Carthago intossicanda est

Il buon Trump qualche mese fa (nella notte fra il 6 e il 7 aprile, per la precisione) lavava l’onta dell’ennesimo attacco chimico del macellaio Assad deliziando il regno del male con un assaggio dei suoi “Tomauòc”, di cui peraltro una manciata raggiunse il bersaglio e il resto finì allegramente sparso nella sabbia del deserto circostante.
Giustificò poi questo attacco – con preavviso ai Russi per dar loro modo di sgomberare tutto meno che gli hangar – con un lungo spataffio presentato alle Nazioni Unite, al cui confronto sembravano verità rivelata i rapporti di Starsky & Hutch a fine puntata, col loro capo incazzato e con le bretelle fumanti che sempre chiosava, più sconsolato che perplesso: “E io mi devo bere tutto questo?” “Si, capo”.
Peccato che l’allegato 2, prova probante con nomi e cognomi registrati al pronto soccorso per intossicazione di gas chimico… smonta tutto l’impianto accusatorio.
Ammesso e non concesso che i Siriani bombardarono, ammesso e non concesso che lo fecero con armi chimiche, ammesso e non concesso ancora che il bombardamento iniziò alle 6:30 del mattino, come mai i poveri civili intossicati iniziarono a registrarsi al pronto soccorso già alle 6:00? E chi controllava all’epoca quel territorio, chi possedeva armi chimiche, chi ha rilasciato il gas PRIMA del bombardamento siriano?
Il buon Robert Parry chiude così il cerchio: “The JIM (Joint Investigative Mechanism) consigned the evidence of a staged atrocity, in which Al Qaeda operatives would have used sarin to kill innocent civilians and pin the blame on Assad” (vedi qui).
Conclude, a mio avviso, in maniera fin troppo benevola: “So, if it becomes clear that Al Qaeda tricked President Trump not only would he be responsible for violating international law and killing innocent people, but he and virtually the entire Western political establishment along with the major news media would look like Al Qaeda’s “useful idiots.”
Trump utile idiota di Al-Qaeda è come dire Messina Denaro utile idiota del primo picciotto ancora incensurato, a mio modesto parere.
E non si tratta neppure di un maldestro tentativo di infangare prove, come nel caso del funzionario russo che, qualche giorno fa, “sbagliò” a passare delle foto per la versione inglese ufficiale del Ministero della Difesa russo che denunciava la fuga di armi e munizioni di un’intera colonna in armi dell’ISIS da Albukamal verso ovest, in pieno territorio controllato dall’alto dalle forze aeree della “Coalizione” che, “inspiegabilmente”, si rifiutavano di bombardarle su segnalazione e richiesta russa perchè “prigionieri di guerra e quindi sotto la Convenzione di Ginevra”. Tutto documentato, stenogrammi e conversazioni registrate… peccato che il funzionario girava foto tratte da videogiochi (sic!) e filmati di anni precedenti. Peccato che appena un quarto d’ora dopo la messa in onda, si sarebbe detto un tempo, partiva la denuncia di “fake” con tutte le foto sbugiardate con relativi equivalenti, peccato che, non appena accortosi dell’errore, il Ministero provvedeva a diffondere sulla versione inglese le foto corrette (tutto ricostruito minuziosamente qui e qui). Nulla da fare, la macchina del fango era già partita… ma il tempo è galantuomo e i conti si faranno alla fine anche per questo (anzi, subito, nel caso del “collaboratore” che ha diffuso le foto e per cui penso che la mannaia sia calata in maniera non molto dissimile da qualche tempo fa, quando il Sette Novembre si festeggiava in maniera ufficiale).
Qui non siamo di fronte a un allegato sbagliato di fronte a una notizia giusta, ma al suo esatto contrario: un allegato giusto di fronte a una notizia sbagliata, una notizia per cui – come sottolinea Parry – non molto tempo fa partì la guerra di Bush; un costrutto falso, ma organicamente coerente di pagine e pagine messo in crisi da un semplice, inosservato dettaglio.
Carthago intossicanda est…
Paolo Selmi

