solo ciò che Julian ha insistito che divulgassi. Prima è troppo tardi.
Assange ha condiviso un illuminante racconto su una stazione televisiva curda che è stata chiusa in Danimarca. La storia, come molte altre – dai cablogrammi diplomatici con commenti non diplomatici a centinaia di crimini di guerra non indagati in Irak – è giunta alla sua attenzione mediante una fuga di notizie.
C’era una volta in Danimarca una rete televisiva curda. Altrettanto felicemente avrebbe potuto essere altrove, ma al canale erano interdetti mercati più adeguati. La stazione, Roj TV, si rivolgeva ai Curdi turchi, e ciò rendeva le autorità turche molto arrabbiate.
Funzionari turchi fecero pressioni sulla Danimarca loro alleata nella NATO affinché chiudesse il canale televisivo con qualche scusa plausibile. Ma la Danimarca era riluttante, dicendo che varie ispezioni non avevano riscontrato alcuna incitazione al terrorismo e non c’erano ragioni per chiuderla. Cose simili non si facevano là; dopotutto, la Danimarca è una democrazia.
La “democrazia” non ha prevalso a lungo. Solo fino al momento in cui il Principe di Danimarca Primo Ministro Rasmussen decideva di diventare Segretario Generale della NATO. Ma la Turchia insorse e bloccò la sua candidatura! Sì, riguardo la televisione curda circa la quale la Danimarca era così ostinata. Allora i pezzi grossi si riunirono e decisero che il canale che rappresentava un faro per una intera nazione non fosse un prezzo alto da pagare per una così importante posizione in una tanto importante organizzazione. E hanno cercato di tirar fuori un po’ di estremismo, dannata democrazia. Ancora non riuscivano a trovare alcuna evidenza di ciò, ma sputarono qualche altra spiacevolezza. Wikileaks possiede un cablo nel quale il Presidente USA Barack Obama stesso sollecita i suoi alleati a pensare di risolvere la questione della televisione curda “creativamente”, in modo tale che le nazioni civilizzate non siano accusate di sopprimere la libertà di parola. E così fecero.
“La stessa cosa è in programma per voi”, mi ha detto Julian. Sfortunatamente, ho pochi dubbi che egli sia nel giusto. Ero appena ritornata da Londra quando la Camera dei Rappresentanti statunitense approvava a grande maggioranza una risoluzione che, tra le altre cose, impegnava i funzionari USA in Europa a “valutare l’influenza politica, economica e culturale dei mezzi di informazione russi e finanziati dalla Russia e a coordinarsi con i governi ospitanti circa le adeguate contromosse.”
In altre parole, gli Stati Uniti spingerebbero l’Europa a sbatterci fuori. E ciò che sta già succedendo. Negli anni scorsi abbiamo assistito a una serie di tendenze meno che gradite. Continua a leggere

Il torturatore è Obama

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Stati Uniti, Guerra Senza Politica e Ferguson Brucia,
di Piero Laporta

