Le droghe e l’Esercito Italiano

“Sappiamo che il 18 aprile [2011 – n.d.c.], in un luogo dove è in corso un’esercitazione militare nel teramano, viene uccisa Melania Rea e nessuno – nemmeno le vedette in divisa che controllano le uniche due strade di accesso – dirà poi di avere visto nulla.
Sappiamo un po’ meno che il 27 marzo, nella caserma Manlio Feruglio di Venzone (UD) occupata dagli alpini della Julia – lo stesso corpo di Parolisi – un militare trova degli involucri pieni di eroina mentre sta pulendo le casse di armi appena tornate dall’Afghanistan, come mi venne confermato dal sostituto della Procura di Tolmezzo. Anche questa inchiesta viene “strappata” dalla Procura Militare, e non se ne saprà più niente.
Il 3 giugno, ancora, il tenente colonnello Cristiano Congiu – un carabiniere di grande esperienza – viene assassinato nella valle del Panjshir, in Afghanistan. Il motivo della sua morte resta tuttora avvolto nel mistero.
Congiu era un agente antidroga sotto copertura che, stando alle mie fonti, stava indagando proprio sui presunti traffici di stupefacenti operati a bordo dei voli militari. Al momento del fatto si trovava con una donna statunitense poi sparita nel nulla, e di cui non sono mai state rese note le generalità.
Negli anni Novanta, Congiu comandava la compagnia dei carabinieri del Rione Traiano, a Napoli. Il suo nome finì però, senza essere mai indagato, nelle carte di un’inchiesta sui Casalesi — non per legami diretti con la criminalità organizzata, ma perché aveva stretto una relazione con una soldatessa statunitense di stanza nel capoluogo partenopeo che, a sua volta, frequentava Francesco Schiavone detto Sandokan, il capo dei capi della sanguinaria camorra di Casal di Principe.
Ancora una volta, dunque, in questa storia tornano i Casalesi. E non è nemmeno l’ultima. Undici giorni dopo, il 14 giugno 2011, l’antimafia di Napoli bussa proprio alla porta della caserma di Parolisi per arrestare Laura Titta, militare nonché autista del boss Emilio Di Caterino – allora reggente dei Casalesi – ma anche di Giuseppe Setola, suo predecessore a capo dell’ala stragista del clan. Setola è stato autore, per esempio, della strage di Castel Volturno del settembre 2008: 7 morti e un ferito, tutti immigrati.
La caserma di Parolisi, ad Ascoli Piceno, addestra tutte le reclute femminili d’Italia, e lui stesso è stato in missione in Afghanistan. Ma il nome “Titta” – afferma – non gli dice nulla. La giovane recluta nel 2009 si era trasferita a Napoli. Dopo il ritrovamento del cadavere della Rea, nonostante il congedo, chiede però di tornare ad Ascoli. Ad oggi non se ne conoscono le ragioni.
C’è infine quanto accade due mesi dopo, il 13 agosto del 2011, a Genova, quando i carabinieri arrestano Alessandra Gabrieli, caporalmaggiore dei parà, con 35 grammi di eroina purissima. Al processo sosterrà di essere diventata eroinomane in caserma, a causa del giro di droga dei soldati della Folgore di Livorno tornati dall’Afghanistan con quella sostanza.
(…)
All’alba del 25 luglio 2010, un carabiniere trova il corpo privo di vita di un militare italiano nel suo ufficio, all’aeroporto di Kabul. È il capitano dell’esercito Marco Callegaro, addetto proprio alla gestione finanziaria dei rifornimenti della missione.
Ufficialmente si parla di suicidio, ma anche su questo caso i dubbi sono tanti, a partire dalla presunta lettera d’addio mai stata consegnata ai familiari, che infatti non credono a questa versione — il padre sostiene, anzi, che pochi giorni prima il figlio gli avesse raccontato di aver fatto una scoperta sconvolgente.
Dopo queste dichiarazioni, i Radicali presentano un’interrogazione parlamentare a risposta scritta al ministro della Difesa, allora Ignazio La Russa, per chiedere tra l’altro “se esista e quale sia il contenuto del biglietto a cui fa riferimento il genitore del militare deceduto.”
Verranno presentati ben 13 solleciti, l’ultimo dei quali risale al 6 dicembre 2012, due mesi prima che i Radicali – con la lista Lista Amnistia Giustizia Libertà – restino fuori dal Parlamento per non avere superato la soglia di sbarramento necessaria per entrare alle Camere.
Una risposta, alla fine, non arriverà mai.”

Da L’eroina, l’esercito e un delitto misterioso: in Afghanistan sulle tracce del caso Parolisi di Alessandro De Pascale.

Gli AMX a(l)col-izzati di Ignazio

amx acol

Vediamo di fare il punto sugli AMX dell’A.M.I, sul programma ACOL, sull’addestramento di piloti e macchine a Nellis in Nevada e sull’arrivo in Afghanistan dei 4 Aermacchi-Embraer. Comiciamo da Dedalonews, una fonte vicina al Ministero della Difesa.
Ecco cosa scriveva questo bollettino di informazione il 31 luglio 2009: “Il generale Tei CSM dell’ Aereonautica comunica che 10 AMX ACOL e 34 piloti in forza ad Istrana ed Amendola raggiungeranno con partenza 2 agosto la base aerea di Nellis in Nevada per effettuare delle esercitazioni mirate ad una preparazione forse finalizzata ad un loro impiego in Afghanistan in autunno. Tei precisa inoltre che l’addestramento si protrarrà per quattro settimane e sarà articolato in esercitazioni chiamate Red Flag e Green Flag”.
Eravamo rimasti al sequestro disposto nel luglio 2006 dalla Procura di Cagliari dell’intera documentazione tecnica degli AMX nella sede della società Aermacchi di Venegono Superiore (Varese) e la precedente messa a terra dell’intera flotta di questo cacciabombardiere di costruzione italo-brasiliana in dotazione all’ A.M.I.
I sequestri degli AMX da parte di più distretti della Magistratura proseguono dal dicembre 2007 fino al marzo 2008 per accertare l’esistenza di difetti strutturali sui jets.
Lo sblocco degli AMX coinciderà con l’impegno da parte dell’ A.M.I di effettuare un piano completo di revisione su questo tipo di aereo.
E’ il programma di aggiornamento ACOL che appronterà nel tempo modifiche su 50 dei circa 110 esemplari in dotazione all’ A.M.I con un finanziamento ad hoc di 285 milioni di euro.
Correrà voce di un interessamento della Alenia North America (società di Finmeccanica) a rilevare dall’A.M.I il surplus (60) degli AMX non sottoposti ad aggiornamento ACOL per destinarlo all’Afghan Army Air Corps (?) attraverso una cessione al Pentagono (!).
Un vortice, grigio-fumo, di centinaia e centinaia di milioni di euro, se fosse andato a buon fine l'”affare” estero su estero.
Nell’agosto del 2008, La Russa stanzia per i primi velivoli portati allo standard ACOL un bilancio supplementare di 35,4 milioni di euro per “attività di supporto e servizio”.
Formuletta che servirà a nascondere la volontà del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Giorgio Napolitano, d’intesa con Palazzo Chigi, di impiegare gli AMX in “missione di pace” sul teatro afghano.
Tempi e uscite che lasciano intravedere un’accurata programmazione dell’intervento bellico di ISAF-Italia in Afghanistan ben al di là delle decisione politiche e militari di volta in volta comunicate all’opinione pubblica italiana dai governi della Repubblica delle Banane.
A dirla tutta, del possibile impiego operativo degli Aermacchi-Embraer in questo Paese del Centro Asia cominciò già a parlarne l’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi con Prodi a Palazzo Chigi.
Il progetto non ebbe seguito per i sequestri effettuati dalla Magistratura oltre che per l’allora minore pericolosità degli “insorti” pashtun e mujaheddin che verrà “contrastata” dalla primavera del 2006 fino al 2008 (solo) con l’invio ad Herat di elicotteri di attacco A-129 Mangusta e UAV Predator.
I 35,4 milioni di euro serviranno, in che frazione non lo sappiamo, a finanziare il trasferimento di 10 AMX ACOL, del personale di volo, gli addetti alla manutenzione, il soggiorno, i costi carburante (saranno necessari dopo il primo atterraggio alle Azzorre degli AMX dotati di serbatoi supplementari, sei rifornimenti in volo di tanker USA per la missione andata e ritorno ed una fortuna sfacciata per poter attraversare, senza perdite, l’Atlantico con questo tipo di velivolo), uso e consumo di proiettili a canne rotanti, missili, razzi e bombe laser per 30 giorni di esercitazioni a fuoco. Anche l’Esercito e Marina faranno la loro parte inviando nella base USA per addestramento otto squadre del 185° RAO della Folgore ed Incursori di Comsubin per l’addestramento all’uso dei puntatori laser in tandem con UAV e cacciabombardieri da attacco al suolo USA ed AMX “tricolori” dotati di munizionamento GBU12 Paveway.
Una costosissima superbomba da una tonnellata di alto esplosivo che segue il puntamento monocromatico da terra sul “target” da utilizzare in ambiente UCAS, acronimo di Urban Close Air Support.
Giandomenico Gaiani su Il Sole-24 Ore ripreso da “Analisi Difesa” scrive che ne sono state utilizzate dagli AMX Ghibli 300 (a carica inerte?).
Cosa voglia dire questa roba in termini di costi e che effetti possa produrre la sbandieratissima “precisione chirurgica” in ambienti abitati su obbiettivi nemici “paganti” è intuibile.
Ecco, abbiamo fatto un breve spaccato dell’addestramento a quella “missione di pace” in Afghanistan sulla quale Napolitano, La Russa & Soci pontificano senza soste da giornali e tv raccontandoci una colossale montagna di menzogne.
Il problema grosso, e irrisolto, degli AMX è di progetto. Le specifiche richiedevano un notevole carico alare (carico bellico utile) a fronte della disponibilità di un unico propulsore-turbina Rolls Royce-Fiat Avio da 5.000 kg di spinta che sviluppa una velocità massima di 0,86 mach senza picchi di potenza erogabile.
In parole povere, l’AMX è assimilabile ad un furgone da 18 quintali di peso con un motore diesel da 1.500 cc, nato con difetti nella propulsione e nell’allestimento.
Usato da D’Alema sui cieli di Pristina in ambiente prevalentemente pianeggiante e collinare ad altissima protezione dove la precarietà e l’asfitticità della motorizzazione poteva risultare non penalizzante, l’AMX ha colpito gli “obbiettivi” facendo il suo carico di distruzioni, morti e feriti. In Afghanistan per la conformazione montuosa, la quota operativa da mantenere con aria rarefatta le “cose” potrebbero andare diversamente anche per il possibile uso da parte della guerriglia “talebana” di missili antiaerei spalleggiabili.
Giancarlo Chetoni

