ISAF

L’assunzione, da parte della NATO, del comando dell’International Security and Assistance Force (ISAF) in Afghanistan nell’agosto 2003, rappresenta uno spartiacque nella storia dell’Alleanza Atlantica. Si tratta infatti della prima operazione mai condotta dalla NATO fuori dall’area euro-atlantica, tale che da molti è stata percepita come la nascita di una NATO veramente globale.
La missione ISAF era stata lanciata diciotto mesi prima a seguito della conferenza di Bonn durante la quale, sotto gli auspici delle Nazioni Unite (risoluzione 1386), si era deciso di dispiegare una forza militare di 5.000 unità volta a stabilizzare il Paese dopo la cacciata del regime talebano.
L’11 agosto 2003, dunque, l’ISAF si è trasformata in una missione di responsabilità della NATO ed ha iniziato ad espandere la sua area operativa a tutto l’Afghanistan. Nel giugno 2004, autorizzata dalla risoluzione ONU 1510, essa si è estesa comprendendo le province occidentali e settentrionali; nel luglio 2006, è stata la volta delle province meridionali, con 12.000 soldati statunitensi precedentemente inquadrati nell’operazione Enduring Freedom che sono stati messi sotto il comando della NATO; infine, nel successivo ottobre 2006, la risoluzione ONU 1707 ha allargato i compiti dell’ISAF anche alle rimanenti province orientali, in modo che tutto l’Afghanistan ora si trova sotto l’autorità della NATO.
Secondo i dati aggiornati a settembre 2008, in Afghanistan sono presenti circa 47.600 soldati – quasi dieci volte la cifra iniziale! – provenienti da 40 Paesi, inclusi tutti i 26 membri della NATO. La componente maggiore è quella statunitense, con poco meno di 18.000 unità sotto il comando ISAF oltre alle 31.000 dispiegate nel quadro di Enduring Freedom (dato, quest’ultimo, aggiornato a marzo 2008). Il secondo maggior contingente è quello britannico, pari a quasi 8.400 uomini. L’Italia si piazza al sesto posto, con un totale di 2.350 soldati, preceduta dalla Germania (3.200), dalla Francia (2.700) ed appena dopo il Canada (2.500).
Qui la descrizione grafica di come sono dispiegati i maggiori contingenti.
Il comando della missione, stabilito nella capitale Kabul, è affidato al generale dell’US Army David McKiernan; vi sono poi quattro comandi decentrati a livello regionale per ciascuna zona territoriale (Nord, Est, Sud ed Ovest). La direzione politica ed il coordinamento delle operazioni sono forniti dal Consiglio Nord Atlantico, il principale organo decisionale della NATO; il comando strategico è invece nelle mani del Supremo Comando Alleato in Europa, lo SHAPE di Mons in Belgio.
Ultima “pensata” dei vertici della NATO, annunciata a Bucarest lo scorso aprile, è la creazione di NATOChannel, emittente televisiva diffusa esclusivamente in rete che punta a recuperare terreno sul fronte della propaganda contrastando l’attivismo mediatico dei gruppi della guerriglia talebana, anche se il promotore dell’iniziativa, il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, ne assicura la “provata imparzialità”. Affermazione che, in quanto ad attendibilità, potrebbe fare il paio con quella di un piano segreto di “exit strategy” nel tempo massimo di 5 anni, rivelato dal quotidiano tedesco Der Spiegel.

Dispiegamento truppe aggiornato.