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La benedizione siriana

Di Michel Raimbaud*

Durante questi anni interminabili di nebbia e d’inferno che hanno attraversato la Siria, che sarebbe stata la vita senza la speranza? Pensiamo soprattutto al popolo siriano martoriato ed esposto ad un etnocidio, al suo esercito nazionale che avrà pagato un tributo così pesante all’aggressione barbara lanciata dal gruppo dei suoi “amici”, e ai responsabili che di fronte alla “comunità internazionale” hanno dovuto portare a forza di braccia lo Stato fatto oggetto di una congiura politica…
Pensiamo anche agli amici, difensori e partigiani della Siria legale, a tutti quelli che amavano questa società pluralista, tollerante, amichevole ed altamente civilizzata, e temevano che essa scomparisse per sempre.
Di certo, la fiamma non si è mai spenta, ma era permesso ai più ottimisti di interrogarsi talvolta o di dubitare del futuro di fronte agli assalti di una coalizione islamo-israelo-occidentale innaffiata di centinaia di miliardi di petrodollari e che pesca i suoi combattenti in un mare infinito di mercenari venuti da cento orizzonti. La Siria  ci sarebbe, di fronte alla massa feroce delle potenze imperiali – grandi, piccole o medie – dell’”Asse del Bene”, contro l’orda selvaggia dei jihadisti democratici, dei terroristi moderati, dei rivoluzionari travestiti da conigli? Resisterebbe alle coorti dei disertori, dei transfughi che si davano appuntamento dentro un “esercito libero” teleguidato dai suoi peggiori nemici, agli ordini e al soldo degli islamisti e dei loro sponsor, facendo la ruota per sedurre l’antico “nemico sionista”?
Come tutti i Paesi immersi in situazioni turbolente, la Siria ha sperimentato l’inevitabilità delle infedeltà, delle viltà, del compromesso, delle piccole o grandi corruzioni, ma il suo popolo, nel senso più nobile del termine, resisteva vigorosamente, le sue istituzioni rimasero salde e i suoi governanti hanno tenuto bene. Grazie alla sua incredibile resilienza, lo Stato siriano si è fatto solidi alleati dei quali ha saggiato la lealtà: la Russia e la Cina da un lato, l’Iran, Hezbollah e i suoi alleati dall’altro. Una realtà che stava per proibire la ripetizione nel “Paese di Cham” [nome antico della Siria – n.d.r.] di uno scenario iracheno, libico o yemenita.
Tuttavia, le “grandi democrazie” non potevano che rimanere cieche e sorde a queste realtà inquietanti e scomode, essendo la Siria dalla fine della Guerra Fredda un Paese da distruggere e da abbattere. Le élite acquisite ormai al neoconservatorismo non hanno trovato niente di meglio da fare che sottomettere le “opinioni” ad un martellamento mediatico senza precedenti andando di pari passo con un’ostinata omertà e ad uno stupefacente lavaggio del cervello. I media occidentali sul conflitto in Siria hanno speso solo una o due frasi lapidarie, simboli abbastanza desolanti della poca sensibilità dei nostri governanti, dei nostri analisti e dei nostri intellettuali, espressione dell’incorreggibile arroganza degli Occidentali. “Bashar deve andarsene”, “nessun posto per Bashar nel futuro della Siria”…
È allora che entra in gioco la “maledizione siriana” che ha sanzionato i decisori, gli opinionisti, tutti coloro che avevano perso l’opportunità di tacere. E’ lungo l’elenco di questi imprecatori che hanno mandato a morte Bashar Al Assad all’Aia, a Mosca, a sei metri sotto terra o altrove, e che hanno architettato piani sulla Siria, scrivendo un futuro che non vedrebbero mai. Quanti hanno ripetuto la canzone come pappagalli per anni prima di essere inviati dagli elettori, dalla provvidenza o dalla giustizia immanente al cestino dei rifiuti o all’oblio della storia. Ecco usciti fuori i numerosi buffoni e gli impostori “amici della Siria”.
Da parte sua, Bashar Al Assad è sempre lì, imprescindibile, popolare a casa sua come molti altri sognerebbero… La Siria, che sta andando verso una vittoria decretata “impensabile” contro tanti nemici così potenti, sta in piedi, mentre la discordia, frutto della sconfitta, si è instaurata dalla parte degli aggressori e il caos vi regna sovrano…
Non c’è bisogno affatto di credere nel cielo per ammettere che c’è una “maledizione siriana” che ha colpito e colpisce i nemici di questa “terra santa” che “Dio protegge” (Allah hami-ha), ma in ogni caso, è necessario parlare di una benedizione siriana. Quello che sta accadendo è logico e giusto, ma l’esito previsto di questa guerra universale è una sorta di miracolo e soprattutto per coloro che hanno fede nel futuro.
Questa vittoria, la Siria l’avrà ampiamente meritata! Malgrado tutto quello che diranno gli uccelli del malaugurio, che ammirabile gente, quale esercito di eccezione! E cederemo alla tentazione di dire: se c’è un uomo di Stato che merita di essere sulla terra, è questo Presidente che avrà saputo incarnare la speranza, avrà saputo rimanere fedele alle sue alleanze e guidare il suo Paese alla vittoria.
La Siria, secondo tutti gli auspici, ha vinto la guerra. Non gli resta che conquistare la pace. Ma il coraggioso Paese che ha combattuto per noi ha sicuramente tutte le capacità necessarie per raccogliere con successo questa nuova sfida in modo che questa guerra non sia stata “una guerra inutile”. Ciò che a Dio non piace! Sarà una ricompensa che, molto meglio della vendetta, pagherà il sacrificio delle innumerevoli vittime, dei morti come dei vivi.

*Già ambasciatore di Francia in diversi Paesi, dopo il ritiro professionale si dedica alla scrittura.
L’ultima sua opera pubblicata è Tempête sur le Grand Moyen-Orient, Editions Ellipses, Parigi, 2017, seconda edizione arricchita e aggiornata.

