A Camp Darby le forze speciali italiane


La notizia non è ufficiale ma già se ne parla: da ottobre su Camp Darby sventolerà il tricolore. Gli Stati uniti stanno per chiudere il loro più grande arsenale nel mondo fuori dalla madrepatria, restituendo all’Italia i circa 1000 ettari di territorio che occupano tra Pisa e Livorno?
Niente affatto. Non stanno chiudendo, ma ristrutturando la base perché vi possano essere stoccate ancora più armi e per potenziare i collegamenti col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa.
Nella ristrutturazione restava inutilizzata una porzioncina dell’area ricreativa: 34 ettari, poco più del 3% dell’intera area. È questa che lo US Army Europe ha deciso di restituire all’Italia, più precisamente al Ministero italiano della Difesa, per farne il miglior uso possibile.
È stato così stipulato un accordo che prevede il trasferimento in quest’area del Comando delle forze speciali dell’esercito italiano (Comfose) attualmente ospitato nella caserma Gamerra di Pisa, sede del Centro addestramento paracadutismo.
Sono le forze sempre più impiegate nelle operazioni coperte: si infiltrano nottetempo in territorio straniero, individuano gli obiettivi da colpire, li eliminano con un‘azione fulminea paracadutandosi dagli aerei o calandosi dagli elicotteri, quindi si ritirano senza lasciare traccia salvo i morti e le distruzioni.
L’Italia, che le aveva usate soprattutto in Afghanistan, ha fatto un decisivo passo avanti nel loro potenziamento quando, nel 2014, è divenuto operativo il Comfose che riunisce sotto comando unificato quattro reggimenti: il 9° Reggimento d’assalto Col Moschin e il 185° Reggimento acquisizione obiettivi Folgore, il 28° Reggimento comunicazioni Pavia e il 4° Reggimento alpini paracadutisti Rangers.
Nella cerimonia inaugurale nel 2014 fu annunciato che il Comfose avrebbe mantenuto un «collegamento costante con lo U.S. Army Special Operation Command», il più importante comando statunitense per le operazioni speciali formato da circa 30 mila specialisti impiegati soprattutto in Medio Oriente.
A Camp Darby – ha specificato l’anno scorso il colonnello Erik Berdy, comandante dello US Army Italy – già si svolgono addestramenti congiunti di militari statunitensi e italiani.
Il trasferimento del Comfose in un’area di Camp Darby, formalmente appartenente all’Italia, permetterà di integrare a tutti gli effetti le forze speciali italiane con quelle statunitensi, impiegandole in operazioni coperte sotto comando USA. Il tutto sotto la cappa del segreto militare.
Non può non venire a mente, a questo punto, la storia delle operazioni segrete di Camp Darby: dalle inchieste dei giudici Casson e Mastelloni è emerso che Camp Darby ha svolto sin dagli anni Sessanta la funzione di base della rete golpista costituita dalla CIA e dal Sifar nel quadro del piano segreto Gladio.
Le basi USA/NATO – scriveva Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – hanno fornito gli esplosivi per le stragi, da Piazza Fontana a Capaci e Via d’Amelio. In queste basi «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».
Nessuno però, né in Parlamento né negli enti locali, si preoccupa delle implicazioni del trasferimento delle forze speciali italiane di fatto all’interno di Camp Darby sotto comando USA.
I comuni di Pisa e Livorno, passati rispettivamente dal PD alla Lega e al M5S, hanno continuato a promuovere, con la Regione Toscana, «l’integrazione tra la base militare USA di Camp Darby e la comunità circostante».
Pochi giorni fa è stato deciso di integrare i siti web delle amministrazioni locali con quelli di Camp Darby. La rete di Camp Darby si estende sempre più sul territorio.
Manlio Dinucci

