Gli USA affogano nel sangue di persone innocenti per affermare la propria egemonia: ‘E’ stato sempre così’

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Mentre gli Stati Uniti cercano disperatamente di ristabilire una credibilità in Medio Oriente, non essendo riusciti ad arginare l’ascesa del terrorismo in tutta la regione, e in risposta all’intervento della Russia in Siria, Washington ora rischia chiaramente di perdere il filo.

La prova di questo consegue al recente attacco aereo effettuato da aerei statunitensi su Mosul, obiettivo una infrastruttura dell’ISIS che presumibilmente conteneva una quantità enorme di denaro destinata a pagare i suoi combattenti e finanziare le operazioni militari future. Secondo un rapporto della CNN sul raid aereo a Mosul, “i comandanti americani erano disposti a prendere in considerazione fino a 50 vittime civili dall’attacco aereo per l’importanza del bersaglio. Ma la valutazione iniziale post-attacco ha indicato che forse sono state uccise da cinque a sette persone”.
Questa è un’affermazione che lascia senza parole, cinica nel suo disprezzo per la vita dei civili e grondante di ipocrisia quando consideriamo gli sforzi che sono stati fatti dagli ideologhi occidentali ed i loro governi per demonizzare la Russia sul suo intervento in Siria, accusandola di colpire obiettivi civili con noncurante disprezzo per le conseguenze.
Immaginate se un comandante militare russo rilasciasse una dichiarazione come questa, riconoscendo apertamente che saranno uccisi civili durante i futuri attacchi aerei russi. Il clamore tra le piattaforme mediatiche occidentali sarebbe fuori misura. Ci sarebbero probabilmente anche tentativi di convocare una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al fine di censurare il governo russo, insieme a un tentativo concertato di isolare Mosca e ridurla a una condizione di reietto.
Eppure, quando a fare tali affermazioni sono funzionari degli Stati Uniti ciò è segnalato come se fosse solo un altro giorno nell’Impero. Continua a leggere

Il terrorismo atlantista e il concetto di “danni collaterali”

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Qualche giorno fa Noam Chomsky riportava uno studio della CIA pubblicato il 14 ottobre dal New York Times dal quale si evince che gli Stati Uniti sono ufficialmente il primo Stato terrorista del mondo. L’intellettuale americano evidenziava la naturalezza con cui nel mondo occidentale si accetta che la guida del ‘mondo libero’ possa essere uno Stato canaglia terrorista e che il suo Presidente premio Nobel per la pace possa preoccuparsi di come svolgere in maniera più efficace tali operazioni criminali. L’articolo citato da Chomsky riporta gli esempi dell’Angola, del Nicaragua e di Cuba. [1]
Quello del Nicaragua, in particolare, è stato un caso unico, perché la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò gli USA colpevoli di «uso illegale della forza», cioè di terrorismo, e ordinò a Washington di pagare ingenti risarcimenti. Gli Stati Uniti risposero respingendo con disprezzo la sentenza della Corte e, con l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici, intensificarono gli attacchi terroristici degli squadroni della morte chiamati Contras.
Le aggressioni compiute dagli USA in altri Paesi dell’America Centrale, come El Salvador e il Guatemala, condotte con indicibile brutalità, lasciarono sul campo «duecentomila morti e milioni di profughi e orfani in paesi devastati». [2]
Questi sono solo pochissimi esempi della enorme casistica che mostra il diretto coinvolgimento degli USA nel terrorismo internazionale. Ciò che è più scioccante è la totale indifferenza dei politici atlantisti di ogni formazione politica e di tutta la stampa di corte di fronte a una questione di così grande importanza. Essi accettano tacitamente che gli USA, loro padroni, presentati come paladini della libertà e della lotta al terrorismo, siano una superpotenza terroristica, al di sopra delle leggi internazionali, che si può permettere di fare stragi, torturare e devastare interi Paesi. Nessuna reazione, quindi, da parte di servi fedeli, occupati a diffondere un chiaro messaggio: nessuno ha il diritto di difendersi dalle aggressioni degli Stati Uniti, che sono, per usare ancora le parole di Noam Chomsky, «uno Stato terrorista di diritto».
Ma se i media atlantisti accettano senz’alcuna discussione la dottrina dello “Stato terrorista di diritto”, dandola per scontata, non così la pensano in tutto il mondo. Il Presidente della Bolivia Evo Morales, per esempio, due anni fa, aveva avuto il coraggio di affermare davanti all’Assemblea Generale dell’ONU che «il Governo statunitense è il primo terrorista del mondo» e aveva parlato apertamente di «terrorismo di Stato». Queste le sue parole: «Che autorità ha il governo degli USA di menzionare o mettere nelle liste Paesi che sono ritenuti terroristi? Cari delegati e delegate, forse il mondo non si rende conto che il primo Paese terrorista che pratica il terrorismo di Stato sono proprio gli USA. Tanti interventi, tanti morti e feriti per il pretesto di difendere la democrazia. E cosa è accaduto in Libia? Si è detto che in Libia si è intervenuti per recuperare la democrazia. E’ una bugia. In Libia si è intervenuti per recuperare il petrolio libico per le potenze internazionali a svantaggio del popolo libico. Dobbiamo essere sinceri davanti all’umanità». [3]
Anche le popolazioni di gran parte del mondo sembrano non condividere la dottrina tacitamente accettata dalla stampa atlantista. Un sondaggio internazionale reso noto l’anno scorso dal Worldwide Independent Network/Gallup International Association (WIN/GIA) poneva gli USA in testa alla classifica come «l’attuale più grande minaccia per la pace nel mondo». [4]
Proponiamo, sullo stesso tema, un testo dell’autore francese Guillaume de Rouville, curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie, del quale recentemente abbiamo pubblicato la traduzione di L’Atlantismo è un totalitarismo (in tre parti: 1, 2 e 3),