Fonte – traduzione di C. Palmacci

Quando la sinistra non aveva paura della sua ombra

“Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei Paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.
A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriano, nel dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (PS, PCF, Parti de Gauche, NPA, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del Paese.
Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.
Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo Paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi.
(…)
Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece di studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne” [una sorta di “l’Espresso” francese – n.d.t.] e guarda France 24 [la Rainews24 francese – n.d.t.]. Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli USA dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di Stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.
Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i Curdi siriani ai Siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.
(…)
Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di Stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio Paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.”

Da 1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea), di Bruno Guigue.

La questione curda

Il ruolo della attuale dirigenza curda di fronte a un’occasione storica

Ho troppo rispetto per il popolo curdo, per la questione curda, per esprimere giudizi in quella che sarà una pura e semplice valutazione dell’attuale corso del maggior movimento curdo oggi – temporaneamente – alla guida di un territorio da essi denominato Rojava (letteralmente “Ovest”, in riferimento con ogni evidenza a un “Est” iracheno), un’area attualmente di oltre 42mila km quadrati a nord della Siria, superiore per estensione alla superficie di due Regioni come la Lombardia e il Veneto, distribuita in maniera discontinua a occidente (Afrin) e a oriente (il restante territorio) del cuneo occupato dai Turchi proprio per impedirne il ricongiungimento, unico successo ottenuto dall’operazione Scudo dell’Eufrate (Fırat Kalkanı); un’area che nel giro di tre anni è andata ben oltre i tradizionali confini dei villaggi curdi, giungendo a occupare:
– il 23% del territorio siriano;
– le sue tre maggiori dighe (importanti sia per la fornitura di energia elettrica, che per l’irrigazione);
– il 60% della sua superficie coltivabile (fonte).
Interessante, vero? Come si è arrivati a questo, temporaneo, status quo? Quali le cause, quali i presupposti, quali le possibili conseguenze e configurazioni future?
Occorre, come sempre, fare un passo indietro. Un popolo di trenta, quaranta milioni di persone (a seconda di come si considerano i Curdi della diaspora), distribuito principalmente – ma non solo – su quattro Stati indipendenti (Turchia, Siria, Iraq e Iran), la nazione più popolosa al mondo senza Stato, è da oltre un secolo che lotta per la propria indipendenza. All’inizio del secolo scorso, occorre sottolinearlo, i Curdi furono impiegati dai britannici in chiave antiturca (I conflitto mondiale) e tedesca (II conflitto mondiale), sempre con l’illusione di uno Stato promesso e mai realizzato (Dmitrij Minin, I segreti del conflitto siriano: il fattore curdo). Successivamente, si accostarono all’URSS, ma senza successo: la tragica vicenda della Repubblica di Mahabad (1946), primo nucleo di un Kurdistan indipendente in territorio iraniano, vide l’appoggio esterno dei Sovietici, che coprirono successivamente la ritirata del Molla Mustafa Barzani, padre dell’attuale capo del Kurdistan iracheno Mas’ud Barzani. Riparato in Azerbaigian, organizzò campi di addestramento a Tashkent e completò gli studi militari a Mosca (fonte). Fino a metà degli anni Cinquanta i Curdi furono gli unici alleati dei sovietici in Medio Oriente. Tuttavia, anche lì le cose stavano cambiando. L’appoggio sovietico alle rivoluzioni baathiste fece progressivamente spostare l’occhio dei Curdi verso Occidente. I britannici non c’erano più, ma c’era Israele. Sono databili da allora i primi contatti fra Mossad e Curdi (fonti: france-irak-actualite.com; the-american-interest.com), culminati nella visita vera e propria di Barzani padre in Israele. L’opzione rivoluzionaria in senso socialistico persisteva solo fra i Curdi di Turchia, culminante nel 1978 con la fondazione del PKK di Ocalan, ma risultava sempre più minoritaria, in termini di peso specifico sull’intero movimento indipendentistico curdo, a partire soprattutto dalla fine dell’URSS.