Bare a quattro ruote motrici

feretri

Il 19 ottobre, la Direzione Generale Armamenti del Ministero della Difesa ha concluso ad Herat la sua indagine conoscitiva sui Lince “modificati“. Perché non in un poligono nazionale e perché lontano da occhi indiscreti?
Sono sempre sotto sequestro della Procura della Repubblica di Roma ad Herat i tre “veicoli incidentati“ della Lapo Elkann & C.?
L’altezza del veicolo della FIAT Iveco con torretta a guida remota aumenta così di 400 mm. Un’enormità.
Aver aggiunto una ralla di 330 kg sulla testa del Lince ne fa potenzialmente una bara a quattro ruote motrici a meno di un esonero precocissimo dal servizio di “pattugliamento“.
E allora perché La Russa ne ha spediti altri otto in Afghanistan in aggiunta ai sovrabbondantissimi 246 a 350.000 euro a botta già in dotazione al West RC?
Come mai continua a far arrivare per via aerea una dotazione di mezzi che eccede le necessità di impiego operativo? Cosa c’è sotto?
Un “gippone protetto“, il Lince, che manifesta una elevata tendenza al ribaltamento su terreni accidentati, in curva e su salite o discese a forte pendenza, e ha già provocato nella versione “normale“ negli ultimi sette mesi 72 feriti (per scontri a fuoco con mujaheddin ed “insorti“ pashtun, esplosioni ed uscite di strada) tra i militari del contingente italiano, ed un morto, questo lo aggiungiamo noi, il 15 ottobre.
Il computo è dell‘Ansa. I sei parà del 186° Rgt saltati per aria a Kabul sono andati fuori lista, come i morti ammazzati che li hanno preceduti. Si vuole ridurre l’impatto sull’opinione pubblica lavorando solo i “dati” dei feriti? Sembrerebbe di sì.
L’ultimo caduto per “cause di servizio“ è stato il caporalmaggiore Rosario Ponziano del 4° Rgt Alpini Paracadutisti della Brigata Monte Cervino che ha perso la vita in un ribaltamento del LMV su cui si muoveva, insieme all’equipaggio (tre i traumatizzati) in missione operativa tra Herat e Shindad.
Il portavoce del West RC maggiore Marco Amoriello lo ha passo passare per l’autiere. Era, a quanto ne abbiamo saputo, il rallista, il militare in torretta, il predestinato, stando come stanno le cose, a lasciarci la buccia.
“ …i Lince “modificati” sono stati impiegati su tratti sterrati con pendenze variabili tra i 20 ed i 50°: in tutto sono stati percorsi circa 200 km in un ambiente alla temperatura media locale. Le prove a fuoco sono state effettuate nel poligono di Herat con mitragliatrici Browning che hanno sparato 1.000 colpi“.
Ecco in breve le conclusioni certificate in Afghanistan dalla Direzione Generale Armamenti e sottoscritta dal generale, che non batte per il verso giusto, Rosario Castellano della Folgore, attuale comandante del West RC PRT11 di Herat: ” …la ralla motorizzata balistica (il situational awareness sembrerebbe out – nda) soddisfa al meglio il binomio volume di fuoco erogabile/protezione dell’operatore”. L’innalzamento del LMV non pregiudica l’equilibrio del mezzo (dichiarazione da Corte marziale) anche se richiede “una maggiore accortezza nell’esecuzione delle manovre”.
Per ovviare a questo “inconveniente“ secondo il rapporto sono indispensabili 300 minuti (!) di guida da effettuare in Italia (!).
Il LMV – si afferma, in soldoni, da Herat – appare “ben ancorato al terreno“ e per farlo muovere in “totale sicurezza” (!) su rotabili e sterrati dell’Afghanistan occorre a giudizio della Commissione della D.G.A un addestramento alla guida pari a un’ora per dito d’una mano.
Non ci va di commentare questa “indicazione“ fuori di testa.
Nel nostro articolo Gli “effetti” Lince in Afghanistan, si attribuiva il frequente ribaltamento dei LMV “normali“, non quelli ulteriormente appesantiti di 330 kg in torretta, al posizionamento della cellula di sicurezza che alzava a livelli di guardia il baricentro.
Abbiamo tenuta coperta la fonte di informazione nell’intento di evitarne la possibile identificazione (e problemi annessi). Fino a quel momento c’erano state sul LMV della FIAT Iveco solo montagne di apprezzamenti. Un coro senza stonature che puzzava e puzza ampiamente di zolfo. Complicità e interessi di lobbies hanno fatto muro. Poi c’è chi vede bianco quello che è nero.  Sono i sanfedisti del Lince che lincia. Il più delle volte sono in buona fede facendo paragoni sbagliati con mezzi “analoghi” di produzione USA.
Ecco cosa ci ha detto un ufficiale, che vuole giustamente mantenere l’anonimato, che da quelle parti c’è stato e ha messo le chiappe sui sedili della “cellula di sicurezza“ del FIAT Iveco: “ …prima del LMV della Iveco usavamo i Puma. Dopo le pesanti perdite registrate, li abbiamo messi da parte. Aspettiamo di rispedirli indietro. Pesano 6.8 tonnellate, sono mezzi all’apparenza imponenti, “sicuri”, con una trazione 4×4 o 6×6. Il primo impiego operativo è stato in Iraq. Il costo complessivo di produzione è stato di 305 milioni di euro ma i Puma hanno una struttura costruttiva rigida totalmente inadatta ad assorbire gli effetti esplosivi. Effetti che si trasferiscono, in caso di esplosioni, all’interno del blindato, sull’equipaggio, con conseguenze che il più delle volte, sopratutto alla periferia di Kabul, si sono rivelati mortali … “.
Perdite di vite ed ingenti costi materiali in fumo. Sostituire una linea di “blindati” costa alla gente perbene, quella che paga le tasse, centinaia di milioni di euro.
La Repubblica delle Banane ha sostituito i Puma con i Lince. L’avventurismo bellico di Napolitano, Frattini e La Russa, sta producendo i suoi effetti.
E vediamo cosa aggiunge il nostro interlocutore sui LMV “normali“: “ …il Lince ha una luce da terra di 460 mm, il peso della sola ralla con una MG – mitragliatrice leggera in calibro 7.62 al posto della pesante Browning in 12.7 testata ad Herat – pesa oltre 130 kg senza la protezione “piastre” che abbiamo costruito, alla buona, ad Herat a difesa dell’operatore. Se si carica questo peso sulla testa di un SUV alla prima normalissima curva in asfalto anche a bassa velocità si finisce a testa in giù. Su terreni sterrati, impervi, estremamente impegnativi, il Lince manifesta una forte tendenza al ribaltamento. Gli inglesi, è vero, ne hanno acquistati 400 dalla FIAT Iveco ma non li usano in Afghanistan. Li impiegano soprattutto, in servizio di ordine pubblico, nell’Irlanda del Nord…”.
Questa dichiarazione, da sola, mette bene in evidenza le vergognose manfrine di Ignazio La Russa che parla a Porta a Porta di “San Lince”, protettore del contingente tricolore in Afghanistan, alla presenza della senatrice Roberta Pinotti, responsabile “difesa“ per il PD, invitata nel salotto di Vespa su pressione del Ministro della Difesa a fare “opposizione“ senza fiatare.
PdL e PD finanziano e rifinanziano, in combutta, senza rossori la nostra (?) “missione di pace“.
Un teatrino che segnala una gravissima emergenza nell'”informazione” e nella politica estera e militare del Paese.
Giancarlo Chetoni

dalle parti di herat

Addendum 28/10/2009
Dalle parti di Herat. Un Lince “normale” su terreno riportato, con l’evidente intento di dimostrarne la stabilità, affronta una pendenza semplice largamente inferiore alle specifiche di progetto, senza mitragliatrice Mauser 7.62 con piastre a protezione dell’operatore né in calibro 12.7 mm su ralla. Una prestazione giudicata evidentemente ottimale per essere propagandata e che la dice lunga.
Notare come il Lince si sia già mangiato lo spazio luce tra parafiamma e terreno. Non tutte le ciambelle riescono col buco.