Fonte

Moby Prince, la verità resta avvolta dal fumo

483413_463206637058810_820754601_nChissà che storia, Bruno e Giuseppina, dopo il viaggio di nozze. Chissà che urla, Liana, al campo di pallavolo e chissà che occhi: li aveva scelti anche il cinema, una volta. Chissà che racconti, Giovanni Battista: ingigantiti, ma solo un po’, racconti di marinai. Chissà, comandante Chessa, che orgoglio i due figli medici, dopo aver speso metà della vita a tagliare onde e appoggiare navi sui fianchi delle città. E chissà che emozione, Sara, aver compiuto trent’anni. Sara, una delle due bambine a bordo del Moby Prince. L’altra, Ilenia, era sua sorella e aveva appena cominciato a camminare. Sara e Ilenia sono rimaste bambine per sempre, quando la nave che le portava dai nonni, in Sardegna, si trasformò. Non più il luna park con il mare sotto, i corridoi di moquette e la cuccetta stretta dove dormire tutti vicini. Piuttosto un buco spaventoso, i rumori, il caldo, le lacrime, la tosse, che neanche Angelo e Alessandra – babbo e mamma – sapevano far smettere.
Dopo 25 anni il Moby Prince continua a girare in tondo come la sera che andò a fuoco portandosi via 140 vite piene di futuro, a qualche colpo di remo dal lungomare di Livorno, il 10 aprile 1991. Le sue fiamme sono diventate eterne: un processo e due inchieste non hanno dato al disastro navale più grave della storia italiana una ricostruzione e ipotesi alternative alla storia della nebbia, che qualcuno vide e altri no.
Da qualche mese una commissione d’inchiesta del Senato tenta di dare pace alla nave fantasma. L’hanno pretesa i familiari delle vittime. Stremati, hanno ricominciato a ascoltare file audio, a rivedere vecchi filmati e foto ingiallite, a raccogliere carte perse o mai cercate, a chiedere perizie. L’ultimo sforzo di un impegno civile coperto dal silenzio.
Il silenzio è l’enorme fondale sul quale sono finite molte verità sul disastro che nessuno ricorda: un traghetto Moby Livorno-Olbia con 66 membri dell’equipaggio e 75 passeggeri, appena uscito dal porto, si schianta contro la cisterna di greggio di una petroliera all’ancora, la Agip Abruzzo, armatore Snam, cioè lo Stato. Fu subito silenzio: dal flebile mayday che nessuno sentì allo shock di chi ascoltò la sentenza che assolveva tutti, nel 1997. Il silenzio del comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, capo di soccorsi mai arrivati, che uscì in mare e non disse una parola alla radio: “Assentivo” dirà, sfidando il ridicolo. Il silenzio rimasto su navi con nome in codice o in incognito. Il silenzio dei due dipendenti della Navarma (ora Moby Lines, guidata ora come allora da Vincenzo Onorato) che non spiegarono perché manomisero il timone del relitto. Il silenzio del capitano dell’Agip, Renato Superina, che al processo non rispose alle domande. Il silenzio delle prove dimenticate o scomparse. Il silenzio della politica, infine, che ficcò la testa sotto terra. “La verità non sarà mai appagante per nessuno” disse il presidente della Repubblica Francesco Cossiga mentre ancora si contavano i morti.
La commissione del Senato ha l’occasione di riscattare gli anni in cui l’Italia del Moby Prince se n’è fregata: di sicuro ha già capito com’è fatta questa storia. Maria Sammarco e Grazia D’Onofrio, due giudici del collegio che assolse tutti, non hanno risposto. I senatori le hanno quasi pregate: vogliamo capire se potete dirci qualcosa di utile. Ma le magistrate lo hanno ripetuto sei volte: conta la sentenza. Il terzo del collegio era Germano Lamberti, poi condannato per corruzione. La commissione ha ascoltato Mauro Valli, ormeggiatore che salvò l’unico superstite del traghetto (il mozzo Alessio Bertrand). Urlò alla radio: “Il naufrago ci dice che ci sono altri naufraghi da salvare”. E’ registrato, ma Valli ha raccontato di non averlo mai detto.
Una storia ignorata, sottovalutata, da subito. La commissione ora potrà chiedere i tracciati radar agli USA: Camp Darby – la base più grande del Mediterraneo – è a due passi e Livorno quella sera era “assediata” da navi tornate dall’Iraq. Li chiese la Procura e la risposta fu che nessun satellite guardava Livorno. Il pm andò da Giulio Andreotti per chiedere aiuto: uno dello staff di Palazzo Chigi gli rispose che gli USA non potevano darli perché “spiare era vietato dalla NATO”. Ma ci sono 140 morti, ribatté il magistrato. “Fanno le guerre, figuriamoci cosa gli interessa” si sentì rispondere. L’Ustica del mare, l’hanno chiamata. Con la differenza che tutti sanno cos’è Ustica.
E’ una cicatrice che Livorno dovrebbe portare sul volto, mentre quella città sempre pronta a scaldarsi per battaglie di civiltà ha cercato di dimenticare subito una storia che gettava una luce obliqua sul porto, cioè sul proprio cuore. Nessun sindaco si è incatenato. Nessun parlamentare si è battuto. “Neanche a me – dice l’ex pm De Franco – tornava il fatto che non si riuscissero a trovare persone che potevano dirci della nebbia in una serata di aprile”. E’ una storia italiana, trattata come gli italiani sanno fare. Inquinamenti e depistaggi, sciatteria e impreparazione, sottovalutazione. I soccorsi disastrosi furono non solo il centro, ma l’icona. Una “baraonda straordinaria” li definì la Procura quando archiviò nel 2010. A quella conclusione c’era arrivato il capo delle capitanerie, l’ammiraglio Giuseppe Francese. “Un coordinamento efficace dei soccorsi si realizzò 6 ore dopo la collisione”. Ma il pm del 1991 l’ha scoperto da un’audizione in Senato. Un mese fa.
Diego Pretini

