L’Islam buono e quello cattivo

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La memoria genetica dei musulmani.
Sessanta anni di stermini e di milioni di morti dimenticati dalla lotta al terrorismo. La decima crociata di Papa Bergoglio.

“Il passato e il suo ricordo possono intralciare gli indirizzi politici dei governi. Vengono pertanto revisionati, ristrutturati o sepolti.
A distanza di anni e di decenni hanno comunque la pessima abitudine di riemergere, di riprodursi con sembianze a volte deformate ed effetti tali da seminare sgomento e provocare reazioni anomale e controproducenti in Occidente. Il mondo musulmano vive ancora la nostra recente esperienza in Algeria e nel Medio Oriente, ma conserva una memoria genetica di un passato non troppo lontano, di persecuzioni e del sangue versato dopo la Seconda Guerra Mondiale. E prima o poi quella memoria tornerà a tormentare la coscienza del mondo occidentale.”

Trascriviamo queste note su quanto ci disse Ben Bella nel 1998. Ci aveva presentato all’eroe dell’Armata Popolare di Liberazione Luciana Castellina a Ginevra durante la marcia con cui veniva celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non volle parlarci del suo ruolo ad Algeri, della sua prigionia, dell’esilio dopo il colpo di Stato di Boumedienne, ma insistette a lungo sulle sue apprensioni per quanto ci teneva in serbo un futuro incerto, non solo di guerre ma anche di ingiustizia sociale. Parole accorate e profetiche di un personaggio famoso che non si considerava certo un vinto, ma neanche un vincitore trionfante della storia.
A rintracciare quelle note ci ha indotto un eccellente articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto del 5 aprile scorso. C’è una distrazione generale, scrive, sull’ecatombe dei combattimenti e dei bombardamenti scatenati in Irak, Pakistan e Afghanistan dall’11 settembre 2001 al primo semestre del 2014: più di un milione e trecentomila morti, quasi tutti civili, senza contare le altre centinaia di migliaia di vittime in Siria e a Gaza. Morti che non hanno nome, che non contano niente. Stati Uniti e alleati europei, continuano a sganciare bombe accompagnati dal ritornello dei leader occidentali “Siamo in guerra contro il terrorismo, non contro l’Islam”. Il terrorismo di turno, almeno da otto mesi a questa parte, è quello dei tagliagole dello Stato Islamico, degli sciiti contro i sunniti e viceversa, armati e finanziati in alternanza o contemporaneamente dalla NATO, dagli Emirati, dall’Arabia Saudita e in misura decrescente dall’Iran mentre lo Stato israeliano di Netanyahu se ne sta a guardare più o meno compiaciuto.
Abbiamo poi l’Islam buono e quello cattivo, il primo che cerca invano l’integrazione nelle periferie desolate del mondo occidentale, il secondo minoritario, impermeabile alla cultura occidentale che fa strage di infedeli, cristiani e musulmani pacifici, in Medio Oriente, nel Nord Africa e in misura limitata anche in Europa. Tutti d’accordo perché come ha osservato a febbraio persino Time, il settimanale dedicato al primato di civiltà e allo “eccezionalismo” del popolo statunitense, questo vive in “un presente eterno in cui ogni riflessione è limitata a Facebook e la narrazione storica è delegata a Hollywood”.
Rischiamo ben volentieri di farci assegnare il ruolo di improbabili sostenitori dei tagliagole e ricordiamo per sommi capi alcuni eventi del dopoguerra che nelle parole di Ben Bella sono entrati nella “memoria genetica” del mondo musulmano, un mondo in quegli anni aperto, pacifico e generalmente incline ad abbracciare i valori della giustizia sociale.
In Indonesia, dopo l’indipendenza, è vero, era presente un partito comunista: bastò a Londra e Washington per abbattere con un colpo di stato il governo progressista del Presidente Sukarno per sostituirlo con la dittatura di Suharto e con l’invio di truppe scelte e l’impiego di fazioni dissidenti islamiche e cristiane per scatenare una guerra di sterminio in tutto il paese che provocò da un milione e mezzo a tre milioni di morti musulmani tra il 1965 e il 1966. Le ingenti risorse minerarie e petrolifere dell’Indonesia vennero così assicurate agli USA e alla Gran Bretagna. Per il Grande Impero d’Occidente i movimenti indipendentisti, postcoloniali e progressisti, nel Medio Oriente islamico ed arabo erano diventati inaccettabili e da abbattere con qualsiasi mezzo: venne rafforzato con armamenti e finanziamenti diretti il Wahabismo, una setta islamica ultraconservatrice nell’Arabia Saudita e fiumi di sangue precedettero e accompagnarono l’installazione dello Shah in Iran. Dopo la sua caduta, Saddam Hussein, allora nei favori di Washington fu finanziato ed armato nella guerra di otto anni contro l’Iran di Khomeini (un milione di morti). Un milione e mezzo poi le vittime – tra caduti e per fame da sanzioni – della prima guerra contro l’Irak del 1992, di cui nessuno oggi parla. E poi gli attacchi e le guerre di Israele contro la Palestina, l’Egitto, la Giordania e la Siria, sempre nella memoria della Shoah e in nome del diritto alla sopravvivenza con i quattro miliardi di dollari USA all’anno che hanno fatto di questo Stato la nuova Prussia atomica del Medio Oriente.
E’ questo l’humus del risentimento del mondo musulmano in cui germinano i semi del fanatismo estremo dell’IS. E’ stato detto e ribadito da osservatori di noi ben più autorevoli che ignorare le cause del terrorismo vuol dire perpetuarlo.
Come combattere il Califfato? Suggerimenti razionali e ridimensionamenti del fenomeno abnorme nei suoi aspetti più efferati, vengono offerti da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes “Chi ha paura del Califfo”. Non è comunque un mistero per chi sa far di conto che il primo passo dovrebbe essere quello del taglio dei finanziamenti indiretti e del riciclaggio dei petrodollari dell’IS di cui sono responsabili gli Emirati Arabi (il Dubai si è aggiudicato il titolo di Bancomat del Califfato). Qualche pressione su questi regimi “criminogeni” sono state esercitate negli ultimi mesi dall’Amministrazione Obama, ma “pecunia non olet”, gli affari sono affari e “the business of America is business”.
Facile comprendere invece le ragioni dell’appello ad una Decima Crociata di chi ha sempre parlato del denaro come “sterco del diavolo”, di pace universale, di Dio che tutto e tutti perdona, di misericordia, di amore per i poveri, di cristiana pietas verso i diseredati colpevoli e meno, e cioè di papa Bergoglio. Giusto che il non più sontuoso erede del pescatore di Tiberiade condanni la persecuzione dei cristiani quale pastore del gregge, ma da qualche giorno a questa parte la denunzia del silenzio complice dell’inerzia occidentale suona come un esplicito invito a sterminare i lupi, tutti i lupi.
Se ha assunti i toni di Urbano II e di Pietro l’Eremita – Deus le volt – un altro motivo è più che opinabile: l’alta missione dei Gesuiti, dettata dal fondatore Francesco di Sales (non di Assisi), quella del proselitismo e delle conversioni di massa, la stessa che lo ha portato sul soglio pontificio in piena crisi di vocazioni e di chiese semi vuote aveva trovato in Bergoglio un predicatore popolare e di gran successo. I lupi del Califfato hanno spaventato il gregge e bloccato la missione. Vanno quindi ammazzati in gloria in excelsis Deo.
Lucio Manisco