Moshe Dayan e Molla Mustafa Barzani, 1967

Il resto è storia recente: la strumentalizzazione della questione curda come fattore destabilizzante in Iraq e in Siria, è segno distintivo della politica mediorientale a stelle e strisce (o, visti anche i precedenti storici appena citati, US-raeliana nel suo complesso). In altre parole, questi due Paesi hanno conosciuto negli ultimi tre anni un’intrusione sempre maggiore degli Statunitensi sul loro territorio con l’istallazione di basi militari nei territori controllati dai Curdi, per combattere ovviamente i propri avversari che non sono, come ormai è sotto gli occhi di tutti, l’ISIS o Al Qaeda. La base aerea siriana di Tabqah, per esempio, abbandonata a causa dell’ISIS, ripresa dai Curdi catapultati oltre l’Eufrate dai mezzi anfibi e dalla copertura aerea americani, è stata seduta stante ceduta ai loro padroni. Un’altra base, ancora più grande, è in costruzione a Kobane, per rendere più costante e consistente l’approvvigionamento ai loro alleati. Forti di questo appoggio, le milizie curde dell’YPG hanno recentemente annunciato un’offensiva verso i territori dello “scudo turco” che li separano da Afrin. A sud di Raqqa, dopo esser stati fermati a Resafa dalla perentoria avanzata dell’esercito siriano, si stanno ritagliando fette di territorio lungo la striscia a sud dell’Eufrate, ufficialmente per chiudere da sud la capitale del sedicente Stato Islamico, in pratica per sondare la possibilità di ulteriori movimenti espansivi verso Sud.
Qui però si ferma la pars construens della loro iniziativa e iniziano problemi non da poco:
1. Afrin, separata dal resto di Rojava dallo “scudo turco” e posta sotto minaccia diretta di invasione, sempre da parte turca, è appena stata “visitata” da una folta rappresentanza di ufficiali russi. Questo avvenimento non può non essere legato alla visita ad Ankara del ministro della difesa russo Šojgu del giorno prima. I Russi ad Afrin si stanno costruendo la loro base, di fatto depotenziando il resto di Rojava in mano all’YPG, garantendo di fatto il ritorno di quella fetta di territorio nell’alveo della Repubblica Araba di Siria. Questo a Erdoğan basta. E avanza. I suoi movimenti di truppe e incidenti di confine sembrano aver sortito l’effetto deterrente voluto.
2. Un diamante è per sempre, ma non l’appoggio USA. Né Londra, né Washington hanno mai dato apertamente garanzie concrete alla costituzione di un Kurdistan indipendente e sovrano. Lo stesso ex-ambasciatore USA in Siria Robert Ford, in una recente intervista, ha definito “non solo politicamente stupida, ma immorale” l’attuale politica verso i Curdi, visto che alla fine “li tradirà”. I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena. Sembrano più che altro la “cara amica di una sera” del nostro repertorio canoro. Questo Rojava, nella figura del suo presidente Salih Muslim, lo sa benissimo, e infatti cerca – piuttosto maldestramente – di tenere il piede in più scarpe, senza inimicarsi troppo Mosca (da qui la cessione della base di Afrin, anzi, di Afrin punto) e Damasco (senza indire – almeno al momento – “referendum” sulla falsariga di quello appena svoltosi in Iraq). E cerca di trarre il maggior vantaggio dalla presenza USA sul territorio che controlla, di fatto svendendolo al potente alleato… inimicandosi però le popolazioni arabe locali, e non solo.
3. A differenza del Kosovo, dove a fronteggiare la protervia NATO c’era una Serbia indomita ma debole, oggi ci sono Iraq, Iran, Siria e Turchia. La Russia non solo sta vincendo sul campo un conflitto che nei primi sei mesi di quest’anno ha visto radicalmente mutare scenario (vedasi le ultime due cartine della Siria datate 01/01 e 30/06 di quest’anno), non solo ha permesso un graduale ma decisivo ripristino della sovranità nazionale da parte dell’unico governo legittimo, quello che – piaccia o no – fa capo ad Assad (per la prima volta, per esempio, la provincia di Aleppo vede prevalere come possesso di territorio il governo siriano sui suoi nemici e oppositori, come si vede nella cartina proposta sopra le due mappe già citate), ma è riuscita nella non facile impresa di mettere d’accordo Iran e Turchia nella costituzione di unico asse anti-ISIS e anti-Al Qaeda, ovvero anti-israeliano (vedasi, per ultimo ma non da ultimo, dopo i raid aerei israeliani contro le postazioni siriane sul Golan, l’origine degli equipaggiamenti sequestrati dall’esercito siriano ad Al Qaeda, sempre sulle alture del Golan), e anti-USA (vedasi, sempre per ultimo ma non da ultimo, oltre agli attacchi USA contro le postazioni siriane fatti “per errore”, come quello che l’anno scorso ridusse enormemente le difese di Deir Ez-zor prima dell’immancabile offensiva ISIS, anche le forniture dirette via Bulgaria e Jeddah ai terroristi). Il che non significa che siamo di fronte a un blocco compatto e monolitico che fronteggia un altro blocco altrettanto compatto e monolitico. I Turchi oggi ci sono, trattano coi Russi per l’acquisto di sistemi antiaerei e antimissile S-400 Triumf, domani non si sa. Gli Iraniani oggi sono pesantemente coinvolti nelle vicende irachene (delle cosiddette milizie popolari) e siriane, cercano una loro via al Mediterraneo, sono in piena e pluriennale sintonia coi Russi, anche sul versante geopolitico del Caspio in chiave di contenimento dell’iniziativa USA nella regione, poi chissà. Tuttavia, ora sono tutti, incondizionatamente, uniti contro i Curdi e la loro svolta filoamericana.
Gli affari sono affari. E di questo stiamo parlando, meglio, stanno parlando le potenze geopolitiche attualmente presenti sullo scacchiere mediorientale. Prima i Curdi lo capiranno, meglio riusciranno a promuovere la loro causa, cercando di coordinarsi non con chi sta a un oceano di distanza, ma con chi oggi li vede sempre più come un pericolo o, peggio ancora, come una minaccia. Hanno di fronte a sé, dopo un secolo di lotte, un’occasione storica. Non la devono e non la possono perdere. L’alternativa, sarebbe la ripetizione di tragedie già viste.
Paolo Selmi