Fonte – i collegamenti inseriti sono nostri

Livorno, 10 Aprile 1991

Il 10 aprile 1991 si consuma a Livorno la tragedia del Moby Prince. Solo negli ultimi anni si è tornati a parlare del traghetto, da quando è uscito un libro-inchiesta di Enrico Fedrighini e  l’avvocato Carlo Palermo ha assunto il patrocinio di parte civile dei familiari del comandante Ugo Chessa (vittima dell’incidente). L’esposto presentato alla Procura di Livorno dall’ex giudice ha portato nell’ottobre 2006 alla riapertura dell’inchiesta, collocando la disastrosa collisione fra il traghetto e la petroliera della Snam Agip Abruzzo nel contesto di un’operazione militare americana coperta, nel corso della quale si trasbordavano centinaia di tonnellate di armi di cui non si conosce la destinazione.
Finora il disastro del Moby Prince non era mai stato collegato ai fatti che stiamo raccontando. C’è tuttavia questo dato incontrovertibile: a bordo del traghetto sono state individuate dalle perizie ordinate dalla Procura della Repubblica di Livorno tracce di miccia detonante alla pentrite e dell’esplosivo militare T4-Rdx, dello stesso tipo di quello trafficato da Monzer Al Kassar. E nello stesso porto di Livorno c’è la presenza – prima, durante e dopo il disastro – dell’ammiraglia della Shifco, la flottiglia di pescherecci partner di Al Kassar in alcuni dei suoi trasporti di armamento e di esplosivo.
(…)
Ricordiamo i fatti: l’incidente del Moby Prince, avvenuto la sera del 10 aprile 1991, è costato la vita a centoquaranta persone. Una tragedia tuttora senza una spiegazione esauriente, accaduta in una serata in cui nella rada di Livorno si trasbordavano ingenti partite di armi fra diverse navi militari (e civili-militarizzate) americane, e in cui diverse navi «fantasma» circolavano tranquillamente in mezzo al traffico nautico civile.
La perizia sul traghetto parla chiaro, a proposito di pentrite e Rdx: «I residui dei sette esplosivi trovati nel locale bow thruster potrebbero provenire sia da esplosivi puri presenti nello stesso contenitore sia da differenti composizioni prodotte per altri fini. Considerando l’elevata probabilità che cinque di essi (Ng, Egdn, An, Tnt, Dnt) provengano da un esplosivo commerciale per uso civile, mentre gli altri due (Petn e T4) o da un esplosivo plastico come il Semtex H o da un booster (T4) o da una miccia detonante (Petn), si può affermare di essere in presenza di un congegno esplosivo al quale manca, per essere completo, solo il detonatore».
Perché l’esplosione? Che c’entra con quanto avvenne subito dopo, ossia la collisione con la petroliera? Questi e moltissimi altri interrogativi sulla tragedia del Moby Prince non hanno mai trovato risposta. Ma tra i tanti misteri che circondano la vicenda ce ne sono alcuni che riguardano molto da vicino la storia che stiamo raccontando. Continua a leggere

Pizzarotti collaborazionisti d.o.c.

