Le relazioni NATO-Russia viste da uno che c’era

Il 27 aprile 1997 veniva firmato a Parigi, dai Capi di Stato e di governo dei Paesi membri della NATO e dal presidente della Federazione Russa (allora, Boris Eltsin), l’Atto Fondamentale sulle relazioni comuni, la cooperazione e la mutua sicurezza tra la NATO e la Russia.
Tra le disposizione di tale Atto, c’era anche quella secondo cui le parti non avrebbero mai dovuto intraprendere azioni che potessero minacciare la sicurezza europea, senza prima consultarsi con l’altra per ottenerne l’approvazione.
A dieci anni di distanza – a parere del generale Leonid Ivashov che all’epoca faceva parte della delegazione russa in rappresentanza del Ministero della Difesa – chiamarla cooperazione è un insulto. La NATO ha attivamente e progressivamente lavorato per rafforzare la propria potenza militare, occupare posizioni strategicamente utili ad accerchiare la Russia, isolarla dai suoi alleati e renderle ostile i Paesi che la circondano. Tutto ciò attraverso una ben calibrata miscela: allargamento dell’Alleanza Atlantica ai Paesi dell’Europa Orientale, ridislocamento di truppe ed equipaggiamenti a ridosso dei confini russi, rivoluzioni colorate nelle repubbliche ex sovietiche propedeutiche ad una loro adesione alla NATO, ed interventi “umanitari” armati, quando occorreva, come in Serbia nel 1999.
In attesa di mettere uno spesso cappuccio antimissilistico sul potenziale nucleare avversario.