Nelle due colonne in fondo a questo testo si può leggere il testo originale e la traduzione della Risoluzione 758, votata il 4 Dicembre dal Congresso degli Stati Uniti e approvata a larga maggioranza, 411 sì e 10 no. Quando scoppierà la guerra tra Stati Uniti e Russia, ricorderemo il documento che proponiamo qui sotto.Questa risoluzione, a dispetto della vasta maggioranza bipartisan che l’ha votata, è un sintomo di pessima salute politica nella già traballante credibilità degli Stati Uniti di Obama, portatisi in una molteplicità di guerre, esigendo di esservi accompagnati dagli alleati, non di meno incapaci di un minimo controllo sui naturali sviluppi caotici dei conflitti e, soprattutto, di rispettare essi stessi i solenni principi evocati nella Risoluzione 758, come pure nei documenti politici posti a base degli interventi armati, che oramai spaziano da Gibilterra al Lontano Oriente, mentre le piazze di Ferguson e di di New York sembrano pentole a pressione con la valvola bloccata.
Le accuse di torture alla CIA sono puerili (ma non meno gravi) nel loro scoperto tentativo di restringere le responsabilità morali, giuridiche e civili a una burocrazia, la quale, come tutte le burocrazie, è collegata con una solida e inarrestabile cinghia di trasmissione col potere politico centrale. In altre parole, non c’è funzionario della CIA – come di qualunque servizio segreto al mondo – che possa agire di testa sua, senza la benedizione del potere politico, coi relativi appoggi più o meno clandestini. Il torturatore è Obama, molte spanne prima della CIA.
In questo quadro, esigere che la Russia rinunci a compiere le azioni che gli USA e i loro alleati hanno commesso nei Balcani, in Asia, nel Vicino e nel Lontano Oriente, come in Africa e in America Latina, prima che sbagliato è stupido. E la politica non perdona la stupidità.
Un trattato, una legge, una qualsiasi norma devono seguire le decisioni politiche e rispecchiarne i rapporti di forza conseguenti. È, questo, un principio fondamentale, impossibile da aggirare se non si vuole scoperchiare di volta in volta un vaso di Pandora che puntualmente si rivela alquanto difficile da richiudere, se non a prezzo di innumerevoli vite umane e costi materiali insostenibili. Chi dubiti osservi gli ultimi venti anni.
È una lezione che dovrebbe imparare anche quel Benjamin Netanyahu, per fortuna dimissionario, la cui proposta di legge governativa sulla costituzione di uno “Stato ebraico” rispecchia l’imbecillità, di volta in volta profonda o superficiale, che sembra destinata a governare i tempi correnti.
Illudersi infatti di ottenere un riconoscimento della “patria ebraica” attraverso una legge, dimenticando lo sconquasso politico irrisolto che v’è a tergo, è solo un modo per gettare benzina su un fuoco divampante di suo. È la comunità internazionale che deve trovare una soluzione alla convivenza pacifica di ebrei e mussulmani palestinesi. Nulla può al riguardo una legge della Knesset. D’altrone e analogamente, una Risoluzione del Congresso NON può rimediare alla stupidità con la quale si è dissipato il patrimonio di pace offerto dalla caduta del Muro di Berlino, svilito nel tentativo di trasformarlo in un disegno di governo globale, con la UE sottomessa agli USA, l’Europa genuflessa alla Germania e tutto il mondo piegato alle brame d’una dozzina di vecchi stupidi banchieri, taluni dei quali blasfemi in privato e con la kippa, con lo scapolare o col fez in pubblico.
In questa risoluzione 758 del Congresso si scopre un’altra stupidaggine: vi è la dichiarata volontà di far pagare alla NATO, cioè anche a ciascuno di noi, le navi da guerra classe Mistral che la Francia non ha più consegnato alla Russia su ordine di Washington. Troppo comodo, specialmente di questi tempi, scaricare sugli alleati i costi d’una politica estera senza capo né coda, ma velleitaria come mai si è visto nella storia.
C’è un tonfo alle viste, ma non è quello della Russia. Se ne rendano conto i cosiddetti strateghi, che non videro la crisi di Mosca e ora non avvertono gli scricchiolii assordanti dalle piazze statunitensi, ma anche il Congresso non scherza, come si può leggere qui sotto.

Quello che gli ipocriti vogliono far dimenticare a proposito di Mandela

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Nel primo anniversario della scomparsa di Nelson Mandela