Legenda delle cartine
Rosso: governativi e alleati
Grigio: Stato Islamico (ISIS-DAESH)
Verde: gruppi vari della galassia “ribelle” (Esercito Libero Siriano, etc.)
Bianco: gruppi derivati dallo scioglimento di Jabhat Al Nusra
Giallo: Curdi

1 gennaio 2017

30 giugno 2017

False flag in Siria?

E se non fosse stato Assad

Attenzione, se oggi ci mettiamo a discutere su chi ha lanciato i gas a Khan Sheikun, rischiamo di cadere in una trappola mediatica. Le convinzioni le lasciamo a quel coro di benpensanti ‘politicamente corretti’ che, lanciando anatemi, puntano il dito contro Bashar al-Assad. Nessuno si può esimere, è il bersaglio più facile. I gas si diffondono con vari mezzi: aerei, granate speciali (obici e mortai), oppure, come nelle battaglie sul Carso, generatori posti sottovento. Nella Coalizione che non solo combatte quella parte dei ribelli non presente agli accordi di Astana, ma fa anche altre cose, gli aerei li hanno tutti. I Siriani, certo, ma anche i Russi, i Turchi, i Sauditi e i Qatarioti. I ribelli no, né i ‘buoni’ né i ‘cattivi’. Le armi terrestri gassificanti, quelle, per intenderci, sparite in massa nel 2011 dagli arsenali di Gheddafi, con alta probabilità sono in mano ai ribelli jihadisti non-ISIS. Restringendo il campo, sembrerebbero nella disponibilità dell’ex al-Qaeda, ex al-Nustra e oggi Jahbat Fatah al-Sham. Allora ragioniamo, partendo da Astana e da un fondamentale quesito: cui prodest? Ovvero: a chi giova. Forse non arriveremo a nulla, ma ci chiariremo un po’ le idee. In prospettiva, i ribelli del Free Syrian Army (quelli ‘buoni’) avranno un loro limitato spazio a nord, con tutela turca. Assad e Putin mirano a distruggere (con la sporadica partecipazione degli USA) tutti i gruppi jihadisti, concentrati ormai nella provincia di Idlib. Se perdono quell’area, sono praticamente finiti. Assad, se l’avanzata prosegue, ha già la vittoria in tasca. L’offensiva, allora, va delegittimata agli occhi del mondo con ogni mezzo. Indovinello: chi può aver interesse a farlo?
Mario Arpino