Complicità politiche ed istituzionali per la Task Force 45

sarissa

Dei “professionisti” tricolori della Task Force 45 si conoscono i reparti di provenienza e la forza approssimativa, 180-200 uomini. Non si sa niente invece delle dotazioni militari, niente degli ufficiali e sottoufficiali, niente della effettiva catena di comando locale, niente sugli avvicendamenti e sui cicli di “operazione”, niente sulla sorte riservata ai feriti mujaeddin e pashtun catturati sul terreno né esiste agli atti del Ministero della Difesa un solo comunicato che riguardi l’attività operativa dell’unità speciale che la Repubblica delle Banane mette ad esclusiva disposizione dei super killer di Enduring Freedom.
Alla faccia della trasparenza e della libertà di “informazione”. Su questa banda di “bucanieri della montagna” il silenzio di giornali e televisione è totale.
Si sa solo, per notizie che rimbalzano in Italia dalla agenzie di stampa afghane nelle provincie di Herat e Farah, che, ad oggi, si contano a centinaia gli insorti “neutralizzati” ed a decine i morti ammazzati tra i residenti per “effetti collaterali” di rastrellamenti, cecchinaggio, tiri di mortaio e “bonifiche” dall’aria.
Ora che la Folgore sta per essere avvicendata la Task Force 45 torna, ad orologeria, alla pratica del rambismo, per alzare il livello dello scontro e per preparare come si deve il “terreno” alla Brigata Sassari.
Tutte le Grandi Unità devono lasciare un “minimum” di caduti nel Paese delle Montagne, sufficiente a cementare solidarietà tra i partner dell’Alleanza Atlantica, a rilanciare sul piano nazionale la necessità della guerra al “terrorismo”, ad instillare nelle Forze Armate del Bel Paese l’odio per un “nemico” che predica e pratica l’Islam, a preparare a livello politico una componente militare di “elite” che offra le esperienze e le specializzazioni necessarie per essere utilizzata, quando sarà “necessario”, sul piano interno come garante dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale.
Una struttura in formazione che sottrae, via via, risorse destinate all’attività di addestramento ed utilizzo del personale delle Forze Armate, acquisizioni logistiche e sistemi d’arma.
Forze Armate che a partire dal Nuovo Modello di Difesa sono state giudicate un peso di cui doversi liberare, elefantiache, obsolete e totalmente inadatte a gestire “operazioni di polizia internazionale” sia dagli esecutivi di centro-sinistra che di centro-destra, con l’esplicito appoggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del CSD e dei titolari dei Ministeri della Difesa.
Una campagna normativa “acquisti-dismissioni” che parte in sordina dal 1999 e ha preso un’accelerazione da capogiro a partire dall’estate 2006.
Le riforme nella Pubblica Amministrazione annunciate da Brunetta ed approvate in settimana in CdM vanno in questa direzione, al di là dei settori “civetta” sotto tiro.
Per capire cosa si stia muovendo dietro la Task Force 45, dopo mesi di impenetrabile silenzio su questa “unità antiterrorismo”, basterà leggere il seguente comunicato AGI dello scorso 9 ottobre:
“Un capo talebano Ghoam Yahya [un nome con tutta probabilità inventato di sana pianta, ndr] e 25 suoi affiliati [!] sono stati neutralizzati oggi nel corso di un operazione congiunta di militari italiani e statunitensi. L’episodio è avvenuto a 20 km da Herat. Secondo quanto si apprende la Task Force 45 che seguiva il gruppo di insorti già da ieri, è entrata in azione. Appresa la notizia il Ministro della Difesa si è subito complimentato con il CSM gen. Vincenzo Camporini e con il comandante delle forze italiane di Herat generale Rosario Castellano.”
Ecco come il titolare di Palazzo Baracchini ha cercato fraudolentemente di coinvolgere le Forze Armate nazionali in questo nuovo massacro che porta una firma esclusiva: quella della NATO.
Una manovra vergognosa per scaricare sui vertici militari del Paese i malumori di un’opinione pubblica fortemente contraria all’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane, una responsabilità che è soprattutto “politica” ed “istituzionale”. Quel “nessun ritiro dall’Afghanistan” pronunciato dal marito della signora Clio da Tokio, all’indomani della morte dei sei parà del 186° Rgt. Folgore, la dice chiara.
Non siamo mai stati teneri con i sostenitori della “missione di pace” dell’Italietta in Afghanistan ma che Camporini sia al corrente del “lavoro” che fa la Task Force 45 “tricolore” è largamente improbabile. Sparare nel mucchio non serve, anzi, è fuorviante e dannoso.
Si sa che La Russa non va per il sottile quando c’è da compiacere il Presidente del Presidente. Lo stiamo attentamente monitorando dal G8 delle “donne” alla Farnesina alla presenza della bocca ad uso poliedrico della Carfagna e di Frattini, a partire dalle mete estere, Corea del Sud e Giappone e dalle frenetiche, ormai quotidiane, convocazioni al Quirinale dei “pezzi da novanta” del Bel Paese nel tentativo di ritardarne l’implosione.
Il conflitto tra Napolitano e Berlusconi non è sulla costruzione a passi da gigante di una Repubblica Presidenziale, che va benone ad entrambi, ma su chi dovrà occupare il seggiolone del Colle con pieni poteri. L’ex fascista “O ‘Sicco” lo vuole destinare alle chiappe di Fini, “papi” vuole metterci le sue. Il resto sono chiacchiere e depistaggi.
Una struttura coperta quella della Task Force 45 che si avvale, sarà bene dirlo, di grosse complicità al Comando Operativo Interforze di Centocelle.
Il curriculum di Camporini, caso pressoché unico, è esente da qualsiasi frequentazione “imbarazzante” a Bruxelles od a Washington.
Frequentazioni che aprono la strada da sessant’anni esatti alle più alte responsabilità nelle Forze Armate dell’Italietta e dischiudono, dopo la quiescenza, le stanze nelle società di Finmeccanica od abilitano ad altri prestigiosi incarichi nelle “istituzioni”, in istituti pubblici o privati, in Italia ed in Europa. Incarichi sempre lautamente retribuiti.
Possibile invece che ne sia stato informato, a cose fatte, il comandante del West Rc di Herat, Prt 11, che non batte da tempo per il verso giusto in attesa di incassare una promozione.
La Task Force 45 non dipende né da Castellano né dal suo diretto superiore gen. Bertolini ma dall’ammiraglio G. Di Paola, un ringhioso cane da guardia con un formidabile pedigree NATO, eletto il 13 febbraio del 2008 Segretario Generale del Comitato che riunisce i vertici militari dei 28 Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica, quando era ancora C.S.M delle Forze Armate per decisione del CdM del governo Berlusconi.
Un ammiraglio pataccato da Bush con la Legion of Merit che condivide con Will C. Rogers III, l’ex Capitano di Vascello dell’incrociatore USS CG-49 Vincennes, responsabile dell’abbattimento con due missili antiaerei RIM-66 Standard di un Airbus dell’Iran Air (volo 655) e della morte di 290 passeggeri sul Golfo Persico durante il volo Bandar Abbas-Dubai, il 3 luglio 1988.
Giancarlo Chetoni

Ancora tu, Lince

Roma, 17 settembre – Sarebbero sei gli italiani rimasti uccisi nell’attentato kamikaze a Kabul. Altre due vittime civili sarebbero invece afghane. Tra i feriti altri tre militari del contingente italiano.
Tutti si trovavano a bordo di un blindato Lince.
(AGI)

Vedi anche Scarronzoni per…

Roma, 17 settembre – Sono sei i morti fra i militari italiani, tutti del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore, provocati dall’attentato a Kabul che ha investito alle 12 ora locale, le 9.30 in Italia, due mezzi di scorta ad una colonna di personale diretta all’aeroporto, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti della Difesa. Altri tre militari italiani, sempre della Folgore, sono rimasti feriti e, per ora, non vi sono indicazioni sulle loro condizioni.
(Adnkronos)

Orgoglio?!?
Roma, 17 settembre -‘I soldati italiani hanno pagato un prezzo alto per la libertà e la sicurezza dell’Afghanistan, dell’Italia e dell’Europa’, commenta Frattini. In ogni caso, per il ministro degli Esteri bisogna ‘restare per dimostrare che l’orgoglio dell’Italia è sempre alto.
(ANSA)

mini-kfor

Roma, 17 settembre – ”La strada su cui è avvenuto l’attentato ai militari italiani si trova in una zona oggettivamente molto pericolosa. E’ un tratto conteso tra varie fazioni proprio per attaccare i convogli di passaggio, indipendentemente dalla loro nazionalità. Tanto che nel novembre 2005, al mio arrivo all’aeroporto di Kabul, per evitare di percorrere quei quattro chilometri che portano direttamente alla base ISAF nel centro della capitale, facemmo un’altra strada assieme al convoglio di scorta: un aggiramento di 35 chilometri”. A dirlo è il generale Fabio Mini, ex comandante della missione NATO in Kosovo, in un’intervista che sarà pubblicata domani sul quotidiano ecologista Terra.
”Le missioni sul terreno, Enduring Freedom prima e ISAF poi – dice Mini – hanno avuto la pretesa di bloccare completamente le frontiere. Una cosa che non è possibile fare da nessuna parte. In Kosovo, un Paese più piccolo dell’Abruzzo, non ci riuscivamo, figuriamoci in Afghanistan che è quattro volte l’Italia”. Nell’intervista, il generale spiega che in Afghanistan ”non è un problema di uomini. E’ necessario un maggiore impegno economico e civile. Finché la popolazione afghana resta in uno stato di disperazione, senza niente da perdere, nemmeno la vita (l’aspettativa media è di 40 anni), non avrà paura della morte”. ‘‘Per garantire la sicurezza – conclude Mini – bisogna prima conquistare la fiducia e la collaborazione della popolazione. In Afghanistan invece si sta facendo l’esatto contrario. Il risultato è che ora, rispetto al 2003, ci odiano molto di più. Alla fine della guerra, quando gli americani cercavano Bin Laden a Tora Bora, i talebani erano 7.000. Oggi gli insorti sono oltre 10mila”.
(ASCA)