“Erano ormai 17 mesi che Mandela viveva in clandestinità. Una notte, il 5 agosto del 1962, stava attraversando in auto Howick, una cittadina del Natal, quando venne fermato da una pattuglia della polizia. Fu arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati per incitamento alla dissidenza e per aver compiuto viaggi illegali all’estero. Due anni più tardi sarà accusato anche di sabotaggio e tradimento e condannato all’ergastolo.
Come fece la polizia a catturare Nelson Mandela? La vicenda rimase oscura per oltre venti anni. Solo nel luglio del 1986, tre giornali sudafricani, ripresi dalla stampa inglese e dalla CBS, spiegarono l’accaduto. Negli articoli veniva chiarito, con dovizia di particolari, che un agente della CIA, Donald C. Rickard, aveva fornito ai servizi segreti sudafricani tutti i dettagli per catturare Mandela, cosa avrebbe indossato, a che ora si sarebbe mosso, dove si sarebbe trovato. Fu così che lo presero.
Mandela rimase in prigione fino al 1990, quando venne liberato grazie a una grande mobilitazione internazionale.
Mandela per il regime razzista sudafricano era un terrorista. Ma era un terrorista anche per alcuni dei più importanti governi del mondo. Per l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher e per il presidente statunitense Ronald Reagan era qualcosa di peggio: un terrorista comunista. I governi di Londra e di Washington hanno a lungo considerato il regime di Pretoria un importante baluardo contro i movimenti di liberazione anticoloniale del continente africano e gli hanno fornito sempre il loro sostegno. Alle Nazioni Unite, questi due Paesi hanno sempre manifestato la propria opposizione alle risoluzioni dell’Assemblea Generale che miravano a contrastare l’apartheid, proprio la stessa politica che stanno a tutt’oggi attuando sulle azioni illegali di Israele nei confronti dei palestinesi. Mandela era ormai una delle più grandi personalità del Pianeta ma, fino al 2008, cioè dopo che gli era stato concesso il premio Nobel per la Pace e aveva già ricoperto la carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, il suo nome e quello dell’African National Congress erano ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal governo statunitense.
nelson fidelNei lunghi anni della prigionia, pochi furono coloro che veramente lo sostennero, non solo verbalmente, ma materialmente, e fra essi ci furono alcuni leader che oggi la stampa addomesticata dell’Occidente, impegnata a riscrivere un’altra storia di Mandela, accuratamente occulta. Ma Mandela, che il sentimento di lealtà non perdette mai, non se ne dimenticò. «Ho tre amici nel mondo», soleva dire, «e sono Yasser Arafat, Muammar Gheddafi e Fidel Castro». Molto stretta e profonda fu, in particolare, l’amicizia con Muammar Gheddafi, che Mandela visitò in Libia soltanto tre mesi dopo la sua scarcerazione. Molti criticarono in quell’occasione la sua visita al leader libico, primo fra tutti Bill Clinton, il Presidente di quello stesso Paese i cui servizi segreti avevano contribuito a incarcerare Mandela ed a fornire il maggior sostegno politico, militare ed economico al regime razzista sudafricano. Ma Mandela, anche in quell’occasione, non mancò di rispondere: «Nessun Paese può arrogarsi il diritto di essere il poliziotto del mondo. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno oggi la faccia tosta di venirmi a dire di non visitare il mio fratello Gheddafi. Essi ci stanno consigliando di essere ingrati e di dimenticare i nostri amici del passato».
Stessa stima e amicizia mostrò nei confronti di Fidel Castro e del popolo cubano. Lo testimoniano le parole che pronunciò il 26 luglio del 1991, quando Mandela visitò il leader cubano in occasione della celebrazione del trentottesimo anniversario della presa della Moncada: «Fin dai suoi primi giorni la rivoluzione cubana è stata fonte di ispirazione per tutte le persone che amano la libertà. Noi ammiriamo i sacrifici del popolo cubano che cerca di mantenere la sua indipendenza e sovranità davanti alla feroce campagna orchestrata dagli imperialisti, che vogliono distruggere gli impressionanti risultati ottenuti grazie alla rivoluzione cubana».
nelson arafatLe parole di elogio pronunciate dal presidente statunitense Barack Obama il giorno della morte del leader sudafricano stridono fortemente col pensiero che Mandela aveva espresso in più occasioni sulla politica USA: «Se c’è un Paese che ha commesso atrocità inenarrabili nel mondo, questi sono gli Stati Uniti. A loro non interessa nulla degli esseri umani». Sono parole che Madiba pronunciò al Forum Internazionale delle Donne a Johannesburg, quando gli USA si preparavano a invadere l’Iraq.
Chiare sono anche le parole riguardanti il conflitto israelo-palestinese, riferite da Suzanne Belling dell’agenzia Jewish Telegraph: «Israele deve ritirarsi da tutti i territori che ha preso dagli Arabi nel 1967 e, in particolare, Israele dovrebbe ritirarsi completamente dalle Alture del Golan, dal sud del Libano e dalla Cisgiordania».
Che fare di fronte alla realtà di parole così chiare? Ai media dell’Occidente libero e democratico non resta che un’unica via: quella della censura e della falsificazione della storia.”