Avanti il prossimo

bandiera ucraina

Il 15 gennaio, il presidente Viktor Jushenko (quello dei rubinetti d’oro), il primo ministro Julija Timoshenko (detta la Pasionaria di Kiev) ed il presidente del parlamento Arsenij Jaceniuk hanno firmato la richiesta affinché l’Ucraina sia accolta nel piano di azione per diventare membro della NATO (Membership Action Plan, acronimo MAP) in occasione del prossimo vertice di Bucarest. “Condividendo appieno i valori democratici europei, lo Stato si riconosce parte dello spazio di sicurezza euroatlantico ed è pronto a lottare alla pari insieme alla NATO ed agli alleati contro le comuni minacce alla sicurezza” si legge nel comunicato ufficiale. Scontate le reazioni: le accuse dell’opposizione di violare la Costituzione che sancisce la neutralità dell’Ucraina, le intenzioni della Russia di “rivedere” le relazioni bilaterali, ma soprattutto i salti di gioia degli Stati Uniti secondo i quali l’Ucraina, per aderire alla NATO, neanche necessiterebbe dello svolgimento di un referendum popolare.
Secondo gli ultimi sondaggi, risalenti a febbraio, quasi il 77% degli ucraini vorrebbe invece essere consultato in materia; la percentuale di quelli contrari all’adesione si attesterebbe al 58,5%. Il referendum “autogestito” svoltosi in Crimea nel 2006, ha registrato la vittoria degli oppositori all’adesione con una percentuale plebiscitaria vicino al 99%. Sono quegli stessi che, all’indomani della notizia circa la formalizzazione dell’istanza pro NATO, sono tornati subito in gran numero a manifestare in piazza. La Crimea, del resto, non porta bene agli Stati Uniti. In occasione delle prime esercitazioni congiunte fra truppe statunitensi ed ucraine, si è verificata infatti una vera e propria sollevazione popolare, iniziata con la reazione indignata dei lavoratori del sanatorio di Fedosia, trasformato per l’occasione in alloggio per i soldati. Gli addetti alle pulizie, i cuochi, i camerieri, tutto il personale insomma, si sono licenziati in blocco pur di non servire coloro che avvertivano come nemici e calpestatori della loro dignità. Qualcuno, rischiando più del proprio stipendio, ha persino tagliato l’acqua, il gas e la corrente elettrica all’edificio.
Ad ogni modo, un’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO richiederebbe sforzi notevoli e sacrifici non indifferenti anche in termini economici, considerata la necessità di convertire l’esercito agli standard dell’Alleanza Atlantica, tramite l’acquisto di sofisticati equipaggiamenti di produzione occidentale. L’Ucraina dovrebbe inoltre dire addio a molte delle sue grandi aziende che operano nel settore della difesa, che certamente non sopravviverebbero al cessare del fondamentale sostegno attualmente offerto dalla Russia. Dovrebbe fornire con regolarità proprie truppe per le missioni internazionali intraprese dalla NATO. Ultimo e non meno importante aspetto è che l’ingresso nella NATO non potrebbe avvenire prima che l’ultima base militare russa, quella navale a Sebastopoli sul Mar Nero, venisse smantellata. Si parla del 2017, ma con l’aria che tira è davvero difficile ipotizzare che la Russia si lasci soffiare una infrastruttura di così fondamentale importanza strategica. Anzi, i russi non paiono neanche disponibili ad accettare un aumento del canone d’affitto, 100 milioni di dollari annui dedotti dal debito che l’Ucraina ha accumulato per le forniture energetiche.

NATO niet, NATO da

natoniet6

Per la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica, la Russia parteciperà al vertice NATO in programma a Bucarest a partire da mercoledì 2 aprile. Se da un lato è chiaro che verrà rinviata qualsiasi decisione in merito all’inserimento di Georgia ed Ucraina nel MAP (il piano che regola la fase di transizione prima dell’adesione formale alla NATO, la quale a questo punto non potrebbe avvenire prima di altri quattro anni), dall’altro è altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano.
Il progetto attorno al quale le diplomazie stanno lavorando febbrilmente è quello secondo il quale la Russia, d’accordo con i governi del Kazakhistan ed Uzbekistan, fornirebbe alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture non militari destinate alla missione ISAF in Afghanistan. La questione è densa di implicazioni geopolitiche, riassunte dal presidente russo Putin in una recente conferenza stampa con il cancelliere tedesco Angela Merkel durante la quale non ha mancato di puntualizzare – nuovamente – che “in un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l’infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L’impressione è che si stia tentando di creare un’organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite”.
Anche il ministro degli esteri Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità russa a collaborare in Afghanistan con la NATO, purché questa raggiunga un accordo complessivo con l’OTSC (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, che raggruppa la Russia e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale). Del resto, la crescente incertezza politica del Pakistan pone seri interrogativi sull’opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente da questo Paese – dove passano circa tre quarti di tutti i rifornimenti – per approvvigionare le proprie truppe in Afghanistan.
Membri storici della NATO come Germania e Francia sono anch’essi consapevoli che l’alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta catastrofica, e che essa e la Russia dopo tutto condividono obiettivi molto simili in quella regione. Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un tale legame fra la NATO, la Russia e l’OTSC (e magari l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, all’interno della quale è presente anche la Cina) possa minare la loro politica di “contenimento” nei confronti della stesse Russia e Cina, oltre ad incrinare la pretesa di proiettare la NATO come un’organizzazione politica attiva su scala globale. La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzi i vincoli della prima con i Paesi europei, indebolendo la centralità del rapporto euro-atlantico.
La proposta russa di collaborazione in Afghanistan giunge in un momento in cui la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli. Putin, ormai al termine del proprio mandato presidenziale, ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a compiere una scelta tutt’altro che facile.
Staremo a vedere.