[1] Noam Chomsky, Ѐ ufficiale: gli USA sono il principale Stato terrorista
[2] Noam Chomsky, Pirati e imperatori, Marco Tropea Editore, 2004, pag. 19
[3] Il discorso di Evo Morales è qui
[4] Paul Street, Zio Sam: la più grande minaccia per la pace

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Danni collaterali: il volto nascosto di un terrorismo di Stato

Durante le guerre condotte dagli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino in nome della loro idea di potere, è apparso un nuovo concetto, quello di «danni collaterali», che è stato usato dagli organi addetti alle pubbliche relazioni del Pentagono per giustificare e rendere accettabili da parte delle pubbliche opinioni occidentali le azioni di guerra che provocano vittime civili. Questi danni collaterali non sarebbero voluti dalla potenza militare, che mostra di deplorarli come tragici errori, presentandoli come frutto di errori di informazione o di una tecnologia difettosa.
Ma a un’osservazione più attenta, ci si rende conto che la maggior parte di questi atti di guerra, che hanno distrutto la vita di migliaia di civili in Afghanistan, in Irak, in Libia questi ultimi anni [1], non sono errori, danni collaterali di un’azione militare che avrebbe come obiettivo solo soldati in uniforme appartenenti alla parte avversa, ma veri e propri atti deliberati volti a uccidere donne, bambini e uomini indifesi.
Ci si potrebbe chiedere per quali scopi sarebbero intrapresi orrori del genere. La dottrina militare dà una chiara risposta: per imporre il terrore, che è fonte di ogni obbedienza.
La dottrina militare nega senza mezzi termini la propaganda politica: far soffrire le popolazioni civili è uno dei modi per vincere la guerra; torturare è uno dei modi per annientarle; raggiungere la loro coscienza è uno dei modi per conquistare la loro anima (i bombardamenti degli Alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale lo attestano ampiamente – la questione di sapere se il fine giustifica i mezzi è un altro discorso).
Forse ancora dubitate e pensate che tali mezzi non faranno che spingere dei non combattenti a prendere le armi e a rafforzare l’esercito delle ombre [2]. Ma i soldati di tutto il mondo lo sanno bene e rispondono con grande chiarezza: le vittime del terrore umano non si vendicano; esse soffrono in silenzio e non sognano altro che la pace per seppellire i loro morti. Non solo: le vittime innocenti finiscono spesso per chiedere protezione ai loro aguzzini. Infine, demoralizzate da tanta sofferenza e da tanta violenza, finiscono per accettare la mano che il nemico tende loro dall’altro lato della pistola.
Durante la guerra d’Algeria, i militari francesi (soprattutto i Colonnelli Trinquier e Lacheroy) hanno elaborato una dottrina che mette al centro dei conflitti armati le popolazioni civili [3] (gli Inglesi avevano già avuto un approccio simile in Kenya all’inizio degli anni ’50, dove avevano volontariamente massacrato interi villaggi di non combattenti, ma non avevano ancora pensato di farne una dottrina degna di essere insegnata nelle scuole militari).
Non più obiettivi involontari di una guerra brutale, le popolazioni civili diventano invece l’obiettivo militare da conquistare e da distruggere in nome di obiettivi umani, troppo umani. La tortura, le esecuzioni sommarie, i bombardamenti di civili non sono più solo crimini di guerra, ma parte di una strategia militare al servizio di una causa politica. I Colonnelli Trinquier e Lacheroy esporteranno questa dottrina nelle scuole militari americane che sapranno farne buon uso nei paesi dell’America Latina, soprattutto in America Centrale, nei cinquant’anni che seguirono la guerra d’Algeria [4].
bombe democraticheLe legioni atlantiste che, sotto l’egida della NATO, sono partite all’attacco della l’ex Jugoslavia, dell’Afghanistan e della Libia hanno ugualmente applicato questa dottrina per tentare d’imporre l’American Way of Life e il liberismo trionfante alle popolazioni refrattarie. La dottrina militare dello shock and awe (colpisci e terrorizza) applicata dagli Stati Uniti durante l’invasione dell’Irak nel 2003 non è che la riattivazione di questa dottrina da parte di teorici interessati ad aggiornare il corpus dottrinario militare americano. Gli autori di questo rimaneggiamento, Harlan Ullman e James Wade [5], prendono come esempio i bombardamenti di Hiroshima e di Nagasaki da parte degli Stati Uniti nell’agosto del 1945 e descrivono senza mezzi termini l’effetto desiderato: si tratta di infliggere distruzioni di massa, di natura umana o materiale, al fine d’influenzare una società nella direzione desiderata da parte di chi attua l’operazione colpisci e terrorizza, anziché attaccare direttamente obiettivi puramente militari [6].
Come si vede, questa nozione di «danni collaterali» nasconde in realtà un terrorismo di Stato [7], un terrorismo di massa, un terrorismo occidentale al quale i media occidentali si adattano facilmente poiché esso è opera dei loro padroni atlantisti. In verità, fanno qualcosa di più che adattarvisi: essi commettono un crimine mediatico quando usano il termine «danni collaterali» per mascherare le azioni terroristiche dei loro leader dalle mani lorde di sangue.
Ѐ interessante osservare che questo terrorismo di Stato occidentale è, preso nel suo insieme, più assassino del terrorismo islamico (che ai nostri occhi non ha maggiori giustificazioni), terrorismo islamico che può essere, inoltre, come nel caso della Libia e della Siria, un prezioso strumento degli obiettivi geostrategici degli Occidentali e delle loro élites.
Pertanto, il terrorismo sembra essere il cuore della dottrina e delle strategie militari delle democrazie occidentali. Per lottare con efficacia contro il terrorismo, cosa che i nostri dirigenti affermano di fare con tanta energia, bisognerebbe avere il coraggio di intraprendere un duro combattimento contro noi stessi. In caso contrario, la morte della democrazia sarà (se non è già avvenuta) il danno collaterale del nostro cinismo e della nostra ipocrisia.