Non poteva che chiamarsi “Residence degli aranci” il complesso di Mineo che ospita 404 unità abitative per i militari USA di stanza nella base di Sigonella. Occupa un’area di 25 ettari nel cuore della piana di Catania, terra di agrumi, a due passi dalla statale che scorre veloce sino al mare, il Mediterraneo. Il residence a stelle e strisce è una struttura off-limits autosufficiente. Le villette, 160 mq di superficie su due livelli, giardino indipendente con prato inglese e megabarbecue, hanno una capacità ricettiva sino a 2.000 persone e sono dotate di tutti i confort. Nel residence trovano posto alcuni edifici adibiti ad uffici per il personale dell’US Navy, la sala Telecom, un supermercato, un bar, la palestra, un centro ricreativo con asilo, la sala per le funzioni religiose, la caserma dei vigili del fuoco, 12 ettari di spazi verdi con campi da tennis, baseball e football americano, aree di gioco attrezzate per bambini. L’approvvigionamento idrico, computerizzato, fornisce 20 litri d’acqua potabile al secondo, la copertura del fabbisogno di un comune di 10.000 abitanti. L’acqua giunge da un pozzo privato nel territorio di Vizzini distante 20 km, grazie ad un acquedotto realizzato nel 2006 dalla società costruttrice e proprietaria del “Residence degli aranci”, la Pizzarotti Spa di Parma.
Per conto dell’US Navy, la Pizzarotti si occupa della gestione e della manutenzione degli impianti elettrici, idrici e del depuratore, della pulizia di strade e marciapiedi, delle attività di giardinaggio, della raccolta differenziata dei rifiuti. Entro dicembre installerà nel complesso un impianto fotovoltaico da un megawatt che verrà posizionato su 105 abitazioni. Standard di vita a cui solo pochi autoctoni possono aspirare ma che lasciano tuttavia insoddisfatti gli esigentissimi militari statunitensi.
(…)
La Pizzarotti è una delle principali aziende italiane contractor delle forze armate USA. Solo nell’ultimo decennio ha fatturato per conto del Dipartimento della difesa qualcosa come 134 milioni di dollari. Già nel 1979 le era stata affidata la costruzione di una serie di infrastrutture a Sigonella quando la base era stata scelta come centro operativo avanzato della Rapid Deployment Force, la Forza d’Intervento Rapido statunitense. A metà anni ‘80 la Pizzarotti partecipò pure alla costruzione di numerose infrastrutture nella base di Comiso (Ragusa), utilizzata per l’installazione di 112 missili a testata nucleare Cruise. Quindici anni dopo la società realizzò a Belpasso (Catania) il villaggio “Marinai”, anch’esso destinato ai militari di Sigonella, con 526 unità abitative e 42 ettari di estensione. Il contratto d’affitto con il Pentagono scade nel 2015 ma non dovrebbero esserci problemi per una sua estensione. Anche a Belpasso la Pizzarotti cura per conto dell’US Navy la gestione e la manutenzione di infrastrutture e servizi.
Sempre in ambito militare, ha eseguito i lavori di ristrutturazione ed ampliamento delle banchine della (ex) base navale di Santo Stefano (arcipelago de La Maddalena), utilizzata sino alla primavera 2008 come base appoggio per i sottomarini nucleari di stanza nel Mediterraneo. Alla Maddalena, la Pizzarotti è attualmente impegnata alla costruzione di una cinquantina di alloggi per il personale della Marina militare italiana. Tra il 2004 e il 2007, la società ha operato all’interno della base US Army di Camp Darby (Livorno) per la realizzazione di una piccola tratta ferroviaria interna e di 7 nuovi edifici da adibire a depositi. Nella base aerea di Aviano (Pordenone), Pizzarotti Spa è stata chiamata invece per ampliare i locali adibiti a servizi e casermaggio. Molto più rilevanti i lavori eseguiti a Vicenza. A metà anni ’90 Pizzarotti ha realizzato a Camp Ederle un complesso di edifici residenziali per 300 marines (costo 20 milioni di euro). Recentemente, in associazione con l’azienda tedesca Bilfinger Berger, ha invece consegnato all’US Army un nuovo polo sanitario avanzato, costo 47,5 milioni di dollari. A Vicenza Pizzarotti si è però visto soffiare l’appalto più ambito, quello per la trasformazione dell’ex aeroporto Dal Molin nella mega-cittadella della 173^ Brigata Aviotrasportata USA, vinto dalle “coop rosse” di Bologna e Ravenna. Poca fortuna pure a Quinto Vicentino, dove nonostante un pre-accordo del 2006 con il Comando statunitense per la realizzazione di un villaggio di oltre 200 abitazioni (valore stimato 50 milioni di dollari), c’è stato uno stop all’iter progettuale da parte degli amministratori locali.
Pizzarotti vanta pure la realizzazione di un invidiabile elenco di opere “civili”, alcune delle quali dall’altissimo impatto socio-ambientale:
(…)

