Nel mirino di Washington

Di Maurice Lemoine, da Le Monde Diplomatique Brasil, anno 3 numero 31 Febbraio 2010, pp. 6-7.

Tendenza del dopo-Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono passati da una strategia di contenimento del rivale sovietico alla ricerca dell’egemonia planetaria. Le nuove tecnologie militari non esigono più basi gigantesche, ma una densa rete di punti di appoggio previamente posizionati. Ed è qui che entrano in gioco i colombiani

“I problemi della Colombia si estendono ben oltre le sue frontiere e hanno implicazioni per la sicurezza e la stabilità regionali”, dichiarò, nell’Agosto 1999, l’allora Segretario di Stato USA Madeleine Albright. Il 13 Luglio dell’anno seguente, il presidente Bill Clinton ed il suo collega colombiano Andrés Pastrana si accordarono per firmare il Piano Colombia, destinato a farla finita con il narcotraffico e le guerriglie. Senza molta partecipazione, il Congresso Nazionale di Bogotà ebbe diritto soltanto a consultarne un testo parziale ed in inglese!
Un decennio più tardi, la Colombia ha già ricevuto più di 5 miliardi di dollari di aiuto statunitense, essenzialmente di carattere militare. E, dall’arrivo al potere di Alvaro Uribe, nel 2002, già molto sangue è scorso sotto i ponti. Il presidente promise una “vittoria rapida” sui ribelli dell’Esercito di Liberazione Nazionale
(ELN) e principalmente sulle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Ed a credere ai bilanci divulgati dall’Esercito Colombiano, il presidente ha vinto ampiamente. A titolo di esempio, nel 2007 egli affermava di aver catturato più di 6.500 guerriglieri e di averne uccisi più di tremila ? cifre che, anno dopo anno, continuano similmente. Oltre a ciò, diceva che il programma di smobilitazione, tra il 2002 e Maggio 2008, abbia colpito circa 15mila persone, tra cui 9mila membri delle FARC. Dunque: sapendo che le FARC sono state sempre stimate in 15mila combattenti, secondo la contabilità di Uribe, esse avrebbero dovuto necessariamente sparire dalla circolazione! O no? Continua a leggere

I cowboys di Kabul

eagle USPI

Come una coppia di nonni texani falliti ha tratta guadagno dalla miniera degli appalti in Afghanistan.
Di Daniel Schulman, per Mother Jones.

Era il marzo del 2002, e Del e Barbara Spier erano completamente al verde. La coppia texana, nonni di cinque nipoti e proprietari di una piccola ditta di investigazioni private con sede a Houston, si ritrovava con un debito superiore ai 260.000 dollari. Avevano esposizioni fino a 18.600 dollari su oltre una dozzina di carte di credito ed erano zavorrati di scoperti su prestiti bancari per 80.000 dollari e su mutui per altri 95.000. Nella pratica di fallimento, la ditta degli Spier, fondata nel 1987 e denominata “Agenzia per Servizi di Investigazione e di Protezione”, veniva giudicata di “nessun valore di mercato”.
Benché le circostanze apparissero disastrose, gli Spier erano in procinto di diventare milionari. A maggio, Barbara Spier aveva svolto le pratiche per costituire una nuova azienda chiamata US Protection and Investigations (USPI). Presto, grazie alla fonte inesauribile di contratti che era la guerra in Afghanistan, ella stava firmando un accordo di 8,4 milioni di dollari con il Louis Berger Group. La società multinazionale di costruzione e progettazione aveva ottenuto un contratto di 214 milioni per ricostruire le infrastrutture dell’Afghanistan – strade, impianti idrici e di depurazione, centrali elettriche e dighe – dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale statunitense (USAID). Il compito dell’USPI era quello di fornire sicurezza ai lavoratori che riparavano una strada di 300 miglia che collega Kabul a Kandahar.
Molto del lavoro doveva essere svolto in un territorio remoto e pericoloso, soggetto a sporadici attacchi dei Talebani ed afflitto dalla presenza di bombe e mine inesplose risalenti all’epoca dell’invasione sovietica. “Alcuni tratti della strada sono soggetti a sequestri, rapine ed assassinii” riconosceva il Berger nei termini contrattuali. “Gruppi terroristici organizzati operano nei dintorni del corridoio stradale, ed alcuni stranieri sono stati intenzionalmente presi di mira in recenti incidenti”. Salvaguardare le centinaia di lavoratori all’opera lungo la strada, avvertiva il gruppo costruttore, sarebbe stato “una sfida”.
Dati i rischi del progetto – importante nello sforzo di stabilizzare l’Afghanistan – l’USPI rappresentava una strana scelta. Il Berger avrebbe potuto rivolgersi ad un agenzia per la sicurezza consolidata con forte esperienza nelle zone di conflitto. Invece, affidò un contratto senza bando di gara ad una ditta con nessuna reputazione sulla piazza e con un gruppo dirigente di fresca bancarotta.
Per gli Spier, il colpo di fortuna con il Berger rappresentò una svolta nella loro vita. Ed essi, da allora, avrebbero potuto vivere felicemente per sempre, eccetto per una cosa: stavano truffando il governo, secondo il Dipartimento di Giustizia, emettendo ricevute fasulle e fatturando per impiegati fantasma al fine di frodare milioni di dollari dai programmi finalizzati alla ricostruzione dell’infrastruttura afghana distrutta dalla guerra. Le loro presunte imprese, molto delle quali non sono mai state precedentemente descritte, offrono una delle più vivide immagini mai emerse della miniera degli appalti nel Selvaggio West afghano. Continua a leggere

Il caso Bechtel

bechtel

Abbiamo resuscitato un articolo di Mark Dowie per “Mother Jones” risalente al 1978, nel quale è descritta in maniera magistrale la sinergia, spesso misconosciuta, tra sfera politica (intelligence compresa) e mondo degli affari che caratterizza gli Stati Uniti d’America.

