Morte a Camp Delta

La notte del 9 giugno 2006, tre detenuti morirono nella sezione di massima sicurezza del carcere di Guantanamo Bay. Il comunicato stampa iniziale dei militari riferiva non solo che i detenuti – Mani Shaman Turki Al-Habardi Al-Utaybi, Ali Abdullah Ahmed e Yassar Talal Al-Zahrani – erano stati trovati impiccati nelle proprie celle ma anche che le loro azioni rappresentavano una cospirazione come parte di una “guerra asimmetrica” contro gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i militari tennero lontano tutti gli organi di informazione e proibirono agli avvocati di far visita ai propri clienti.
Immediatamente sorsero dubbi su come tre detenuti, sotto costante sorveglianza, potessero effettivamente cospirare commettendo un suicidio in maniera coordinata. Presto i militari annunciarono di stare conducendo un’indagine, ma i risultati furono resi noti solo a più di due anni di distanza dai fatti. Nell’agosto 2008, la relazione dell’inchiesta concludeva che i detenuti si erano impiccati nelle proprie celle e che uno di loro quella notte, mentre camminava nei corridoi, aveva detto a voce alta “stanotte è la notte”.
L’indagine, comunque, lascia molte questioni irrisolte. Tre anni dopo è ancora incomprensibile come possa essere stata attuata una tale condotta coordinata, e come dei prigionieri attentamente sorvegliati abbiano potuto rimanere cadaveri per oltre due ore prima di venire scoperti. Sia il momento che l’esatta dinamica delle morti rimangono incerte, e la presenza di stracci di tessuto nelle gole dei detenuti non ha una spiegazione. La negligenza delle guardie carcerarie sembra essere stata esclusa dall’assenza di qualsiasi azione disciplinare nei loro confronti. Benché alcuni dei sorveglianti siano stati formalmente avvisati che si sospetta che le loro originali dichiarazioni siano false o che sono sospettati di non aver eseguito gli ordini, nessuno di loro è stato poi incriminato per aver rilasciato falsa testimonianza od aver svolto inadeguatamente il proprio dovere.
Il rapporto Morte a Camp Delta – elaborato dai ricercatori del Center for Policy & Research della Seton Hall University School of Law, coordinati dal professor Mark Denbeaux – esamina l’indagine, non per determinare cosa accadde quella notte ma piuttosto per valutare perché un’inchiesta sulla morte di tre persone abbia mancato di affrontare alcuni importanti aspetti. Inoltre, il rapporto solleva seri dubbi che devono essere presi in considerazione per sgombrare il campo dalle voci che sono circolate, voci secondo le quali la causa dei decessi è stata più sinistra della “guerra asimmetrica”.

Il rapporto è qui.

Guantanamo, fantasmi italiani

In Italia pochi li ricordano. E nessuno ha il coraggio di garantire apertamente per loro. Sono sei tunisini catturati tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 in Afghanistan ed in Pakistan.
Da quasi sette anni aspettano di conoscere la loro sorte nel campo di prigionia divenuto simbolo della Guerra al Terrore di George W. Bush. In un rapporto del giugno 2008, l’organizzazione britannica Reprieve li ha battezzati “gli Italiani dimenticati a Guantanamo Bay”.

L’inchiesta realizzata in proposito da RaiNews24 è qui.

Guantanamo si è spostata in Afghanistan

Mentre il famigerato “Camp Delta” di Guantanamo Bay, a Cuba, è ormai destinato alla chiusura e viene oggi progressivamente svuotato dai suoi – cosiddetti – “ospiti”, il Pentagono ha nel frattempo ampliato quella che si può a buon titolo definire la madre di tutte le prigioni statunitensi della vergogna: il centro di detenzione militare presso l’aeroporto di Bagram, a nord di Kabul, dove nel 2002 vennero sperimentate le tecniche d’interrogatorio successivamente esportate – vista la loro “efficacia” –ad Abu Ghraib e nella stessa Guantanamo.
Bagram, con la progressiva dismissione della prigione cubana, ha di fatto preso il suo posto come centro di detenzione in via definitiva: mentre a Guantanamo oggi rimangono 275 degli iniziali 775 detenuti, a Bagram essi sono cresciuti fino agli attuali 630. L’unica organizzazione che abbia un accesso – limitato – a Bagram, la Croce Rossa Internazionale, ha già denunciato che nella “nuova Guantanamo” i detenuti vengono trattati peggio che nella vecchia, sottoposti a “trattamenti crudeli contrari alla Convenzione di Ginevra”.
Ad ideare questi sistemi di interrogatorio fu il capitano Carolyn Wood, una soldatessa di trentaquattro anni, comandante del plotone di interrogazione, che nel 2003 venne pure premiata con una medaglia al valore per il suo “servizio eccezionalmente meritevole”. Nell’estate di quell’anno, la signora – che, a dire il vero, si fa fatica a chiamarla tale – Wood e la sua squadra vennero trasferiti in Irak con il compito di insegnare i loro metodi ai carcerieri di Abu Ghraib. Lì, ella fece affiggere un cartellone d’istruzioni che prevedeva in maniera dettagliata il ricorso alle tecniche sperimentate a Bagram, compresi la sospensione al soffitto e l’utilizzo dei cani. Il fatto che nell’estate del 2007 gli statunitensi abbiano lasciato la gestione di Abu Ghraib in mano agli irakeni, non rassicura comunque sulla sorte di coloro che continuano ad esservi detenuti.