Fonte

Siria e Donbass: lo stato dell’arte

el-bab-manbij

La situazione siriana è estremamente complessa. Ma non senza una logica, almeno da parte russa. Una logica che solo un folle potrebbe pensare preesistente da sempre. Una logica che si è costruita nel corso degli anni ma che, a ben vedere, appare oggi strutturata secondo linee solide.
Partiamo dal 2012. “Asad dolžen ujti zakonno” (Assad deve andarsene in modo legale) diceva il buon Putin preoccupato di infilarsi in un cul de sac più grande di lui (infatti richiamava l’Afghanistan). Non saremmo certo noi a cacciarlo, ma se le cose da un anno sono così come sono… forse è meglio fare un rimpasto, a patto che i nuovi vengano lo stesso da noi, n’est pas?
Invece, non cambia nulla, anzi la situazione progressivamente si deteriora. La Siria è dilaniata. Arriviamo al 2014. Con Maidan si apre un altro fronte, più vicino, anzi, nella culla stessa della Rus’. Ad agosto di quell’anno truppe regolari e squadre della morte di ispirazione nazista massacravano quelli che, ai loro occhi, “erano andati coi Russi”. Milioni di profughi varcavano i confini non presidiati dagli ukrofašisty (milioni di persone che si fermavano a Rostov sul Don e poi proseguivano fino a Mosca), mentre chi era in forze per combattere, o chi era troppo vecchio per partire, restava. Chi documentava i crimini perpetrati da Kiev, semplicemente veniva fatto fuori, come il nostro Andrea Rocchelli, un morto di serie B per cui nessun istituto espone il cartello “Verità per …”.
La Russia si pone come mediatrice e viene sanzionata. In realtà, si limita a fornire un appoggio esterno e a non impedire l’afflusso di volontari (se ce ne sono ben 12 dei nostri, provenienti dalle esperienze e dai percorsi più disparati e impensabili, figurarsi il numero dei volontari che sentivano colpito il proprio stesso sangue). Di colpo, la situazione si raddrizza, e inizia la cosiddetta “tregua”. Kiev è obbligata a rispettare regole rigide:
1. no forze aeree (restano i droni che vengono abbattuti come i MIG a loro tempo);
2. no armi chimiche o non convenzionali (es. bombe a grappolo, entrambe usate contro i civili fino al 2014, oggi causa copresenza di osservatori OSCE non possono essere usate);
3. zona smilitarizzata (puntualmente occupata dagli ukrofashisty, che rappresenta però l’ultimo limite oltre il quale la provokacija diviene agressija).
A queste condizioni, Kiev risponde in tre modi:
1. tiri di artiglieria (11.480 solo nell’ultima settimana, che è una settimana “media” da ormai due anni a questa parte);
2. attacchi insensati a testa bassa, costati ENORMI perdite di vite umane e di mezzi, finiti tutti a rimpolpare lo scarno arsenale dei miliziani (fino ad allora, si erano anche smontati mortai e carri armati della II Guerra Mondiale per mandarli a difendere le due repubbliche). Una felice sintesi in questo articolo tradotto in italiano;
3. blocco economico. E questo ha condotto a un’ulteriore disfatta (economica) per il popolo ucraino. Mi blocchi il carbone che mi serve per vivere? E io ti nazionalizzo tutte le tue fabbriche e vendo al resto del mondo tramite i Russi (tecnicamente non la hanno chiamata nazionalizzazione, ma “gestione esterna” (vnešnee upravlenie): qui una mappa dei maggiori siti bloccati). Zaharčenko ha semplicemente detto: noi siamo abituati a fare la fame da due anni, grazie a voi. Ora la farete fare anche a quei poveretti che stanno sotto di voi. Inutile dire che il malcontento del popolo ucraino non tarderà a trasformarsi in un boomerang.
Questo, unito al riconoscimento dei passaporti delle due repubbliche da parte di Mosca, penso che parli da solo. Il popolo del Donbass è determinato a proseguire nella sua battaglia, questo Porošenko (i suoi burattinai, più che altro) non lo aveva messo nel conto.
Torniamo però alla Siria.
Questa la situazione all’alba dell’intervento militare russo.
Intervento determinato dall’imminente collasso dell’esercito siriano, attaccato da troppi nemici e su troppi fronti. Intervento che, a differenza del caso ucraino, doveva essere diretto, efficace ma, allo stesso tempo, non poteva coinvolgere – similmente al caso ucraino – truppe russe. In questo caso, perché comprensibilmente impreparate a gestire operazioni nel deserto siriano. Intervento, dove i compiti sono quindi “separati” fin da subito fra forze di terra, Esercito siriano ed Hezbollah, da un lato e forze aeree congiunte siriane e russe dall’altro.
Oggi, i risultati sono i seguenti:
1. Aleppo è libera e oltre 20mila persone sono tornate ad abitare nei quartieri sminati e a loro restituiti. Medici russi assistono decine di migliaia di civili;