Silenzio assordante che copre il silenzio degli innocenti
I paracadutisti italiani caduti a Kabul in un attacco kamikaze sono le vittime sacrificali della politica imposta dagli USA ed accettata servilmente dai loro camerieri atlantici in servizio permanente effettivo dal 1945. Noi non accettiamo né il vittimismo cialtronesco delle Istituzioni né lo sciacallaggio usato per fini di bassa politica dalla sedicente opposizione. Quella che, tanto per esser chiari, con il governo D’Alema partecipò ai bombardamenti su Belgrado e che mai ha rifiutato il suo appoggio agli USA in lotta contro i “Popoli Canaglia”. Kabul come Nassirya: sangue versato dai nostri parà, ridotti ad essere esportatori di “libertà” e “democrazia” lungo la via del petrolio e quella del papavero e nella previsione di una non ancora dichiarata guerra contro l’Iran. Ascari costretti a combattere sul territorio afghano per far passare gli oleodotti della multinazionale Unocal, in quella che è legittimo chiamare la IV Guerra dell’Oppio.
Tutti tacciono, tutti si guardano bene dallo spiegare agli Italiani i veri motivi della nostra presenza in Medio Oriente.
E nessuno parla dei “Lince”, i corazzati-bidone che rappresentano un pericolo per l’incolumità dei nostri militari (ed oggi se ne è avuta la drammatica conferma) ma che costituiscono una colossale speculazione da parte della Fiat-Iveco della famiglia Elkann. Come abbiamo dimostrato e documentato sull’ultimo numero di “Giustizia Giusta”.
Comunicato stampa dell’Associazione per la Giustizia e il Diritto “Enzo Tortora” – Redazione di Giustizia Giusta, V.le Giulio Cesare – 00192 Roma

carabinieri

Ritiro? Macché, più carabinieri!
Roma, 18 settembre – L’impegno italiano nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane aumenterà e sta già aumentando in questi ultimi mesi dell’anno. Secondo il capo ufficio stampa della Farnesina, Maurizio Massari, infatti, ”raggiungeremo il numero di 200 carabinieri formatori, tra settembre e novembre, che si aggiungono alle oltre 15 unità della Guardia di Finanza impegnate nell’addestramento della polizia di frontiera afghana a Herat”.
Massari, nel corso di un briefing con la stampa, ha affermato che ”il ruolo dell’Italia è effettivamente di primissimo piano nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane” e che questo ”si è concretizzato il 14 agosto scorso, quando è stata riconosciuta all’Italia la posizione di coordinatore responsabile della formazione della polizia afghana”.
(ASCA)

Guerra e/o cooperazione
Roma, 18 settembre – ”Rivolgendoci ai ministri e ai parlamentari che continuano a ripetere che i problemi dell’Afghanistan, dell’Africa, delle guerre e dell’immigrazione si risolvono con la cooperazione, diciamo di essere coerenti, di dar seguito alle promesse con impegni reali sia a livello di finanziamenti che di risorse e di strumenti. Per questi motivi aderiamo all’iniziativa della Tavola della Pace del 3 ottobre. Perchè pace e informazione sono due beni fondamentali a rischio. Perchè senza un’informazione di pace non c’è neanche una politica di pace”. Così Guido Barbera, presidente del Cipsi – coordinamento di 42 Ong e associazioni di solidarietà internazionale in riferimento alla strage degli italiani a Kabul.
”Innanzitutto – afferma Barbera – esprimiamo la nostra vicinanza, solidarietà e cordoglio ai familiari dei soldati italiani vittime della strage, ai feriti e a tutti i civili coinvolti, compresi quelli colpiti la scorsa settimana da un bombardamento della NATO. Ma non possiamo tacere. Il problema è politico: qual’è il ruolo e la politica internazionale dell’Italia, dell’Europa, degli USA, della NATO, nello scenario afghano? E’ necessario fare un’analisi storica e politica di cosa è accaduto in Afghanistan, soprattutto negli ultimi otto anni di guerra, e del disastro che è stato provocato; attraverso un dibattito in Parlamento, decisioni del Governo, un conferenza che porti a un accordo della comunità internazionale”.
”Non è solo con i militari che si potrà risolvere la situazione afghana. Non si risolvono i conflitti con la forza, ma con il dialogo. Noi – conclude Barbera – associazioni del Cipsi e della società civile crediamo che sia necessario invertire la tendenza delle scelte di politica internazionale in Afghanistan. La risposta è incrementare in modo decisivo la cooperazione internazionale nel paese, per contribuire al processo di pace: che siano visibili interventi e relazioni solidali, scuole, salute, istruzione, alimentazione e difesa dei diritti di tutti. Sono l’antidoto alla guerra e al terrorismo. Condanniamo la violenza sui civili”.
(ASCA)
Esternazioni largamente condivisibili, ma vorremmo chiedere al loro autore: nella pratica, come è possibile svolgere attività di cooperazione civile in un ambiente di guerra non dichiarata ma aperta e dirompente?
Non bisognerebbe piuttosto aspettare una avvenuta pacificazione e solo al termine del conflitto investire risorse (e sì, perché qui servono tanti denari e tanti ne sono già stati spesi, spesso a vanvera…) per una ricostruzione che sia effettivamente tale e duratura?

soldati

Per cosa sono morti?
Per difendere la pace, la libertà, la democrazia in Afghanistan e la sicurezza internazionale come dicono i nostri politici? No.
Non per la pace, perché i nostri soldati in Afghanistan stanno facendo la guerra.
Non per la libertà, perché i nostri soldati stanno occupando quel Paese.
Non per la democrazia, perché i nostri soldati proteggono un governo-fantoccio che non ha nulla di democratico.
Non per la sicurezza internazionale, perché i nostri soldati stanno combattendo contro gli afgani, non contro il terrorismo islamico internazionale: a questo, semmai, stanno fornendo un pretesto per odiare e attaccare l’Occidente e anche il nostro Paese.
E allora per cosa sono morti?
La risposta l’ha data il generale Fabio Mini, ex comandante del contingente NATO in Kosovo, intervenendo la scorsa settimana a un dibattito sull’Afghanistan tenutosi a Firenze e organizzato da Peacereporter:
“Ufficialmente lo scopo fondamentale, il center of gravity, della missione non è la ricostruzione, o la pacificazione né la democrazia: è la salvaguardia della coesione della NATO in un momento di crisi della stessa. Questo è lo scopo dichiarato, scritto nei documenti ufficiali della missione ISAF. La NATO è in Afghanistan esclusivamente per dimostrare che è coesa: lo scopo è essere insieme. Ecco perché gli Stati Uniti chiedono soldati in più: ma pensate davvero che manchino loro le forze per far da soli? Credete davvero che i nostri soldati o i lituani siano importanti? No! L’importante è che nessuno si sottragga a un impegno NATO. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini agli alleati”.
“Agli infami, vigliacchi aggressori che hanno colpito ancora nella maniera più subdola diciamo con convinzione che non ci fermeremo”, avverte il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
E’ stravagante definire ‘vigliacchi’ uomini che sacrificano la propria vita per uccidere il nemico. Forse questo giudizio andrebbe riservato ai piloti alleati che da mille piedi di altitudine sganciano bombe che fanno strage di talebani e civili, sapendo di non poter essere né visti né colpiti.
Anche chiamare ‘aggressori’ i guerriglieri talebani che colpiscono le truppe d’occupazione NATO è curioso. Siamo noi che abbiamo aggredito loro invadendo il loro Paese.

“Non ci fermeremo”, conclude La Russa in tono bellicoso. Altri soldati italiani dovranno quindi sacrificare le loro vite e stroncare quelle di altri afgani, combattenti e non. Da maggio, per la cronaca, le truppe italiane hanno “neutralizzato” almeno cinquecento “nemici” nelle battaglie combattute nell’ovest dell’Afghanistan con il massiccio impiego di carri cingolati ed elicotteri da combattimento. E presto, come annunciato, anche con le bombe sganciate dai nostri Tornado.
Secondo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, bisogna “conquistare il cuore degli afgani per fare terra bruciata di ogni complicità e omertà verso i terroristi”.
Ma finché l’occupazione e la guerra continueranno, con le stragi di civili, i rastrellamenti, la distruzione dei villaggi, la terra bruciata si allargherà attorno ai nostri soldati e la guerriglia afgana diventerà sempre più popolare. La rabbia e il dolore di chi, a causa delle truppe occidentali, perde un familiare, la casa, una parte del corpo o semplicemente la libertà e la dignità, non fanno che portare acqua al mulino del “nemico”. Un nemico che, infatti, più la guerra va avanti, più si rafforza e guadagna consensi.