[1] Esattamente come in Vietnam, in Cambogia, in America Centrale e in ex Jugoslavia, per citare solo qualche altro esempio
[2] ‘L’Armée des Ombres’, titolo di un romanzo di Joseph Kessel sulla Resistenza, è un’espressione che utilizziamo per indicare le varie forme di resistenza civile all’oppressione
[3] Per uno studio generale sul tema degli squadroni della morte, leggere il libro di Marie-Monique Robin, «Les escadrons de la mort. L’école française», 2004, La Découverte
[4] Vedere, per un’analisi di questa dottrina militare: «De la guerre coloniale au terrorisme d’État», di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique, novembre 2004
[5] Harlan K. Ullman, James P. Wade, «Shock And Awe: Achieving Rapid Dominance» (National Defense University, 1996)
[6] «The second example is “Hiroshima and Nagasaki” noted earlier. The intent here is to impose a regime of Shock and Awe through delivery of instant, nearly incomprehensible levels of massive destruction directed at influencing society writ large, meaning its leadership and public, rather than targeting directly against military or strategic objectives even with relatively few numbers or systems. The employment of this capability against society and its values, called “counter-value” in the nuclear deterrent jargon, is massively destructive, strikes directly at the public will of the adversary to resist, and ideally or theoretically, would instantly or quickly incapacitate that will over the space of a few hours or days». Op. Cit., capitolo 2, pagina 23
[7] Il terrorismo in quanto uso di mezzi violenti miranti a terrorizzare una popolazione a fini politici

(Fonte – traduzione e introduzione di M. Guidoni)