Fonte

Far morire la NATO: l’Esercito Europeo è lo strumento per ridurre l’influenza USA in Europa?

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Di Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com

Una forza militare europea viene giustificata come protezione dalla Russia, ma potrebbe anche essere una maniera per ridurre l’influenza statunitense nel momento in cui l’Unione Europea e la Germania arrivano ai ferri corti con gli Stati Uniti e la NATO sulla questione ucraina.
Parlando con il giornale Tedesco Welt am Sonntag, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che è giunto il momento per la creazione di una forza militare europea unificata. Juncker ha usato la retorica del “difendere i valori dell’Unione Europea” e ha cavalcato le polemiche antirusse per promuovere la creazione di un esercito europeo, che dovrebbe portare un messaggio a Mosca.
Le polemiche e le discussioni in merito a un Esercito Europeo possono essere intorno alla Russia, ma in realtà l’idea è diretta agli Stati Uniti. La storia che c’è sotto riguarda le tensioni che si stanno sviluppando tra gli Stati Uniti da una parte e la Germania e l’UE dall’altra. Questo è il motivo per cui la Germania ha reagito in maniera entusiasta alla proposta, fornendo il suo sostegno a una forza armata europea condivisa.
Precedentemente, l’idea di un Esercito Europeo era stata presa seriamente in considerazione durante la preparazione all’illegale invasione anglo-americana dell’Irak del 2003, quando Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo si incontrarono per discuterne come scelta alternativa alla NATO a guida statunitense. L’idea è stata poi tirata fuori in altre circostanze simili. Nel 2003, il motivo di frizione era l’invasione dell’Irak. Nel 2015, è per la crescente tensione fra Germania e Stati Uniti in merito alla crisi in Ucraina. Continua a leggere