2. la Siria è tornata a controllare oggi 1/3 del suo immenso territorio (il 35%, per l’esattezza), tutti i maggiori centri e regioni limitrofe, per un totale di 10 milioni di persone che ne rappresentano la maggioranza. Il territorio dell’ISIS è ridotto di 1/4 dall’inizio del 2016, da oltre 78 mila a 60 mila kmq. Processo in corso, se è vero che, da gennaio a oggi, 2611,7 kmq di territorio sono stati liberati, 52 centri abitati sono stati liberati nel solo mese di febbraio;
3. la tregua, pattuita con le opposizioni, continua ad allargarsi e – a oggi – sono 1291 i centri abitati dove si è ritornati a vivere civilmente;
4. Palmira è stata presa, quindi ripersa. Su questa tragedia ho tradotto l’unico racconto di prima mano, apparso in arabo e tradotto in russo. In sostanza, l’esercito siriano, pur nel suo valore e coraggio straordinario, è militarmente malmesso. E’ bastato il trasferimento di qualche migliaio di uomini e mezzi per far capitolare in due giorni una difesa assolutamente impreparata a far fronte a tale situazione di inferiorità. In questa situazione, i Russi hanno coordinato la difesa strenua, merito comunque tutto dei Siriani, della base retrostante di Tiyas, che se fosse capitolata avrebbe aperto le porte per tutta la regione di Homs. Spenti i fuochi, è ripartita la ripresa, questa volta con un maggior coinvolgimento di Mosca (che vuol dire morti e feriti): non ci fosse stata, anche per l’impiego massiccio da parte dell’ISIS di forze e mezzi (anche carri armati) per non perderla, Palmira sarebbe restata ancora sua. A puro titolo esemplificativo, l’aviazione russa nel solo scorso mese ha completato un migliaio di missioni. Palmira è stata ripresa e siamo già oltre Palmira di 20 km. Obbiettivo: Deir Ez-zor;
5. per quanto riguarda Deir Ez-zor, le due parti comunicano ma restano ancora separate di qualche centinaio di metri. I Russi hanno portato nello scorso mese via aerea 320 tonnellate di aiuti umanitari. E’ chiaro, comunque, che si tende a raggiungerla da terra, proprio da Palmira. Solo allora l’assedio sarà finalmente tolto;
6. e veniamo alla regione di El Bab. L’ISIS continua ad arretrare, negli ultimi 10 giorni i Siriani hanno conquistato 400 kmq di territorio liberando 36 centri abitati, grazie anche alla copertura aerea russa che, nel frattempo, colpiva 278 obbiettivi ISIS. Sopra questa zona, più centrale, Curdi e Turchi costituiscono un problema per Assad. Finora, tuttavia, se le danno di santa ragione fra loro. Washington è lontana, per entrambi. Erdogan lo sa bene, sin da quello “strano” colpo di Stato. Ma lo sanno anche i Curdi, da quando i loro nuovi amici non hanno mosso un dito per impedire l’operazione turca in terra di Siria. Operazione che, con successo, è riuscita finalmente a separare Rojava da Afrin. Mossa che, sinceramente, non dispiace neppure ad Assad, visto che impedisce mire indipendentistiche maggiori di quelle già in corso. Mossa che, comunque, andava delimitata. Da qui la cessione temporanea di El Bab e la corsa, perché davvero di questo bisogna parlare, a est dei reparti Tigre dell’esercito siriano. Operazione chiusa con successo. I Turchi sono nella sacca. Giù non possono andare, perché ci sono ormai i Siriani. A est… ci hanno provato (il buon Erdogan…) e hanno fatto un errore non da poco. Prevedibile, peraltro. Hanno provato a spingersi verso Manbij. Ma Manbij era in mano ai Curdi. Risultato: scontro armato (1 marzo), 11 morti da parte curda e 16 da parte turca (mappe in caratteri latini, peraltro). Conseguenza: l’intraprendenza militare turca ha costretto le Forze per le Operazioni Speciali statunitensi a varcare l’Eufrate e a porsi a nord di Manbij, come deterrente. Deterrente che, evidentemente, non bastava. I Curdi hanno quindi chiesto aiuto ad Assad contro i Turchi! La zona resta ad autonomia curda ma occupata militarmente – fino a Manbij! – dalle truppe siriane. Della serie, anche a est cari Turchi, fatevi una ragione, non si va. I Siriani, quindi, senza sparare un colpo, sono entrati da liberatori a Manbij con il relativo corredo di aiuti umanitari russi. Washington è sempre più lontana e la sua azione più appannata (si vede che ultimamente sono stati troppo abituati al puro caos creativo, senza troppa strategia…) e la cartina di Wikipedia è già vetusta.
Concludo: la logica russa è ora abbastanza chiara, dimostra non tanto il semplice appoggio ad Assad, ma la costruzione SU Assad del nuovo ordine siriano. Ruolo che Assad è, sempre più in questa fase, in grado di svolgere, ponendosi addirittura come mediatore e interlocutore affidabile. Questo quanto accade in Medio Oriente. Qui, invece, occorrerebbe fare qualche corso di aggiornamento alla stampa di regime: ma questo è un altro discorso.
Paolo Selmi