Da Grandi affari a Mineo con il villaggio dei marines di Sigonella, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Afghanistan: le manfrine di Frattini, La Russa & soci

Il “Freccia“ è il 5° blindato, in questo caso di produzione FIAT Iveco-Oto Melara, utilizzato dal “nostro“ contingente in Afghanistan ed il 3° progettato ed uscito dalle catene di montaggio nazionali per dotare i militari “tricolori“ di “un mezzo idoneo ad affrontare le minacce di formazioni ostili in Paesi in cui si imponga la necessità di operazioni di polizia internazionale per ristabilire l’ordine e sicurezza“ (dichiarazione di La Russa Ignazio). Insomma, peace-keeping e peace-enforcing sotto l’egida dell’ONU ed occasione utile per soddisfare al tempo stesso le esigenze dell’ Esercito Italiano (E.I.) per dotare i suoi reparti di un numero adeguato di VBL/VCM/VCE/IFV che soddisfi l’esigenza di dotazioni della Forza Armata.
Un esigenza che coincide con l’acquisto da parte del Ministero della Difesa di un numero di blindati tale da generare, in ogni caso, un lauto profitto alle società costruttrici che si accollano, bontà loro, i costi di progetto, produzione, modifica, manutenzione a tempo e le scorte ricambi all’ E.I..
La conseguenza più immediata di una tale procedura è il volatilizzarsi del rischio di impresa e l’acquisizione da parte dell’E.I. di quantità “regolarmente eccedenti di esemplari prodotti, rispetto alle necessità operative“ essendo ben noti i benefici economici che ricava il personale di alto grado della Forza Armata, Marina ed Aviazione comprese, alla quiescenza, dall’’inserimento a livello dirigenziale nell’industria militare pubblica e privata.
Lobbies che opacizzano, nel migliore dei casi, i bilanci di settore ed inquinano, ormai a partire dagli anni Settanta, le destinazioni di spesa di Via XX Settembre.
Il “Freccia“ pesa in ordine di combattimento 26+2 tonnellate, ha un cannone a tiro rapido da 25 mm KBA, una mitragliatrice MG-42 da 7,62 mm ed una trasmissione su quattro assi. L’arma più temibile nelle mani di un coraggiosissimo ed eternamente appiedato straccione pashtun è un RPG-7 che a 150 metri perde i tre quarti della sua precisione di tiro od un AK-47 che a 130 mt la dimezza.
Nella versione controcarro il “Freccia” aggiungerà, grazie al professore, una dotazione di missili antitank “made in Israel“ Spike con un raggio d’azione dai 4 ai 6 km. Continua a leggere

Musica per le orecchie dei generali a stelle e strisce

Le prime informazioni sulla costruzione all’aeroporto militare Dall’Oro di Pisa della più grande base aerea italiana sono state pubblicate dalla stampa locale in piena estate.
Il 3 agosto il portavoce della 46esima Brigata aerea, maggiore Giorgio Mattia, annuncia per maggio 2011 l’inizio dei lavori all’interno della base. L’obiettivo è di rendere operativo l’Hub entro il 2013. Le prime gare d’appalto per la logistica sono già state bandite.
A far da battistrada al progetto ed agli interessi che ruoteranno intorno ad un investimento colossale – si parte da 60 milioni di euro – non troviamo il Presidente della Confindustria locale o altri rappresentanti del mondo delle imprese, bensì il Sindaco del Comune di Pisa, il quale si è detto onorato di poter ospitare sui nostri territori il mega aeroporto militare.
Filippeschi non è nuovo a questo tipo di dichiarazioni. È del novembre 2009 una sua sollecitazione ai vertici militari della base statunitense di Camp Darby perché partecipino finanziariamente ai lavori di ampliamento del canale dei Navicelli, in sinergia con la cantieristica locale (Navicelli SpA, società al 100% pubblica), per uno sbocco condiviso verso il porto di Livorno e la zona industriale di Guasticce.
Musica per le orecchie dei generali a stelle e strisce, i quali da anni chiedono di poter raddoppiare la portata d’acqua e la profondità di un canale troppo stretto per il transito delle grandi chiatte da trasporto d’esplosivi, armi, mezzi da combattimento e vettovagliamento truppe dirette nelle zone di conflitto, dov’è impegnato da molti anni l’esercito statunitense.
Si tratterà poi di dragare lo scolmatore, ottimizzando così il sistema acqueo di comunicazione in funzione del flusso di merci, yacht di lusso ed armi di distruzione di massa.
Il nostro Comitato, insieme al movimento contro la guerra di Pisa e di Livorno, denunciò alcuni anni fa il tentativo di “raddoppio” della base USA di Camp Darby a Guasticce.
Nel 2005, anche allora in agosto, si diffuse la notizia del “raddoppio” di Camp Darby. La zona indicata era la piana di Guasticce, vicino all’interporto e allo scolmatore, dove è disponibile una superficie di un milione di metri quadri.
Si sta progressivamente avverando nei fatti quel che l’allora ambasciatore statunitense smentì a parole?
Con la creazione dell’Hub, dal quale è prevista la partenza mensile di 30 mila soldati, l’integrazione tra trasporto navale ed aereo di truppe e mezzi diverrà un dato di fatto.
Ma quali truppe partiranno dall’aeroporto Dall’Oro se l’esercito professionale italiano è composto di “soli” 72mila uomini?
Sulla base di questi numeri, una struttura delle dimensioni prospettate per il Dall’Oro diverrà sicuramente trampolino di lancio di tutta la NATO, alleanza militare notoriamente sotto stretto comando statunitense.