“USA e getta”, di Jimmie Moglia

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“Mi sembra giusto finire questa carrellata sulla storia dell’America rifacendomi ancora una volta al dilemma iniziale. Di cos’è fatta la storia, di fatti o d’interpretazioni? Alla domanda risponde il silenzio, ma una cosa è certa, la storia non si fa cancellandone le piaghe.
Riferendosi all’Italia, il diplomatico francese Henry Bayle diceva che “Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati…”.
Mutatis mutandis, se si vuole conoscere la Storia degli Stati Uniti bisogna cominciare dal convincersi che l’associato mito storico è falso. L’importanza della menzogna non sta nel fatto che lo sia, ma nelle sue conseguenze. Specialmente quando l’America è il Paese più forte del pianeta e si assume (o arroga) il diritto di imporre al mondo la propria ideologia.
Sulla forza dell’America non c’è alcun dubbio. E guai a chi si permette di bucare il castello di carta fatto di fandonie millantate in nome di “libertà e democrazia”. Milosevic è morto in galera, Saddam Hussein impiccato e Muammar Gheddafi mitragliato in un bunker. Mentre la Libia era bombardata dagli aerei della NATO.
Una volta c’erano i comunisti, poi son venuti i terroristi, oggi è caduta l’ultima maschera. “Gli USA – parole di Obama – possono “intervenire” (eufemismo per invadere, ammazzare e distruggere) dovunque gli interessi americani sono ostacolati.” Vedi l’Irak (un milione e trecentomila morti… and counting), e le (probabili) centinaia di migliaia di vittime in Afghanistan e in altri Paesi. Senza contare la gente del posto e i civili che dell’America se ne fregano, ma che vengono ammazzati lo stesso – vittime senza nome del “danno collaterale”, lugubre eufemismo bernaysiano.
Nella sola Italia, gli USA hanno 113 installazioni militari, tra basi, uffici e centri d’ascolto.
Non molto tempo fa, scoprire che il governo americano teneva sotto controllo assoluto tutte le comunicazioni di un governo straniero averebbe perlomeno portato al richiamo degli ambasciatori. Oggi, il primo ministro del Paese spiato, e spiato lui stesso, appena bofonchia.
Niente dimostra lo strapotere americano più dell’episodio dell’estate 2013 – quando è bastato un cenno della CIA perché quattro grandi Nazioni europee si calassero le metaforiche braghe per dire, “Ecco il culo, obbedisco”. Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno impedito il passaggio all’aereo del presidente della Bolivia, Evo Morales, costringendolo a un atterraggio forzato in Austria. L’immagine del presidente Morales, seduto su un bancone dell’aeroporto, in attesa per ore prima che la CIA lo lasci ripartire, è testimonianza e simbolo del livello a cui è caduto il cosiddetto mondo “libero”.
E tutto perché la CIA sospettava che a bordo ci fosse non un assassino, non un ladro, non un criminale, ma un giovane americano che, anche lui, aveva avuto l’ardire di bucare il castello di carta delle fandonie. E rivelare, prove alla mano, nero su bianco, che l’America spia su tutti e su tutto il mondo.
L’America ha instaurato una rete globale di lacchè al suo servizio. E i lacchè, a volte, non si rendono neanche conto del disprezzo in cui sono tenuti dai loro padroni.
Emblematico un rapporto dell’ambasciatore americano a Roma, quando l’Italia inviò i suoi soldati in Afghanistan a far parte della “coalizione dei disponibili” (coalition of the willing), altro eufemismo dai connotati postribolari. L’originale si trova tra i documenti divulgati da Julian Assange, attraverso Wikileaks.
“A Berlusconi – dice il rapporto – fa piacere sentirsi importante. Quando gli ho chiesto di inviare duemila soldati in Afghanistan, me ne ha subito offerti quattromila.”
Alla faccia dell’Italia che potrebbe utilizzare molto meglio i soldi spesi per spedire e mantenere quattromila soldati, più armamenti, in un Paese dove, probabilmente, la maggioranza degli abitanti l’Italia non sa neanche dove sia.