[Il presente contributo costituisce una versione rivista e corretta di un commento, originalmente pubblicato in quattro parti, all’articolo Amnesty e le parche facilitatrici di Fulvio Grimaldi.
Si ringrazia l’autore per la cortese disponibilità]

L’assassinio dello scrittore Nahed Attar: terroristi islamici, i loro padrini e la battaglia di Aleppo

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Partiamo da una notizia che non ha suscitato grande eco sulla stampa internazionale.
Qualche giorno fa lo scrittore giordano Nahed Attar è stato assassinato sulla porta del tribunale di Amman da un terrorista islamico. La sua colpa era quella di essere un laico, ateo, e sostenitore del governo siriano guidato dal Presidente Bashar al-Assad nella sua lotta contro le bande degli integralisti islamici finanziate ed armate dagli USA e da altri Paesi della NATO, e dai loro alleati mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Attar aveva condiviso su Facebook una vignetta in cui veniva presa in giro la pretesa dei terroristi dell’ISIS (o Daesh in arabo) di andare in paradiso come martiri della fede. Il primo ministro della Giordania (un Paese vassallo degli USA, UK ed Arabia Saudita), Hani Mulki, simpatizzante della Fratellanza Musulmana, invece di proteggerlo, lo aveva fatto arrestare e processare per “oltraggio alla religione, settarismo e razzismo”, additandolo in pratica alla vendetta dei terroristi.
Tutto questo non è casuale: il “civile” e “liberale” Occidente, ed i loro alleati mediorientali, si servono normalmente dei terroristi fanatici islamici per colpire chi si oppone al loro sogno di dominio mondiale.
Negli anni ’70 il governo laico comunista dell’Afghanistan fu messo in ginocchio dai mercenari islamici fanatici, accorsi da decine di Paesi, armati e protetti dagli USA e dall’Arabia Saudita, guidati da gente come Bin Laden, creatore di Al Qaeda con la complicità dei servizi segreti americani, sauditi e pakistani.
Negli anni ’90, mentre gli USA davano il primo colpo (Prima Guerra del Golfo) all’Iraq laico guidato dal partito socialista Baath, i nuovi eroi dell’Occidente erano una banda di integralisti islamici che voleva istituire un regime islamico in Bosnia, con il solito codazzo di jihadisti di Al Qaeda affluiti da tutto il mondo islamico. Naturalmente i musulmani furono fatti passare per povere vittime dei cattivissimi Serbi-Jugoslavi scatenando la solita alluvione di false notizie, come il presunto massacro di Srebrenica (un episodio ancora tutto da chiarire, come emerge da vari accurati lavori (1)). Il cosiddetto “assedio di Sarajevo” (in realtà la città era divisa tra i quartieri centrali a maggioranza musulmana ed i quartieri periferici serbi, da cui i miliziani si sparavano addosso a vicenda) divenne il simbolo gettonatissimo della cattiveria dei Serbi. Oggi un interessante libro di Toschi Marazzani (ed. Zambon(2)) denuncia la crescita dell’integralismo in Bosnia, da cui partono legioni di jihadisti verso la Siria e l’Iraq per ingrossare le fila di Daesh.
Poi è stata la volta della Seconda Guerra del Golfo del 2003, che ha fatto a pezzi l’Iraq, anche per mezzo della mobilitazione di gruppi dirigenti tribali della comunità curda, con la prospettiva di uno staterello fantoccio protetto da USA, Turchia ed Israele. Poi è stata la volta della Libia laica di Gheddafi dove i bombardamenti della NATO hanno aperto la strada agli integralisti di Alba Libica ed alle feroci milizie di Misurata, organizzate dai Fratelli Musulmani, fino allo sfacelo attuale. Infine è stata aggredita la Siria, dove combattono una serie impressionante di gruppi jihadisti terroristi (Daesh, Fateh al-Sham ex al-Nusra, Jaish al-Islam, Ahrar al-Sham, ecc.).
Gli USA, come in Iraq, usano spregiudicatamente anche i contrasti etnici in un Paese come la Siria, dove tutte le religioni, il libero pensiero laico ed ateo, le varie etnie, hanno avuto sempre pari diritti.
E’ in corso nella sinistra italiana un dibattito sul ruolo dei Curdi (dei cui diritti chi scrive è stato in passato un aperto sostenitore) ma che ora sembra abbiano anteposto (forse con molte illusioni) i loro interessi etnici a quelli della generale battaglia antimperialista, alleandosi con gli USA: essi hanno illegalmente concesso basi militari agli USA in territorio siriano, di cui l’esercito americano si serve per minacciare ed attaccare l’esercito nazionale siriano che difende l’indipendenza e la sovranità del Paese.
Infatti la distruzione della Siria – il Paese più laico e secolare del Medio Oriente, dove le donne godono di tutti i diritti e possono passeggiare sole con le gonne sopra il ginocchio per le vie di Damasco senza essere disturbate (sono di ciò testimone oculare), dove esiste un servizio sanitario nazionale ed un sistema di istruzione laico pubblico e gratuito fino all’università – rimane lo scopo principale dell’imperialismo USA, dei suoi alleati, e di Israele. Il piano, già illustrato da molti anni nei documenti dei “neocons”, consiste nella “distruzione creativa” di tutti gli Stati sovrani che si pongono di traverso sul cammino imperiale. Ma da oltre cinque anni l’esercito ed il popolo siriano, guidati dal Presidente Assad, resistono, ed ora sono passati alla controffensiva con l’aiuto dell’aviazione russa e delle eroiche milizie libanesi di Hezbollah, che già sconfissero l’esercito israeliano nel 2006.
Ecco allora che i soliti scribacchini alla Bernard Levy, e tutti gli imitatori italiani ed occidentali, comprese le Botteri e le Goracci, lanciano la nuova campagna mediatica. Una volta c’erano i cattivi Serbi che assediavano Sarajevo. Oggi sono i Russi e i Siriani fedeli al proprio governo che “assediano” e bombardano Aleppo, la più importante città della Siria insieme a Damasco. Non viene detto che in realtà sono stati i terroristi che hanno assediato Aleppo per quattro anni, bombardandola, tagliandole l’acqua e l’elettricità ed occupando solo alcuni quartieri, dove si sono fatti scudo dei civili, cui non viene permesso di mettersi in salvo attraverso i quattro corridoi umanitari predisposti dal governo.
Ma nonostante tutto la Siria è ancora in piedi, con l’aiuto di Russia, Iran, Cina, Hezbollah, e tutti i democratici laici arabi. Cresce l’isteria di USA, UE, Arabia Saudita (che a sua volta bombarda e distrugge lo Yemen), ma i combattenti patriottici siriani non si lasciano impressionare.
Vincenzo Brandi

(1) Vedi ad es. Menzogne di Guerra del giornalista tedesco J. Elsasser, ed i due ottimi dossier della “Città del Sole” su Srebrenica
(2) Jean Toschi Marazzani Visconti, La Porta d’Ingresso dell’Islam, ed. Zambon