Ci troviamo così di fronte ad un caso d’imprenditorialità pubblica che incentiva progetti di “sviluppo duale”, nei quali civile e militare sono inscindibilmente interconnessi.
Nei progetti delle attuali amministrazioni locali dovremmo divenire un territorio attraversato da turisti, militari di professione, yacht di lusso, armi di distruzione di massa, vettovagliamento per i bombardieri e per i bombardati, in una babele allucinante senza confini tra produzione e distruzione, sofferenza e sfruttamento, divertimento e guerra.
Signor Sindaco, è questo il “modello di sviluppo” che lei pensa per i nostri territori? Tutto ciò è per lei motivo di “onore”? Noi siamo di ben altro avviso. Uno sviluppo con queste caratteristiche deve essere invece motivo di vergogna e disonore per un’intera comunità.
Per questo ci batteremo, insieme con tutto il movimento contro la guerra locale e nazionale, per fermare tali progetti di militarizzazione ed inquinamento dei territori.
Facciamo appello a tutte le realtà sociali, sindacali, associative e politiche di Pisa e Livorno perché si uniscano contro il tentativo di trasformare l’area vasta Pisa/Livorno in un’immensa base militare.

Comitato per lo smantellamento e la riconversione a scopi esclusivamente civili della base USA di Camp Darby
Per contatti telefonici: Pisa 338 4014989 – Livorno 320 0142282
[grassetto nostro]

La certezza del diritto

Roma, 28 maggio – Le basi militari USA nel nostro Paese? Sono ben viste dalla maggioranza delle popolazioni locali. Lo rileva la Cassazione nel confermare una condanna a dieci mesi di reclusione per interruzione di pubblico servizio nei confronti di Luca Casarini e di un gruppo di No Global che il 21 febbraio di sette anni fa alla stazione ferroviaria di Monselice (Padova) diedero vita ad una manifestazione per impedire il transito di un convoglio che trasportava armi ed altro materiale militare dalla base USA Setaf alla base di Camp Darby a Pisa.
Nel confermare le condanne già inflitte dalla Corte d’Appello di Venezia, piazza Cavour sente la necessità di rilevare che “sia la base militare di Vicenza sia quella a Pisa, in uso all’esercito degli Stati Uniti d’America sono state regolarmente autorizzate dallo Stato italiano e non sono viste dalla maggioranza delle popolazioni locali con ostilità e avversione data dalla tradizionale amicizia e il comune modo di sentire che ha sempre contraddistinto i rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America”.
Inutile, dunque, la difesa di Casarini e degli altri No Global volta a dimostrare che l’intento di tutti i manifestanti “era stato solo quello di protestare contro il transito di un solo treno speciale carico di armi dell’esercito americano destinato alla futura guerra preventiva contro l’Iraq”. La prima sezione penale (sentenza 20.312) ha respinto i ricorsi e, nel ricordare che all’epoca dei fatti non era ancora stata approvata dal Parlamento la legge che ha consentito di inviare contingenti armati in Iraq, ha voluto sottolineare come le basi militari USA in Italia non siano osteggiate dalla “maggioranza” dei cittadini.
(Adnkronos)