Ma ritorniamo all’ideologia. La questione non è accademica. Molti intellettuali del momento (italiani e non solo), si sono verniciati da economisti e disquisiscono ad infinitum su formule, più o meno matematiche, più o meno statistiche. Grazie alle quali si potrebbe influire sul “prodotto interno lordo”, sulle “aspettative adattate”, sulle politiche micro e macro economiche, sulla “curva di Lorenz”, sul distributismo, l’elasticità di scala, l’inflazione, la deflazione e, naturalmente, sul “debito sovrano”, molto più importante del debito plebeo.
Intanto, nell’uomo qualunque e nel cittadino pensante sta nascendo il sentimento e si sta formando la percezione che, rapportate al disastro ecologico, al mutamento del clima, alla pressione demografica, alla (purtroppo ancora auspicata) “crescita”, le formule economico-accademiche siano le quisquilie e pinzillacchere immortalate da Totò. Nel caso, funzionano da patetiche maschere dell’ideologia dominante – creando tuttavia l’illusione che le quisquilie possano in qualche modo addolcirla. Ma non è così. Un’ideologia per cui il privato è tutto e il sociale niente, non ammette modifiche. “La società non esiste” disse la malanima Thatcher, con ammirevole sincerità.
Quando Don Abbondio si è chiesto chi era Carneade, la sua curiosità era ammirevole, ma le istanze dei bravi (come si direbbe oggi), erano un problema più pressante.
Oggi di Carneade ce ne sono centinaia, anzi migliaia. Lo sport, il calcio, giocatori, cantanti, attori, attrici, comparse, re, regine, duchesse, contesse, principesse, nobildonne più o meno tali, celebrità e i loro amorazzi, paparazzi che immortalano gli amorazzi… La lista è lunga e non ho neanche messo in conta gli intellettual-economisti di cui sopra. Potremmo chiamare il tutto una forma di neo-carneadismo.
E forse, chissà, il neo-carneadismo è più attraente che preoccuparsi di cosa vogliono i bravi. Anche perché i bravi di oggi sono più sofisticati. Invece di schioppi portano magliette con la scritta “Libertà e Democrazia”, invece di bloccare la strada a Don Abbondio, lo incanalano verso un’altra. E’ a senso unico e si chiama “Via del Neoliberismo a Stelle e Strisce”.
La strada non ha deviazioni, non ha parcheggi, non ha possibilità di uscita e nemmeno di sosta. L’involontario viandante – neo Don Abbondio a sua insaputa – non può cambiare il passo, è spinto da quelli dietro e bloccato da quelli davanti. In compenso, può comprare e consumare in fretta e furia un hamburgher ai numerosissimi McDonalds distribuiti lungo il percorso (non per niente si chiamano fast-food). O acquistare – in altrettanto numerosi centri commerciali – una miriade di aggeggi e marchingegni di dubbia utilità (non per niente si chiama acquisto per impulso, “impulse buying”).
E mentre ogni ulteriore aggeggio aumenta il peso del bagaglio e la fatica del viaggio, il pellegrino non trova mai silenzio. Catene di altoparlanti e schermi televisivi lo invitano a consumare ancora più hamburghers e a comprare ancora più aggeggi.
Il neo Don Abbondio crede di avere la possibilità d’innumerevoli scelte tra gli aggeggi o tra i cinquanta tipi di ciambelle col buco di McDonald. Ma per quanto siano numerose, le opzioni possibili restano sempre sotto controllo. Il problema (di cui il neo Don Abbondio è costretto a non accorgersene) è se un simulacro di scelta sia preferibile a un’assenza di scelta, a cui è più facile opporre un rifiuto.
Con ogni mezzo si vuole convincere il neo Don Abbondio che sta vivendo nel Paese di Bengodi, mentre si tratta soltanto di un edonismo straccione e di massa.
La tecnologia della propaganda è sofisticata, ma il messaggio è di una semplicità leibniziana: “Questo è il migliore di tutti i mondi possibili” – con il necessario corollario, “Non c’è altro modo (di vivere)”.
E allora, la nostra carrellata sulla storia dell’America, madre, motrice e motore del neocarneadismo e del neoliberismo come stili di vita, si conclude non con un messaggio ma con un invito.
Proviamo a credere che sia possibile un altro modo di vivere.”