Per cosa sono morti?, di Enrico Piovesana.
[grassetti nostri]

talebani

Il Ministro della Difesa, dal canto suo, ha dato un’altra dimostrazione di sconcertante prevedibilità. La sua performance in seconda serata a “Porta a Porta” il 17 Settembre sui caduti della Folgore a Kabul ha ripetuto per filo e per segno, a beneficio di un pugno di ascoltatori (lo share è stato un autentico flop) e del pubblico presente nello studio, la ormai famosissima lezioncina-Napolitano.
Accantonata, alla svelta, la farsa della “missione di pace”, il titolare di Palazzo Baracchini nel corso della trasmissione ha continuato a sostenere che il Belpaese è in Afghanistan per fermare sul terreno il “terrorismo di al-Qa’ida”. Un terrorismo che altrimenti dilagherebbe in Occidente e ci colpirebbe a casa nostra come è successo a New York l’11 Settembre del 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle e alla stazione di Atocha a Madrid nel Marzo del 2004.
Due attentati, servirà ricordarlo, oggetto di clamorosi depistaggi politici e istituzionali, di indagini pilotate e di sentenze che non sono mai riuscite ad individuare né mandanti né esecutori che non uscissero dai data base di Langley.
Un’aggiunta che il Ministro della Difesa ha intenzionalmente evocato, da gran furbo, per allargare anche all’Europa la minaccia “reale” portata dal fondamentalismo islamico all’Occidente.
La recitazione della manfrina di La Russa è scivolata via senza sollevare un battito di ciglio in sala. L’apatia, l’indifferenza che sta risucchiando nel baratro il Paese si vede anche dalle reazioni degli spettatori seduti sulle poltroncine bianche della Rai in occasione di un evento luttuoso come quello di Kabul.
L’Italia, partendo da Kost, dalla base “Salerno” partecipa dal 2002 alla guerra degli USA in Afghanistan, ma fino ad oggi, se la memoria non ci inganna, il Sisde o il Sismi, prima, o l’Aisi e l’Aise, fino ad oggi, non hanno mai lanciato allarmi specificatamente provenienti da quel Paese che possano aver interessato la sicurezza del territorio nazionale, né se ne trova traccia su Gnosis o nelle relazioni che semestralmente vengono inviate semestralmente dal Cesis a Camera e Senato.
Non risulta inoltre che i Ministri degli Interni e della Difesa che si sono succeduti dalla data citata abbiamo mai denunciato pubblicamente l’esistenza di minacce specifiche per il territorio metropolitano ad opera di elementi “qaedisti” di nazionalità afghana presenti in Italia in contatto o collegamento con organizzazioni “terroristiche” operanti nei territori dell’Af-Pak.
L’attenzione dei Ros del Generale Ganzer si è invece concentrata più volte su nuclei o cellule salafite come “ Predicazione e Combattimento” presuntamente organizzate da elementi originari del Maghreb a cui sono stati spesso addebitati già nel corso degli accertamenti di polizia reati gravissimi che non hanno mai retto di fronte alle successive verifiche della Magistratura Inquirente, toccando punte paradossali che hanno fatto ridere l’“intelligence mondiale”, come nel caso della Chiesa di S. Petronio a Bologna e degli “attentati” alla Metropolitana di Milano.
Quando ci sono stati provvedimenti restrittivi, in ogni caso, i “wahhabiti del Mediterraneo” sono giudicati per reati minori come il favoreggiamento dell’ingresso clandestino, la raccolta di fondi, il possesso di materiale illecito di propaganda.
Insomma, in Italia non ci sono mai stati potenziali terroristi di intransigente fede sunnita provenienti dal Paese delle Montagne che prendano ordini dal nebuloso e famigerato Mullah Omar né strutture “organizzate” di sostegno ai combattenti usciti dalle madrase di Peshawar o di Islamabad; non c’è inoltre università o scuola superiore pubblica o privata, centro di aggregazione religiosa, culturale e sociale, dove possa addensarsi un nucleo di studenti, aderenti o simpatizzanti “coranici” in combutta con i combattenti pashtun.
Gli unici afghani presenti nella Repubblica delle Banane sono quelli che l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu ha fatto uscire dal Pakistan dopo un accurato check-in.

Priva perciò di qualunque credibilità, per insussistenza di motivazioni reali, la puntuale manfrina, con imitatori di “alto livello” recitata a beneficio (?) dell’opinione pubblica italiana dall’Inquilino del Quirinale.

Da Afghanistan: quando i nodi vengono al pettine, di Giancarlo Chetoni.
[grassetti nostri]

Missione di Pace

mangusta

Italiani attaccano basi miliziani afghani
Un’operazione congiunta dei militari italiani con tutte le componenti della sicurezza afghana è stata condotta contro postazioni nemiche a Bala Morghab, nel nordovest del Paese.
Nell’azione, riferiscono fonti militari, sono stati impiegati elicotteri italiani che hanno bombardato e neutralizzato le postazioni degli insorti.
Mentre tra i miliziani attaccati vi sarebbero vittime, nessun militare italiano o afghano ha riportato ferite.
Televideo, 4 giugno 2009, ore 18:04:32

Herat, 10 giugno 2009- Scontro a fuoco intenso e prolungato oggi nella valle di Bala Murgab (in provincia di Badghis, 200 chilometri a nord di Herat) tra talebani e forze di sicurezza afghane, che con il supporto dei paracadutisti della Folgore hanno guadagnato il controllo di diverse aree strategicamente fondamentali per la sicurezza e la stabilità dell’area.
L’azione ha comportato l’intervento di quattro elicotteri Mangusta italiani, due dei quali sono stati raggiunti da colpi d’armi leggere. Nessun militare italiano è rimasto ferito, mentre sono stati uccisi due importanti capi talebani.
(Adnkronos)

Farah, 11 giugno 2009 – Tre militari italiani sono rimasti feriti, due in modo lieve e uno gravemente, in uno scontro a fuoco avvenuto poco fa a Farah, nell’ovest dell’Afghanistan. Il ferito grave è stato colpito sotto l’ascella, uno al piede e l’altro alla mano. I tre paracadutisti, della brigata Folgore, erano impegnati in un pattugliamento congiunto con i militari dell’esercito afgano.
E’ il secondo conflitto a fuoco che ha visto impegnati i soldati italiani nella zona da questa notte. Nella stessa zona di Farah, durante la notte, si è avuto un altro attacco ad una pattuglia di militari italiani, che hanno risposto al fuoco, senza riportare alcuna conseguenza.
La provincia di Farah si trova nella parte meridionale della Regione ovest, a comando italiano. E’ una zona tradizionalmente calda, così come lo è anche quella della provincia di Bala Morgab, che si trova invece nella parte nord dell’area di responsabilità italiana: proprio qui, ieri, si è verificata una dura battaglia durante la quale sono stati colpiti due elicotteri Mangusta, ma non ci sono stati feriti tra gli italiani. Ingenti, invece, le perdite tra gli insorti.
(La Repubblica)

folgore

Herat, 24 giugno 2009 – Questa mattina nella valle di Bala Murgab (provincia di Badghis 200 Km nord di Herat), nel corso di un’importante operazione congiunta, delle forze di sicurezza afgane e ISAF, volta ad eliminare ulteriori sacche di resistenza presenti nell’area, le nostre unità hanno subito un attacco. Nello scontro condotto con armi portatili e razzi contro carri RPG, è rimasto lievemente ferito uno dei Paracadutisti del 183esimo reggimento “Nembo”. Il militare italiano, non ha riportato conseguenze, è stato medicato sul posto e ha potuto proseguire l’attività. E’ invece deceduto un militare afgano e altri 4 sono rimasti feriti. Sono rimasti leggermente danneggiati 4 “lince” Italiani che comunque hanno potuto proseguire l’attività.
La manovra per ottenere il controllo di questa zona fondamentale è stata complessa e articolata, condotta con azioni tattiche di truppe sul terreno e con il fuoco combinato e coordinato, di armi a tiro teso, una coppia di elicotteri Mangusta e mortai, sia dei Paracadutisti italiani che dell’Esercito Afghano. Anche ieri a Sud, nell’area di Farah, i Paracadutisti del 187esimo reggimento Folgore erano intervenuti a supporto dell’esercito afghano a seguito di un attacco che era stato condotto contro una loro base e nel corso del quale erano rimasti uccisi due militari. Nel corso di un successivo controllo in un villaggio in quell’area, i militari italiani hanno rinvenuto un ingente quantitativo di esplosivo (più di 100 fra bombe e razzi ed oltre 80 spolette). Il materiale, perfettamente funzionante, era pronto per essere impiegato per la preparazione di attacchi con ordigni esplosivi.
(AGI)

tornado

Non c’è alcuna richiesta specifica, ma…
Roma, 8 luglio 2009 – Le altre nazioni impegnate militarmente in Afghanistan hanno ”un minimo di perplessità” per il fatto che i cacciabombardieri italiani non sono autorizzati a fornire un supporto di copertura alle truppe.
Lo ha fatto sapere il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso di un’audizione davanti alla commissioni Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato. ”I nostri soldati, in questa fase particolarmente delicata, hanno richiesto un supporto aereo di copertura”, ma i cacciabombardieri italiani, così come quelli tedeschi, ”sono autorizzati solo per il monitoraggio”, a differenza dei velivoli di Paesi come Stati Uniti o Olanda, ha detto La Russa, spiegando che il comando militare italiano ha segnalato che ”da parte delle altre nazioni c’è un minimo di perplessità su questa diversità”. ”Vi ho voluto segnalare che non c’è alcuna richiesta specifica, ma il comando militare mi ha riferito di questa argomentazione ripetuta e insistita fatta al contigente italiano”, ha aggiunto.
(ASCA)

Pace unica via di uscita? Allora aspettiamo un pezzo
Roma, 16 luglio 2009 – Il sacrificio del parà Alessandro Di Lisio in Afghanistan “non è stato invano”. Lo ha assicurato, in una lettera al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri, Franco Frattini secondo cui la “via di uscita” è una sola: la pace nel Paese che deve arrivare ad “autogovernarsi”.
Frattini nella lettera torna sulle ragioni dell’intervento in Afghanistan: “Difendere la sicurezza nazionale e la sicurezza dell’Occidente di fronte alla minaccia del terrorismo globale”. “Il terrorismo – ha detto Frattini – crea i propri santuari negli stati deboli dove le istituzioni locali non sono in grado di controllarne le azioni”. “Nessuno dei Paesi alleati – ha spiegato il ministro – intende rimanere in Afghanistan sine die”. Stiamo cercando, ha aggiunto il ministro “di rafforzare la responsabilità di autogoverno da parte delle autorità afghane. A partire dalla sicurezza attraverso la formazione dell’esercito e della polizia afghana dove i nostri Carabinieri stanno offrendo un contributo altamente apprezzato da tutti”.
(AGI)