Oggi, Jubail è un piccolo sonnolento villaggio di pescatori sul Golfo Persico. Fra 16 anni sarà una delle maggiori città industriali sullo stile di Toledo, Ohio, con raffinerie di petrolio, acciaierie, un porto con fondali profondi, alberghi, ospedali, un aeroporto internazionale, svariate centrali elettriche ed il più grande impianto di desalinizzazione del mondo. Questa colossale opera ingegneristica è al centro del progetto dell’Arabia Saudita di trasformarsi da nazione di nomadi del deserto nel maggiore stato industriale. Jubail è di gran lunga il più grande progetto edilizio della storia. L’intera città viene costruita da una famiglia riservata, proprietaria di affari a San Francisco, il cui nome è noto ai primi ministri e presidenti in giro per il mondo, ma è sconosciuto alla maggioranza degli americani: la Bechtel Corporation.
Bechtel sarebbe già importante se non altro per la sua dimensione. Se le imprese venissero catalogate da Fortune 500 in base ai capitali detenuti, Bechtel verrebbe classificata attorno al 25° posto, più avanti di Coca-Cola, Lockheed o American Motors. Bechtel, comunque, è ben più che semplicemente un’altra grande corporation. C’è un impero che assume i suoi dirigenti direttamente dai gabinetti dei Presidenti con enormi incrementi salariali, riceve contratti governativi da miliardi di dollari, mantiene stretti contatti con le élite dei Paesi più importanti e detiene i segreti dell’arricchimento dell’uranio.
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Avviata da un conciatore immigrato di pelli di asino chiamato Warren “Papà” Bechtel nel 1898, questo “piccolo affare di famiglia” è cresciuto fino a diventare la più grande compagnia di progettazione e costruzioni al mondo. Tutti e tre i figli di “Papà”, Warren, Steve e Ken, hanno lavorato nella compagnia nel corso degli anni; ma durante gli anni Trenta il coriaceo e risoluto Steve emerse come leader dei tre fratelli e, nel ’77, rimase l’Amministratore Delegato dell’impero della Bechtel.
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Nonostante Bechtel sembri proprio una vera corporation internazionale – con una forza lavoro poliglotta, con la maggioranza dei suoi uffici di rappresentanza all’estero e con più del 50% dei suoi introiti da progetti stranieri – è molto americana. Malgrado stipuli contratti con i generali Obasanjos del mondo, la scalata al potere della compagnia è stata aiutata soprattutto da un’amicizia chiave a Washington. Continua a leggere

La famiglia nucleare

vengoanchio

Alla vigilia del G8 sull’energia, gli Stati Uniti hanno firmato un importante accordo con gli Emirati Arabi Uniti. Non per importare petrolio, di cui gli EAU sono terzo esportatore mondiale, ma per fornirgli altra energia. Nucleare. Con le tecnologie e il materiale fissile fornito dagli USA, gli Emirati disporranno di reattori nucleari entro dieci anni. L’accordo, stipulato dall’amministrazione Bush in gennaio, è stato approvato il 19 maggio dal presidente Obama, il quale garantisce che «non comporterà alcun rischio irragionevole, ma promuoverà la comune difesa e sicurezza». Ora dovrà essere approvato dal Congresso.
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Esso frutterà almeno 40 miliardi di dollari, il grosso dei quali andrà alle multinazionali General Electric, Westinghouse, Bechtel e altre che costruiranno gli impianti nucleari negli Emirati. Accordi analoghi, stipulati con Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Marocco, Algeria, saranno certamente approvati dall’amministrazione Obama.
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Ma perché un paese come gli Emirati, che possiede riserve di petrolio e gas sufficienti per oltre un secolo, vuole dotarsi di un’industria nucleare? Ufficialmente perché ha bisogno di produrre più elettricità. Per fornire energia pulita a una popolazione che non raggiunge i 5 milioni, basterebbe però sviluppare gli impianti solari che ha cominciato a costruire. Scopo della casa regnante è in realtà un altro: entrare nel club dei paesi nucleari acquisendo la capacità di poter un giorno costruire armi nucleari. Formalmente gli EAU e le altre monarchie del Golfo aderiscono al Trattato di Non-Proliferazione (TNP). Nessuno può sapere, però, quale sarà la loro decisione in futuro. Da parte loro, il governo USA e altri, mentre accusano l’Iran (che aderisce al TNP) di usare il nucleare civile per fini militari, aiutano Israele (che non aderisce al TNP) a potenziare il proprio arsenale nucleare, tacendo sul fatto che, essendo l’unico in Medio Oriente a possedere armi nucleari, spinge gli altri nella stessa direzione. Ora, per mantenere sotto la loro influenza quest’area strategica, gli USA aiutano le monarchie del petrolio a imboccare la via del nucleare.

Da Washington semina centrali nucleari tra le signorie arabe del Golfo, di Manlio Dinucci.
[grassetto nostro]