Dalle Conclusioni di USA e getta, di Jimmie Moglia.
Il testo integrale può essere liberamente scaricato qui.

Thorbjørn Jagland rimosso dal suo incarico di presidente del Nobel per la Pace

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Il presidente del Comitato che assegna ogni anno il Premio Nobel per la Pace, Thorbjørn Jagland, è stato retrocesso dal parlamento norvegese al rango di semplice membro del Comitato, una decisione senza precedenti nella storia del Premio.
Il parlamento norvegese si è arreso alle accuse di corruzione al presidente Jagland che eravamo stati i primi ad esporre in dettaglio [1] (ma senza menzionare le ragioni che lo avrebbero condotto su questa strada).
I media che ci hanno accusati all’epoca di “complottismo” e di “antiamericanismo” non hanno ripetuto i loro insulti nei confronti del parlamento norvegese.
Il parlamento norvegese si è augurato che il Premio per la Pace ritorni alla sua funzione originaria [2]. In effetti, nel corso degli ultimi anni, il Premio è stato sistematicamente attribuito non a degli attivisti per la pace, in conformità alle indicazioni di Alfred Nobel, ma a dei sostenitori della NATO [3].
Ex Primo Ministro norvegese, Thorbjørn Jagland rimane attualmente segretario generale del Consiglio d’Europa, funzione che gli permette d’impegnarsi oggi a giustificare il colpo di Stato in Ucraina.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Il Libro Verde di Muammar Gheddafi

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“Adesso la maggiore forza della storia militare mi attacca; il mio figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro Paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i Paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere”.
Così scriveva Gheddafi il 5 Aprile del 2011, a pochi mesi da una caduta tanto conosciuta al grande pubblico quanto invece sono sconosciuti gli albori di un progetto politico che ha rivoluzionato la regione libica. Il Libro Verde è un’opportunità per riportare il lettore alle origini del pensiero e dell’operato di una delle personalità più influenti del continente africano contemporaneo; origini che hanno come data simbolica quel 1977 in cui fu fondata, dopo il colpo di Stato del 1969, la Jamahiriyya. Un’esperienza ignota ai più ma le cui linee guida sono esposte in questo testo, che ci offre l’immagine di un Gheddafi dai tratti diversi rispetto al “dittatore sanguinario” dipinto superficialmente dai media europei e statunitensi. Un uomo profondamente attaccato al popolo, che stupirà sicuramente gli infaticabili difensori della “democrazia” occidentale.

Il volume è implementato dal testamento politico e dal testamento morale di Muammar Gheddafi.

L’introduzione è a cura di Giovanni Giacalone, sociologo e islamologo, MA in Islamic Studies alla Trinity Saint David University of Wales, si occupa da tempo di Islam politico e radicalismo di matrice religiosa. Ha pubblicato diverse analisi e articoli per istituti e testate nazionali e internazionali.

Libro Verde, di Muammar Gheddafi
Circolo Proudhon, pp. 130, € 8

Obama concede ai jihadisti la capacità di ordinare attacchi aerei

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I “ribelli” che hanno promesso alleanza all’ISIS controlleranno i bombardamenti aerei in Siria.