la-russa

Le “novità” di Ignazio
Herat, 21 luglio 2009 – Più Predator, gli aerei da ricognizione senza pilota, più elicotteri per il controllo dello spazio aereo, aerei Tornado attrezzati anche con cannoncini sempre per garantire la sicurezza del contingente italiano. Sono queste le novità che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, annuncia al contingente italiano impegnato in Afghanistan nella missione ISAF. Inoltre, il ministro ha dato mandato per studiare come proteggere gli uomini che sono nella torretta del Lince, i più esposti agli attacchi.
La Russa ha incontrato una parte del contingente a Herat e ha parlato della “profonda consapevolezza degli italiani sull’importanza vitale del compito che i militari italiani stanno assolvendo”. Il ministro della Difesa ha ricordato il recente attacco contro una pattuglia della Folgore in cui ha perso la vita Alessandro Di Lisio ed ha voluto portare la solidarietà del popolo italiano a tutti i militari impegnati nella missione ISAF davanti ai quali il mondo ha più speranze di essere pacifico. Il ministro della Difesa ha inoltre assistito ad un briefing del generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano nella regione di Herat, il quale ha spiegato che l’obiettivo principale della missione è quello di rompere il rapporto tra la popolazione afghana e gli insorti.
(AGI)

castellano

La strategia “pagante” del generale Castellano
Farah, 25 luglio 2009 – Cinque militari italiani sono rimasti feriti, tutti in modo non grave, in due diversi attacchi avvenuti oggi a Herat e nell’area di Farah, in Afghanistan. Quattro soldati sono stati colpiti durante un attacco suicida contro una pattuglia di nostri militari, ad opera di un motociclista che si è fatto esplodere al passaggio di un mezzo blindato Lince vicino ad Herat, nell’ovest del Paese.
Mentre un altro militare, un bersagliere, è rimasto lievemente ferito in uno scontro a fuoco durato cinque ore, (tra le 9 e le 14 ora locale, tra le 6.30 e le 12.30 ora italiana). Lo hanno spiegato all’Adnkronos fonti militari del comando italiano di Herat. Il militare è stato immediatamente soccorso e trasferito in elicottero nell’ospedale militare di Farah.
Un’unità “complessa”, composta da personale del 187° Reggimento Folgore e del 1° Reggimento Bersaglieri, è stata attaccata nei pressi del villaggio di Bala Boluk, a circa 50 chilometri a nord di Farah, mentre svolgeva un’operazione congiunta con le forze di sicurezza afghane per il controllo del territorio.
La reazione dei nostri militari, spiegano dal comando di Herat, è stata immediata e nell’area sono stati anche inviati sia degli aerei della coalizione per il supporto ravvicinato che gli elicotteri italiani A 129 Mangusta. Data la tipologia dell’area, l’intervento degli aerei è stato evitato e si è preferito far intervenire gli elicotteri che hanno potuto supportare con le armi in dotazione l’azione dei nostri militari sul terreno, favorendo dopo circa cinque ore di scontri lo sganciamento delle nostre truppe, che hanno poi proseguito l’azione già pianificata con le forze afghane.
(Adnkronos/Ign)

Herat, 25 luglio 2009 – Gli attacchi di questi ultimi giorni in Afghanistan “possono essere interpretati come un segno di debolezza perché gli insorti si vedono negare aree che prima dominavano e che attualmente sono sotto il controllo del legittimo governo afghano: è lecito immaginarsi una escalation di tensione anche in vista delle prossime elezioni che rappresentano un passo determinante per la stabilità del Paese”. Lo ha dichiarato in una nota il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano, dopo gli ultimi agguati in cui sono rimasti coinvolti militari italiani. “Gli attacchi contro la NATO”, si legge in una nota, “dimostrano come la strategia messa in atto dalla Coalizione Internazionale sia pagante”.
(AGI)

frattini-hillary

Frattini il guerriero ed un sussulto di buonsenso “padano”
26 luglio 2009 – Dopo che tre soldati italiani sono rimasti feriti, anche se non in modo grave, in nuovi attacchi ieri in Afghanistan, il ministro degli Esteri Franco Frattini parla di una visibile escalation di violenza, e annuncia un impiego dei Tornado non solo in funzione di ricognizione ma anche in azioni di combattimento.
“C’è visibilmente un’escalation, lo dimostrano gli attacchi di queste ore”, ha detto Frattini in un’intervista al Corriere della Sera. “Aumenteremo i Predator e la copertura dei Tornado, in funzione non solo di ricognizione, ma anche di vera e propria copertura. Rafforzeremo la blindatura dei Lince e poi aggiungeremo mezzi blindati di ultima generazione”.
Ieri, in una sola giornata, tre militari italiani sono rimasti feriti, anche se in modo lieve, in due attacchi avvenuti tutti nella zona ovest dell’Afghanistan, area assegnata dalla NATO alla responsabilità italiana.
(…)
Dopo la notizia degli attacchi, il ministro leghista delle Riforme Umberto Bossi ha commentato: “Io li porterei a casa tutti. La missione costa un sacco di soldi: visti i risultati e i costi ci penserei un po’”.
(Reuters)

calderoli

Slega la Lega!?!
Roma, 27 luglio 2009 – ”Prima o poi il mondo occidentale dovrà fare autocritica, perché la democrazia non si esporta e non si impone”. Ad affermarlo, a proposito della situazione in Afghanistan, è il leghista Roberto Calderoli. In un’intervista a ‘La Repubblica’, il ministro per la Semplificazione normativa torna poi sulle parole del suo leader (che ha lanciato l’ipotesi di un ritiro del nostro contingente), e dice:  ”Ci sono state polemiche strumentali. Sull’Afghanistan la stragrande maggioranza degli Italiani la pensa come Umberto Bossi”. Nell’aggiungere che, sulla missione, la Lega è stata sempre ”in linea con il Governo”, Calderoli si chiede tuttavia: ”Dovremo o no valutare ciò che è accaduto in questi anni? E’ possibile fare un bilancio dei risultati raggiunti?”.
(ASCA)

27 luglio 2009 – ”Il Libano e i Balcani intanto lasciamoli. E sull’Afghanistan ragioniamo. E’ sbagliato lasciare prima delle elezioni. Ma la testa alla gente non la cambi con il voto. E poi è la strada giusta? E’ una riflessione di pancia che il Paese fa”. Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione legislativa, rilancia: ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan, come ha chiesto Umberto Bossi, ma anche da Beirut e dall’ex Jugoslavia: ”Io li riporterei tutti a casa”.
In un’intervista a Repubblica, il ministro della Lega Nord dice sulle parole di Bossi sono state fatte ”polemiche strumentali”, perché ”sull’Afghanistan la stragrande maggioranza degli italiani la pensa come Umberto Bossi. Prima o poi il mondo occidentale dovrà fare autocritica perché la democrazia non si esporta e non si impone”. Calderoli invita l’esecutivo a un ripensamento: ”Anch’io un tempo ero interventista. Poi ho fatto il mea culpa. Interroghiamoci: è migliorata la situazione in Afghanistan? Io sono arrivato alla conclusione che c’è una sfasatura temporale”. Ovvero: ”I tempi dell’emancipazione sono diversi. Non ce la fai a costruire la democrazia, il contesto culturale e storico è diverso dal nostro”. Insomma, ribadisce il ministro: ”L’Europa e l’occidente ripensino la strategia perché non credo che otterremo risultati. Andiamo avanti, fino alla fine. Non illudiamoci, però, che l’intervento sarà risolutivo”. E ancora: ”Mi arrabbio quando penso ai tanti casini che abbiamo creato in passato. E all’ipocrisia dell’occidente. Che guerre farebbero senza le nostre armi?”.
(…)
Parlando ieri sera a una festa leghista nel Cremonese, il leader del Carroccio [Umberto Bossi] è tornato sulla questione Afghanistan: ”Abbiamo un sacco di missioni all’estero dei nostri militari che ci costano troppo e i morti non piacciono a nessuno – ha detto – Faccio parte di una coalizione di governo e non posso decidere da solo. Ma dobbiamo incominciare a parlarne, a ragionarci sopra. Siamo in crisi economica e dobbiamo anche far quadrare i conti”.
(ANSA)

abecedario

Un nuovo codice militare, “né di pace né di guerra”, per l’Italietta con le pezze al sedere
10 agosto 2009 – In Afghanistan il codice penale militare di pace applicato ai nostri contingenti non basta più, vista la pericolosità della situazione, e per questo il governo sta predisponendo un apposito codice penale militare per le missioni all’estero.
Lo ha annunciato oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa in un’intervista, in cui chiede ai magistrati di togliere i sigilli ai blindati Lince danneggiati negli attentati contro gli italiani in Afghanistan.
“Io non me la sentivo di appoggiare un ritorno al codice militare di guerra… Nelle commissioni Difesa del Parlamento è possibilissima un’intesa con l’opposizione per un codice militare specifico per le missioni internazionali. Né di pace né di guerra”, ha detto La Russa in un’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera.
“Stiamo predisponendo il nuovo codice”, ha aggiunto La Russa, precisando che l’applicazione del codice militare penale di pace comporta che in caso di morti e feriti la magistratura metta i sigilli per tempi lunghi ai mezzi coinvolti.
E’ quello che è successo ad alcuni Lince, mezzi blindati che finora in Afghanistan hanno salvato la vita a molti militari in occasione degli attentati dei ribelli, sempre più frequenti anche in vista delle elezioni del 20 agosto.
“Rivolgo un appello ai magistrati affinché il tempo di sequestro dei Lince sia ridotto al minimo. Per la specificità della missione, e perché anche i blindati rotti ci servono” per i pezzi di ricambio, ha spiegato La Russa.
Attualmente sarebbero undici i Lince sotto sequestro perché coinvolti in attentati ai nostri militari.
Per l’Afghanistan – dove l’Italia partecipa alla missione di peacekeeping ISAF della NATO – il Parlamento ha optato per l’applicazione del codice penale militare di pace anziché per quello di guerra, impiegato invece in Iraq.
La Russa ha poi annunciato l’invio in Afghanistan di altri due Predator, aerei da perlustrazione con pilota a terra che nel Paese asiatico si stanno dimostrando molto utili, unitamente ad altri elicotteri.
“Per ora li raddoppiamo: altri due. Sarebbe bene averne di più, ma al momento abbiamo questi. Li manderemo insieme con altri elicotteri”.
Per quanto riguarda invece i cacciabombardieri Tornado, La Russa ha confermato che hanno già cominciato a dare copertura ai militari italiani sparando, quando necessario, coi cannoncini.
(Reuters)