NATO Game Over 22/3/2008, la cronaca

pace attiva

Secondo gli organizzatori, erano circa un migliaio le persone che – provenienti da 17 Paesi – si sono radunate ieri a Bruxelles per denunciare il ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle guerre in Iraq ed in Afghanistan e per chiedere una riduzione degli interventi militari nel mondo.
I manifestanti hanno tentato di «chiudere» la sede della NATO, superando le barriere che circondano l’edificio. La protesta si è trasformata in veri e propri scontri, con cariche degli agenti che, armati di idranti, cercavano di far indietreggiare i contestatori.
Alcune decine di essi sarebbero riusciti a penetrare nel recinto della sede NATO ma sono stati subito fermati, così come altri che stavano manifestando di fuori. A fine giornata i fermati sono stati circa 500. Stando alla polizia, sono stati identificati e successivamente rilasciati.
“La NATO è un relitto della guerra fredda”, ha dichiarato Hans Lammerant di “Vredesactie”, che ha convocato la manifestazione nel quinto anniversario dell’inizio della guerra in Iraq ed a dieci giorni dal vertice NATO di Bucarest.

Buona Pasqua. E domani un triste anniversario.

A Vilnius cattive notizie per l’Alleanza

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I ministri della Difesa dei 26 Paesi membri della NATO si sono incontrati gli scorsi 7 ed 8 febbraio nella capitale lituana per discutere della missione in Afghanistan. Tutto era pronto per un grande spettacolo mediatico, con trasmissioni televisive per il nord Europa, la Russia e gli ex Paesi sovietici appositamente preparate per mostrare un’Alleanza Atlantica forte e decisa. E’ successo, invece, il contrario.
Gli alleati si sono scambiati accuse pesanti come macigni: “scarso impegno”, “mancanza di preparazione”, “errori di strategia”, “sconfitte in arrivo” e così via. Si sono denunciate assenze importanti scoprendo che non si riescono a trovare altri 7.500 soldati da impiegare nel sud del Afghanistan: italiani, tedeschi, francesi e spagnoli – interpellati al riguardo da statunitensi, canadesi e britannici – hanno risposto che le questioni della ricostruzione non sono meno importanti delle azioni belliche contro i Talebani. Ad appesantire ulteriormente l’atmosfera è arrivata la reprimenda di Robert Gates, ministro della Difesa statunitense, il quale ha parlato di “un’alleanza a due velocità”, divisa cioè tra chi è pronto “a combattere e morire in difesa della sicurezza” e chi non lo è.
Gli ha risposto subito il tedesco Jung, dicendo che la Germania invierà altri 200 militari che però non dovranno combattere. L’Olanda ha prolungato il suo impegno fino al 2009 ma ha ridotto il contingente di un quarto circa. Dall’altra parte, i britannici che avvicenderanno le proprie truppe inviando nuovi aerei ed elicotteri, la Polonia che invierà ulteriori 400 soldati e soprattutto – ci mancherebbe – gli Stati Uniti, in procinto di mandare 3.200 marines di rinforzo. Mancano però all’appello ancora almeno altre 3.500 unità.
Il tutto dovrebbe definirsi in occasione del vertice NATO in programma a Bucarest dal 2 al 4 aprile prossimi, “il più grande mai realizzato” sempre secondo Gates: i temi principali saranno l’espansione della NATO nei Balcani, le questioni della sicurezza degli approvvigionamenti energetici e soprattutto la situazione in Afghanistan. Già è stata annunciata la richiesta statunitense agli “alleati” che tergiversano di rimuovere i caveat, cioè i vincoli che limitano la partecipazione dei rispettivi contingenti alle operazione belliche.