Mikael Thalen per infowars.com

L’amministrazione Obama si sta preparando a concedere ai cosiddetti ribelli siriani “moderati” la possibilità di ordinare attacchi aerei statunitensi, nonostante la riconosciuta alleanza del gruppo con lo Stato Islamico.
Membri dell’Esercito Libero Siriano (ELS) saranno dotati di radio per chiamare l’intervento degli aerei bombardieri americani B-1B così come di camion pickup armati con mitragliatori, in seguito alla realizzazione del piano –in fase di finalizzazione da parte del Presidente- di addestrare circa 3.000 ribelli in Giordania e in Turchia entro la fine del 2015.
“Le negoziazioni sono state concluse e un testo di accordo sarà firmato con gli Stati Uniti in merito all’addestramento dell’Esercito Libero Siriano nel prossimo periodo”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic.
Gli aerei, a quanto è stato detto, useranno munizioni simili a quelle viste in Afghanistan, metteranno nel proprio mirino qualsiasi cosa che vada dai piccoli veicoli ai carri armati, con bombe guidate che vanno dalle 500 alle 2.000 libbre.
Oltre ai pickup Toyota Hi-Lux, diversi gruppi di ribelli riceveranno in dotazione mortai e probabilmente anche armi anticarro.
Un alto ufficiale parlando con il Wall Street Journal ha dichiarato che la decisione sarà probabilmente quella di emulare le recenti campagne di bombardamento contro lo Stato Islamico in Irak.
“La maniera in cui immaginiamo l’intervento è molto simile a Kobani” ha dichiarato l’ufficiale.
Ritrattando in maniera ridicola le dichiarazioni precedenti, con il rivendicare di non essere in guerra con il governo siriano, gli ufficiali statunitensi sostengono che gli attacchi non saranno mirati verso l’esercito siriano.
Nonostante gli annunci dell’amministrazione Obama, numerosi funzionari militari e dell’intelligence hanno affermato che essenzialmente i ribelli “moderati” non esistono, e che ben oltre il 90% dei ribelli appartiene a gruppi terroristici o è ideologicamente allineato ad essi.
Proprio lo scorso settembre un comandante dell’Esercito Libero Siriano ha ammesso di aver combattuto assieme a diverse organizzazioni terroristiche nella regione, compreso lo Stato Islamico.
“Stiamo collaborando con lo Stato Islamico e il Fronte Al Nusra nell’attacco all’esercito siriano raccolto presso… Qalamun” ha detto Bassel Idriss, comandante di una brigata di ribelli guidati dall’Esercito Libero Siriano. “Diciamocelo: il Fronte Al Nursa è la più grande potenza presente in questo momento a Qalamun e noi come Esercito Libero Siriano collaboreremo a qualsiasi missione essi lancino finchè le stesse coincideranno con i nostri valori”.
Jamal Maarouf, il leader del Fronte Rivoluzionario Siriano, ha anche detto ai giornalisti lo scorso aprile che i suoi combattenti avevano lavorato regolarmente con Al Qaeda e con Al Nusra.
Durante lo stesso periodo è stato riportato che “diverse fazioni all’interno dell’Esercito Libero Siriano, incluse Ahl Al Athar, Ibin al-Qa’im” hanno deciso di consegnare le proprie armi allo Stato Islamico prima di giurare fedeltà all’organizzazione.
Un combattente dello Stato Islamico a colloquio con Al-Jazeera nel 2013 ha rivelato che l’Esercito Libero Siriano ha regolarmente venduto loro le sue armi, immediatamente dopo aver ricevuto le spedizioni direttamente dagli Stati Uniti.
“Stiamo comprando armi dall’Esercito Libero Siriano” ha detto Abu Atheer. “Abbiamo comprato 200 missili antiaereo e armi anticarro Koncourse. Abbiamo buone relazioni con i nostri fratelli dell’Esercito Libero Siriano”.
Alla fine del 2014, i ribelli di Obama e lo Stato Islamico sono arrivati anche a firmare un patto di non aggressione per marciare contro il governo di Assad.
Infatti, con migliaia di ribelli che hanno apertamente disertato per associarsi alle schiere dello Stato Islamico, il Presidente Obama, senza alcuna vergogna, è stato costretto ad abrogare parti di una legge statunitense che vietava la fornitura di armi a gruppi riconosciuti come terroristici, per mantenere il flusso di armi attivo.
Le azioni di Obama hanno suscitato una grande reazione all’interno dell’esercito alla fine del 2013, con la conseguenza che numerosi soldati statunitensi hanno pubblicato sulle reti sociali proprie foto con cartelli su cui c’era scritto che non avrebbero mai combattuto a fianco di terroristi in Siria.
Il senatore texano Ted Cruz con lungimiranza nel 2013 aveva avvisato che il Presidente Obama stava velocemente trasformando gli Stati Uniti nella forza aerea di Al Qaeda man mano che la situazione di guerra in Siria aumentava di intensità.
“Dovremmo essere concentrati nella difesa degli Stati Uniti d’America” disse Cruz. “Questo è il motivo per cui giovani uomini e giovani donne si arruolano nell’esercito, non per servire come aviazione di Al Qaeda”.