“Basta ipocrisie!”
Roma, 11 agosto 2009 – ”Adattare le regole del codice militare di pace alla partecipazione del contingente italiano in Afghanistan è sbagliato, perché pace non c’è”. E’ quanto afferma il ministro degli Esteri, Franco Frattini, dopo che ieri il suo collega della Difesa, Ignazio La Russa, ha sottolineato che occorre individuare una via di mezzo fra l’applicazione del codice militare di guerra e quello di pace, un nuovo ”codice per le missioni internazionali sul quale è possibilissima un’intesa con l’opposizione”. ”Basta ipocrisie, qui non si tratta di esercitazioni”, osserva il responsabile della Farnesina in un’intervista con il Corriere della Sera, riconoscendo che per alcuni luoghi nei quali l’Italia manda soldati ”parlare di una situazione di pace è come nascondersi dietro un dito”.
Per quanto riguarda l’aumento degli attacchi ai militari italiani in Afghanistan, Frattini fa notare che le pattuglie italiane ”subiscono delle perdite, ma i talebani ne subiscono di più”. Frattini è insomma favorevole a varare, così come proposto da La Russa, un codice militare specifico per le missioni internazionali dei soldati italiani, adesso sottoposti al codice militare di pace e non a quello di guerra.
(ASCA)

fuochi

A Ferragosto… “voglia di scherzare”!
Kabul, 15 agosto 2009 – Lanciati alcuni razzi vicino la base di Camp Arena, a Herat in Afghanistan, dove si trova il contingente multinazionale con comando italiano. Per la base è il secondo attacco in meno di una settimana, anche stavolta senza danni. ”Ieri 4 razzi sono esplosi vicino la pista, senza colpire alcunché”, dice il maggiore Amoriello. Nella base ci sono anche militari spagnoli, albanesi e di altri paesi NATO che hanno la missione di bonificare la zona dai talebani, ritenuti autori dell’attacco.
(ANSA)

Kabul, 15 agosto 2009 – Un militare italiano dell’ISAF è rimasto leggermente ferito nell’attentato suicida avvenuto oggi a Kabul. ‘Si tratta di ferite veramente molto leggere – ha detto all’ANSA il capitano Vincenzo Lipari della Folgore – e diciamo che è come se fosse caduto dalla bicicletta’. L’identità del militare, forse un carabiniere, non è nota. ‘La famiglia è stata avvertita – ha aggiunto Lipari – è in camera sereno, in piedi e con voglia di scherzare’.
(ANSA)

Libere e pacifiche elezioni
Herat, 20 agosto 2009 – Nelle ultime ore almeno 22 attacchi e scontri a fuoco di varia entità si sono registrati nella zona del Regional Command West, nella parte occidentale dell’Afghanistan, dove sono dispiegati circa 2.500 soldati italiani.
Nella notte prima del voto odierno per le presidenziali e le provinciali si sono registrati almeno sette attacchi, che si aggiungono ai 15 di oggi.
(Adnkronos/Aki)

pettine

Lisciata di pelo
Herat, 22 agosto 2009 – “Il ruolo dei soldati italiani in Afghanistan è meraviglioso”. Parola dell’inviato speciale americano per l’Afghanistan ed il Pakistan, Richard Holbrooke.
Parlando con i giornalisti italiani al termine della sua visita a Camp Arena, sede del Regional Command West di Herat, nell’Afghanistan occidentale, Holbrooke sottolinea che gli Stati Uniti sono grati all’Italia per aver assunto la responsabilità del Comando Ovest”, guidato dal generale Rosario Castellano, comandante della Brigata Folgore e di RC-West.

A10

Herat, 24 settembre 2009 – Questa mattina, nel distretto di Shindad, militari italiani sono stati attaccati da insorti, mentre stavano effettuando una attività mirata alla distribuzione di aiuti umanitari e di assistenza medica alla popolazione, richiesta dagli stessi anziani dei villaggi dell’area. L’attacco è stato condotto dagli insorti con armi portatili e contro carri. I Paracadutisti – spiega una nota del contingente italiano – hanno immediatamente risposto al fuoco neutralizzando una consistente parte della minaccia.
Nell’area, a supporto delle truppe sul terreno è intervenuta anche una coppia di cacciabombardieri A10, che ha garantito la copertura aerea. Nello scontro sono rimasti lievemente feriti due militari italiani, di cui uno alla mano, ed un altro al collo. Entrambi i miliari non sono in pericolo di vita ed in questo momento sono ricoverati presso l’ospedale militare di Herat.
Nell’area di Shindand – si legge nella nota del maggiore Marco Amoriello -, gli insorti ancora presenti, grazie all’aumento dell’attività delle forze di sicurezza afghane, stanno perdendo il controllo di gran parte del territorio, e, cosa ancora più importante, stanno rimanendo privi dell’auspicato supporto e consenso da parte della popolazione locale che è ormai nettamente schierata a favore delle Forze Afghane e di ISAF.
(AGI)
Maggiore Amoriello, avete per caso svolto un sondaggio d’opinione?
Sarebbe il primo caso al mondo di popolazione locale felice di subire gli effetti collaterali derivanti dall'”intervento di supporto” dei cacciabombardieri A10.

sarissa

Roma, 9 ottobre 2009 – Un capo talebano, Ghoam Yahya, e 25 suoi affiliati sono stati neutralizzati oggi nel corso di un’operazione congiunta tra militari italiani e militari degli Stati Uniti. L’episodio è avvenuto 20 km a sud-est di Herat nella zona sotto il controllo dei militari italiani. Secondo quanto si apprende la Task Force 45, tutta italiana, seguiva il gruppo di insorti già da ieri ed oggi è entrata in azione.
Appresa la notizia dell’operazione il ministro della Difesa Ignazio La Russa si è subito complimentato con il capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini e con il comandante delle forze italiane nella provincia di Herat, generale Rosario Castellano.
(AGI)

larussa

Ignazio, cambia spacciatore! (e studia la storia)
Roma, 5 novembre 2009 – C’è un ”parallelismo” tra le missioni di pace che vedono oggi impegnati i militari italiani in Afghanistan, Libano e Balcani e la spedizione in Crimea di metà Ottocento voluta da uno dei ”principali padri della Patria” come Camillo Benso conte di Cavour.
A sottolinearlo è stato stamane il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nel corso del suo intervento nell’ambito dei lavori del Convegno della Commissione italiana di storia militare che si svolge nella sede del CASD (Centro Alti Studi Difesa) a Roma. Ricordando la figura di Cavour, il ministro ha detto che ”la qualità del grande uomo politico si misura dalla sua visione lungimirante, ma anche dalla capacità realizzativa. Questo – ha spiegato – è un concetto valido in ogni tempo, e per ogni nazione; è un principio che anche oggi dovremmo tenere a mente”. E questi pregi politici furono propri dell’allora premier che seppe ”cogliere l’essenza del proprio tempo, e interpretare correttamente quanto stava accadendo, sapendo dirigere verso un obiettivo alto quei cambiamenti sociali e politici che sarebbero comunque occorsi, ma che avrebbero probabilmente assunto una forma caotica e inconcludente”.
(ASCA)

Se il ministro sapesse interpretare correttamente quanto sta accadendo, coglierebbe che l’essenza del nostro tempo consiste nel declino progressivo ma inarrestabile di quella Potenza a cui egli ed i suoi sodali atlantici, di qualsiasi colore ed indirizzo politico, restano cocciutamente al traino.
Finendo probabilmente per esserne delle vittime sacrificali, con i popoli tutti da essi indegnamente rappresentati.

MAROOFI

Aspetta e spera
Roma, 12 novembre 2009 – Con i talebani l’unica opzione possibile è quella di “una vittoria militare”. Lo ha affermato l’ambasciatore afghano a Roma, Musa Maroofi ospite oggi alla Farnesina per partecipare ad un dibattito, coordinato dal portavoce del ministero Maurizio Massari, insieme all’inviato speciale per l’Afghanistan ed il Pakistan, Massimo Iannucci.
“I talebani – ha spiegato l’ambasciatore – sono il principale problema dell’Afghanistan. Se eliminiamo quel problema eliminiamo il 75% dei problemi del Paese”. “Alla vittoria militare – ha aggiunto – non c’è quindi alternativa”.
(AGI)

Alleati
Roma, 29 dicembre 2009 – Due militari italiani sono stati lievemente feriti a Bala Morghab, in Afghanistan, da colpi che sarebbero stati esplosi da un militare afghano. Nello stesso episodio, verificatosi durante lo scarico di materiali da un elicottero e le cui modalità sono ancora da chiarire, sarebbe anche rimasto ucciso un militare statunitense. I due militari italiani sono già stati medicati nell’infermeria della base.
(Adnkronos)

Ossimori 2010:
“Mirate incursioni aeree… con il completo sostegno della popolazione civile; il pieno appoggio all’intervento militare… per portare sviluppo, assistenza e speranza”