Okinawa

Okinawa è la prefettura più meridionale e più povera del Giappone.
Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie è grande pressoché quanto Los Angeles ed è l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu. La capitale, Naha, è molto più vicina a Shanghai che a Tokyo e la cultura di queste zone riflette forti influenze cinesi. In passato le Ryukyu erano un regno indipendente, poi annesse al Giappone nel tardo XIX secolo, nello stesso periodo in cui le Hawaii vennero annesse agli Stati Uniti.
Nel 2005, Okinawa ospitava trentasette delle ottantotto basi militari statunitensi presenti in Giappone. Le basi di Okinawa coprono un totale di 233 chilometri quadrati, ossia il 75% di tutto il territorio occupato da installazioni militari USA sul suolo giapponese, nonostante l’isola rappresenti solo lo 0,6% del territorio dell’intero arcipelago.
Il Giappone, come la Germania, è una pietra angolare del dispositivo militare statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Se la fedeltà del Giappone dovesse venir meno, tutta la struttura USA in Asia Orientale finirebbe probabilmente per crollare. Nel novembre 2004, secondo statistiche del Pentagono, gli Stati Uniti avevano 36.365 militari in uniforme in Giappone, senza contare gli 11.887 marinai della Settima Flotta distaccati presso le basi di Yokosuka (prefettura di Kanagawa) e di Sasebo (prefettura di Nagasaki), alcuni dei quali, a turno, sono in servizio per mare. A questi vanno aggiunti i 45.140 dipendenti che lavorano nelle basi, i 27.019 impiegati civili del dipartimento della Difesa ed i circa 20.000 giapponesi che collaborano con le forze USA in mansioni che vanno dalla manutenzione dei campi da golf al servizio come camerieri nei molti locali riservati agli ufficiali fino alla traduzione dei giornali giapponesi per conto della CIA e della Defense Intelligence Agency. E si tenga conto che Okinawa, anche in assenza di tutti questi ospiti stranieri, sarebbe comunque un’isola sovrappopolata: con una densità demografica di quasi 2.200 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. In termini assoluti, vi risiedono 1,3 milioni di abitanti circa.
L’isola principale di Okinawa fu teatro dell’ultima grande battaglia della seconda guerra mondiale, nonché dell’ultimo successo militare colto dagli Stati Uniti in Asia orientale. Circa 14.000 americani e 234.000 giapponesi, tra soldati e civili, persero la vita in quella feroce campagna durata tre mesi, così sanguinosa che divenne la principale giustificazione per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. La battaglia durò da aprile a giugno del 1945 e devastò completamente l’isola.
Dal 1945 al 1972 gli ufficiali militari americani governarono Okinawa come una loro esclusiva proprietà. Nel 1952 la concessione di Okinawa fu il prezzo che il governo nipponico dovette pagare in cambio della firma di un immediato trattato di pace e del trattato di sicurezza nippo-americano, che segnò la fine dell’occupazione. Molti abitanti di Okinawa credono ancora che l’imperatore Hirohito li abbia sacrificati nel 1945 in un’inutile battaglia intesa a ottenere migliori condizioni di resa dagli alleati e che Tokyo li abbia poi sacrificati di nuovo nel 1952 per permettere al resto del paese di riconquistare la propria indipendenza e godere i primi frutti di una rinnovata prosperità economica. In quest’ottica, il Giappone accettò abbastanza di buon grado il trattato di sicurezza nippo-americano in quanto la maggior parte delle basi militari statunitensi erano dislocate in un’isoletta dell’estremo sud, dove tutti i problemi correlati alla loro presenza poterono essere ignorati dalla maggioranza della popolazione.
Le due grandi guerre americane contro il comunismo asiatico – in Corea ed in Vietnam – non avrebbero potuto essere combattute senza basi militari sul territorio giapponese. Quegli avamposti militari furono teste di ponte d’importanza vitale in Asia, nonché rifugi sicuri, invulnerabili agli attacchi di Corea del Nord, Cina, Vietnam e Cambogia. Allorché, al culmine della guerra del Vietnam, le proteste degli abitanti di Okinawa contro i B-52, i bar, i bordelli*, le scorte di gas nervino ed i crimini commessi dai soldati raggiunsero l’apice, gli Stati Uniti si decisero a restituire ufficialmente l’isola al Giappone. Nulla tuttavia cambiò in termini di presenza militare.
Negli anni Novanta la vita quotidiana sull’isola era di gran lunga migliore rispetto al periodo in cui il territorio era soggetto all’esclusiva giurisdizione americana. Il Giappone profuse cospicue somme di denaro, ben comprendendo che l’economia postbellica del paese fosse stata alimentata in parte a spese dei locali e che fosse dunque necessario un trasferimento di ricchezza. Sebbene Okinawa sia ancor oggi la prefettura più povera del Giappone, alla fine degli anni Novanta ha raggiunto il 70 per cento del livello di ricchezza nazionale.

*In Corea del Sud, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich’on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: “Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere”. Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’”intrattenimento”, con circa 55.000 prostitute ed un totale di 2.182 strutture registrate, che offrivano “riposo e divertimento” ai militari statunitensi.