Traduzione di M. Janigro

Dall’assassinio di “Afrika” alle atrocità di Attica

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Il razzismo dei poliziotti copre la repressione sistemica di 38 milioni di Afroamericani.
Regime del terrore nelle Guantanamo nazionali. Su 7 milioni di detenuti e in libertà condizionata più della metà sono neri, mentre costituiscono il 12,5% della popolazione.

Continua a correre sangue afroamericano sulle strade degli Stati Uniti: cinque assassinii ad opera delle “forze dell’ordine” in poco più di due mesi. Dopo Ferguson nel Missouri, Staten Island nello Stato di New York ed altrove è stato il turno di Los Angeles dove sei poliziotti, dopo averlo immobilizzato, hanno ucciso con cinque colpi di pistola un giovane nero affetto da disturbi mentali noto con il nomignolo di “Afrika”. Se l’omicidio non fosse stato filmato da un passante, il caso sarebbe stato archiviato con la formula tradizionale della legittima difesa degli agenti minacciati dall’ucciso. Lo stesso giorno, lunedì 2 marzo, il Presidente Barack Obama ha chiesto che indagini indipendenti vengano condotte sugli omicidi di Ferguson e di Staten Island per “ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nelle forze dell’ordine”. Nell’assassinio di Los Angeles, come in quelli che lo hanno preceduto, è stato denunciato dai benpensanti il razzismo degli assassini: una denunzia motivata dal fatto che le vittime sono quasi sempre nere e le Beretta 9 sono sempre impugnate da agenti bianchi. Un più vasto giro di orizzonti sulla storia degli Stati Uniti degli ultimi quarant’anni, pur non ignorando la causale razzista, evidenzia in questi assassinii e nel trattamento spietato dei detenuti neri nei penitenziari USA una persecuzione sistemica ed una repressione violenta e generalizzata dei 38 milioni di afroamericani – il 12,5% della popolazione – nella land of the free and the home of the brave.
Le motivazioni sottaciute ma palesi in una lettura sia pur benevola della storia della “terra dei liberi e della casa dei coraggiosi” sono chiare e si riassumono nel potenziale eversivo, ribellistico se non rivoluzionario della gente di colore – il bianco apparentemente non è un colore. Tralasciamo gli antefatti di Nat Turner o di Abrahm Lincoln, il grande emancipatore che nella sua preveggenza aveva consigliato agli ex-schiavi di emigrare nell’isola di Barbados e torniamo ai nostri tempi. Tutti coloro che ricordano solo “I have a dream” di Martin Luther King preferiscono ignorare la radicalizzazione dell’Apostolo della Pace che aveva visto quel sogno infranto e sepolto dagli eventi seguiti alla marcia di Washington: malgrado i progressi sulla carta dell’integrazione razziale, le ulteriori perdite di diritti civili da parte della sua gente, la disgregazione e la non osservanza delle “quote” nell’assunzione di manodopera, la guerra nel Vietnam, l’aumento esponenziale dei detenuti neri. Il rev. King era diventato un rivoluzionario, molto vicino a Malcom X e alle Black Panthers che rivendicavano il diritto all’autodifesa armata contro la violenza sanguinaria della polizia: questa si affrettò a trucidarne dirigenti e militanti. L’assassinio di King nel 1968 e l’arresto del suo esecutore, ma non dei mandanti, suggellarono quel capitolo e ne promossero un altro già aperto anni prima e poi esteso con metodi illegali, anti-costituzionali e segreti a tutti gli esponenti del dissenso, neri o bianchi che fossero: prese il nome di “Cointelpro (Counter Intelligence Program), Richard Nixon lo portò ad estremi mai prima toccati grazie anche allo zelo dello FBI. Il Federal Investigation Bureau persegue, è vero, i linciaggi magari con ritardi di venti anni, ma le vittime del Ku Klux Klan sono diventate oggi quelle delle “forze dell’ordine”. Un’esagerazione? Sembra proprio di no, a giudicare da quanto è accaduto il 9 agosto 2011 nel carcere di massima sicurezza di Attica e dal procedimento giudiziario aperto il 2 marzo scorso nel piccolo centro di Varsavia, stato di New York.