Roma, 2 gennaio 2010 – Settandadue ore di scontri, per i militari italiani e di ISAF, in Afghanistan. E’ quanto si apprende dal comando di Herat, secondo cui ”nei giorni scorsi”, nel corso di un’operazione congiunta per il controllo di alcuni avamposti strategici nei pressi di Bala Morghab, nell’ovest del Paese, ”militari delle forze di sicurezza afghane e di ISAF, tra i quali i soldati del contingente italiano, sono stati fatti oggetto di ripetuti attacchi con colpi d’arma da fuoco e di razzi controcarro da parte di oltre 60 insorti”.
Dal comando di Herat, dove non si parla di feriti tra gli italiani, sottolineano che ”l’efficacia della reazione, frutto del coordinamento tra le forze in campo, ha consentito di rispondere al fuoco degli insorti e, grazie a mirate incursioni aeree alleate ed al fuoco delle armi a tiro curvo, garantire in tempi successivi la totale libertà di movimento per le truppe ed il pieno controllo dell’area”.
Gli scontri, ”protrattisi con brevi intervalli per più di 72 ore, si sono verificati a Bala Morghab”, localita’ in cui sorge la base operativa avanzata che ospita, insieme ad unità dell’esercito afghano e statunitense, i militari italiani della Task Force North su base 151/o reggimento della Brigata Sassari. La stessa base dove l’altro giorno un militare afgano ha sparato, uccidendo un soldato USA e ferendo due italiani.
L’intervento delle forze NATO a Bala Morghab, secondo il comando del contingente italiano, si è concluso con ”la neutralizzazione della minaccia ed il completo sostegno della popolazione civile”: gli stessi responsabili delle forze di sicurezza del distretto ”hanno assistito dal posto comando ad ogni istante dell’operazione coadiuvandola molto attivamente”. Nel corso delle ‘shure’ che si sono tenute nei giorni delle operazioni militari – cui hanno preso parte, come di consueto, anche i comandanti italiani e americani – gli anziani del villaggio hanno manifestato il loro ”pieno appoggio all’intervento militare” ed hanno ringraziato i responsabili dei contingenti di ISAF impegnati nell’ovest dell’Afghanistan, ”a portare – ha detto il mullah più anziano del villaggio – sviluppo, assistenza e speranza”.
La situazione, dicono dal comando di Herat, ”è tuttora in bilico per il perdurare di pur minime reazioni da parte degli insorti ancora presenti nell’area”: quando si sarà stabilizzata del tutto, i militari di ISAF ”riprenderanno l’opera di ricostruzione e sviluppo garantendo, fra l’altro, la distribuzione di aiuti umanitari, l’assistenza medica alla popolazione e tutte quelle iniziative già intraprese, con successo, a novembre e dicembre”.
(ANSA*)

* in acerrima competizione con Rainews24 per la conquista del premio “Velina governativa”

Base operativa avanzata
Herat, 21 aprile 2010 – Razzi contro la base operativa avanzata di Bala Murghab, a nord di Herat. Sette in 48 ore, a cui ha fatto seguito la risposta dei militari italiani che, alle 12 ora locale, hanno sparato sei colpi di mortaio da 120mm contro il punto di lancio dei razzi, neutralizzando la minaccia.
Ne dà notizia il generale Claudio Berto, comandante della Brigata Taurinense e del Regional Command West di ISAF, la Regione Ovest dell’Afghanistan, posta sotto la responsabilità italiana. Nella base di Bala Murghab, sede della Task Force North, oltre alle forze italiane risiedono anche unità dell’esercito afghano e USA.
(Adnkronos)

“Bolla” di sicurezza
Roma, 26 maggio 2010 – Controffensiva italiana dalla base operativa avanzata di Bala Murghab. Nella mattinata di oggi, infatti, i mortai da 120 mm del 2° reggimento alpini inquadrati nella Task-Force North hanno sparato undici volte contro posizioni tenute da gruppi di insorti che avevano attaccato un avamposto delle forze afgane e del Regional Command West schierate a sud della base.
Al termine di scontri durati per diversi giorni, che hanno visto anche l’intervento ravvicinato da parte di velivoli ISAF, la minaccia sul versante meridionale di Bala Murghab, sostiene il Comando italiano, è stata neutralizzata e le forze di sicurezza afgane hanno consolidato la propria posizione avanzata, insieme ai militari alleati.
La zona è attualmente interessata dall’operazione denominata ‘Buongiorno’, che mira ad espandere la ‘bolla’ di sicurezza creata nelle precedenti settimane intorno alla base avanzata grazie all’avanzata del 2° kandak (battaglione) del 207° corpo dell’esercito afgano, sostenuto dagli alpini del 2° reggimento della Task Force North e dalla Task Force Fury statunitense.
(Adnkronos)

Roma, 22 giugno 2010 – L’elicottero ”Mangusta” supera quota 4000 ore di volo nei cieli dell’Afghanistan e riceve una ‘livrea’ speciale per l’occasione, festeggiata all’aeroporto di Herat dal colonnello Paolo Riccò e da tutti i militari dell’Aviation Battalion inquadrati nella Task-Force ‘Fenice’.
Queste le cifre che raccontano il Mangusta in azione nei cieli dell’Afghanistan dalla primavera del 2007 a oggi, in condizioni ambientali e climatiche molto severe per equipaggi e macchine: 3363 sortite di volo effettuate in più di 1336 missioni operative distinte, 40.000 ore di lavoro di manutenzione. L’A129 C, ha dato buona prova di sè in questi tre anni grazie anche a una manovrabilità fuori dal comune, una velocità massima di 156 nodi e una tecnologia che gli permette di sfruttare apparati di visione standard e all’infrarosso, entrambi collegati a un video registratore.
(ASCA)

“La dinamica degli eventi è al momento in via di chiarimento”
Roma, 16 luglio 2010 – Tre militari italiani sono stati feriti in uno scontro a fuoco in Afghanistan, nella regione a sud di Bala Morghab.
Il più grave dei tre, un ufficiale, “non versa in imminente pericolo di vita anche se la prognosi rimane riservata”, ha spiegato il ministro della Difesa Ignazio La Russa in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri.
Il militare è stato ferito “al torace, in particolare ai polmoni. Ora è ricoverato a Herat”, ha aggiunto La Russa.
Un altro militare ha riportato una lesione all’inguine e le sue condizioni sono considerate serie, mentre quelle del terzo non destano preoccupazioni.
Lo scontro a fuoco tra militari italiani e ribelli, in cui è rimasto lievemente danneggiato un elicottero, ha avuto luogo intorno alle 11 (le 8.30 in Italia) a sud di Bala Morghab.
“La dinamica degli eventi è al momento in via di chiarimento”, si legge in una nota del comando di Herat.
(Reuters)

La guerra nascosta degli italiani in Afghanistan secondo i rapporti di Wikileaks.
Di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi per L’espresso del 21 ottobre 2010, pp. 36-46.

Facce di bronzo
Roma, 4 novembre 2010 – Il 4 Novembre, ‘Giorno dell’Unità nazionale’ e ‘Giornata delle Forze Armate’ è stata l’occasione per le più alte autorità dello Stato per riaffermare la validità delle missioni di pace.
Napolitano, che ha aperto le celebrazioni con la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria, si è soffermato sul dovere delle autorità politiche e militari di proteggere i contingenti militari e le popolazioni civili coinvolte nelle missioni di pace. Ha poi ribadito che ”l’intervento italiano in Afghanistan si realizza nel pieno rispetto dei principi della nostra Costituzione”.
Anche il presidente del Senato Schifani, parlando alla cerimonia al Sacrario dei Caduti Oltremare di Bari, ha insistito sul fatto che ”le missioni devono continuare” e ha aggiunto: ”In giornata come queste, il paese non può che essere unito nel ricordare con commozione il prezzo che i nostri eroi militari caduti per la pace, in missione per assicurare la pace nel mondo, hanno tributato”.
Il presidente della Camera, Fini, ha deposto una corona d’alloro sulla tomba del Duca d’Aosta, nel sacrario di Redipuglia a ricordo dei Caduti di tutte le guerre.
”Nonostante i continui mutamenti strategici globali – ha detto invece il ministro della Difesa La Russa, nel suo intervento al Quirinale, durante la cerimonia di consegna delle decorazioni – alle nostre forze armate rimane comunque affidata la sicurezza del Paese. Una sicurezza che richiede la capacità di proiezione per assolvere compiti di stabilità internazionale, ovvero di operare in concorso alla comunità nazionale in caso di calamità naturali”.
(ANSA)

Roma, 13 dicembre 2010 – Un convoglio militare italiano è stato attaccato in Afghanistan a colpi di arma da fuoco: nessun ferito. Lo si apprende da fonti qualificate. Gli ‘insorti’ si sono allontanati anche per l’intervento di elicotteri Mangusta.
L’attacco, con armi leggere, è avvenuto a 6-7 km da Bala Murghab. I militari italiani, che hanno risposto al fuoco, sono stati supportati da due elicotteri italiani e da un aereo B1 USA. L’attacco mentre si cercava di allargare la ‘bolla di sicurezza’ attorno al villaggio.
(ANSA)

“Elementi ostili”
Roma, 18 dicembre 2010 – Scontri a fuoco oggi nell’area di Bala Murghab. Da settimane i militari italiani con i colleghi afghani stanno operando al fine di incrementare l’area sotto il controllo delle forze di sicurezza. L’azione congiunta degli alpini dell’ottavo e del 2* kandak dell’ANA si sta concentrando nell’area a nord della bolla di sicurezza che, nella provincia di Murghab, vede ormai migliaia di famiglie rientrare nelle proprie case.
In mattinata elementi ostili operanti in prossimità del margine settentrionale della bolla hanno cercato di contrastare l’azione delle forze della coalizione. Ne è nato uno scontro a fuoco che ha visto intervenire gli alpini, i militari afghani, ed elicotteri d’attacco. L’azione durata alcune ore, ha visto il ritiro degli elementi ostili.
L’operazione ”Bazar Arad” che da alcune settimane ha preso avvio in quell’area, prosegue in maniera congiunta, con diverse attività volte ad allargare verso nord la zona sicura per i civili.
(ASCA)

[E non finisce]