Da La memoria nascosta di Nelson Mandela, di Marcella Guidoni.

Dove è finito tutto l’oro dell’Ucraina?

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Ricorre il primo anniversario di Euromaidan ed è l’ora di porsi alcune domande…

Il capo della Banca Centrale ucraina ha divulgato alcune notizie riservate scioccanti: le sue riserve d’oro hanno raggiunto un nuovo punto più basso – quasi pari a zero. Dall’inizio dell’anno, le riserve auree sono diminuite di circa 16 volte, il che pone la domanda, dove se ne è andato tutto questo oro?
“Le statistiche ufficiali della Banca nazionale mostrano che la quantità di oro nelle casse è drasticamente scesa, e non è chiaro dove sia andata. All’inizio di questo mese, il volume di oro era di circa 1 miliardo di dollari, o l’8 per cento del totale di riserve”, il capo della Banca Nazionale di Ucraina, Valeria Gontareva, ha detto in un’intervista con TV Kharkiv in Ucraina.
Al 1° novembre, gli ultimi dati disponibili, le riserve in valuta estera ammontavano a 12,6 miliardi dollari, ciò che pone le scorte d’oro nazionali ucraine ad appena 123,6 milioni di dollari, ha riferito Zerohedge.
Tuttavia, questo dato contraddice i 988,7 milioni che è il livello cui dovrebbe stare l’oro, se il suo rapporto con le riserve totali fosse dell’8 per cento.
Nel mese di febbraio, prima che l’allora presidente Viktor Yanukovich fosse rovesciato, le riserve auree erano pari a circa 21 tonnellate, secondo l’allora presidente della Banca Nazionale di Ucraina Sergey Arbusov.
Una teoria è che l’Ucraina abbia deciso di spostare le sue riserve d’oro negli Stati Uniti poco dopo il colpo di Stato presidenziale quando il primo ministro Arseniy Yatsenyuk ha tenuto una riunione con il presidente Obama.
Alla fine di febbraio, l’oro si attestava a 1,8 miliardi di dollari, o circa il 12 per cento delle riserve. La Banca Centrale ha riferito che le riserve ammontavano a 1,6 miliardi di dollari sia a luglio che ad agosto, e 1,7 miliardi nel mese di settembre.
Nel mese di ottobre, la Banca è stata costretta a vendere 874 milioni di dollari di oro per far fronte ai debiti pubblici interno ed estero, secondo il Fondo Monetario Internazionale.
Una delle principali funzioni della Banca Nazionale di Ucraina è di accumulare e conservare le riserve in valuta estera e metalli preziosi.
Nel mese di maggio, il precedente capo della Banca, Stepan Kubiv, disse che l’Ucraina prevedeva di utilizzare parte della sua prima tranche del prestito del Fondo Monetario Internazionale per aumentare le riserve auree e valutarie al fine di stabilizzare la moneta in difficoltà, la grivna.
Il FMI, che prima aveva negato finanziamenti all’Ucraina a causa della corruzione, nel mese di aprile ha impegnato 17 miliardi di dollari in due anni per aiutare il Paese a cercare di allinearsi in modo più stretto con l’Europa, e non la Russia.
La Banca ha smesso di sostenere la moneta a metà novembre, quando essa è finita in completa caduta libera. La grivna ha perso il 50 per cento del suo valore rispetto al dollaro dall’inizio dell’anno.
“La svalutazione della grivna è ora al 100 per cento. All’ultimo minuto, le aziende hanno cominciato a farsi prendere dal panico. Anche dopo la svalutazione del 50 per cento, che ha avuto inizio nel mese di luglio, siamo stati in grado di stabilizzare la situazione, ma poi è iniziata la guerra”, ha detto la Gontareva.
L’economia ucraina è finita fuori controllo dal momento che la rivoluzione e la guerra hanno afferrato il Paese. Il nuovo governo deve gestire riserve infime, inflazione schizzata al cielo, crescita in diminuzione, carenze di gas naturale, e una incombente insolvenza sui debiti.