Non credo che i corrispondenti italiani negli Stati Uniti abbiano mai visitato Attica come facemmo noi nel settembre 1971, quando i detenuti in gran parte afroamericani si ribellarono, presero 9 ostaggi e occuparono la grande struttura carceraria. Quattro giorni dopo, quando le trattative con gli insorti erano giunte a buon punto il governatore dello stato, Nelson Rockefeller scatenò la guardia nazionale, la polizia statale e le guardie carcerarie contro gli insorti e pose fine all’occupazione con 43 morti, compresi i nove ostaggi uccisi dalle mitragliatrici degli attaccanti. Le punizioni e le torture di centinaia di detenuti, primo tra tutti John Smith, detto “Big Black” – divenuto poi nostro grande amico – furono estreme e vennero solo alla luce durante una causa protrattasi per 19 anni intentata dall’avvocato dei diritti civili Elizabeth Fink e conclusasi con un risarcimento di 12 milioni di dollari ai parenti delle vittime.
Il regime del terrore instaurato dalle guardie è continuato e ha assunto un profilo istituzionale di inusitata ferocia. Lo ha documentato l’inchiesta di Tom Robbins, difensore dei diritti civili dei detenuti, pubblicata dal New York Times il 28 febbraio u.s.. L’incidente del 9 agosto 2011 viene descritto in ogni minimo particolare: durante la distribuzione della posta sui corridoi del Blocco C, i detenuti avevano reagito verbalmente all’insulto di una guardia carceraria, avevano cioè violato la regola del silenzio. Era stato ordinato il “lock in”, il ritorno dei detenuti nelle celle, poi tre guardie carcerarie avevano sottoposto ad un bestiale pestaggio durato sei minuti uno dei detenuti, il ventinovenne afroamericano George Williams, ricoverato poi in infermeria con fuoriuscita di un globo oculare, tre costole e una caviglia spezzate, ematomi cranici e perdita della conoscenza. Se non fosse stato per l’assistente sanitaria di nuova nomina Katherine Tara che dopo aver constatato l’eccezionalità del caso “al di là di un normale uso della forza” aveva ottenuto il ricovero d’urgenza del Williams in un ospedale esterno, il caso non sarebbe mai venuto alla luce e il processo a carico delle tre guardie carcerarie non avrebbe mai avuto luogo anche se l’esito di un’assoluzione degli indiziati è più che probabile, accompagnato forse da un risarcimento di qualche migliaio di dollari alla vittima.
Dal 1971 al 1992 come corrispondente di un quotidiano romano e poi del TG3 abbiamo visitato altri penitenziari di massima sicurezza e non solo quelli dov’era rinchiusa Silvia Baraldini (anche se bianca e cittadina italiana venne sottoposta a prolungati isolamenti in cella, deprivazione sensoria, sonno interrotto ogni venti minuti per mesi e mesi ed altre amenità del genere).
Se Guantanamo verrà mai chiusa, non verranno certo chiuse le numerose Guantanamo della Repubblica Stellata: il primato di Attica nella repressione e deumanizzazione dei detenuti afroamericani viene eguagliato e spesso superato dalle “correctional facilities” di Marion nell’Illinois, di Pelican Bay in California, di Florence in Colorado, di Reiford in Florida, di Angola in Louisiana, di Atmore Holman in Alabama e di un’altra dozzina di penitenziari. I tagliagole dell’ISIS propagandano a fini terroristici le loro atrocità, il regime del terrore istituzionalizzato nelle carceri USA viene tenuto nascosto tranne le poche rare eccezioni quando viene alla luce per interventi esterni di enti umanitari non controllati dal “Department of Justice” o da omicidi, come quello di Los Angeles, perpetrati nelle strade delle città e filmate da cineamatori.
Un’ultima statistica: sono 7 milioni i detenuti, quelli in libertà condizionata e sottoposti a sorveglianza giudiziaria mediante bracciali elettronici. Più della metà sono afroamericani, mentre, ripetiamo, rappresentano solo il 12,5% della popolazione statunitense che nel 2012 aveva raggiunto e superato i 316 milioni. E questa guerra non dichiarata contro i neri d’America continua a imperversare nel Grande Impero d’Occidente.
Lucio Manisco