(Fonte)

La Primavera Siriana: dai prodromi al Califfato

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Relazione di Mons. Giuseppe Nazzaro, ex Visitatore Apostolico di Aleppo ed ex Custode di Terrasanta, al convegno “Siria, ascoltiamo la gente”, organizzato dall’associazione Impegno Civico lo scorso 30 Ottobre presso l’Istituto Veritatis Splendor di Bologna.
Si tratta di una lettura impegnativa per la lunghezza ma… “dulcis in fundo” (o “in cauda venenum”, direbbero gli atlantisti).

Mi sia concesso iniziare questa mia presentazione affermando che, prima del 15 marzo 2011 non erano tantissime le persone al mondo che conoscevano dove trovare la Siria sulla carta geografica. Era un problema di pochi addetti ai lavori. Interessava piuttosto certi ambienti colti che si interessavano di archeologia, dei popoli legati alle antiche civiltà assiro-­babilonesi o di storia del cristianesimo.
Il mondo intero, oggi, parla della Siria e si interessa di questo Paese di circa 185.180 kmq , che si estende sulla costa del Mediterraneo Orientale per circa 80 kilometri.

I prodromi di una situazione
La data del 15 marzo 2011, ufficialmente, coincide con quella che possiamo definire: l’inizio di una rivoluzione nata quasi per gioco al confine con la Giordania, sui muri della città di Dera’a, ad opera di dodicenni che s’erano divertiti a scrivere dei graffiti del seguente tenore: “abbasso il regime”.
Ciò che all’inizio, poteva sembrare un gioco o, meglio, una ragazzata, in realtà, non era altro che l’inizio di una richiesta di maggiore apertura al Governo centrale del Paese che, per i non addetti ai lavori o per chi non aveva conosciuto la Siria prima dell’anno 2000, avrebbe potuto anche essere una richiesta legittima. Chi invece vi è vissuto ha visto e costatato con i propri occhi e con tutto il suo essere, non solo l’apertura del Governo verso le riforme sociali, ma soprattutto ha visto il benessere che le riforme avevano già portato e continuavano a portare al popolo siriano.
Ora non penso di dire un’eresia se affermo che il giovane dottore Bachar El-­Assad, dopo alcuni mesi dalla sua elezione alla Presidenza della Repubblica Araba Siriana, ha iniziato immediatamente una serie di riforme per il benessere del Paese e dei suoi compatrioti: commercio con l’estero, turismo interno ed estero, soprattutto libertà di movimento, di istruzione per uomini e donne. Le donne libere professioniste in continuo aumento, l’Università aperta a tutti senza distinzione di sesso. Un Paese dove vivevano diverse etnie 23 gruppi religiosi e tutti si rispettavano e si accettavano come facenti parte, come in realtà si ritenevano, di un’unica realtà e figli di un unico Paese che era la Siria, casa e Patria comune a tutti. Dal punto di vista religioso tutti erano liberi di esercitare e vivere il loro credo rispettati ed accettati da tutti. Continua a leggere